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Veronika Peters, «I miei anni in monastero»

IMieiAnniInMonasteroC’è almeno un capitolo interessante all’interno di I miei anni in monastero di Veronika Peters, libro del quale ho stentato a comprendere l’intento. L’ex monaca benedettina tedesca vi racconta la sua esperienza durata dodici anni: le enormi difficoltà per farsi accogliere dalla comunità, il rapporto spesso teso con le consorelle, il passaggio dalla vita di clausura allo studio all’esterno e all’attività di gestrice dello shop-libreria dell’abbazia, e infine l’abbandono del velo e la partenza nella notte, in treno, con un uomo al suo fianco. Al di là della veridicità dei fatti narrati, che come sempre do per scontata, i miei dubbi riguardano soprattutto le motivazioni dell’autrice circa la scelta della monacazione, dubbi che la stessa comunità di professe coltiva a lungo ed esprime soprattutto in occasione dei momenti fondamentali del percorso: l’ammissione, la vestizione e la professione, pronunciata nel 1993, all’indomani della caduta del Muro di Berlino.

E la parte più interessante è proprio la campagna elettorale (l’espressione è usata da una monaca) per il voto che deve decidere se accettare o no la professione. La volontà della novizia benedettina, infatti, non è sufficiente: i suoi voti saranno emessi al cospetto di una comunità, non dell’Ordine in generale, e le future consorelle devono esprimersi a maggioranza. Se l’esito è negativo, la novizia deve cercarsi un altro monastero.

Non è il caso di suor Veronika, che passa con i due terzi dei voti, o anche meno: «Sul pianerottolo, Paula mi si getta al collo. “Tesoro, la maggioranza era maledettamente risicata, ma ora ci sei! Se la badessa non si fosse data da fare così tanto per te, non so cosa sarebbe successo”.» I colloqui che hanno luogo intorno alla votazione sono, nella loro semplicità, molto istruttivi. Ecco, ad esempio, cosa risponde suor Luisa, la giardiniera, alla domanda se vi sia una dimensione politica nell’essere monache: «Il nostro è un piccolo mondo che dobbiamo organizzare con responsabilità. Se la nostra comunità è un modello di fede e di rapporto con gli altri, allora trasmettiamo qualcosa anche agli uomini di fuori che ci cercano per trovare aiuto e guida. Rinunciando al potere, al possesso e ai legami famigliari, radicandoci nella ricerca di Dio, noi trasmettiamo un sergnale che, partendo dall’isolamento del monastero, può ripercuotersi sulla società. Questo ha una dimensione politica? Non mi sono mai posta una simile domanda». Ed è sempre suor Luisa a chiedere all’autrice: «”La vita conventuale richiede un duro lavoro, innanzi tutto con se stessi. Cosa fa lei per migliorare la convivenza?” “Io? Qui sono la più giovane. E, per di più, su di me pende la minaccia dell’espulsione!” “Ciò non la dispensa da nulla.”» «Mangia qualcosa», le dice invece suor Margherita, infermiera e lavandaia, «e, se ti posso dare un consiglio, ricorda che non serve dividere in buoni e cattivi la squadra con cui si vuole trascorrere la vita.»

Quando poi la badessa le accenna le critiche principali che le vengono rivolte, «troppo ingombrante, troppo vitale, spesso scontrosa, inavvicinabile, cocciuta, le manca la capacità di adattarsi», l’autrice commenta: «Una lista di caratteristiche che solo in parte potrei riconoscere come mie». Questa non è certo un’esclusiva della comunità monastica, tuttavia penso che lì assuma una rilevanza più evidente, sino a diventare un postulato: siamo come gli altri ci percepiscono; una comunità presso la quale si fa voto di stabilità perenne rappresenta la definitiva rinuncia alla riserva individuale che si può riassumere in «gli altri non mi capiscono». Ed è qui che si aggancia, anche psicologicamente, la conversatio morum, la conversione dei costumi, che, forse, ancora prima che in nome della fede nell’Altro, anzitutto si attua nella fedeltà all’altro, a quello che si trova lì accanto.

Veronika Peters, I miei anni in monastero, traduzione di A. Melazzini, Bompiani 2008 (ediz. orig. Was in zwei Koffer paßt, «Cosa si mette in due valigie», 2007).

 

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Le Caracciolo Sisters (suor Fulvia e Donna Enrichetta Caracciolo, pt. 1)

Per una curiosa combinazione all’inizio di quest’anno, a distanza di un mese, sono stati ristampati due testi di due monache benedettine che portano lo stesso cognome (non a caso, bisogna dire, e la seconda ex monaca, per la precisione), che ruotano intorno allo stesso monastero (San Gregorio Armeno, a Napoli) e che parlano entrambi, seppur da una prospettiva e in modi molto diversi, di ribellione. Sono ben noti, per lo meno agli studiosi e agli appassionati, e sono divisi da un intervallo di tempo di oltre duecentottanta anni.

Il primo è il Breve compendio della fundatione del monistero di Santo Gregorio Armeno detto Santo Ligorio di Napoli con lo discorso dell’antica vita, costumi e regola che le moniche di quello osservavano et d’altri fatti degni di memoria soccessi in tempi dell’autrice, di donna Fulvia Caracciolo, monica di quello, copre gli anni che vanno dal 1541 al 1579 ed è un documento eccezionale, per le informazioni che dà circa la vita quotidiana di un tipico monastero femminile italiano della metà del Cinquecento e, soprattutto, per le reazioni che registra all’imposizione da parte delle gerarchie ecclesiastiche dei decreti del Concilio di Trento sulle comunità conventuali, in particolare in materia di clausura.

«Si tentava di imporre l’osservanza della clausura, evitando o riducendo al minimo i contatti con il mondo esterno, incoraggiando un’adesione maggiore alla castità, sfuggendo ad atteggiamenti di attaccamento alla vita mondana, astenendosi da pratiche sessuali, contenendo la difesa tenace dei privilegi, frenando un’ambizione smodata a posti e ruoli di prestigio», come dice la curatrice Candida Carrino. E questo perché, in misura tutt’altro che minoritaria, la monacazione era «una soluzione ad un problema sociale»: l’eccedenza di figlie di famiglie nobili, escluse dall’eredità primaria, riservata al primogenito, e non destinate al matrimonio – una dote adeguata non può essere garantita a tutte, dunque: in monastero. La monacazione è una scelta famigliare, che pone certo degli obblighi, ma che non cancella una serie di diritti acquisiti per discendenza nobiliare. «L’aristocrazia del tempo non riusciva ad accettare l’idea che i monasteri non potevano più essere dei luoghi dei quali avere la piena gestione e disponibilità per la collocazione delle figlie e delle nipoti».

Non si può più uscire, per visitare i parenti o per ristoro, non si può più cantare per diletto, non si può più ricevere visite, disporre dei propri beni e nemmeno «fare cose di zuccaro, saponetti et altre cose di cocina a diverse persone». Alcuni monasteri, poi, vengono addirittura chiusi e accorpati, producendo esodi di tonache spesso travagliati.

Le monache sono esterrefatte, abbattute, irritate, e suor Fulvia ci restituisce le loro voci. Non capiscono la necessità della riforma («la quale cominciò con la parte più debole et impotente, che siamo noi altre donne et moniche», il corsivo è mio) e soprattutto non comprendono perché le cose non possano essere come prima, perché tocchi proprio a loro: «E quando tra di noi stesse consideravamo il tanto peso et gravezza di coscienza che ne haveva d’apportare questa professione et che le molte robbe da noi acquistate si havevano da lasciare senza che potessimo essere padrone di un un carlino, le case dai nostre antecessore edificate con tanto nostro commodo si havevano da diroccare, ne accresceva tanto la pena, che non si poteva fare altro che piangere amaramente, poiché niuna si ricordava, né haveva inteso dire che questo nostro monistero fosse stato di altro modo et ai nostri tempi solo venivano tante mutazioni».

(1-continua)

Le monache ribelli, raccontate da suor Fulvia Caracciolo, a cura di C. Carrino, Intra Moenia 2013 (ma vedi anche Adriana Valerio, Carche di dolore e bisognose d’aita. Le memorie di Fulvia Caracciolo, Fridericiana Editrice Universitaria 2012, che non ho potuto ancora consultare).

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«Una nuvola non si forma senza brezza»

Si può dire, magari semplificando un po’, che prima delle Regole vengono le raccolte di sentenze, come prima dei cenobiti, sempre semplificando, vengono gli eremiti. L’esigenza di fissare norme strutturate emerge, comprensibilmente, quando il monaco solitario si unisce ad altri per formare una comunità («Mentre l’eremita non ha bisogno della regola, bensì della “parola” o sentenza, il cenobita è sottoposto alla regola», scrive Gregorio Penco). E se le Regole incorporeranno comunque buona parte di quanto messo a punto nelle raccolte di sentenze (come fa anche Benedetto), tali regole, a loro volta, hanno precedenti illustri «all’interno di una tradizione letteraria ben definita»: il genere sapienziale, da Esiodo, a Solone, a Teognide, fino a Marco Aurelio ed Epitteto.

Ho letto recentemente quattro esempi notevoli di queste raccolte in un volume curato da Lucio Coco, che accorpa il Discorso sull’ascesi di Basilio Magno, le Sentenze di Isaia di Scete, l’Esortazione ai monaci di Iperechio (del quale «non si sa niente») e La legge spirituale di Marco l’Eremita. Ai Padri del deserto, e ai loro testimoni, piacciono e tornano utili le frasi brevi, i proverbi, gli aforismi: si ricordano bene, si meditano meglio, agevolano l’insegnamento. E a me piacciono perché vi trovo conferma del valore di protopsicologia di tante scritture monastiche. Nel passaggio dal pensiero classico a quello cristiano sono talvolta evidenti gli innesti puri e semplici, altre volte delle specie di traduzioni o adattamenti. C’è ad esempio un detto molto semplice di Marco l’Eremita che recita: «Non pensare o fare niente senza uno scopo. Chi infatti cammina senza uno scopo faticherà inutilmente» (54); alcuni codici lo riportano con questa variante: «Non pensare o fare niente senza aver in Dio il tuo scopo…».

Sono pensieri di uomini di fede, certo, cristiani, che guardano alla salvezza dell’anima, ma qui e là emergono, quasi involontariamente, osservazioni di cui si intuisce bene la radice più antica, e che colpiscono per la luce limpida che gettano su meccanismi di pensiero che transitano immutati le epoche (d’altra parte sono proprio i «pensieri» uno degli oggetti principali della meditazione dei Padri).

«Monaco, non mostrarti duro; ricorda che nessuno che sia duro ha potuto resistere» (Iperechio, 74; solo il monaco?). «Meglio mangiare carne e bere vino che mangiare le carni dei fratelli con la calunnia» (Iperechio, 138). «Non dire: “Ciò che non voglio mi capita lo stesso”. Sicuramente se non quella, tu ami le cause di quella cosa» (Marco l’Eremita, 143). «C’è chi recide una passione per un piacere più grande e viene celebrato da coloro che ignorano il suo scopo. E forse anch’egli ignora che si sta sforzando inutilmente» (Marco, 101). «[Disse ancora:] Sono simile a un passero, che un fanciullo ha legato per le zampe; se si molla il filo, subito si alza in volo credendo di essere stato liberato, ma se il fanciullo lo tira giù, lo riporta indietro. Così vedo me stesso. Dico questo perché uno non deve smettere di darsi pensiero fino all’ultimo respiro» (Isaia di Scete, 8, 3). «Quando senti che pulsioni soggiacenti in noi assumono consistenza e sollecitano la passione nella mente che se ne sta quieta, sappi che è la mente [stessa] in un momento precedente che le ha suscitate, le ha rese concrete e le ha messe nel cuore» (Marco, 180).

In fondo «una nuvola non si forma senza brezza e vento, e una passione non si genera fuori dall’intelletto» (sempre lui, Marco l’Eremita).

Sentenze spirituali, a cura di L. Coco, Città Nuova 2011.

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Carlo Maria Martini e Viboldone (pt. 2)

Umile fedeltà quotidiana(la prima parte è qui)

Il documento più interessante è, forse, il testo che registra l’incontro tra le monache e il cardinale a conclusione della visita canonica del luglio 2002, l’ultima, poiché riporta anche alcuni interventi delle monache. È un incontro informale, credo voluto proprio da Martini («Avete visto che c’è qualche mutazione nell’ordo della chiusura della Visita. Di solito la Visita veniva conclusa con una relazione del vescovo e firmata poi qui e questa relazione era sempre un po’ piuttosto ingessata, quindi lasciava un po’ così, non del tutto soddisfatti»), attraversato da una profonda gratitudine reciproca, ma dal quale non sono tuttavia espunti i problemi più gravi.

La badessa, introducendolo, non dimentica, ad esempio, le ansie per gli abbandoni e per il «rimanere in pochi», o la necessità di «vigilare contro una malintesa autosufficienza del monastero». Il cardinale risponde con un ampio discorso per punti, che prende le mosse, dopo i ringraziamenti al padre visitatore, proprio dagli abbandoni (con una citazione dal Vangelo di Giovanni: «Il tralcio che porta frutto [il Signore] lo pota perché porti ancora più frutto», e più avanti con una frase molto diretta: «Talvolta è meglio un noviziato vuoto che una presenza che destabilizza l’equilibrio comunitario») e si allarga poi al tema delle prove cui non dobbiamo sottrarci e a quello dei sentimenti.

Senza prove non si dà pazienza, e senza pazienza non si dà integrità, e le prove sono le cose concrete che ci capitano, che non capiamo o che vanno contro i nostri desideri, non è un discorso astratto: «Siamo sempre pronti ad accettare tutte le prove, eccetto, però, quelle che ci vengono. Tutte le altre le immaginiamo e va bene; sì quella prova e quell’altra, ma questa proprio no!»

Martini cita poi un libro di un neurochirurgo tedesco che sta leggendo – che ribadisce scientificamente la convivenza di molti Io nella psiche di un individuo – e ammette di esserne stato messo in crisi. La strada per neutralizzare questa esplosione del soggetto è quella appunto dei sentimenti, «perché sono i sentimenti che ci muovono». «Ma ha molta importanza, allora, mettere ordine in ciò che sentiamo e questa è la grande scuola spirituale che parte dai Padri del deserto. Mettere in ordine nei nostri sentimenti è la cosa più difficile, ma la più importante… e ci vuole una vita intera.» Il cuore umano è insondabile («Dio solo ci capisce», dice il cardinale; non del tutto, e per il momento, azzarderei io), ma i suoi pensieri no, e possono essere, e vanno, coltivati, puliti, messi in  ordine, ogni giorno – e su questo anche il puro positivista può concordare.

Un’ultima nota, anzi due. La prima per il cardinale che guarda fuori del finestrino dell’aereo: «A tutte queste visite che ho fatto c’è da aggiungere tutte le volte che vi ho benedetto dall’aereo arrivando qui [a Milano]: stando sulla sinistra dell’aereo vedo il campanile e invio la benedizione su di voi dall’alto».

La seconda per l’onestà di s. Maria Franca, che, negli interventi finali delle consorelle, sembra quasi non trattenersi: «La nostra comunità è sempre stata un po’ diversa dalle altre, perché non siamo fatte con lo stampino e questo comporta un po’ di disagio per accoglierci come siamo. Lei ci ha dato anche molti stimoli con la sua parola alla Chiesa di Milano, cercando un’apertura; però siamo molto in difficoltà».

(2-fine)

Un’umile fedeltà quotidiana. Parole come benedizione: il vescovo Carlo Maria Martini alla comunità monastica, a cura di M.I. Angelini, prefazione del card. A. Scola, Edizioni Viboldone 2013.

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Carlo Maria Martini e Viboldone (pt. 1)

Umile fedeltà quotidianaMaria Ignazia Angelini ha recentemente curato (con «trepidazione») un bel volume che raccoglie gli interventi di Carlo Maria Martini, quando era arcivescovo di Milano, rivolti alla comunità monastica benedettina di Viboldone, di cui è badessa dal 1996. Si tratta di testi, scritti o pronunciati, che vanno quindi dall’aprile 1990 (un primo colloquio conoscitivo, due mesi dopo l’insediamento) al luglio 2002 (il documento conclusivo della visita canonica, quando già era stato nominato il successore); per lo più omelie, in occasione di celebrazioni, ricorrenze o professioni solenni, che tornano con insistenza su temi monastici, sia di carattere generale, sia legati al ruolo svolto da un monastero nella chiesa contemporanea, e in particolare nella diocesi di una grande città.

Sono un documento molto significativo, anzitutto perché sono parole intime e non pubbliche, segno di un dialogo concreto tra due entità precise: un vescovo e una comunità di monache, uomini e donne di fede che parlano tra loro; inoltre perché anche un lettore che non ha «nessuna metafisica, un puro positivista» (per usare parole del cardinale) non può non essere colpito dal garbo, dalla discrezione e dai sentimenti amorosi di tale dialogo.

La cautela con cui il cardinale si rivolge alle monache, affrontando qualsiasi argomento, dal senso di una professione solenne all’importanza del lavoro manuale, dalla cura delle anziane alla necessità di limitare l’uso del parlatorio, è seconda soltanto alla precisione con la quale i testi citati dalle Scritture (la Parola) vengono esplorati per trarne riflessioni, indicazioni, speranze. Ho detto «cautela», ma mi verrebbe da usare «circospezione» per definire il modo in cui Martini affronta i vari temi, come se ritenesse di essere sempre e soltanto ai preliminari (cosa che peraltro forse di potrebbe dire della vita terrena di un cristiano: un preliminare, «qui allora noi compiamo qualcosa che avrà la sua spiegazione nell’eternità: là capiremo il senso di ciò che oggi viviamo»), senza per questo tirarsi indietro quando occorre essere chiari o comunque prendere una decisione.

Oltre alla memoria ininterrotta della Parola (una «tenace fedeltà»), «il segno della comunità religiosa deve essere segno che la comunità è possibile, che il perdono è possibile, che la ricostituzione dell’unità è possibile», dice il cardinale, ed è un punto sul quale ritorna spesso, individuando in esso, forse, lo specifico più attuale della comunità monastica: «Questo è il compito altissimo, potremmo quasi pensarlo utopico: come è possibile vivere in tanti insieme ed essere un cuor solo e un’anima sola con tutte le differenze che ci sono tra noi, con tutte le piccole conflittualità che attraversano la vita quotidiana?», e ancora: «Occorre mostrare la possibilità di una comunità alternativa, cioè di una comunità che non si separa dagli altri».

E ancora, e qui Martini cita Basil Hume, quasi accettandone il punto di vista, se così posso dire, ancor più riduzionista: «”Noi non ci comprendiamo come gente che ha una particolare missione o funzione nella Chiesa. Noi non ci proponiamo di cambiare il corso della storia: noi siamo unicamente là, in modo quasi accidentale dal punto di vista umano e felicemente continuiamo a essere semplicemente là”. Questo mi pare interessante per dire che anche l’idea di chissà quale missione, a un certo punto va corretta. Ci siamo, siamo lì: viviamo, preghiamo, siamo lì e questo è ciò che siamo e vogliamo essere volentieri…»

(1-continua)

Un’umile fedeltà quotidiana. Parole come benedizione: il vescovo Carlo Maria Martini alla comunità monastica, a cura di M.I. Angelini, prefazione del card. A. Scola, Edizioni Viboldone 2013.

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Notker Wolf, «Imparare dai monaci»

Notker_Wolf«Molti sanno che suono la chitarra elettrica. A volte sono “l’abate che ama gli AC/DC”, a volte “il monaco che suona il rock”. E quando sono sul palco con la mia band [un corsivo commovente] Feedback, in abito talare e con la mia croce al collo, noto non raramente dei volti increduli.» Non è proprio una frase che ti aspetti di trovare nel libro dell’abate primate della Confederazione benedettina. Sapevo delle passioni musicali, non soltanto rock, dell’abate Wolf, peraltro documentate, ed ero curioso di leggere qualcosa della sua ampia bibliografia.

Imparare dai monaci, sia detto senza riprovazione, è un’interessante operazione di marketing, ben condotta, con stile e sostanza; non sorprendente, considerando il ruolo internazionale del suo autore. Saldamente legato come ogni benedettino al suo monastero, Sant’Ottilien, in Baviera, Notker Wolf (nato nel 1940 e primate dal 2000) risiede da anni a Roma, viaggia, parla, ascolta e scrive molto, e incontra molte persone, in ogni continente, religiose e no. Le sue parole scritte hanno un tono leggero, aperto, fiducioso; nonostante il titolo, la sua non è una lezione, bensì una gentile e simpatica pubblicità progresso: «La Regola benedettina dà buoni risultati da 1500 anni e oggi nel mondo vivono circa 25.000 benedettini e benedettine secondo questa Regola. Porgiamo insieme l’orecchio, cerchiamo e scopriamo cosa dai monaci – naturalmente anche dalle monache e sorelle – possiamo imparare».

Tre parti: cosa possiamo imparare in rapporto a noi stessi, alla comunità di cui facciamo parte, al mondo in cui viviamo. La formula funziona molto bene, e anche questo non sorprende se si ha presente la straordinaria caratteristica della Regola di san Benedetto – che è pur sempre un testo normativo – di unire l’assoluta limpidezza riguardo agli scopi (anzi, allo scopo) a una formidabile duttilità pratica. Le categorie della vita monastica benedettina si prestano con facilità a essere declinate per le cosiddette inquietudini dell’individuo comune contemporaneo, assillato, strattonato, stanco e stressato, e l’abate primate non è il primo a cimentarsi con il tema, ma è bravo a tenersi lontano da certi deliri della manualistica self-help, pur costeggiandone i lidi. Soprattutto è ironico e molto abile a trovare le immagini e i parallelismi giusti per rendere attuali ed evidenti certi concetti. Mi ha fatto sorridere ad esempio la similitudine tra McDonald’s e l’Ordine benedettino: il menù è uguale dappertutto, magari con qualche lieve variazione locale, «dai benedettini funziona in modo simile: anche noi abbiamo aperto in tutto il mondo le nostre filiali, quasi come il sistema di franchising, con la Regola di Benedetto alla mano»; oppure la riscrittura aggiornata del famoso brano di Evagrio sul demone meridiano: «Tornavo dal pranzo, mi volevo sedere di nuovo alla scrivania e buttare giù un paio di idee per questo capitolo. Ho guardato fisso lo schermo del computer. Niente. Ho preso degli appunti. Niente. Svogliatezza. Mi sono guardato intorno, ho visto l’enorme cumulo di mail stampate a cui dovevo ancora rispondere, ho pensato alla lezione che avrei tenuto domani e dopodomani quell’altra. Lentamente sono scivolato nell’autocommiserazione e nell’irritabilità…»

Sia chiaro, l’ironia e la leggerezza non impediscono all’abate di pronunciarsi anche su questioni di rilievo etico e sociale, quelle che ci si può aspettare, con un generale atteggiamento di comprensione e speranza, di ecumenismo, che merita rispetto: «Non si può tornare indietro: dobbiamo osare, convivere, cooperare ed essere qui l’uno per l’altro». Certo che quando scatta la citazione di Pulp Fiction, del Bayern, o di quel «purè di radici di manioca che mi è rimasto sullo stomaco per tre giorni», è la simpatia che prevale.

Notker Wolf, Imparare dai monaci (2009), traduzione di M. Susini, Edizioni Dehoniane 2013.

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«Che male c’è?»

Sto leggendo con grande piacere gli Esempi e parole dei santi Padri teofori di Paolo Everghetinós, per la precisione il primo volume, dei quattro previsti, da poco pubblicato dalle Edizioni Scritti Monastici dell’Abbazia di Praglia, per la cura di M. Benedetta Artioli. È un’«amplissima antologia di… indicazioni spirituali concrete» redatta intorno al 1050 dal monaco bizantino Paolo, fondatore del monastero della Madre di Dio Benefattrice, presso Costantinopoli, e che finì con l’essere identificato con la sua opera; ebbe larghissima diffusione manoscritta, successivamente s’inabissò, per poi riemergere nel 1783, a Venezia, con la prima edizione a stampa a cura degli stessi editori della Filocalia. Alla quale Filocalia può essere accostata, a un livello decisamente più pratico: cosa deve fare un giovane monaco che voglia progredire sulla via della virtù? I dubbi e le domande che possono sorgere sono infiniti, e Paolo vi dedicò un altrettanto infinito prontuario di risposte, ordinate per argomento, traendolo senza scopi filologici, bensì puramente pedagogici, dalle opere e dalle testimonianze dei Padri del deserto e di altre autorità riconosciute, come dice il titolo originale che merita di essere riportato: Everghetinós, ovvero Raccolta delle parole ispirate e degli insegnamenti dei santi Padri teofori, raccolti da tutti i loro scritti ispirati, disposti in modo semplice e utile dal santo monaco Paolo, soprannominato Everghetinós.

Credo che la leggerò tutta perché, come dicevo, la lettura è molto piacevole e si ripassano pagine importanti del monachesimo delle origini, che trasudano di riferimenti alla vita quotidiana di anacoreti e comunità. Il motivo di questa prima tappa, tuttavia, è un altro, è l’Argomento 15: «È necessario che quanti hanno rinunciato al mondo non abbiano rapporti con i parenti secondo la carne e non abbiano attaccamento per loro». Una manciata di testi che sviluppano il tema della xenitía (l’essere stranieri a questo mondo) in riferimento ai rapporti di parentela: oggi suonano durissimi, per non dire feroci, ma forse anche allora, per quanto coerenti, suscitavano per lo meno qualche tentennamento.

Mi pare lo dimostrino in particolare alcune frasi e atteggiamenti delle donne, madri e sorelle, che alla fine comprendono la scelta di figli e fratelli, ma che in un primo momento esprimono il proprio sconcerto con accenti toccanti. Come la sorella di Pior, che «già vecchia, saputo da qualcuno che il fratello era ancora in vita [dopo cinquant’anni che se n’era andato], quasi impazziva dal desiderio di vederlo»; o la sorella di Pacomio che bussa al monastero chiedendo di vederlo e si sente rispondere dal portinaio mandato dal fratello: «Ecco, hai saputo di me che sono vivo. Vattene, dunque, e non rattristarti se non ti vedo», se vuoi ti faccio costruire qui una cella dovre potrai salvarti, eccetera, «ricevuta questa risposta, la sorella si mise a piangere, poi, presa da compunzione…»; o la madre di Teodoro che, ricevuto dal figlio il rifiuto di incontrarla, si ferma presso il monastero, unendosi alla comunità femminile e «pensando che certamente, se era volontà di Dio, lo avrebbe visto con gli altri fratelli e, grazie a lui, avrebbe guadagnato la sua anima» (e il commento è assai indicativo: «Così bisogna che, quando sopravviene qualcosa di austero a gloria di Dio, per quelli a cui capita divenga occasione di profitto, anche se appare un po’ penoso», e direi!).

C’è poi la madre di abba Poemen, chiusa fuori dalla chiesa: «Che io vi veda, miei amati figli!» Poemen, con i fratelli, non molla: «Perché, vecchia, gridi così?» Perché!? «Voglio vedervi, figli! Che male c’è se vi vedo? […] permettetemi di vedervi appena un momento». Già, che male c’è? Il braccio di ferro si conclude con la promessa del figlio: «Vuoi vederci qui o nell’aldilà? … Se ti sforzi per non vederci qui, di là ci vedrai».

E infine la madre di Simeone lo Stilita, «che ancora recava profondamente nelle viscere il naturale fuoco dell’affetto, [e] non potendo in altro modo spegnere questa fiamma, se ne andò da quel figlio che viveva nella carne come se non avesse carne». L’anacoreta rifiuta di incontrarla: tratteniamoci, serbiamo il nostro incontro «per il secolo futuro», se saremo graditi a Dio. La madre non capisce (più esattamente, il suo amore non le permette di capire) e insiste, Simeone allora, tutto rigido, le fa la lezione ma infine acconsente: «Dio ha giudicato che, tra poco, io ti veda». «La madre, dunque, ricevendo questa dolcissima e desideratissima promessa ne ebbe l’anima sollevata e con queste speranze riprendeva coraggio e gioia, ed era tutta proiettata nel futuro, quasi vedesse il figlio presente, lo abbracciasse, lo stringesse, e le sembrava di sentirne la voce.» Ma… «ma in quel mentre, così si misero le cose: all’improvviso la madre giunse al termine della sua esistenza». L’anima di lei è salva, e anche la virtù di Simeone, e persino l’onore, perché lo Stilita si avvicina infine al cadavere della madre e «la contemplò, come aveva promesso». No comment.

Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, pp. 129-139.

 

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«Voci dal chiostro», di Pasquale Maffeo

Voci dal chiostro«Siamo come cartelli stradali che indicano al mondo quale sia la vera mèta da raggiungere, che cosa abbia veramente valore, per che cosa sia il caso di giocare l’esistenza.» Messi da parte preventivamente le perplessità e i dissensi che in un lettore come me provocano frasi come questa, bisogna dire che il volume di Pasquale Maffeo rappresenta un’occasione limpida per conoscere, come promette il titolo, le voci, i pensieri e i sentimenti di alcune monache di clausura. Il libro raccoglie infatti, senza filtri né manipolazioni, le risposte a un questionario di dodici domande diffuso dall’autore per via telematica presso quindici comunità monastiche italiane di ordini e congregazioni diversi. «Estratti di cronaca di un altro pianeta», li definisce, ma più che le informazioni contenute nelle risposte – non sono poche le testimonianze del genere a disposizione –, mi ha interessato la differenza di tono, di atteggiamento, di articolazione e stile.

Le domande proposte coprono molti temi: oltre a una generica richiesta di indicazioni concrete sul monastero, si va dalla vocazione al rapporto tra clausura e mondo esterno, dallo spirito della regola alla santità, alla giornata tipo, dal rapporto con Dio a quello con Internet. E le risposte sono lunghe, molto lunghe o anche telegrafiche; alcune hanno il sapore di formule messe a punto da tempo, mentre altre sembrano sgorgate sul momento; alcune dispiegano il consueto armamentario di immagini astratte, altre sono assai concrete; alcune sono per così dire collettive e altre individuali; alcune comunità ne escono francamente un po’ impettite, altre molto più distese; di alcune comunità si sente la struttura, di altre lo slancio; in alcune risposte affiora la rivendicazione, per non dire il monito, in altre la serena illustrazione di un modo di vivere e di sentire. Differenze, cosa che non stupisce in effetti, ma la loro emersione va ascritta a merito del libro, e al modo scelto per sollecitare e raccogliere gli interventi.

Ci sono anche tratti unificanti, e non potrebbe essere diversamente. La relazione sponsale con Gesù, la gioia e la contemplazione, il mistero della chiamata, la preghiera come riparazione, l’adesione al magistero della Chiesa, quella particolare torsione grazie alla quale l’essere «fuori dal mondo» è vissuto addirittura come un maggiore radicamento in esso, un autentico «rientro». Ho dovuto tenere a bada la voglia di ribattere soltanto davanti alle risposte riunite sotto la rubrica «Clausura e mondo “senza fede”», poiché vi ho trovato il solito dito puntato in maniera sommaria contro il soggettivismo e l’«efferato rifiuto della fede», ma è vero anche che le posizioni sono sfumate. «Nel silenzio del monastero si impara ad accogliere nel cuore anche il silenzio di fede dei nostri fratelli e sorelle che pensano di fare a meno di Dio»: un giorno sarei sbottato, oggi non più, e non perché abbia dubbi o mutato parere, tutt’altro, bensì perché apprezzo la formulazione discreta.

E infine mi piace quando in mezzo a tante parole dallo stile nel complesso molto sorvegliato e comprensibilmente trattenuto, sfugge l’avverbio che strappa un sorriso: «Alle 13.15 suona la squillante campanella del refettorio, finalmente c’è il pranzo».

Pasquale Maffeo, Voci dal chiostro. Monache di clausura raccontano, prefazione di M. Beck, Àncora 2013.

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Andrea Carobene, «Diario di un monaco del XXI secolo» (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Il capitolo del libro di Andrea Carobene forse più riuscito è il quarto, «IV settimana di Avvento», che prende le mosse da questa affermazione: «Credo che la fisica, quella che va sotto il nome di “teoria delle stringhe”, sia oggi lo strumento più potente per percepire le vibrazioni di Dio nell’universo. Credo che questa teoria, ancora da dimostrare e da verificare, ci possa davvero illuminare su cosa aveva in mente Dio nel creare l’universo. È la fisica di oggi la preghiera più potente che sta svelando il pensiero di Dio sul cosmo». Dopodiché l’immaginario «fisico e certosino» torna sull’«esperimento delle due fenditure», sulle relative considerazioni di Feynman e sulla conclusione: è impossibile la certezza, è certa la probabilità. «Oggi la scienza dice che, data una certa particella, non si può dire se questa passerà dalla fenditura A o dalla B. Si può però dire, su 10.000 particelle, quante passeranno dalla fenditura A e quante dalla B». Questa impossibilità non è legata a un difetto di conoscenza, è bensì intrinseca alla «natura delle cose», e «il determinismo della fisica classica si è spostato dal comportamento della singola particella al comportamento di un insieme di particelle le cui probabilità variano seguendo le leggi della fisica».

Il passaggio dalla certezza della probabilità all’impossibilità della singola previsione, mi pare di aver capito, coincide con l’osservazione del fenomeno, e si porta dietro la questione  delle «storie possibili» e degli universi alternativi aperti dalla meccanica quantistica. «A ogni lancio di un fotone, l’universo si biforca… Due universi per ogni scelta, per ogni decadimento: due porte che conducono a due mondi radicalmente differenti», Carobene richiama qui per analogia le due porte del Deuteronomio (30:15-16): a ogni momento ci troviamo di fronte a biforcazioni  possibili delle nostre esistenze, piccole e meno piccole, e le scelte fatte si stratificano, influenzano quelle ancora da compiere, «il passato non si dimentica ma si attualizza nel presente, allo stesso modo con il quale la scelta di una particella di entrare o passare per una delle due fenditure diventa quasi vincolante per quelle che seguono». Nulla passa senza lasciare traccia, e il monaco scienziato addita come simbolo supremo di ciò le piaghe di Gesù Cristo, simbolo di tutte le ferite della storia, quella minuscola e quella maiuscola, e che si chiuderanno soltanto alla fine.

Carobene prosegue il suo discorso passando in rassegna il «principio di minima azione», i «diagrammi di Feynman» e la funzione d’onda, esplorando le relazioni tra previsione di un fenomeno, sua probabilità e suo effettivo accadere, per approdare infine alla cruciale antitesi tra ordine e caso. Già, la domanda di sempre, principio ordinatore o pura combinazione? Durante la lettura ho annotato parecchie volte a margine il mio dissenso, che tuttavia mi pare irrilevante e spesso contraddittorio. Semplicemente non frequento queste analogie avventurose, che mi sembrano rientrare più nel campo dei «giochi verbali». Tali giochi sono tutt’altro che vani e sono parte di quello che forse è il nostro essere, ma mi piace esplorare, come in un esperimento mentale, la possibilità di un tranquillo rifiuto della cosiddetta «sete di infinito», che l’autore, e non soltanto lui, connette alla ricerca scientifica. Nel mio tempo a scadenza altri universi non sono dati (a stento è dato questo), l’idea di spazi a 26 dimensioni è una frase su un foglio e Achille sorpassa la tartaruga in una frazione di secondo. Non è un rifuto ideologico, è soltanto un’ammissione di incapacità, un tentativo.

Forse non c’entra molto, ma mi viene comoda per concludere una citazione di Fernando Pessoa (fresca perché è stata una rilettura contemporanea): «Risolviamo bruscamente, con il sentimento, i problemi dell’intelligenza, e lo facciamo per la fatica di pensare, oppure per la timidezza di trarre  conclusioni, o per l’assurda necessità di trovare un appoggio, o per l’impulso gregario di far ritorno agli altri, alla vita. Perché non possiamo mai conoscere tutti gli elementi di una questione, non la potremo mai risolvere. Per raggiungere la verità ci mancano dati sufficienti, e processi intellettuali che esauriscano l’interpretazione di quei dati».

(2-fine)

Andrea Carobene, Diario di un monaco del XXI secolo, Città Nuova 2013.

 

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Andrea Carobene, «Diario di un monaco del XXI secolo, fisico e certosino» (pt. 1)

Visto, preso, letto. Anche se la probabilità (o forse il desiderio) che la premessa del libro fosse vera era molto bassa sin da principio, il tenore della nota biografica dell’autore, una ricerca in rete e una esplicita richiesta alla casa editrice l’hanno azzerata. D’altra parte, come resistere a un titolo del genere? A un incipit che recita: «Sono diventato monaco per immergermi nell’infinito, ma mi sono perso… Sono un certosino, ed ero un fisico»? Va detto che un vero monaco probabilmente non avrebbe mai pubblicato così un tale volume, i certosini e le certosine sono noti per firmare opere, traduzioni e curatele con la formula «a cura di un certosino».

L’operazione di Andrea Carobene è tuttavia interessante: immaginare che un ricercatore di fisica delle particelle a un certo punto si faccia monaco e, su invito del padre superiore, provi a illustrare la continuità che può sussistere tra i due campi di esperienza. Esperienza di conoscenza, che è l’intento principale del volume; esperienza emotiva, che è l’impressione che ne ho ricavato io. Il ponte tra i due campi mi è parso, infatti, affidato al sentimento, di meraviglia e di mistero, più che allo sfumare delle conseguenze di alcune teorie scientifiche, dei loro paradossi e dilemmi, nelle elaborazioni del pensiero teologico e nei territori della fede. Ho sempre avvertito un salto logico tra un tipo di discorso e l’altro, il ponte per me è interrotto, ma questo, come si suol dire, è un problema mio, e delle mie limitazioni, in un campo e nell’altro.

Il volume, che ha la forma di un diario che segue i tempi liturgici di un anno, alterna l’esposizione divulgativa e ben fatta di varie questioni scientifiche a riflessioni, spesso di tono ispirato, sui principi e sui misteri della fede. Il ripasso prevede la matematica degli infiniti, e del transfinito, di Cantor, i paradossi di Zenone e le particolarità di √2; gli studi sulla luce e l’«esperimento delle due fenditure di Feynman»; Rutherford, Bohr e il modello atomico; la meccanica quantistica e le «storie» e i diagrammi di Feynman»; la funzione d’onda, l’equazione di Schrödinger (che «è considerata una delle più belle di tutta la fisica e costituisce un monumento all’intelligenza umana») e le relazioni di Heisenberg; e infine la teoria dei mondi possibili e la teoria, anzi le teorie delle stringhe, cui è dedicato ampio spazio (e che, ci ricorda l’autore, chiamiamo così in virtù di un clamoroso anglicismo, trattandosi più correttamente di strings, cioè corde).

Non mi avventuro al di là di questo elenco (con la divulgazione scientifica mi capita sempre così: grande entusiasmo e impressione di capire, seguiti da incapacità di ripetere), mi limito a dire che Carobene deriva in modo non banale da ogni esposizione scientifica considerazioni circa la posizione dell’essere umano nell’universo, i limiti del suo pensiero, l’interconnessione dei fenomeni, l’impossibilità di aderire a un puro determinismo (Laplace confutato dalla meccanica quantistica), il bisogno di spiegare e la sete di infinito. È la scienza più avanzata che ci spingerebbe alla fede, nell’atmosfera rarefatta delle equazioni e dei modelli più sofisticati si può compiere il passo decisivo verso Dio e verso l’unicità di ogni singola esistenza. Il comportamento probabilistico delle particelle – la loro «memoria», il loro «annusare» – è quanto di più simile a noi.

(1-continua)

Andrea Carobene, Diario di un monaco del XXI secolo, fisico e certosino, Città Nuova 2013.

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