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«Per così dire quasi di contatto» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 1/3)

suipassi«La vita monastica… è profezia del Definitivo, dell’Assoluto, dell’Eterno senza il quale il tempo e lo spazio sarebbero solo una tragica e beffarda assurdità.» Nell’introduzione di mons. Dante Carolla al volume di Patrizia Girolami, Sui passi di Dio1, viene suggerito come il testo della monaca trappista di Valserena, che raccoglie una serie di interventi tenuti durante un corso di formazione per monache benedettine, non si rivolga esclusivamente alle sue destinatarie naturali, bensì a tutti, anche a coloro che, come chi scrive, sono più vicini al partito della «tragica e beffarda assurdità». Monaci e monache, ribadisce mons. Carolla, «sono un modello irrinunciabile di umanità perché non si accontentano del provvisorio, del precario, del parziale».

Confesso una certa perplessità di fronte a certe rivendicazioni, talvolta cariche di sottintesi. E aggiungerei che non si tratta di «accontentarsi» del provvisorio, cioè di quella fragilità e mortalità che non hanno bisogno di essere dimostrate, quanto di immergersi in quel provvisorio, riconoscendovi, si potrebbe dire, la propria vera e unica casa, al pari di quelli che la riconoscono in un chiostro.

A me sembra che gli interventi di s. Patrizia Girolami siano molto cauti nel generalizzare, e il loro «rivolgersi a tutti» sia alquanto indiretto (salvo in alcuni passaggi che vedremo più avanti); è con la medesima cautela, quindi, che li ho avvicinati dall’esterno, in particolare il primo, che si intitola La via della vita: testimoni-profeti secondo la Regola. I due temi, testimonianza e profezia – che già di per sé sono scivolosi per un laico – convergono, nel discorso dell’autrice, sul concetto (e sulla realtà) dell’esperienza; nel caso specifico «una esperienza profonda di Dio […] che in un certo senso si impone da sola in loro [nei monaci] per la sua forza e la sua evidenza». Tali forza ed evidenza, mi pare, sono più affermate che mostrate, tuttavia, e d’altra parte come pretendere altrimenti: l’evidenza qui rivendicata si ritrova più nell’effetto – la volontà di conformarsi al Cristo, sia pure esito di una «chiamata»  – che in una sua qualità, se non misurabile (come una febbre), almeno «auto-evidente».

Intorno a questa esperienza, che inevitabilmente desta in me la massima curiosità intellettuale e umana, si raccolgono frasi talvolta molto suggestive, ma anche di difficile presa: «Facendo esperienza di lui… il monaco e la monaca sono la trasparenza del volto stesso di Dio nel mondo»2, o ancora «attraverso le vicende stesse del vivere noi possiamo fare l’esperienza di Dio, riconoscere e avvertire quella sorta di presenza immediata e diretta, per così dire quasi di contatto, del divino»; l’esperienza «è il luogo del permanere e del mutare, della durata e del divenire», è «una porta che immette in un oltre», che consente di «passare là dove non si era mai passati».

Proprio quando il disagio – il mio disagio – per queste e altre simili formule sembra prevalere ecco che l’autrice chiama in causa Benedetto da Norcia e la sua Regola, e lo fa in maniera eclatante, riprendendo le tesi di Pierfrancesco Stagi3, con un’affermazione non esattamente marginale: «San Benedetto ha fissato i fondamenti dell’esperienza religiosa dell’Occidente, ovvero ha fondato, non tanto a livello teorico quanto pratico, le modalità con cui l’Occidente si è rivolto a Dio». Quell’inciso (teorico / pratico), che è da sempre al centro della riflessione sul testo di Benedetto, mi ha subito rimesso in carreggiata.

(1-segue)

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  1. Patrizia Girolami, Sui passi di Dio. Testimonianza e profezia della vita monastica, introduzione di mons. D. Carolla, Quaderni di Valserena, Nerbini 2016.
  2. Qui, se non fossi chi sono, si potrebbe sviluppare l’immagine dei volti come finestre, che sembrano a volte aperte su altre dimensioni.
  3. Pierfrancesco Stagi, Benedetto da Norcia. L’esperienza di Dio, Borla 2014, un volume che mi sono subito accaparrato.

 

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Silenzio, deserto, notte

SoloDinanziBenché siano passati alcuni anni dalla sua pubblicazione la conversazione tra Luigi Accattoli e l’allora priore della Certosa di Serra San Bruno, Jacques Dupont1, mantiene intatto il suo interesse. Non si tratta solo di questo, in realtà; l’incontro ha prodotto un testo che non bisogna esitare a definire molto bello, nel quale spicca soprattutto, direi, lo sforzo del priore per superare la leggendaria «riservatezza» certosina e dire qualcosa sulla scelta di vita e sulla spiritualità di questo esiguo gruppo di individui. «Esiguo», per essere esatti, significa poco meno di 450, tra monaci e monache2.

La bellezza è il risultato, soprattutto, di una serie piuttosto ampia di immagini con le quali il priore risponde alle intelligenti sollecitazioni dell’intevistatore, cercando inoltre di dare una forma comunicabile alle proprie esperienze. Le immagini sono belle, e contemporaneamente ingannevoli, proprio perché belle, cioè cariche di una promessa di spiegazione che non può essere mantenuta in un contesto dialogico; forse in poesia, ma non qui. D’altra parte sin dall’inizio si avverte la difficoltà del priore a rispondere con qualcosa che non sia allusione, accenno, immagine appunto: «I certosini sono allo stesso tempo fuori del mondo e legati strettamente al mondo. Non hanno niente da dire di proprio al mondo, non sono modelli di vita per gli altri, ma sono segno» (corsivo mio).

Vediamo alcune di queste immagini, a partire da quella del mozzo: «Il monaco può essere paragonato al mozzo che […] si arrampicava sulla cima dell’albero maestro per scrutare l’orizzonte nella speranza di vedere profilarsi una riva sconosciuta». Il mozzo non è al timone, non deve soffrire di vertigine, è una vedetta che deve gridare «Terra!» quando gli altri ancora non possono vederla. È una vedetta che mantiene accesa la fede di questo futuro avvistamento. Il certosino, ancora, è l’uomo che si addentra nel deserto («a nome di tutti»), inseguendone il silenzio, condizione decisiva per l’ascolto più importante: «La pedagogia del deserto ci dovrebbe preparare a cogliere il “sussurro” della presenza di Dio. Esso resta un segno debole, ma noi infine siamo capaci di udirlo».

Ho già citato qualche giorno fa l’immagine della vita contemplativa come «presa di corrente», anche nascosta, nel grande edificio della Chiesa; aggiungo adesso quella assai singolare che il priore riprende dalla mistica e poetessa francese Madeleine Delbrêl (1904-1964): «Dio vuole danzare con me. Per essere un buon danzatore, occorre non sapere dove questo mi porti. Bisogna seguire, essere leggero, non rigido. Non si devono chiedere delle spiegazioni. Occorre essere come un prolungamento vivente dell’altro e ricevere la trasmissione del ritmo». E se «la vita è un ballo», poco oltre il priore dirà che la morte non è altro che un «cambio di patria» – niente di nuovo per lui che dalla Francia è venuto in Italia, cambiando pure nome.

Se talvolta la preghiera notturna diventa faticosa, «non potrò cogliere tutto», ammette il priore, «ma ecco che mi metto nella barca della Chiesa, nel fiume della sua preghiera che scorre e che mi trascina con la sua corrente. L’importante è rimanere nella barca, non scendere, e lasciare che il fiume scorra, da qualche parte mi porterà». Mentre a proposito della sempiterna dialettica tra ciò che è mutevole e ciò che è immutabile, il priore così parla della gioia: «La gioia che viene da fuori è come il sole che si alza alla mattina e tramonta la sera, come l’arcobaleno che appare e sparisce, come il caldo estivo che viene e che se ne va, come il fuoco che brucia e si spegne. Invece la gioia che viene da dentro non può finire: è come un ruscello tranquillo, sempre lo stesso, sempre presente, come la roccia, come il cielo e la terra che non passano». E ancora: «Il ministero del monaco si compie nell’ombra e nel segreto. Egli è come una falda d’acqua sotterranea. Silenzio, deserto, notte. Ma la notte prepara il giorno. Il nostro è un ministero di gestazione».

Mozzi, sussurri, danze, prese di corrente, arcobaleni, barche, ruscelli, falde… Subisco inevitabilmente il fascino di queste immagini e, come dicevo, le temo perché non sono la realtà (non lo sono mai). Va anche detto che per quanto sia ricco di tante immagini come queste, Solo dinanzi all’Unico è un libro che merita più di una lettura e sarebbe ingiusto ridurlo a una raccolta di metafore che dovrebbero «dare un’idea» del monachesimo certosino. Forse siamo noi a volerla avere, questa idea, e non tanto loro a volerla dare. In fondo, alla domanda diretta di Luigi Accattoli: «Lei pensa che il mondo d’oggi possa capirvi?», il priore risponde preciso: «Penso che in qualche misura una possibilità di comprensione tra i monaci e la restante umanità vi sia in ogni epoca storica, perché non vi sono epoche dimenticate da Dio. Ma non è questa la nostra prima preoccupazione». E, più ancora che in quel la nostra prima preoccupazione, è in quella restante umanità che mi pare risuonare la drammatica singolarità dei certosini.

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  1. Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno, Rubbettino 2011. Il nome del priore, con scelta molto «certosina», non compare in copertina e nemmeno sul frontespizio, ma soltanto nelle note biografiche e nelle prime pagine. Dal 2014 dom Dupont ha lasciato Serra San Bruno e si dedica interamente al ruolo di procuratore generale dell’Ordine.
  2. «Oggi nel mondo vi sono 19 case di certosini (con circa 370 monaci) e 5 case di certosine (con circa 75 monache). Queste ultime si trovano in Francia, in Italia e in Spagna. Le case dei monaci si trovano in Europa, negli Stati Uniti e in America Latina», www.chartreux.org.

 

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Giovanni «Catarella» Cassiano

«Mi regordu chi, essendu iu pichottu e standu in li parti di Thebaida, li monachi si congregaru a lu beatu Antoni, chi allhura illà si trovava, per investigari et insemi conferiri di la perfectioni.» In virtù di una ben nota quanto singolare circostanza è assai possibile che un comune lettore italiano del ventunesimo secolo non si trovi affatto disorientato davanti a un testo in volgare siciliano degli inizi del Cinquecento…

Si tratta di Lu raxunamentu di l’abbati Moises e di lu beatu Germanu supra la virtuti di la discretioni, volgarizzamento della seconda «conferenza» ai monaci di Giovanni Cassiano, redatto da un anonimo monaco del monastero di San Martino delle Scale, nei pressi di Monreale, tra il 1510 e il 1550. Ci è stato conservato in un unico esemplare manoscritto, che lo raccoglie non casualmente insieme alla Regula di Santu Benedittu Abbati, cioè alla Regola anch’essa volgarizzata, ed è un testo di estremo interesse filologico e linguistico, come dimostra l’edizione approntata da Ferdinando Raffaele, cui si rimanda per la precisione, la ricchezza di spunti e l’ampiezza di analisi1.

Lo studio molto approfondito che accompagna il testo documenta, tra l’altro, anche i casi di scostamento dall’originale. Uno, tratto dal capitolo 11, è assai curioso. In italiano moderno si legge: «Da ragazzetto [puerulus] – mi confidò un giorno Serapione –, mentre dimoravo presso l’abate Teona, avevo preso l’abitudine, senza dubbio dietro suggestione del nemico, di nascondermi ogni giorno sotto la veste, subito dopo aver consumato la refezione del giorno con il vecchio verso le tre del pomeriggio, una pagnottella di pane; alla sera poi, senza che lui se ne accorgesse, me la mangiavo di nascosto». Ecco invece la versione in siciliano: «Dissi l’abbati Serapiuni: ‘Essendu iu pichottu e standu insembla cum l’abbati Theuni, havia per diabolica tentationi quista consuetudini, chi di poi chi a mezu yornu havia mangiatu cum lu vechu, ogni yornu ocultamenti, quillu non lu sapendu, mi amuchava in pettu unu pani di pisu di unzi sei, e quillu mi mangiava la sira». È stato aggiunto il peso, della pagnottella, e non a caso, ma con riferimento a un passo delle Istituzioni cenobitiche2: l’aggiunta, commenta Raffaele, «risponde, in effetti, a un’evidente istanza di realismo, in quanto contribuisce per un verso a rimarcare la gravità morale del gesto di fronte ai naturali fruitori dell’opera, monaci sovente sottoposti a tentazioni analoghe, e per altro verso a sottolineare, attraverso la specificazione di una quantità ben determinata, l’esigenza di un atteggiamento equilibrato nel soddisfacimento dei bisogni alimentari». (Noto anche che si passa dalle 258 battute del testo latino, alle 321 di quello siciliano, alle 402 della resa italiana.)

Il «traduttore» nel complesso dimostra sicura padronanza della lingua e una certa vivacità di espressione, posta perlopiù al servizio di tre esigenze: la necessità di compendiare, quella di semplificare e quella di spiegare, in considerazione della specifica comunità per la quale veniva steso il testo (è interessante notare che nel momento in cui viene redatto la popolazione del monastero è composta il larga misura anche da monaci non siciliani). Va detto che, forse anche per via di quella circostanza cui si accennava, la resa in siciliano giova al testo di Cassiano. Non posso dire di averlo letto per intero, ma scorrendolo mi sono imbattuto in diversi passi che mi paiono brillare, appunto, di uno spiccato realismo. Chissà, probabilmente è soltanto il frutto del pregiudizio verso ciò che oggi suona alle mie orecchie, inevitabilmente, dialetto (mentre dialetto non era). E tuttavia alla fine di una seria spiegazione basta un termine per ritrovarsi per strada: «Appari, adunca, chi lu dunu di la discretioni non è terrenu, nè di pocu momentu, ma divinu, la quali si lu monacu cum ogni attentioni non l’acquistirà, e si cum certa raxuni non possedirà la discretioni di li spiriti, zoè lu dixernimentu e vera cognitioni di li boni e mali cogitationi chi li supraveninu, necessariu li è, comu cui erra per oscura notti e tenebri, non sulamenti cadiri in fossi e dirrupi, ma ancora truppicari frequentimenti per chani e dritti camini.»

Già, truppicari.

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  1. Lu raxunamentu di l’abbati Moises e di lu beatu Germanu supra la virtuti di la discretioni, a cura di F. Raffaele, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 2009 (lo si può leggere qui).
  2. «Qualcuno non avverte la sazietà neppure nella misura di due libbre, qualche altro invece si sente soddisfatto anche con una sola libbra e con sei once di cibo», Giovanni Cassiano, Le istituzioni cenobitiche, V, 5, 2.

 

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«L’errore decisivo del monachesimo» (Dietrich Bonhoeffer)

In uno dei capitoli introduttivi del suo libro formidabile Sequela1, Dietrich Bonhoeffer dedica alcuni paragrafi al monachesimo, al suo ruolo e al suo «errore». Lo fa all’interno di una riflessione molto serrata sul contrasto tra la «grazia a buon mercato», nient’altro che una «merce in vendita» che rappresenta la «nemica mortale» della chiesa, e la «grazia a caro prezzo», che altro non è che il vangelo, «che si deve sempre di nuovo cercare, il dono per cui si deve sempre di nuovo pregare, la porta a cui si deve di nuovo bussare».

La grazia a caro prezzo è seguire Gesù, la sequela appunto, ne è il risultato, e affinché non evaporasse, nel momento in cui il cristianesimo usciva dall’ombra e la chiesa si mondanizzava, fu per così dire traslata in uno spazio allo stesso tempo separato e interno alla chiesa: il monachesimo. «Qui», dice Bonhoeffer, «ai margini della chiesa, si trovava il luogo dove fu tenuta desta la cognizione della grazia a caro prezzo e del fatto che la grazia implica la sequela. Alcuni uomini abbandonavano tutto quello che avevano per amore di Cristo e tentavano di seguire con esercizio quotidiano i severi comandamenti di Gesù» (il corsivo è mio). La vita monastica poteva rappresentare la protesta contro la chiesa dall’interno della chiesa stessa, e insieme sanciva l’esenzione della massa del popolo cristiano da un impegno che ricadeva su pochi singoli individui. L’una giustificava l’altra, la via stretta di Cristo e la via più facile del mondo.

Ed ecco la tesi di Bonhoeffer, cesellata al centro del suo ragionamento: merita di essere riportata per intero, aggiungendovi soltanto un corsivo su una frase che anticipa approfondimenti che seguiranno nel resto del volume. «In tutto questo l’errore decisivo del monachesimo non stava nel fatto di percorrere – pur con tutti i fraintendimenti sul contenuto della volontà di Gesù – la strada di grazia della sequela con la sua severità. Piuttosto, il monachesimo si allontanava sostanzialmente dalla visione cristiana per il fatto che permetteva al proprio cammino di trasformarsi in un impegno eccezionale per pochi, liberamente scelto, rivendicando così per esso un merito particolare».

Queste parole mi fanno venire in mente, tra l’altro, numerose affermazioni che ho incontrato nel tempo e che orbitano intorno, se così si può dire, al vago imbarazzo del monaco che teme di insuperbire, ad esempio questa di Louis Bouyer: «La vocazione del monaco non è altro che la vocazione del battezzato, ma vissuta nella dimensione, si potrebbe dire, della massima urgenza».

Ecco perché, tornando a Bonhoeffer, per risvegliare il vangelo della grazia a caro prezzo Dio fece passare Lutero dal chiostro, cioè lo fece uscire dal chiostro. Da quel chiostro che era diventato convegno di santi, da quel chiostro nel quale il rinnegamento di sé, richiesto dalla sequela, si era rivelato «essere l’estrema affermazione religiosa di sé operata dall’uomo devoto»; da quel chiostro che invece della fuga dal mondo accoglieva «il più sottile amore del mondo». Entrando nel chiostro, Lutero, il monaco, aveva lasciato tutto tranne se stesso, cioè non aveva lasciato niente: «Lutero dovette lasciare il chiostro e rientrare nel mondo, non perché quest’ultimo fosse in sé buono e santo, ma perché anche il chiostro non era altro che mondo».

Non ho certo la preparazione per discutere queste tesi, e soprattutto, per essere chiari, non ho alcun titolo e non c’entro nulla. Leggo con estremo interesse e avvicino queste parole a tante dichiarazioni di monaci di varie epoche che di sicuro hanno avvertito e avvertono questo punctum. Il tema del rientro nel mondo mi pare quanto mai stimolante: «Ora», conclude Bonhoeffer, «la sequela di Gesù doveva essere vissuta restando nel mondo. Ciò che era stato praticato come un impegno eccezionale nelle condizioni e con le facilitazioni speciali della vita monastica, ora era diventato la cosa necessaria e comandata ad ogni cristiano nel mondo» (un ultimo corsivo mio).

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  1. Dietrich Bonhoeffer, Sequela (1937), a cura di M. Kuske e I. Tödt, edizione italiana a cura di A. Gallas, Queriniana 20154. Il capitolo in questione è La grazia a caro prezzo, pp. 27-41.

 

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Una magnifica raccolta di Regole («Abitare come fratelli insieme»)

AbitareComeFratelliNon è soltanto l’interesse verso l’argomento storico che mi spinge irresistibilmente verso le regole monastiche, vi vedo anche, forse in maniera impropria, uno degli sforzi più prolungati e intensi di rispondere alla fatale domanda: «Cosa facciamo?», e a quella conseguente: «Come lo facciamo?», con una particolare enfasi sulla prima persona plurale. Osservandole da una posizione laica, inoltre, le regole sono uno straordinario strumento di semplificazione e concentrazione: servono a non distrarsi, a risolvere una volta per tutte gli aspetti pratico-organizzativi della vita quotidiana in modo che l’individuo possa dedicarsi a ciò che è importante, a ciò che è chiamato a fare.

Si può immaginare quindi il mio entusiasmo nel poter maneggiare Abitare come fratelli insieme, corposa raccolta delle «Regole monastiche d’occidente» da poco pubblicata dalle Edizioni Qiqajon della Comunità di Bose: 1116 pagine curate, come al solito, rigorosamente da Cecilia Falchini e aperte da un’Introduzione non di circostanza del priore Enzo Bianchi. Un libro che definirei eccezionale, di cui esser grati alla curatrice e all’editore, e il cui indice è già di per sé una grande epica e un’ancor più grande promessa.

Il volume raccoglie ventidue regole, «la quasi totalità delle regole monastiche cenobitiche maschili dell’occidente latino dei secoli IV-VII», suddivise in otto famiglie o generazioni, dalle regole africane, come quella di Agostino, fino alle regole spagnole e della seconda meà del VII secolo, come la Regola di Fruttuoso e la Regola di un padre ai monaci, alcune di esse in prima traduzione italiana. Al centro, oltre a quella di Benedetto, si staglia il masso ciclopico della Regola del Maestro, mentre la conclusione è affidata a un’appendice dedicata alle regole degli ordini mendicanti, in particolare a quelle francescane: pur non essendo strettamente monastiche, «il loro perdurante interagire dialettico con il monachesimo», scrive la curatrice, «e il loro ruolo di “cerniera” tra quest’ultimo e le successive forme di vita religiosa ci paiono giustificarne l’inserzione nel presente volume».

Tornando al «cosa facciamo?», non dimentico certo che nella fattispecie la «chiamata» è la ricerca di Dio, in se stessi e negli altri: nonostante la varietà, «le regole», scrive Enzo Bianchi, «fin dal loro nascere e quali che possano essere le influenze e le dipendenze reciproche, hanno tutte un elemento fondamentale in comune: […] fanno comunque  e sempre riferimento, attraverso il vangelo, all’amore di Dio e a quello del prossimo. Non solo, ma la fonte di tale amore e il modello da imitare è sempre la persona di Cristo». Il cosa fare insieme è il cuore delle regole cenobitiche, e in questo senso, come osserva ancora il priore Bianchi, il riferimento centrale alla «comunità» le rende argomento di «cogente attualità».

Devo anche ammettere che quando m’imbatto in una norma come questa (cito a caso dalla Regola del Maestro): «Per i letti abbiano, d’inverno, una stuoia, una coperta di tessuto spesso e una di lana; d’estate al posto di quella di lana facciano uso, per il caldo, di una coperta logora. Ai piedi del letto, poi, abbiano una pelle dove possano pulire i piedi dallo sporco e così salire sui loro letti», non posso fare a meno di sorridere di comprensione. Nella proliferazione normativa mi pare infatti di poter cogliere una vena profonda – talvolta ossessiva o addirittura nevrotica – di realismo, che porta gli autori delle regole a riconoscere la forza non trascurabile del caos che scaturisce dall’unione di più persone in un medesimo luogo (pianeta), ancorché «peccato» lo si voglia chiamare. Che cosa ha fatto in fondo san Francesco, anche con la sua regola, se non tentare di esorcizzare questo caos abbracciandolo, in virtù dell’amore e riducendo tutto all’unica prescrizione evangelica della sequela? Ma lui era solo o, al massimo, seguito da un pugno di compagni – una «banda» come Enzo Bianchi definisce il germe del gruppo che si raccoglie intorno al singolo che si avventura lungo una nuova strada di ricerca. Poi la banda diventa, appunto, un gruppo, poi una comunità, eventualmente un ordine: dobbiamo buttar giù una regola…

 

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Pluviometri, sismografi e meteoriti (Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

MazzucotelliSono pressoché certo che dimenticherò i nomi dei monaci scienziati che ho incontrato nel bel libro di Mauro Mazzucotelli1, magari, dicevo, con qualche eccezione. A cominciare dalla figura del cassinese Benedetto Castelli (1577-1643), «il monaco che forse più di ogni altro fu vicino a Galileo, non solo come fedele discepolo ma anche come sincero amico, e dal quale fu ricambiato con altrettanta amicizia e considerazione». Ingegno poliedrico, si usava dire, il Castelli si occupò di molti argomenti di astronomia – a lui si devono i calcoli sui periodi dei pianeti medicei, cioè i quattro satelliti maggiori di Giove scoperti da Galileo –, di ottica, meccanica, fisiologia, sia teorici, sia pratici, e la sua fama si legò in particolare al Della misura dell’acque correnti, uno dei trattati di idraulica più famosi del suo tempo, pubblicato a Roma nel 1628. Il motivo per cui lo ricorderò, tuttavia, è perché gli viene attribuita l’invenzione del pluviometro, «sperimentato per la prima volta in un cortile del monastero di S. Pietro in Perugia ove l’abate risiedeva nel 1639 in occasione del capitolo generale della congregazione». L’idea venne al Castelli osservando un acquazzone che si abbatteva sul lago Trasimeno, come poi racconterà in una lettera indirizzata proprio a Galileo: «Supponendo (come haveva assai del probabile) che la pioggia fosse universale sopra il lago… preso un vaso di vetro di forma cilindrica… l’esposi all’aria aperta a ricevere l’acqua della pioggia che ci cascava dentro e lo lasciai stare per ispazio d’un hora…»

Poi mi ricorderò di un altro cassinese, Andrea Bina (1724-1792), lettore di filosofia, ma soprattutto fisico e in particolare sismologo (suo il Ragionamento sopra la cagione de’ terremoti ed in particolare di quello della terra di Gualdo di Nocera Umbra nell’Umbria seguito l’A. 1751). Alla sua memoria è stato intitolato l’Osservatorio Sismico «Andrea Bina», fondato dal monaco di Montecassino Bernardo Paoloni agli inizi degli anni Trenta, proprio nel monastero di S. Pietro in Perugia, e sul cui sito si legge: «Si può affermare con estrema tranquillità che la sismologia intesa come materia scientifica, dimostrabile attraverso osservazioni, dati e leggi fisiche e non con miti e leggende, nacque dalla preziosa penna di Padre Andrea Bina». Anche di lui mi ricorderò in particolar modo per un’invenzione, quella del sismografo a pendolo: una sfera di piombo appesa a un filo, con infilato uno stilo rivolto verso terra che scava solchi più o meno profondi nella sabbia contenuta in una cassetta di legno posta sotto di esso. Commentando il fatto che l’osservatorio sismologico sia tuttora attivo, Mazzucotelli scrive: «Credo che rappresenti l’unica realtà scientifica del nostro tempo realizzata in un monastero italiano, superstite testimonianza di una onorevole tradizione del passato».

AmbrogioSoldaniInfine non mi dimenticherò del camaldolese Ambrogio Soldani (1736-1808), di vastissima cultura, ma ricordato specialmente per gli studi di conchigliologia fossile, svolti in larga misura in terra toscana, culminati col Saggio orittografico ovvero Osservazioni sopra le terre nautilitiche ed ammonitiche della Toscana, pubblicato nel 1780 e la cui prefazione così recita: «Le pietre lumachelle a grani minimi riguardate colla lente, le molte terre analizzate, i testacei minuti separati ed esaminati col microscopio tutte insomma le osservazioni, e tutte l’esperienze riportate in questa raccolta sono state da me eseguite, poco avendo io detto per relazione d’altri e nulla senza citarne l’Autore». Il suo nome è legato anche a una curiosa e acuta opera dedicata a una pioggia di meteoriti avvenuta nei pressi di Siena: Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de’ 16 giugno del MDCCXCIV in Lucignano d’Asso nel Sanese: Dissertazione. Perché mi ricorderò di lui? Per il soprannome che gli restò attaccato: «abate pioggetta».

(2-fine)

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  1. Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, 2 voll., Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999.

 

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«Mai senza un poco di aritmetica, di geometria e di fisica» (Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, pt. 1/2)

MazzucotelliHo dunque letto il meritorio lavoro di Mauro Mazzucotelli dedicato alla Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia1, in particolar modo di quello benedettino. Una cultura che per un bel tratto ha seguito lo sviluppo delle scienze in ambito laico, prima di crollare «bruscamente e per sempre» all’epoca delle leggi di soppressione delle congregazioni e degli ordini religiosi. Crollata per ragioni estrinseche, e quindi migrata altrove, senza tonaca: non mi è sembrato, infatti, scorrendo questa lunga galleria di nomi di cogliere una specificità monastica di avvicinamento alle scienze, il metodo essendo quello, indipendentemente dal saio o dal camice. Con ogni probabilità anche in virtù di una precisa scelta dell’autore, la stragrande maggioranza dei nomi che affollano le sue pagine corrispondono a individui che ritenevano importante e necessario osservare, cercare, registrare, catalogare, eventualmente sperimentare, e tramandare le conoscenze acquisite, al pari di pregare e cantare le lodi del Creatore: due «percorsi», se così li vogliamo chiamare, che in concreto nei monasteri non si ostacolavano a vicenda, anzi. «Il contrasto tra la scelta della vita dedicata a Dio e la passione per lo studio della scienza risulta superabile, come appare analizzando singole vicende e biografie della maggior parte dei monaci, in una stabile coerenza personale tra l’ascesi e lo studio, tra l’osservanza della Regola di San Benedetto e quella delle leggi che regolano il cammino della ricerca e della speculazione scientifica.» A suggello di questo contrasto superato, o forse mai nemmeno sentito, Mazzucotelli riporta una bella frase dell’abate napoletano Antonio Genovesi (tra l’altro, il primo titolare della prima cattedra di economia dell’università italiana), che così rispondeva al classico «giovane che voleva intraprendere la carriera ecclesiastica»: «Ella vuole essere un teologo: ma non il sarà mai senza un poco di aritmetica, di geometria e di fisica; poiché quelle le formeranno l’arte di ragionare e questa le farà conoscere il primo libro di Dio ch’è il mondo».

E non pare esserci neanche una specificità di interessi, a parte forse per quelle discipline più legate ad alcuni aspetti tradizionali del «sapere» monastico, come la botanica, con ricadute su medicina e farmacologia, e le scienze della natura «coltivata» e vissuta: idraulica, silvicoltura, agraria, meteorologia. «Il mondo vegetale arboreo, erbaceo o floricolo ha sempre avuto un legame abituale con la congregazione di Vallombrosa», ad esempio (e Giovanni Gualberto, il fondatore di Vallombrosa, è il patrono delle guardie forestali italiane), oppure la consuetudine di studi naturalistici dei camaldolesi. L’indice dei nomi raccoglie monaci scienziati per ogni branca, e sia di attitudine sperimentale e di ricerca, sia erudita: «È davvero impressionante – ad esempio – l’ampiezza del sapere di alcuni monaci del XVII secolo, come il fogliante Camillo Stella o il camaldolese Clemente Mattei o il cassinese Gerolamo Ruscelli», capaci di spaziare dalla matematica, all’astronomia, alle scienze del calendario, alla cartografia e alla meteorologia.

Il mio grande rammarico, non nuovo, è che tra non molto non ricorderò nulla di questa schiera, magari giusto con qualche eccezione. Mi accontento di sapere che questo fenomeno è esistito e ha avuto una dimensione non trascurabile; lo deposito sullo scaffale mentale che ospita quelle cose che a un paio di metri di distanza sono un’etichetta che riporta il loro nome, e poi, a mano a mano che ci si avvicina, si allargano e si inabissano tendendo a infinito; e sono grato all’autore del libro, cui potrò in caso tornare periodicamente – libro che, nelle intenzioni, va considerato come propedeutico a «un Dizionario bio-bibliografico dei monaci italiani che si sono occupati di scienza e hanno lasciato tracce scritte di questa loro cultura. È un lavoro che mi sta impegnando da tempo con, è il caso di dirlo, pazienza certosina e che spero possa vedere la luce in un futuro non troppo lontano».

(1-segue)

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  1. 2 voll., Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999.

 

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I Benedettini non fanno mai locanda (il cardinale Ildefonso Schuster, o.s.b.)

SapientiaCordisNel giorno della beatificazione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che veniva sancita esattamente vent’anni fa da Giovanni Paolo II, le edizioni dell’Abbazia San Benedetto di Seregno pubblicavano un’antologia di brani tratti dalle principali opere di argomento monastico del famoso vescovo di Milano1. «Forse nessun monaco come lui, diventando vescovo, è rimasto monaco fino in fondo», testimonia Pelagio Visentin2 introducendo la scelta di testi da La «Regula monasteriorum», La vita monastica nel pensiero di san Benedetto e Un pensiero quotidiano sulla Regola di san Benedetto, pubblicati nel decennio 1942-1951 e che cercherò ovviamente di recuperare in qualche modo (in particolare gli otto, diconsi otto, volumi dei Pensieri sulla Regola).

Ci sono almeno tre aspetti che mi hanno colpito di questo che tocca definire «aureo libretto». Anzitutto la dimensione pratica su cui spesso si sofferma il cardinale: la sua preoccupazione, abbaziale e pastorale, è volta alla conduzione delle comunità, al loro resistere o adattarsi alle trasformazioni del mondo circostante, al mutare della consuetudine che deriva dal mutare degli individui. In un costante confronto con le sue esperienze, il vescovo ammonisce ad esempio contro «la soverchia cura economica o edilizia» che fa dimenticare la crescita spirituale per quella degli edifici; oppure contro un’interpretazione scomposta dell’ospitalità: «Si distingua bene tra l’ospite in senso cristiano ed i semplici forestieri, o turisti moderni» in modo che il monastero non si trasformi «in un’azienda alberghiera, o in un centro di sport», e non si parli di conti, «perché i Benedettini offrono bensì ospitalità, ma non fanno mai locanda». La carità fraterna, ancora, è fondamentale, ma è bene che i compiti siano assegnati con precisione, «Quando sono incaricati tutti, fa nessuno», e che i detti incaricati siano preparati: «Avverta poi l’abate che, oggi soprattutto, quando la civiltà è tanto progredita, per i diversi uffici della cittadella monastica si richiede una vera competenza scientifica o tecnica. […] Se un cuoco non conosce bene l’arte sua, finirà col rovinare coi grassi gli stomachi più delicati dei religiosi. Se l’addetto alla cantina è imperito…».

Un piccolo particolare mi ha poi confortato. Qualche tempo fa ho usato il termine «macchina» per riferirmi al complesso di regole e comportamenti che consente il buon funzionamento di un monastero, ed ecco che il cardinale Schuster, mettendo in guardia sul cattivo effetto dei monaci accentratori, che vogliono fare tutto da soli e a modo loro, dice: «In queste circostanze, in un monastero tutto il congegno della macchina conventuale si arresta ed irruginisce: un vero disastro!».

L’antiquato e raro «irruginire» evoca il secondo aspetto, minore, che mi è piaciuto, quello linguistico. L’italiano sempre composto del cardinale è piacevolmente desueto, cosa che non sorprende e che è utile a mantenere ben desta l’attenzione: i superiori che «non di rado vanno a dare il capo» contro un grave ostacolo; i monaci che si limitano a «processionare intorno al chiostro»; il «monachino infermiccio», l’«inconsiderato parlare», l’«antico spirito di onnigena unità», la pericolosità degli «zelotipi, ossia i caratteri gelosi», e così via.

Infine, ben più importante, mi ha colpito quello che definirei lo «spirito di corpo» del vescovo benedettino. Da un lato tale spirito si manifesta in una certa apprensione per i monaci che non fanno più i monaci ma qualcos’altro, ad esempio gli studiosi, che ricordano i «girovaghi» di san Benedetto: «Quanti ne ho veduti di monaci intellettuali, investigatori di codici e palinsesti nelle varie biblioteche ed archivi d’Europa, i quali, col troppo stare fuori dai loro chiostri, hanno finito miserabilmente col perdere la vocazione!» Ma anche i guardiani di opere d’arte, che si ritrovano «anche adesso in quei minuscoli cenobi dove restano due o tre religiosi a custodire l’artistico monumento» e che sono regola a se stessi, come i sarabaiti.

Altrove l’apprensione cede il posto a una mite forma di orgoglio monastico: «Talora i monaci non si rendono esatto conto dell’impressione che la semplice osservanza regolare esercita sui secolari». Anche per questo motivo i monaci non devono inseguire il mondo, i suoi modi, i suoi cambiamenti; non devono scimmiottare i laici per puro spirito di «aggiornamento», devono bensì essere al loro stesso livello per cultura e preparazione, ma non dimentichino mai il  «galateo monastico» né il senso della loro vita, che è mettersi alla scuola del Cristo («Il monastero non è il paradiso, ma il purgatorio»), e tra loro si chiamino col nome di fratello («che vuol far dimenticare quello secolaresco di compagno, o di camerata»). È proprio custodendo la loro forma di vita che i monaci, «senza punto uscire dai loro chiostri, anzi senza neppur conversare cogli uomini, possono esercitare una benefica influenza sul mondo contemporaneo».

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  1. Alfredo Ildefonso Schuster, o.s.b., Sapientia cordis. Il racconto della vita monastica, Abbazia San Benedetto Seregno 1996 (20033); volume 14 della pregevole collana verde degli «Orizzonti monastici».
  2. Don Pelagio Visentin (1917-1997), liturgista e monaco benedettino di Praglia, a lungo preside dell’Istituto di liturgia pastorale (ILP) Santa Giustina di Padova, fu figura di spicco del movimento di rinnovamento liturgico acceso dal Vaticano II.

 

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Da un momento all’altro («Abitare il silenzio», di Francesca Sbardella, pt. 3/3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

«Sono stanca. Non ne posso più, non le capisco. Sono stanca di stare ore e ore in ginocchio in quel coro, di mangiare di corsa e in silenzio, di non poter dire quello che voglio quando voglio, di camminare senza fare rumore (tanto non ci riesco), di non potermi specchiare1. Sono delle folli. O sono delle folli loro o lo sono io.» Dietro lo sfogo tratto dal suo «diario di campo» e riportato con onestà dall’antropologa Francesca Sbardella, potremmo forse allinearci in tanti, tra i non credenti che guardano ai monasteri. E anche le parole che seguono danno voce a un sentimento che non è sconosciuto: «Sembra davvero che da un momento all’altro arrivi dio in persona a cena stasera. Forse stasera lo conosco! In questo sono brave, una finzione perfetta. Sembra talmente vera che non posso non crederci».

AbitareIlSilenzioForse mi è gia capitato di dire che il mio punto di vista al riguardo è assestato su una formula che volge in positivo quest’ultima frase: credo a chi dice di credere, non ho motivo di pensare che sia una finzione. Peraltro è la studiosa stessa a ricordare che si è trattato solo di uno sfogo2 (anche del corpo, con una certa probabilità), tant’è vero che chiede alle suore di pronunciarsi su questo aspetto. Tra le altre, suor Anne è lapidaria e definitiva: «Se la presenza di Dio non è reale, la nostra vita è stupida», e all’obiezione che si tratta in ogni caso di una «presenza» astratta, ribadisce: «Non è visibile, ma è reale. Certo è una questione di fede. Per noi è reale, se no non ha senso restare qui. Tutti questi gesti hanno un significato perché viviamo con qualcuno, viviamo con Dio». Ed è esattamente una affermazione del genere che mi spinge a credere a suor Anne.

È interessante l’approfondimento che Sbardella compie in questa direzione sul tema delle immagini. Nel «tentativo – a tratti disperato – di reificare il dialogo mistico», le monache si circondano di immagini devozionali che forniscono quel «supporto visibile» che può essere d’aiuto soprattutto nei momenti di stanchezza e vulnerabilità: l’immagine aiuta perché permette un contatto fisico – anche semplicemente tenendo in tasca un santino. «L’immagine diviene un tramite concreto… per poter vedere ciò in cui [le monache] credono.»

Tuttavia anche le immagini sono mute (quelle corredate di voce, le immagini televisive ad esempio, non sono ammesse e non contano), e non potrebbe essere diversamente nello scrigno di silenzio del monastero. Un silenzio che non è soltanto la condizione primaria per essere pronte ad accogliere il Signore, svuotandosi da se stesse, ma che sembra addirittura il linguaggio grazie al quale una comunicazione con Lui diventa possibile. Se Dio è «materialmente» assente, creiamo un luogo che sia la casa dell’assenza; se Dio non parla («la divinità non risponde, non parla, non dice nulla effettivamente a parole», e talvolta le suore ne soffrono), o meglio, se Dio ci parla col silenzio, allora gli parleremo nello stesso modo, con la stessa lingua. Al di là della Scrittura e delle preghiere, che non danno adito a un vero dialogo, Dio e uomo si parlano col silenzio.

«Si parlerebbero», mi viene da correggere. E quando suor Christine afferma che «in ogni caso, Dio non ci parla attraverso le parole. Le parole sono qualcosa che appartiene all’umano», sarei tentato di sospettare del paradosso. Ma anche in questo caso non vedo perché dovrei mettere in dubbio a priori quanto mi dice una persona che pensa e che parla, anche se si tratta di una monaca carmelitana.

(3-fine)

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  1. Dice suor Anne: «È normale che non ci siano specchi: non siamo qui per guardarci, ma per guardare il Signore», Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, fotografie di Franco Zecchin, Viella 2015, p. 97.
  2. «Si tratta sì di una finzione [il sacro] ma, come tutti i prodotti di reificazione, ha una propria consistenza e realtà… Meglio non cadere quindi nell’errore di sottovalutare, o ancor peggio, di non considerare affatto ciò in cui gli altri credono o che dicono di vedere e di percepire», pp. 88-9.

 

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«Ci costruiamo le une con le altre» («Abitare il silenzio», di Francesca Sbardella, pt. 2/3)

AbitareIlSilenzio(la prima parte è qui)

Uno degli aspetti più interessanti del libro di Francesca Sbardella1 è che l’«antropologa in clausura» del sottotitolo non si limita all’osservazione dall’esterno del suo oggetto di studio, l’«essere monaca carmelitana», ma trasforma di necessità il proprio corpo in un laboratorio di sperimentazione e di osservazione dall’interno: «Dal di fuori si costruiscono concetti, dentro si vivono situazioni e pratiche ripetute».

A fianco della dimensione di fede, quella corporea, la sua negazione, è tutt’altro che secondaria, anzi, per una monaca le due sono con ogni probabilità fuse. La studiosa laica, da parte sua, può concentrarsi su cosa accade al corpo, ad esempio nel caso dell’orazione in ginocchio: «Durante i cicli di preghiera avevo sempre male alle braccia, desideravo cambiare posizione e talvolta, nello spostamento o nell’appoggiarmi per sbaglio al bracciolo facevo rumore; la mia difficoltà con l’orazione era evidente: arrivavo alla fine dell’ora di preghiera, quando riuscivo ad arrivarci, con tutte le gambe addormentate e dolenti, mi alzavo in modo scomposto e facevo sempre rumore con il piccolo sedile». E anche la posizione da seduti non è meno faticosa, «a livello visivo le religiose, in entrambe le posizioni, appaiono come statue di gesso o figure pietrificate». È da questa angolatura che si può cogliere qualche indizio di cosa sia la pressoché ininterrotta concentrazione di una monaca sulla preghiera rivolta a, sul dialogo con e sull’attesa di Dio. «Il modo in cui posizionamo il nostro corpo», ricorda suor Odile, «ci aiuta alla vita di preghiera, sostiene la nostra preghiera»; posture e gesti sono simbolici, interiorizzati, ripetuti fino a quell’inconsapevole automatismo che coincide con il suo opposto: la deliberata e profonda adesione. «I gesti servono a esprimere quello che viviamo interiormente», dice  suor Caroline.

Il verbo al plurale è importante, perché anche nel silenzio prevalente la condivisione dell’esperienza, e del suo significato, è centrale per la comunità monastica che solo in apparenza è formata da individui isolati: «Sembra che ogni religiosa abbia intorno a sé sempre una bolla d’aria che la separa dalle altre». La comunità è anche «credere insieme in quello che si sta facendo», come dice con formula azzeccata Sbardella, che aggiunge: «La forza della credenza è data dalla credenza delle altre, la forza del gruppo sorregge l’individualità». Il gruppo è fonte al tempo stesso di coercizione, perché spinge all’adeguamento alle regole e alle consuetudini, non senza qualche tratto di durezza, e di sostegno: «Per ciascuna religiosa vedere intorno a sé altre religiose che agiscono allo stesso modo nel medesimo luogo, che presumibilmente credono in ciò che stanno facendo e che riescono praticamente a continuare a farlo, produce sicurezza personale e alimenta la condivisione comunitaria». Poiché quelli veri non sono ammessi – non servono –, le altre sono gli unici «specchi» disponibili nel monastero, consentono un confronto e una verifica quotidiani e rappresentano anche una continua fonte di apprendimento, visto che l’uso della parola è limitato: sono la regola incarnata. La comunità è il libro vivente delle proprie consuetudini, anche di quelle più piccole e nascoste.

Il monastero è una grande «macchina» che consente alla singola monaca di perseverare nella sua ricerca, lo fa in maniera talvolta delicata, altre volte con severità, lo fa con la sua struttura, con i suoi orari, i suoi oggetti, i suoi spazi e i suoi vuoti, con il suo silenzio, e soprattutto con le altre sue abitanti. «Ci costruiamo le une con le altre», dice suor Françoise, «insieme, e non c’è nulla che ci sfugga in quel silenzio di cui parlavi prima. Ci si rende conto di tutto. Tutto prende una dimensione ben più importante che nel mondo.»

(2-continua)

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  1. Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, fotografie di Franco Zecchin, Roma, Viella, 2015.

 

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