«Del 1513. Il giorno di S. Pietro il Sig. Prospero Colonna alloggiò nel borgo di S. Iacobo con lo campo de’ Spagnoli fuori della Città di Brescia: & uno di quelli Spagnoli tolse una galina ad una casa dove era dipinta la figura di S. Antonio, e una donna li disse lassa star quella gallina che ella è di S. Antonio & questo Spagnolo fece le fiche a ditta figura, dispreciando S. Antonio con parole, & il Signor Iddio volendo dimostrare parte della sua possanza in questo Spagnolo ad essempio che gli altri non debbano far disprecio ai suoi servi fece che questo Spagnolo cominciò subitamente ad ardere, & si vedeva visibilmente a uscirli il fumo de la bocca, & la cener da li occhi & in breve morì miseramente, talmente che quel corpo stette doi giorni che tutti lo potevano vedere in la Chiesa de S. Antonio di Brescia.»
Al libro di Laura Fenelli dedicato alla storia di sant’Antonio e all’evoluzione del suo culto e della sua iconografia1 devo molte citazioni curiose come questa, devo una gran quantità di informazioni interessanti e di suggerimenti per altre letture, ma devo soprattutto un percorso ricchissimo e in effetti avvincente attraverso le varie forme assunte dall’identità e dall’immagine del santo: dall’anziano eremita che fugge nel deserto e viene attaccato dai demoni, al patrono degli animali da stalla e da cortile che inganna il diavolo; dalle tavole di metà del secolo XIV, ai santini ancora oggi in stampa.
Come questa straordinaria metamorfosi sia accaduta è il filo conduttore del volume, che affronta con coraggio una mole di materiale storico vasta e multiforme. Nella vicenda di Antonio, che solo a un certo punto diventa sant’Antonio abate, s’intrecciano infatti agiografia e iconografia, in un rapporto che non è sempre a senso unico, dalla prima alla seconda, ma talvolta si inverte; storia degli ordini religiosi e della spiritualità laica (nascita, diffusione e declino dell’ordine ospitaliero degli antoniani, eretti ordine di canonici regolari nel 1297 da Bonifacio VIII, ma cui già da prima era affidata la «gestione dell’ambulanza papale», cioè «un ospedale mobile per la corte papale, che aveva il compito di seguire il pontefice nei suoi spostamenti»; e dei quali ebbero a ridire con toni piuttosto duri o ironici, tra gli altri, Dante, Boccaccio e Sacchetti); storia delle reliquie e del loro ruolo simbolico ed economico (intorno alla fine del Quattrocento i corpi di sant’Antonio, perfettamente conservati, diventano due – poi anche tre –, e la controversia che ne deriva giunge fino al 1859, con un pronunciamento finale della Congregazione dei riti); storia della medicina (l’esclusività della cura del fuoco di sant’Antonio, il fuoco sacro da intendersi come l’intossicazione da segale cornuta e non come l’odierno herpes zooster, da parte degli antoniani si affermò tra Trecento e Quattrocento, ed è molto interessante il fatto che, una volta ammessi negli ospedali, i pazienti dovessero assumere uno stile di vita simile a quello dei canonici, nel cibo – cosa che faceva parte della terapia –, nelle vesti e nei doveri liturgici. Sempre da un punto di vista terapeutico, e collegata al possesso delle reliquie «autentiche», è altrettanto interessante la questione del saint vinage – la «bevanda ricavata ogni anno, il giorno dell’Ascensione, versando vino nella cassa contenente le ossa di sant’Antonio – e del grasso di maiale utilizzato come eccipiente nel balsamo di sant’Antonio per lenire le ulcere cutanee – cosa che si collega al privilegio degli antoniani di allevare i maiali anche in città, e alla singolare e stabile presenza del maiale tra gli attributi del santo nelle sue rappresentazioni); e ancora storia dell’arte, filologia (la Vita di Antonio di Atanasio, la Leggenda di Patras, la Leggenda di Teofilo), storia del folclore e delle tradizioni popolari (l’abruzzese Stòrije di sand’Anduone e le innumerevoli canzoni popolari) …
Anche da questo confuso elenco, che non gli rende ragione, emerge la dovizia del libro, che deriva da una tesi di dottorato2 e che in una certa misura ne risente: talvolta l’esposizione è quasi sopraffatta dalla quantità di dati e notizie che si sovrappongono, dalle prospettive di ricerca che si affiancano, ma alla fine prevale, direi, lo stupore per l’incredibile stratificazione di concetti, riferimenti e rimandi che si presenta a chi indaghi la figura e la vicenda del santo, e la sua altrettanto incredibile estensione temporale: sedici secoli in cui succede di tutto senza che si smarrisca un fondo comune, poiché, come conclude l’autrice, «l’Antonio contadino, l’Antonio burlone che va all’inferno per gabbare il diavolo, l’Antonio che protegge le stalle e i raccolti, l’Antonio che spegne gli incendi che minacciano le case coloniche è, nei fatti, lo stesso Antonio che nella biografia atanasiana coltiva il suo orticello contro i demoni, che sfida Satana nel deserto, che insegna ai suoi compagni come sopravvivere in un ambiente ostile, che risana prodigiosamente chi gli si rivolge».
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- Laura Fenelli, Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto, Laterza 2011.
- Sant’Antonio abate. Parole, reliquie, immagini, tesi di dottorato in Storia medievale presso l’Università degli studi di Bologna, a.a. 2006-07 (che si può leggere qui).


Non è soltanto l’interesse verso l’argomento storico che mi spinge irresistibilmente verso le regole monastiche, vi vedo anche, forse in maniera impropria, uno degli sforzi più prolungati e intensi di rispondere alla fatale domanda: «Cosa facciamo?», e a quella conseguente: «Come lo facciamo?», con una particolare enfasi sulla prima persona plurale. Osservandole da una posizione laica, inoltre, le regole sono uno straordinario strumento di semplificazione e concentrazione: servono a non distrarsi, a risolvere una volta per tutte gli aspetti pratico-organizzativi della vita quotidiana in modo che l’individuo possa dedicarsi a ciò che è importante, a ciò che è chiamato a fare.
Sono pressoché certo che dimenticherò i nomi dei monaci scienziati che ho incontrato nel bel libro di Mauro Mazzucotelli1, magari, dicevo, con qualche eccezione. A cominciare dalla figura del cassinese Benedetto Castelli (1577-1643), «il monaco che forse più di ogni altro fu vicino a Galileo, non solo come fedele discepolo ma anche come sincero amico, e dal quale fu ricambiato con altrettanta amicizia e considerazione». Ingegno poliedrico, si usava dire, il Castelli si occupò di molti argomenti di astronomia – a lui si devono i calcoli sui periodi dei pianeti medicei, cioè i quattro satelliti maggiori di Giove scoperti da Galileo –, di ottica, meccanica, fisiologia, sia teorici, sia pratici, e la sua fama si legò in particolare al Della misura dell’acque correnti, uno dei trattati di idraulica più famosi del suo tempo, pubblicato a Roma nel 1628. Il motivo per cui lo ricorderò, tuttavia, è perché gli viene attribuita l’invenzione del pluviometro, «sperimentato per la prima volta in un cortile del monastero di S. Pietro in Perugia ove l’abate risiedeva nel 1639 in occasione del capitolo generale della congregazione». L’idea venne al Castelli osservando un acquazzone che si abbatteva sul lago Trasimeno, come poi racconterà in una lettera indirizzata proprio a Galileo: «Supponendo (come haveva assai del probabile) che la pioggia fosse universale sopra il lago… preso un vaso di vetro di forma cilindrica… l’esposi all’aria aperta a ricevere l’acqua della pioggia che ci cascava dentro e lo lasciai stare per ispazio d’un hora…»
Infine non mi dimenticherò del camaldolese Ambrogio Soldani (1736-1808), di vastissima cultura, ma ricordato specialmente per gli studi di conchigliologia fossile, svolti in larga misura in terra toscana, culminati col Saggio orittografico ovvero Osservazioni sopra le terre nautilitiche ed ammonitiche della Toscana, pubblicato nel 1780 e la cui prefazione così recita: «Le pietre lumachelle a grani minimi riguardate colla lente, le molte terre analizzate, i testacei minuti separati ed esaminati col microscopio tutte insomma le osservazioni, e tutte l’esperienze riportate in questa raccolta sono state da me eseguite, poco avendo io detto per relazione d’altri e nulla senza citarne l’Autore». Il suo nome è legato anche a una curiosa e acuta opera dedicata a una pioggia di meteoriti avvenuta nei pressi di Siena: Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de’ 16 giugno del MDCCXCIV in Lucignano d’Asso nel Sanese: Dissertazione. Perché mi ricorderò di lui? Per il soprannome che gli restò attaccato: «abate pioggetta».