Monachesimo georgico (Il san Benedetto del cardinale Newman, pt. 2/2)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol.15, 1891)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol.15, 1891)

(la prima parte è qui)

Nel suo volo sulle ali della «poesia benedettina» sembra quasi che il cardinale Newman alterni ampi sguardi panoramici, dall’alto, che mostrano un vasto territorio in prevalenza cupo e punteggiato di piccole isole di armonia, a improvvise zoomate sul singolo particolare – come sui vivai ittici dell’abbazia cisterciense di Beaulieu, nello Hampshire, e sugli incantevoli dintorni. Già, «i monaci sono stati accusati di scegliere per le proprie abitazioni dei posti incantevoli» (e questa osservazione mi ricorda che purtroppo ho detto qualcosa del genere, in un post di qualche anno fa, in realtà riferito ai nuovi eremiti), ma non dimentichiamo che lavorarono duramente per renderli abitabili: «Se i loro terreni sono pittoreschi, se i loro panorami sono ricchi, furono essi a renderli tali, e presumiamo ebbero il diritto di godere del lavoro delle proprie mani». Il grande lavoro di bonifica dei monaci neri, che conquistò alla luce spazi sempre più ampi di territorio tenebroso (grazie a loro «l’oscurità della foresta cedette il passo, e il sole per la prima volta dal diluvio splendette sulla terra umida»), venne intrapreso non per afflato poetico, né per utilità sociale, bensì per penitenza. Nondimeno gli effetti di quell’attività furono anche poetici e utili; e se l’utilità è stata ampiamente sottolineata dagli storici, il cardinale si riserva di evidenziarne la poesia: «Quanto è romantica dunque la loro storia, e al tempo stesso utile, quanto è vivace, e al tempo stesso seria, coi suoi episodi di avventura e prodezza personale, le sue figure di allevatori, cacciatori, coltivatori, ingegneri civili ed evangelizzatori fusi in un’unica persona».

Newman addita alla nostra ammirazione i monaci che si inoltrarono nel fitto dei boschi, che scelsero i sentieri più impervi, che non si fermarono alla prima radura, che andarono avanti, e avanti ancora, fino a un «locum silvaticum in eremo, vastissimae solitudinis», dove nel volgere di qualche decennio sarebbe fiorita l’abbazia di Fulda, tanto per dirne una. Per darci un’idea di questi uomini tanto vicini a Dio, quanto pratici con le mani, il cardinale va a scovare «fotografie» suggestive e divertenti, come questa di Erluino, fondatore di Notre-Dame du Bec, che «concluso l’ufficio in chiesa, vedevi uscire diretto ai suoi campi, alla testa dei suoi monaci, con al collo la sacca da seminatore e in mano il rastrello o la zappa»; o questa di Easterwine, abate a Wearmouth, che «in tutto simile ai suoi fratelli, con loro spulava il grano con grande gioia, mungeva le pecore e la vacche, e al forno, nell’orto, in cucina, e in ogni incombenza domestica [era] allegro e obbediente».

Così, in uno spirito che potremmo definire di rude e avventurosa serenità, tra la carovana di pionieri e il campeggio, i monaci compirono la loro opera silenziosa e umile di restauro, e «a poco a poco la palude boscosa divenne un romitaggio, una casa religiosa, una fattoria, un’abbazia, un villaggio, un seminario, una scuola di cultura, e una città… ciò che l’altezzoso Alarico o il feroce Attila avevano fatto a pezzi, questi pazienti uomini di meditazione l’avevano rimesso insieme e l’avevano fatto rivivere di nuovo». Unico rammarico, concede il cardinale, è che costoro non abbiano avuto il loro Virgilio a dirne in versi le gesta, o semplicemente i gesti quotidiani, poiché proprio l’autore delle Georgiche avrebbe potuto capire fino in fondo il loro spirito. Ma, come ho già detto, anche se non abbiamo un poeta dei monasteri altomedioevali, Newman non ce ne fa sentire la mancanza.

(2-fine)

John Henry Newman, La missione di san Benedetto («Atlantis», gennaio 1858), in Benedetto, Crisostomo, Teodoreto: profili storici, traduzione di S.M. Malaspina, Jaca Book 2009, pp. 141-193.

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