21st Century Monastic Man (pt. 4/4)

AMonasticVision(qui la prima, la seconda e la terza parte)

Una sintesi interessante di preoccupazione per il futuro dell’istituzione monastica e slancio di rinnovamento l’ho trovata nel testo di Joan Chittister (delle Benedictine Sisters of Erie, Pennsylvania), Old Vision for a New Age. La chiave di volta del ragionamento della monaca, e scrittrice, e attivista per la pace e per il dialogo interreligioso, sta nella risposta che secondo lei i monaci, più esattamente le comunità, devono dare alla domanda sulla natura della vita contemplativa: l’energia racchiusa nella spinta alla contemplazione ci spinge verso Dio e nel mondo, o fuori del mondo?

La comunità monastica benedettina è stata un centro di stabilità e un modello di armonia per un mondo in disfacimento, è stata la risposta cristiana a quel mondo, e lo è stata ritraendosi da esso. Per essere un altrettale centro e modello per questo mondo in furiosa trasformazione, se non in disfacimento, la comunità monastica oggi non può ritrarsi da esso, pena la sua scomparsa. «Oggi non è a Roma», afferma con un certo piglio l’autrice, «che bisogna far ascoltare una voce limpida e profetica di giustizia e di pace; è a Washington, alla Banca Mondiale, al Fondo Monetario Internazionale. Sono il sessismo, il razzismo, il clericalismo e il materialismo che soffocano le persone; sono l’elitismo, il militarismo e la nuclearizzazione che spaventano realmente la gente. Ed è il benedettinismo, con la sua attenzione per l’uguaglianza, la voce di tutti, l’assistenza, la pace, i bisogni individuali, il riposo, il lavoro, l’apertura alle cose e l’immersione nello spirito di Dio, che possiede il linguaggio per contrastarli.»

Per essere ancora una volta «una nuova voce nel mondo, un nuovo modello di vita benedettina», le comunità devono individuare nuovi sistemi di «contatto», nuovi modi per condividere con gli altri i frutti della contemplazione. Gli ambiti che Joan Chittister indica sono sei, in una profluvie – mi permetto di osservare – di «dovere» che dà la misura dell’urgenza. I monasteri devono dunque diventare: 1) centri di riflessione sulla fede, riflessione comunitaria e non solitaria, con le ricadute pratiche che ciò comporta («le persone vengono nei nostri monasteri per le celebrazioni liturgiche e poi si uniscono ad altre associazioni quando si tratta di trovare il modo di vivere santamente»); 2) centri di coscienza, coscienza sociale e civile anche («la comunità monastica che si batte soltanto per se stessa diventa ben presto di scarso valore nelle vite degli altri»); 3) centri di sviluppo spirituale, integrati con la società che li circonda (grazie soprattutto alla figura degli oblati e al ruolo dei laici); 4) centri di «servizio pubblico», che assolve anche alla funzione di richiamare l’attenzione su ciò di cui c’è bisogno: se il problema è la povertà e la fame, il servizio saranno pasti caldi; se le escluse saranno le donne, il servizio sarà l’inclusione; se i dimenticati saranno coloro che hanno sofferto un abuso, il servizio sarà l’aiuto psicologico, e così via. «Scopo del chiostro è concentrare la nostra attenzione sulle cose di Dio», quindi anche sulla povertà, sulla violenza, sull’abuso: «Il monachesimo non può essere una scusa per l’inazione».

I monasteri devono essere inoltre 5) centri di dialogo tra diverse fedi, e soprattutto 6) modelli di uguaglianza. E qui i toni dell’autrice decollano, fino a mettere in discussione, seppur con la dovuta discrezione, uno dei cardini della vita monastica. E non mi riferisco tanto all’insistito accento sull’uguaglianza di genere – «non possiamo essere bastioni del sessismo in un mondo nel quale metà della popolazione praticamente non ha voce in capitolo nelle scelte della propria vita» –, quanto all’obbedienza. I monaci non possono più vivere nel mondo come se fossero altrove, quindi «non possiamo più rappresentare un modello autoritario, in nome dell’obbedienza, quando mezzo mondo reclama il diritto di essere incluso nei processi decisionali che lo riguardano»; dobbiamo incentivare atteggiamenti adulti di partecipazione, dobbiamo crescere, dobbiamo abbandonare modelli gerarchici di dipendenza e minorità, «non possiamo concedere nulla alla chiusura in noi stessi in nome della contemplazione, che è in ascolto, ma non pianta alcun seme, non reca alcun frutto, non nutre alcunché». Solo così il monachesimo potrà cambiare, restando se stesso.

(4-fine)

Joan Chittister, Old Vision for a New Age, in A Monastic Vision for the 21st Century a cura di P. Hart, ocso, Cistercian Publications 2006, pp. 89-104.

 

2 commenti

Archiviato in Benedettini / Benedettine, Libri

2 risposte a “21st Century Monastic Man (pt. 4/4)

  1. Nicola

    Un’accozzaglia modernista che contribuirebbe a svilire il ruolo stesso della Chiesa in una dimensione puramente orizzontale e sociale, oltre che politicamente corretta.
    Dio ci salvi da un siffatto pseudomonachesimo

  2. ALEX

    Ottimo commento Nicola

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