«Non occorre abitare in un monastero per vivere come un monaco»*

Tvedten, How-to-be-a-monastic«Sono molto poche le persone che vogliono entrare in un monastero oggigiorno, ma sono sempre di più quelle che desiderano visitarlo», scrive il benedettino Benet Tvedten, e prosegue, citando Timothy Radcliffe (superiore generale dei Domenicani dal 1992 al 2001): «Chi sono costoro? Alcuni senza dubbio sono turisti in gita, che magari sperano di scorgere un monaco, come una scimmia allo zoo – tanto che potremmo aspettarci di vedere in futuro dei cartelli che recitano Non dare cibo ai monaci. Altri vengono per la bellezza degli edifici o per le attività liturgiche. Molti sperano di poter incontrare in qualche modo Dio».

Questa ironia è tipica del curioso volume di Tvedten, How to be a monastic and not leave your day job, titolo molto pragmatico di una semplice introduzione al fenomeno sempre più diffuso dell’oblazione, con particolare riguardo all’Ordine benedettino e al Nord America (l’autore è stato per oltre trent’anni direttore degli oblati, e priore, della Blue Cloud Abbey, a Marvin, nel South Dakota, chiusa circa un anno fa per mancanza di nuove vocazioni).

La tesi principale del volume è che oggi la spiritualità benedettina non è più confinata nei monasteri e sta anzi staripando, essendo uno degli «strumenti» più efficaci per migliorare qualsiasi vita ci si trovi a vivere. La chiave di questo fenomeno va individuata, secondo Tvedten, nei due voti – o promesse, se non si è professi – specifici del carisma benedettino: la conversione dei costumi (la conversatio) e la stabilità («Stabilità significa vivere nella realtà»). In qualunque luogo o situazione viva, il benedettino, monaco o oblato, si impegna a progredire nella propria spiritualità, e lo fa consapevole di appartenere a una comunità il cui valore è pari, se non superiore, a quello del singolo. Famiglia, quartiere, scuola, posto di lavoro, associazione, sono tutte comunità («comunità intenzionali») delle quali il benedettino si prende cura, in una continua dialettica tra sé e gli altri, tra sé e l’abate-capo; rispetto, ascolto, disponibilità, diligenza, sono tutte forme di questa cura e risuonano, in senso spiccatamente cristiano, con la Regola di Benedetto (regola, ricorda l’autore, composta assai prima delle divisioni tra i cristiani e in tempi che, per complessità e difficoltà, possono rassomigliare ai nostri).

Preghiera, lettura delle Scritture, lavoro ben fatto e in spirito di servizio, relazione, regole condivise, pace, giustizia, ospitalità: il ritratto di una comunità in cerca di Dio, e anche di serenità e prosperità, emerge da una quotidianità in cui queste cose si mescolano naturalmente con le piccole e meno piccole attività ordinarie. Ordinarietà è addirittura la parola che secondo l’autore riassume adeguatamente la formula benedettina: «Benedetto era un uomo comune, e la sua Regola è ordinaria», come lo è la stragrande maggioranza delle esistenze. In una costante ma non drammatica tensione tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere, «realisticamente, certi giorni non succede un granché», e la Regola diventa la routine, una routine che non ci deve scoraggiare, né per la sua apparente monotonia, né per i nostri continui errori.

Di questo straripamento – un fenomeno ricco di significati e qui soltanto presentato – gli oblati e le oblate sono il segno più luminoso e tangibile, e anche fonte di grande speranza per i monaci stessi (all’epoca della stesura del testo, le stime riportavano circa 24.000 oblati benedettini a fronte di circa 25.000 professi), e il merito dell’autore, pacato, ottimista e pratico, è quello di mostrarceli nella loro più marcata concretezza, alle prese con problemi di tempo, di spostamento, di disponibilità economica, di volontà e determinazione, e tuttavia convinti che qualcosa si possa sempre fare («Mi sono convinto», commenta Tvedten, «che san Benedetto sia il patrono dell’umana imperfezione»). In fondo la Regola contiene anche un costante appello alla discretio, cioè alla flessibilità, e il tempo di una «pasusa Bibbia» si può sempre trovare, come nel caso di Wanda, «che gestisce un donut shop nella cittadina vicina al nostro monastero e che spesso può essere trovata intenta a leggere la Bibbia quando non ci sono clienti. Sta facendo la lectio divina».

Benet Tvedten, How to be a monastic and not leave your day job. An invitation to oblate life, Paraclete Press 2006 (*il titolo del post è tratto dallo slogan in quarta di copertina).

2 commenti

Archiviato in Benedettini / Benedettine, Libri

2 risposte a “«Non occorre abitare in un monastero per vivere come un monaco»*

  1. Carlo Gitto

    Buongiorno. Desidererei solo sapere in quale Certosa vive Andrea Carobene. Grazie.

    • MrPotts

      Gentile Carlo, come ho poi cominciato a dire nel post successivo a questo, Andrea Carobene non è un monaco certosino; ma ha usato la finzione letteraria per esplorare da un punto di vista particolare il tema del rapporto tra scienza e fede.

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