Oro, argento, inchiostro o acqua (Chiaravalle)

Chiaravalle Milanese, chiostro (foto Potts)

L’ultima visita all’Abbazia di Chiaravalle Milanese l’abbiamo fatta all’inizio dell’anno. Ci andiamo periodicamente, perché è vicina a casa, perché la strada che dobbiamo fare per raggiungerla è molto piacevole e soprattutto per respirare un po’. La campagna, un giro completo della chiesa, il periplo del chiostro, e poi, naturalmente, la Bottega dei Monaci, dove troviamo sempre qualcosa: i saponi, le creme, l’ultimo libro di Mauro Giuseppe Lepori (bello) e le birre trappiste che arrivano dal Belgio e dall’Austria, ma anche dall’Italia (era «appena arrivata» l’unica birra trappista italiana, quella del Monastero alle Tre Fontane di Roma).

Durante la visita non sono mai molto diligente, guida artistica alla mano, osservo e mi pasco, lasciando che il mio «interesse per le cose monastiche» si distenda nel luogo, senza articolarlo in parole, lette o ascoltate o, tantomeno, dette. Questa volta però, davanti all’affresco che sovrasta l’ala sinistra del coro, mi è subito tornata in mente una lettura che avevo fatto, soprattutto perché assai recente. Infatti, il miracolo rappresentato in Angeli che annotano il fervore dei monaci nella preghiera comune (del secondo decennio del ’600) – attribuito dapprima ai grandi decoratori della chiesa, i Fiamminghini (o Fiammenghini), e successivamente a Bartolomeo Roverio – è descritto nel capitolo III del Libro Secondo dell’Exordium Magnum Cisterciense: «Come san Bernardo durante la santa veglia vide degli angeli che stavano ciascuno accanto a un monaco e scrivevano su pergamene quel che salmodiavano».

Chiaravalle Milanese, coro, lato sinistro (foto Potts)

Si racconta che «una volta il padre santo prendeva parte alle Vigilie notturne con quella purezza e devozione che gli era consueta, nota a Dio solo e a lui. Mentre la lenta modulazione della salmodia protraeva le Vigilie, il Signore gli aprì gli occhi ed ecco: guardando, vide degli angeli che stavano ciascuno accanto a un monaco, riportando su fogli alla maniera notarile ciò che ognuno di loro salmodiava, con tanta esattezza da non tralasciare neppure la più piccola sillaba per quanto sbadatamente pronunziata». Bernardo si accorge che l’inchiostro usato dagli angeli per i loro verbali non è lo stesso per ogni monaco: per alcuni è oro, per altri argento, per altri ancora nero, a seconda del grado di passione infusa nel canto; per alcuni, inoltre, «sottratti a se stessi da vani pensieri», l’inchiostro era acqua, e infine, per qualcuno, gli angeli non scrivevano niente: costoro dormivano o erano volontariamente distratti.

Ieri, poi, abbiamo trovato una copia del fantastico libretto di Michele Caffi, Dell’Abbazia di Chiaravalle in Lombardia, pubblicato nel 1843, prima delle ultime massicce demolizioni1. Il volume, tra le altre meraviglie, riporta tutte le iscrizioni presenti all’epoca nel complesso2, con tanto di svolgimento e traduzione. A pagina 49 vi si può così leggere: «La volta del coro è dipinta con angioli e ricchi ornamenti. Sovra poi i sedili… sono pure altri affreschi de’ Fiamminghini. A mano sinistra veggonsi i monaci di Clervaux, che salmeggiano nel loro tempio, e gli angeli presso loro che considerando il diverso fervore de’ salmeggianti, scrivono in un libro con diverse materie ed anche con nulla. Sotto la pittura è l’epigrafe oggi quasi nascosta dai sedili:

 inscrizione 14.

PSALLENTIBVS NOCTV MONACIS CLARAVALLENSIBUS QVIBVSQUE ILLORVM VIDIT

BERNARDVS ASTANTES ANGELOS EORUM PSALMODIAM AVRO ARGENTO ATRAMENTO

AQVA NIHILO PRO SINGVLORVM IN DEO PIETATE NOTANTES.

cioè: “Salmeggiando di notte i monaci di Chiaravalle, ad alcuni di loro vide san Bernardo astanti degli angioli, i quali notavano i loro canti con oro, argento, inchiostro, acqua, ovvero con nulla, secondo il diverso fervore di ciascheduno”».

Giuro che la prossima volta che andiamo a Chiaravalle mi porto dietro il libretto del Caffi.

______

  1. Intendo una copia cartacea, perché il testo in formato digitale si può consultare qui.
  2. «Nel riportare il testo delle epigrafi si è seguita scrupolosamente l’ortografia loro, la disposizione delle linee, la punteggiatura, le abbreviature, le scorrezioni, quali le offre il marmo. Le inscrizioni ormai perdute ed i supplimenti alle mutile si pongono in carattere corsivo minuscolo.»

 

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