«Nei monasteri fiorentini» (pt. 1)

Francesco Botticini,"Santa Monica circondata dalle suore agostiniane" (1470; Firenze, Chiesa di S. Spirito, part.)

Francesco Botticini, “Santa Monica circondata dalle suore  agostiniane” (1470; Firenze, Chiesa di S. Spirito, part.)

Ho accennato qualche tempo fa a un libro che mi è piaciuto molto: Nei monasteri fiorentini di Enrica Viviani della Robbia. Pubblicato nel 1946 da Sansoni, nei piani doveva essere il primo di una serie ed era nato dallo spoglio delle «carte dei monasteri soppressi conservate all’Archivio di Stato di Firenze». L’autrice, discendente di una storica famiglia fiorentina di origine trecentesca, giocava a suo modo in casa, annoverando tra le sue antenate anche una Pietra d’Andrea Viviani Gennaj (poi della Robbia) che era stata tra le cinque «nobilissime matrone» che avevano fondato il monastero di San Giovannino delle Cavalieresse di Malta e ne era stata la prima Commendatrice nel 1391.

L’intento dichiarato del volume è restituire, anche con larghezza di citazioni, lo spirito della vita quotidiana delle numerosissime comunità di monache che costellavano Firenze in età medioevale e moderna, seguendo le cronache dei Libri di Ricordanze e cercando di andare al di là delle immagini e dei pregiudizi consueti (un merito che anche la storiografia recente riconoscerà a Enrica Viviani). Sì, numerosissime: «I conventi femminili nel Cinquecento erano 45, nella sola Firenze, senza contare quelli dei dintorni (un complesso di 4340 suore), ma nel Seicento salirono a 63».

Il risultato è un pozzo senza fondo di informazioni, storie, aneddoti, nomi, curiosità; ma prima di procedere devo confessare, soprattutto a me stesso, il perché di tanta passione, che mi ha spinto addirittura a recuperare una copia cartacea presso una libreria antiquaria. Lo ammetto, ho letto  Nei monasteri fiorentini con lo stesso piacere di pura evasione che un appassionato di fantasy nutre quando s’imbatte in una saga particolarmente riuscita. Mi è piaciuto perché è scritto in un bell’italiano antiquato, mi è piaciuto perché ho condiviso la stessa curiosità dell’autrice a ogni scoperta, mi è piaciuto perché contiene il Tempo, mi è piaciuto perché «sfogliando le carte dei vecchi monasteri, la cosa che ci colpisce maggiormente, forse perché in così assoluto contrasto con i tempi che stiamo vivendo, è il senso di stabilità che le anima, la sicurezza in una continuità che nulla avrebbe mai potuto variare… Ogni minimo evento era scrupolosamente segnato dalle croniste, seguitando a ordire una tela di memorie che avrebbe dovuto seguitare all’infinito, come quei tanti rotoli di canapa e di lino che si accatastavano negli armadi del convento pei bisogni delle generazioni monastiche del futuro»: un sentimento regressivo, è inutile nasconderlo.

Ammesso quanto era da ammettere, posso abbandonarmi, per cominciare, al piacere dei nomi. Quelli delle congregazioni: le Murate, le Stabilite, le Pinzochere, le Poverine, le Convertite; quelli delle monache: suor Fioretta, suor Cedrinella, suor Luminata, suor Celeste, suor Purità, suor Colomba, suor Maria Minima… (e anche quelli di qualche laico come Diomicitidiede di Buonagiunta del Dado); quelli delle cariche principali: la Camarlinga dello scrittoio, la Celleraia velata, la Celleraia suora, la Speziala, l’Infermiera, la Cottora, la Rotara, la Sarta, la Pollaiola, la Refettoriera. E subito dopo a quello degli elenchi, come questo per l’Ufizio della Spezieria del monastero di Santa Verdiana: «La Spezieria del Convento deve a tutta sua spesa provvedere le monache di tutto quello che si possa manipolare in detta, cioè Sciroppi, Medicine, Solutivi di tutte le sorte, bocconi di Lattovarj, Pillore, tutta la Cassia; Sciarappa, Regina di Sciarappa, Diagridi, Tartaro Vetriolato, Acqua del Tettuccio, numero otto Vescicatori, Spirito di Vetriolo, Cremor di Tartaro e così simili».

Irresistibile, no?

(1-continua)

(Il volume è disponibile online in vari formati su Internet Archive.)

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