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Pépinière au monastère. La Regola di san Fruttuoso (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

La Regola comune o Regola degli abati, ispirata alla Regola di Fruttuoso, secondo alcuni a lui attribuibile, secondo altri specifica per i monasteri doppi (il che la renderebbe molto preziosa), va collocata intorno alla fine del sesto decimo del VII secolo e nonostante la brevità offre molte «particolarità» interessanti. Ad esempio si diffonde con una certa ampiezza sulla categoria dei sedicenti monaci che Benedetto bolla e depreca come sarabaiti e tratta molto più sbrigativamente. Oppure vi si può trovare un capitolo dedicato a «come devono vivere quelli ai quali sono affidate le greggi del monastero»; vi si trovano istruzioni per la convivenza, assai problematica, di monaci e monache; e infine va ricordato che il testo è stato tramandato nei codici insieme con un «Patto», esempio notevole per antichità ed estensione di una formula scritta di professione monastica.

Ma, come dicevo, c’è un capitolo, il sesto, molto curioso e che merita di essere letto per dar conto di un passo della Regola dei monaci di Fruttuoso. Studiosi e curatori lo hanno intitolato Come gli uomini, con le mogli e i figli, debbano vivere in monastero senza pericolo. Eccone la prima metà.

Piacque alla santa regola comune che quando arrivasse qualcuno con moglie o figli piccoli [era dunque una circostanza prevista, forse più che altro perché comunque si verificava, e, come tale, regolata], cioè tra i sette anni, sia i genitori che i figli si diano in potere all’abate, il quale da se stesso, con ogni sollecitudine, disponga ragionevolmente che cosa debbano osservare [decide quindi l’abate, in piena autonomia e con la discrezione che sarà poi sommamente benedettina]: anzitutto non abbiano alcun potere sul proprio corpo [è un modo per estendere loro il voto di castità?], e non si preoccupino del cibo o degli abiti. Né pretendano di possedere ricchezze o case di campagna che un tempo lasciarono [la spoliazione va ancora ribadita; fa sorridere l’unico riferimento alle «case di campagna»], ma vivano in monastero soggetti come ospiti e pellegrini [uno status un po’ vago, soprattutto perché temporaneo]. Né i genitori siano solleciti per i propri figli, né questi per i loro genitori; né s’intrattengano in conversazione comune, a meno che ciò non fosse comandato dall’autorità dell’abate [fin qui, per quanto la situazione sia non proprio stabile, tutto bene; adesso si fanno strada i problemi].

Tuttavia, questi bambini molto piccoli che vediamo trastullarsi con i loro giocattoli, per una misericordia loro concessa [l’immagine di tre o quattro bambini piccoli, seduti sul prato al centro del chiostro, che giocano con bambole di pezza o cavallucci di legno o magari a palla, è per me inedita e notevole], abbiano permesso, quando lo vorranno, di andare dal padre o dalla madre [certo, tutti i bambini, dopo un po’, vogliono la mamma o il papà], affinché i genitori non cadano nel vizio della mormorazione a causa loro [cioè, immagino, a loro volta si lamentino che non possono vedere i propri figli], perché di solito c’è molta mormorazione in monastero a motivo di questi bambini piccoli [qui s’intravede qualcosa di non chiarissimo, non necessariamente legato alle gravi circostanze evocate dalla Regola di Fruttuoso, ma comunque delicato; la chiusa di questa parte del capitolo è infatti molto istituzionale].

Ma siano aiutati da tutti e due i genitori, finché abbiano una certa conoscenza della regola e sempre siano istruiti, in modo che tanto i bambini che le bambine, si sentano spinti verso il monastero che abiteranno.

(2-fine)

Regola comune o Regola degli abati, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014, pp. 161-209.

 

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Un goto di grande forza e coraggio. La Regola di san Fruttuoso (pt. 1/2)

«Se sant’Isidoro di Siviglia è un ispano-romano che legifera nella sua regola con una soave ed equilibrata ponderazione per i monaci di media o bassa ascesi, san Fruttuoso di Braga è un goto di grande forza e coraggio, che impone rigore e decisione generosa senza riserve per darsi alla vita monastica e alla virtù»: bello questo incipit dell’introduzione alla Regola dei monaci di Fruttuoso di Braga, è come un’ouverture che ti dispone allo spirito dell’opera che stai per ascoltare. Che nella fattispecie è una breve regola (24 articoli) data intorno al 646 da Fruttuoso per il monastero che fondò a Compludo – bel posto dimenticato da Dio nei pressi di Ponferrada, nella regione di León. È collegata alle medesime fonti della Regola di Isidoro, insieme alla quale è stata prevalentemente tramandata.

È piena di cose curiose, non ha una vera struttura, la sequenza degli argomenti sembra del tutto casuale e le prescrizioni sono spesso affiancate con dei nessi dei quali sfugge il senso («nessuno tenga per mano un altro, né ad un certo punto se ne vada in qualche luogo senza benedizione»): questo la rende molto interessante. Talvolta il precetto è quanto di più generico: «Il servo di Cristo non deve essere affatto finto, ma veritiero»; altre volte si scende nel dettaglio estremo: «Usino i calzini dalle calende di novembre fino alle calende di maggio». Talvolta la casistica delle colpe sorprende un po’ («chi mente, chi ruba, chi percuote», «se qualcuno fosse stato trovato ubriaco nel cenobio»); altre volte l’abate sembra un sergente istruttore («due volte alla settimana l’abate o il preposito rivolti il letto di ciascuno e frughi bene per vedere se qualcuno vi avesse messo qualcosa di superfluo o di nascosto»). Una volta ci si trova trasportati nel silenzio e nel buio, quasi inimmaginabili oggi, di una notte del VII secolo: «Poi, avviandosi verso il suo dormitorio in sommo silenzio, con atteggiamento raccolto e passo calmo… ognuno raggiunga il suo letto, dove… infine termini la sua orazione, e non ardisca far rumore, o brontolare o scaracchiare fortemente, ma si addormenti, nel silenzio della notte»; un’altra volta un gesto simbolico riacquista tutto il suo significato reale: «Agli ospiti o ai fratelli pellegrini… la sera bisogna lavar i piedi che, se sono in cattive condizioni per il viaggio, devono essere unti con olio».

Le sanzioni, come si ricordava all’inizio, sono dure, e si estendono da ogni specie di privazione alle punizioni corporali («se neppure così si emenderà, sia sferzato molto energeticamente»). Il culmine viene raggiunto per una circostanza di massima gravità, che raramente viene evocata così esplicitamente nelle regole: «Colui che va dietro ai bambini o ai giovani, o colui che fosse sorpreso a baciarli o in qualunque turpe occasione…» Se l’accusa è provata, e gli eventuali testimoni attendibili, il colpevole viene frustato, privato della tonsura, «subirà l’ingiuria di avere il viso ricoperto degli sputi di tutti», messo in ceppi e sbattuto in cella per sei mesi (con solo tre pani d’orzo la settimana); in seguito altri sei mesi di una specie di libertà vigilata e infine reintegrato «sempre sotto la custodia e la sollecitudine di due fratelli spirituali».

Quali bambini, ci si potrebbe tra l’altro domandare, considerato che i monaci non devono «assolutamente andare in alcun luogo tranne che per motivo di necessità». Una risposta può venire dal sorprendente capitolo 6 della Regola comune, un’altra regola di ispirazione fruttuosiana diffusa nella Spagna visigota del VII secolo. Un capitolo che merita di essere letto per esteso.

(1-continua)

Fruttuoso di Braga, Regola dei monaci, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014.

 

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