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Lascia stare quella gallina («Storia di sant’Antonio abate e del suo culto»)

dalleremoallastalla«Del 1513. Il giorno di S. Pietro il Sig. Prospero Colonna alloggiò nel borgo di S. Iacobo con lo campo de’ Spagnoli fuori della Città di Brescia: & uno di quelli Spagnoli tolse una galina ad una casa dove era dipinta la figura di S. Antonio, e una donna li disse lassa star quella gallina che ella è di S. Antonio & questo Spagnolo fece le fiche a ditta figura, dispreciando S. Antonio con parole, & il Signor Iddio volendo dimostrare parte della sua possanza in questo Spagnolo ad essempio che gli altri non debbano far disprecio ai suoi servi fece che questo Spagnolo cominciò subitamente ad ardere, & si vedeva visibilmente a uscirli il fumo de la bocca, & la cener da li occhi & in breve morì miseramente, talmente che quel corpo stette doi giorni che tutti lo potevano vedere in la Chiesa de S. Antonio di Brescia.»

Al libro di Laura Fenelli dedicato alla storia di sant’Antonio e all’evoluzione del suo culto e della sua iconografia1 devo molte citazioni curiose come questa, devo una gran quantità di informazioni interessanti e di suggerimenti per altre letture, ma devo soprattutto un percorso ricchissimo e in effetti avvincente attraverso le varie forme assunte dall’identità e dall’immagine del santo: dall’anziano eremita che fugge nel deserto e viene attaccato dai demoni, al patrono degli animali da stalla e da cortile che inganna il diavolo; dalle tavole di metà del secolo XIV, ai santini ancora oggi in stampa.

Come questa straordinaria metamorfosi sia accaduta è il filo conduttore del volume, che affronta con coraggio una mole di materiale storico vasta e multiforme. Nella vicenda di Antonio, che solo a un certo punto diventa sant’Antonio abate, s’intrecciano infatti agiografia e iconografia, in un rapporto che non è sempre a senso unico, dalla prima alla seconda, ma talvolta si inverte; storia degli ordini religiosi e della spiritualità laica (nascita, diffusione e declino dell’ordine ospitaliero degli antoniani, eretti ordine di canonici regolari nel 1297 da Bonifacio VIII, ma cui già da prima era affidata la «gestione dell’ambulanza papale», cioè «un ospedale mobile per la corte papale, che aveva il compito di seguire il pontefice nei suoi spostamenti»; e dei quali ebbero a ridire con toni piuttosto duri o ironici, tra gli altri, Dante, Boccaccio e Sacchetti); storia delle reliquie e del loro ruolo simbolico ed economico (intorno alla fine del Quattrocento i corpi di sant’Antonio, perfettamente conservati, diventano due – poi anche tre –, e la controversia che ne deriva giunge fino al 1859, con un pronunciamento finale della Congregazione dei riti); storia della medicina (l’esclusività della cura del fuoco di sant’Antonio, il fuoco sacro da intendersi come l’intossicazione da segale cornuta e non come l’odierno herpes zooster, da parte degli antoniani si affermò tra Trecento e Quattrocento, ed è molto interessante il fatto che, una volta ammessi negli ospedali, i pazienti dovessero assumere uno stile di vita simile a quello dei canonici, nel cibo – cosa che faceva parte della terapia –, nelle vesti e nei doveri liturgici. Sempre da un punto di vista terapeutico, e collegata al possesso delle reliquie «autentiche», è altrettanto interessante la questione del saint vinage – la «bevanda ricavata ogni anno, il giorno dell’Ascensione, versando vino nella cassa contenente le ossa di sant’Antonio – e del grasso di maiale utilizzato come eccipiente nel balsamo di sant’Antonio per lenire le ulcere cutanee – cosa che si collega al privilegio degli antoniani di allevare i maiali anche in città, e alla singolare e stabile presenza del maiale tra gli attributi del santo nelle sue rappresentazioni); e ancora storia dell’arte, filologia (la Vita di Antonio di Atanasio, la Leggenda di Patras, la Leggenda di Teofilo), storia del folclore e delle tradizioni popolari (l’abruzzese Stòrije di sand’Anduone e le innumerevoli canzoni popolari) …

Anche da questo confuso elenco, che non gli rende ragione, emerge la dovizia del libro, che deriva da una tesi di dottorato2 e che in una certa misura ne risente: talvolta l’esposizione è quasi sopraffatta dalla quantità di dati e notizie che si sovrappongono, dalle prospettive di ricerca che si affiancano, ma alla fine prevale, direi, lo stupore per l’incredibile stratificazione di concetti, riferimenti e rimandi che si presenta a chi indaghi la figura e la vicenda del santo, e la sua altrettanto incredibile estensione temporale: sedici secoli in cui succede di tutto senza che si smarrisca un fondo comune, poiché, come conclude l’autrice, «l’Antonio contadino, l’Antonio burlone che va all’inferno per gabbare il diavolo, l’Antonio che protegge le stalle e i raccolti, l’Antonio che spegne gli incendi che minacciano le case coloniche è, nei fatti, lo stesso Antonio che nella biografia atanasiana coltiva il suo orticello contro i demoni, che sfida Satana nel deserto, che insegna ai suoi compagni come sopravvivere in un ambiente ostile, che risana prodigiosamente chi gli si rivolge».

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  1. Laura Fenelli, Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto, Laterza 2011.
  2. Sant’Antonio abate. Parole, reliquie, immagini, tesi di dottorato in Storia medievale presso l’Università degli studi di Bologna, a.a. 2006-07 (che si può leggere qui).

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«Ma noi, quando ci alziamo al mattino o nel cuore della notte, chi cerchiamo?» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 3/3)

suipassi(la prima parte è qui, la seconda qui)

La seconda parte del testo di Patrizia Girolami1 affronta con dovizia di riferimenti e di citazioni il tema, sempre risorgente, dell’attualità del monachesimo, di «quale testimonianza e profezia può essere chiamata a rendere oggi la vita monastica», e lo fa a partire da un’invocazione di papa Francesco, all’inizio del suo pontificato e contenuta in un’intervista del 2013 a La civiltà cattolica: «I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo».

Il concetto fondamentale intorno al quale ruota la riflessione è la «forza umanizzante» della vita monastica. Di fronte alla crescente frammentazione sociale e individuale, alla mancanza di punti di riferimento cui orientare le proprie scelte, di fronte al senso di  soffocamento che ci coglierebbe al cospetto dei nostri limiti, alla perdita di spiritualità e profondità delle nostre esistenze, di fronte alle forme «totalitarie» dell’interesse, del profitto, dell’autoaffermazione, ecc, il monachesimo può porsi come «risposta sull’uomo, sul senso della vita e sui più acuti problemi della convivenza umana» (qui l’autrice cita Cristiana Piccardo).

Il monachesimo, anche quello contemporaneo, conserva (come rare specie vegetali in una serra, verrebbe da dire) alcune forme, disposizioni e dimensioni esistenziali che possono dare sostanza al nuovo umanesimo capace di rispondere al «manifesto decadimento della dimensione umana». Tre forme tutte illuminate dall’esempio di Gesù. Anzitutto l’essere figli, condizione che s’incarna concretamente nel rapporto con l’abate, cioè con il «padre». Poi, «all’uomo come prodotto e funzione l’esperienza monastica contrappone e propone l’uomo creato da Dio secondo il disegno per rispondere al suo progetto e alla sua chiamata»; la creaturalità trova riscontro nella vita come servizio che nel monastero sfocia naturalmente nell’obbedienza (con particolare riferimento al lavoro, dimensione di speciale similitudine tra l’uomo e il suo Creatore). Infine, «al dramma dell’autoreferenzialità che rende l’uomo prigioniero di se stesso e lo condanna alla solitudine, la vita monastica risponde con la proposta dell’esperienza dell’uomo fratello/sorella», e la fraternità è forse la testimonianza più «urgente e necessaria» che il monachesimo è oggi chiamato a dare.

Volendo indicare un’icona evangelica che possa riassumere simbolicamente il senso della vita monastica, Patrizia Girolami sceglie la Maddalena, prima testimone del Risorto e «donna certamente innamorata di Gesù», e invita a rileggere con attenzione il testo di Giovanni 20:1-18 che la vede protagonista. Come Maddalena al sepolcro, infatti, ogni giorno i monaci devono chiedersi: «Ma noi, quando ci alziamo al mattino o nel cuore della notte, chi cerchiamo? Il Signore morto o il Signore risorto?» Come la Maddalena, anche i monaci piangono, ma non il pianto «sterile e infecondo» per le proprie insoddisfazioni e i propri fallimenti, bensì il pianto per «una realtà che nasconde e non restituisce appieno il volto del Signore, e perciò è insufficiente, deludente e ci spinge, quasi ci costringe, a cercare lui». Alla Maddalena è poi Cristo stesso che chiede: «Chi cerchi?» E questa «è la domanda chiave, la più importante da cui dipende tutta la nostra vita», domanda da ripetersi senza sosta ogni giorno. Ed è infine la Maddalena che Cristo chiama per nome ­– Maria –, «e in questa parola c’è la chiamata alla vita, c’è l’eco della vocazione che definisce la nostra vera identità, tutto ciò che siamo e siamo chiamati a diventare rispondendo a Dio».

A conclusione della sua trattazione l’autrice riepiloga quello che il monaco di oggi è chiamato a testimoniare al mondo: l’inestinguibilità della domanda sul senso della vita e della ricerca di Dio; il bisogno di assoluto e di eterno; la necessità di un «esodo» da se stessi in direzione degli altri; la possibilità di una vita dotata di un centro; la possibilità di una gioia profonda e duratura; la forza della comunità fraterna e la debolezza dell’individuo solo.

È un elenco ambizioso e, come ho già detto, dal mio punto di vista non si tratta di condividere o no – probabilmente avrei da ridire su ogni pagina di questo libro –, bensì soltanto di  comprendere, e Sui passi di Dio è un libro utilissimo per capire. Talvolta mi è sembrato scritto in una lingua straniera, ma questo è normale.

(3-fine)

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  1. Patrizia Girolami, Sui passi di Dio. Testimonianza e profezia della vita monastica, introduzione di mons. D. Carolla, Quaderni di Valserena, Nerbini 2016.

 

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«Tutto ciò che ci pare e piace» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 2/3)

suipassi(la prima parte è qui)

Codificando e fondando la comunità monastica, Benedetto avrebbe scoperto «le radici dell’esistenza tutta e il senso del proprio essere nel mondo»: una tesi di un certo rilievo, se così si può dire, la cui chiave sta nella trasformazione operata da Benedetto di un’esperienza individuale in un’esperienza di comunità. In questo senso la Vita contenuta nei Dialoghi di Gregorio Magno e la Regola vanno lette come un’opera in due volumi, e la Regola non può essere isolata dalla vita del padre del monachesimo: «La Regola nasce sul terreno concreto dell’esperienza della vita del santo e vi ritorna prescrivendo quelle stesse modalità che egli aveva vissuto».

La Regola, intesa come metonimia del monastero, è il luogo dove l’esperienza di Dio passa da fatto intimistico a relazione (necessaria) con l’altro; la Regola ridesta l’esperienza religiosa senza riconsegnarla alla «volontà individuale» (l’arcinemico della quasi totalità della letteratura monastica, e non solo). L’esperienza dell’alterità è incardinata nella Regola, attraverso la mediazione dell’abate e dell’intera comunità.

Il vero monaco, dunque, si affida alla Regola, le si consegna, con un atto di «decentramento» da sé che lo mette sulla strada verso l’altro, altrimenti (apparentemente) irraggiungibile. La Regola sostituisce «ciò che vogliamo, desideriamo, pensiamo o sentiamo» e così facendo ci libera, ci rende liberi di fare esperienza di Dio: «La discriminante fra essere monaco e non esserlo è tutta qui: fare eseperienza della Regola o piuttosto fare esperienza di Dio mediante la Regola, assumere la Regola come strumento per incontrare Dio e far sì che la relazione con Dio e con la sua Parola possa trasformare la nostra vita».

Ancora una volta, non si tratta di concordare o argomentare contro, semmai di osservare alcune sfumature. A cominciare dal fatto che assai spesso i fondatori di Ordini o i riformatori hanno perseguito con tenacia ciò che sentivano, volevano, ecc., proprio perché alla ricerca di una diversa esperienza – si dirà che erano ispirati da Dio, ma rischiando l’argomento circolare. Devo anche ammettere che quando la frequenza di aggettivi come «vero» e «autentico» cresce, cresce anche la mia preoccupazione: «Il candidato monaco o monaca della Regola è un uomo o una donna che cercano la vita, che sono mossi da un desiderio di vita piena, vera, autentica, che vogliono che la loro vita sia davvero vita», cui si potrebbe aggiungere il «vero alimento», «il vero bene», l’«autentica libertà» la «vera identità» e l’immancabile «vero senso». A ciò si lega infine la perplessità per il totale disconoscimento, da parte dell’autrice – né prima né ultima di una cospicua schiera – di una terza via tra l’obbedienza e il puro arbitrio solipsistico e distruttivo: «Si capisce allora come questa concezione di obbedienza [l’obbedienza monastica] sovverta la falsa immagine di libertà concepita, invece, come affermazione di sé e della propria autonomia e autosufficienza e, dunque, sostanzialmente come assenza di legami e possibilità di fare tutto ciò che ci pare e piace, divenuta ormai assolutamente imperante».

Su quel «sostanzialmente» inciampo, e anche se per prudenza non mi avventuro in una definizione di libertà, nemmeno prendendola a prestito, mi pare nondimeno che «fare tutto ciò che ci pare e piace», senza ulteriori specificazioni, pertenga più al Paese di Cuccagna che alla nostra terrestre realtà.

(2-segue)

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«Per così dire quasi di contatto» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 1/3)

suipassi«La vita monastica… è profezia del Definitivo, dell’Assoluto, dell’Eterno senza il quale il tempo e lo spazio sarebbero solo una tragica e beffarda assurdità.» Nell’introduzione di mons. Dante Carolla al volume di Patrizia Girolami, Sui passi di Dio1, viene suggerito come il testo della monaca trappista di Valserena, che raccoglie una serie di interventi tenuti durante un corso di formazione per monache benedettine, non si rivolga esclusivamente alle sue destinatarie naturali, bensì a tutti, anche a coloro che, come chi scrive, sono più vicini al partito della «tragica e beffarda assurdità». Monaci e monache, ribadisce mons. Carolla, «sono un modello irrinunciabile di umanità perché non si accontentano del provvisorio, del precario, del parziale».

Confesso una certa perplessità di fronte a certe rivendicazioni, talvolta cariche di sottintesi. E aggiungerei che non si tratta di «accontentarsi» del provvisorio, cioè di quella fragilità e mortalità che non hanno bisogno di essere dimostrate, quanto di immergersi in quel provvisorio, riconoscendovi, si potrebbe dire, la propria vera e unica casa, al pari di quelli che la riconoscono in un chiostro.

A me sembra che gli interventi di s. Patrizia Girolami siano molto cauti nel generalizzare, e il loro «rivolgersi a tutti» sia alquanto indiretto (salvo in alcuni passaggi che vedremo più avanti); è con la medesima cautela, quindi, che li ho avvicinati dall’esterno, in particolare il primo, che si intitola La via della vita: testimoni-profeti secondo la Regola. I due temi, testimonianza e profezia – che già di per sé sono scivolosi per un laico – convergono, nel discorso dell’autrice, sul concetto (e sulla realtà) dell’esperienza; nel caso specifico «una esperienza profonda di Dio […] che in un certo senso si impone da sola in loro [nei monaci] per la sua forza e la sua evidenza». Tali forza ed evidenza, mi pare, sono più affermate che mostrate, tuttavia, e d’altra parte come pretendere altrimenti: l’evidenza qui rivendicata si ritrova più nell’effetto – la volontà di conformarsi al Cristo, sia pure esito di una «chiamata»  – che in una sua qualità, se non misurabile (come una febbre), almeno «auto-evidente».

Intorno a questa esperienza, che inevitabilmente desta in me la massima curiosità intellettuale e umana, si raccolgono frasi talvolta molto suggestive, ma anche di difficile presa: «Facendo esperienza di lui… il monaco e la monaca sono la trasparenza del volto stesso di Dio nel mondo»2, o ancora «attraverso le vicende stesse del vivere noi possiamo fare l’esperienza di Dio, riconoscere e avvertire quella sorta di presenza immediata e diretta, per così dire quasi di contatto, del divino»; l’esperienza «è il luogo del permanere e del mutare, della durata e del divenire», è «una porta che immette in un oltre», che consente di «passare là dove non si era mai passati».

Proprio quando il disagio – il mio disagio – per queste e altre simili formule sembra prevalere ecco che l’autrice chiama in causa Benedetto da Norcia e la sua Regola, e lo fa in maniera eclatante, riprendendo le tesi di Pierfrancesco Stagi3, con un’affermazione non esattamente marginale: «San Benedetto ha fissato i fondamenti dell’esperienza religiosa dell’Occidente, ovvero ha fondato, non tanto a livello teorico quanto pratico, le modalità con cui l’Occidente si è rivolto a Dio». Quell’inciso (teorico / pratico), che è da sempre al centro della riflessione sul testo di Benedetto, mi ha subito rimesso in carreggiata.

(1-segue)

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  1. Patrizia Girolami, Sui passi di Dio. Testimonianza e profezia della vita monastica, introduzione di mons. D. Carolla, Quaderni di Valserena, Nerbini 2016.
  2. Qui, se non fossi chi sono, si potrebbe sviluppare l’immagine dei volti come finestre, che sembrano a volte aperte su altre dimensioni.
  3. Pierfrancesco Stagi, Benedetto da Norcia. L’esperienza di Dio, Borla 2014, un volume che mi sono subito accaparrato.

 

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Silenzio, deserto, notte

SoloDinanziBenché siano passati alcuni anni dalla sua pubblicazione la conversazione tra Luigi Accattoli e l’allora priore della Certosa di Serra San Bruno, Jacques Dupont1, mantiene intatto il suo interesse. Non si tratta solo di questo, in realtà; l’incontro ha prodotto un testo che non bisogna esitare a definire molto bello, nel quale spicca soprattutto, direi, lo sforzo del priore per superare la leggendaria «riservatezza» certosina e dire qualcosa sulla scelta di vita e sulla spiritualità di questo esiguo gruppo di individui. «Esiguo», per essere esatti, significa poco meno di 450, tra monaci e monache2.

La bellezza è il risultato, soprattutto, di una serie piuttosto ampia di immagini con le quali il priore risponde alle intelligenti sollecitazioni dell’intevistatore, cercando inoltre di dare una forma comunicabile alle proprie esperienze. Le immagini sono belle, e contemporaneamente ingannevoli, proprio perché belle, cioè cariche di una promessa di spiegazione che non può essere mantenuta in un contesto dialogico; forse in poesia, ma non qui. D’altra parte sin dall’inizio si avverte la difficoltà del priore a rispondere con qualcosa che non sia allusione, accenno, immagine appunto: «I certosini sono allo stesso tempo fuori del mondo e legati strettamente al mondo. Non hanno niente da dire di proprio al mondo, non sono modelli di vita per gli altri, ma sono segno» (corsivo mio).

Vediamo alcune di queste immagini, a partire da quella del mozzo: «Il monaco può essere paragonato al mozzo che […] si arrampicava sulla cima dell’albero maestro per scrutare l’orizzonte nella speranza di vedere profilarsi una riva sconosciuta». Il mozzo non è al timone, non deve soffrire di vertigine, è una vedetta che deve gridare «Terra!» quando gli altri ancora non possono vederla. È una vedetta che mantiene accesa la fede di questo futuro avvistamento. Il certosino, ancora, è l’uomo che si addentra nel deserto («a nome di tutti»), inseguendone il silenzio, condizione decisiva per l’ascolto più importante: «La pedagogia del deserto ci dovrebbe preparare a cogliere il “sussurro” della presenza di Dio. Esso resta un segno debole, ma noi infine siamo capaci di udirlo».

Ho già citato qualche giorno fa l’immagine della vita contemplativa come «presa di corrente», anche nascosta, nel grande edificio della Chiesa; aggiungo adesso quella assai singolare che il priore riprende dalla mistica e poetessa francese Madeleine Delbrêl (1904-1964): «Dio vuole danzare con me. Per essere un buon danzatore, occorre non sapere dove questo mi porti. Bisogna seguire, essere leggero, non rigido. Non si devono chiedere delle spiegazioni. Occorre essere come un prolungamento vivente dell’altro e ricevere la trasmissione del ritmo». E se «la vita è un ballo», poco oltre il priore dirà che la morte non è altro che un «cambio di patria» – niente di nuovo per lui che dalla Francia è venuto in Italia, cambiando pure nome.

Se talvolta la preghiera notturna diventa faticosa, «non potrò cogliere tutto», ammette il priore, «ma ecco che mi metto nella barca della Chiesa, nel fiume della sua preghiera che scorre e che mi trascina con la sua corrente. L’importante è rimanere nella barca, non scendere, e lasciare che il fiume scorra, da qualche parte mi porterà». Mentre a proposito della sempiterna dialettica tra ciò che è mutevole e ciò che è immutabile, il priore così parla della gioia: «La gioia che viene da fuori è come il sole che si alza alla mattina e tramonta la sera, come l’arcobaleno che appare e sparisce, come il caldo estivo che viene e che se ne va, come il fuoco che brucia e si spegne. Invece la gioia che viene da dentro non può finire: è come un ruscello tranquillo, sempre lo stesso, sempre presente, come la roccia, come il cielo e la terra che non passano». E ancora: «Il ministero del monaco si compie nell’ombra e nel segreto. Egli è come una falda d’acqua sotterranea. Silenzio, deserto, notte. Ma la notte prepara il giorno. Il nostro è un ministero di gestazione».

Mozzi, sussurri, danze, prese di corrente, arcobaleni, barche, ruscelli, falde… Subisco inevitabilmente il fascino di queste immagini e, come dicevo, le temo perché non sono la realtà (non lo sono mai). Va anche detto che per quanto sia ricco di tante immagini come queste, Solo dinanzi all’Unico è un libro che merita più di una lettura e sarebbe ingiusto ridurlo a una raccolta di metafore che dovrebbero «dare un’idea» del monachesimo certosino. Forse siamo noi a volerla avere, questa idea, e non tanto loro a volerla dare. In fondo, alla domanda diretta di Luigi Accattoli: «Lei pensa che il mondo d’oggi possa capirvi?», il priore risponde preciso: «Penso che in qualche misura una possibilità di comprensione tra i monaci e la restante umanità vi sia in ogni epoca storica, perché non vi sono epoche dimenticate da Dio. Ma non è questa la nostra prima preoccupazione». E, più ancora che in quel la nostra prima preoccupazione, è in quella restante umanità che mi pare risuonare la drammatica singolarità dei certosini.

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  1. Solo dinanzi all’Unico, Luigi Accattoli a colloquio con il priore della Certosa di Serra San Bruno, Rubbettino 2011. Il nome del priore, con scelta molto «certosina», non compare in copertina e nemmeno sul frontespizio, ma soltanto nelle note biografiche e nelle prime pagine. Dal 2014 dom Dupont ha lasciato Serra San Bruno e si dedica interamente al ruolo di procuratore generale dell’Ordine.
  2. «Oggi nel mondo vi sono 19 case di certosini (con circa 370 monaci) e 5 case di certosine (con circa 75 monache). Queste ultime si trovano in Francia, in Italia e in Spagna. Le case dei monaci si trovano in Europa, negli Stati Uniti e in America Latina», www.chartreux.org.

 

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Giovanni «Catarella» Cassiano

«Mi regordu chi, essendu iu pichottu e standu in li parti di Thebaida, li monachi si congregaru a lu beatu Antoni, chi allhura illà si trovava, per investigari et insemi conferiri di la perfectioni.» In virtù di una ben nota quanto singolare circostanza è assai possibile che un comune lettore italiano del ventunesimo secolo non si trovi affatto disorientato davanti a un testo in volgare siciliano degli inizi del Cinquecento…

Si tratta di Lu raxunamentu di l’abbati Moises e di lu beatu Germanu supra la virtuti di la discretioni, volgarizzamento della seconda «conferenza» ai monaci di Giovanni Cassiano, redatto da un anonimo monaco del monastero di San Martino delle Scale, nei pressi di Monreale, tra il 1510 e il 1550. Ci è stato conservato in un unico esemplare manoscritto, che lo raccoglie non casualmente insieme alla Regula di Santu Benedittu Abbati, cioè alla Regola anch’essa volgarizzata, ed è un testo di estremo interesse filologico e linguistico, come dimostra l’edizione approntata da Ferdinando Raffaele, cui si rimanda per la precisione, la ricchezza di spunti e l’ampiezza di analisi1.

Lo studio molto approfondito che accompagna il testo documenta, tra l’altro, anche i casi di scostamento dall’originale. Uno, tratto dal capitolo 11, è assai curioso. In italiano moderno si legge: «Da ragazzetto [puerulus] – mi confidò un giorno Serapione –, mentre dimoravo presso l’abate Teona, avevo preso l’abitudine, senza dubbio dietro suggestione del nemico, di nascondermi ogni giorno sotto la veste, subito dopo aver consumato la refezione del giorno con il vecchio verso le tre del pomeriggio, una pagnottella di pane; alla sera poi, senza che lui se ne accorgesse, me la mangiavo di nascosto». Ecco invece la versione in siciliano: «Dissi l’abbati Serapiuni: ‘Essendu iu pichottu e standu insembla cum l’abbati Theuni, havia per diabolica tentationi quista consuetudini, chi di poi chi a mezu yornu havia mangiatu cum lu vechu, ogni yornu ocultamenti, quillu non lu sapendu, mi amuchava in pettu unu pani di pisu di unzi sei, e quillu mi mangiava la sira». È stato aggiunto il peso, della pagnottella, e non a caso, ma con riferimento a un passo delle Istituzioni cenobitiche2: l’aggiunta, commenta Raffaele, «risponde, in effetti, a un’evidente istanza di realismo, in quanto contribuisce per un verso a rimarcare la gravità morale del gesto di fronte ai naturali fruitori dell’opera, monaci sovente sottoposti a tentazioni analoghe, e per altro verso a sottolineare, attraverso la specificazione di una quantità ben determinata, l’esigenza di un atteggiamento equilibrato nel soddisfacimento dei bisogni alimentari». (Noto anche che si passa dalle 258 battute del testo latino, alle 321 di quello siciliano, alle 402 della resa italiana.)

Il «traduttore» nel complesso dimostra sicura padronanza della lingua e una certa vivacità di espressione, posta perlopiù al servizio di tre esigenze: la necessità di compendiare, quella di semplificare e quella di spiegare, in considerazione della specifica comunità per la quale veniva steso il testo (è interessante notare che nel momento in cui viene redatto la popolazione del monastero è composta il larga misura anche da monaci non siciliani). Va detto che, forse anche per via di quella circostanza cui si accennava, la resa in siciliano giova al testo di Cassiano. Non posso dire di averlo letto per intero, ma scorrendolo mi sono imbattuto in diversi passi che mi paiono brillare, appunto, di uno spiccato realismo. Chissà, probabilmente è soltanto il frutto del pregiudizio verso ciò che oggi suona alle mie orecchie, inevitabilmente, dialetto (mentre dialetto non era). E tuttavia alla fine di una seria spiegazione basta un termine per ritrovarsi per strada: «Appari, adunca, chi lu dunu di la discretioni non è terrenu, nè di pocu momentu, ma divinu, la quali si lu monacu cum ogni attentioni non l’acquistirà, e si cum certa raxuni non possedirà la discretioni di li spiriti, zoè lu dixernimentu e vera cognitioni di li boni e mali cogitationi chi li supraveninu, necessariu li è, comu cui erra per oscura notti e tenebri, non sulamenti cadiri in fossi e dirrupi, ma ancora truppicari frequentimenti per chani e dritti camini.»

Già, truppicari.

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  1. Lu raxunamentu di l’abbati Moises e di lu beatu Germanu supra la virtuti di la discretioni, a cura di F. Raffaele, Centro di studi filologici e linguistici siciliani, Palermo 2009 (lo si può leggere qui).
  2. «Qualcuno non avverte la sazietà neppure nella misura di due libbre, qualche altro invece si sente soddisfatto anche con una sola libbra e con sei once di cibo», Giovanni Cassiano, Le istituzioni cenobitiche, V, 5, 2.

 

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«L’errore decisivo del monachesimo» (Dietrich Bonhoeffer)

In uno dei capitoli introduttivi del suo libro formidabile Sequela1, Dietrich Bonhoeffer dedica alcuni paragrafi al monachesimo, al suo ruolo e al suo «errore». Lo fa all’interno di una riflessione molto serrata sul contrasto tra la «grazia a buon mercato», nient’altro che una «merce in vendita» che rappresenta la «nemica mortale» della chiesa, e la «grazia a caro prezzo», che altro non è che il vangelo, «che si deve sempre di nuovo cercare, il dono per cui si deve sempre di nuovo pregare, la porta a cui si deve di nuovo bussare».

La grazia a caro prezzo è seguire Gesù, la sequela appunto, ne è il risultato, e affinché non evaporasse, nel momento in cui il cristianesimo usciva dall’ombra e la chiesa si mondanizzava, fu per così dire traslata in uno spazio allo stesso tempo separato e interno alla chiesa: il monachesimo. «Qui», dice Bonhoeffer, «ai margini della chiesa, si trovava il luogo dove fu tenuta desta la cognizione della grazia a caro prezzo e del fatto che la grazia implica la sequela. Alcuni uomini abbandonavano tutto quello che avevano per amore di Cristo e tentavano di seguire con esercizio quotidiano i severi comandamenti di Gesù» (il corsivo è mio). La vita monastica poteva rappresentare la protesta contro la chiesa dall’interno della chiesa stessa, e insieme sanciva l’esenzione della massa del popolo cristiano da un impegno che ricadeva su pochi singoli individui. L’una giustificava l’altra, la via stretta di Cristo e la via più facile del mondo.

Ed ecco la tesi di Bonhoeffer, cesellata al centro del suo ragionamento: merita di essere riportata per intero, aggiungendovi soltanto un corsivo su una frase che anticipa approfondimenti che seguiranno nel resto del volume. «In tutto questo l’errore decisivo del monachesimo non stava nel fatto di percorrere – pur con tutti i fraintendimenti sul contenuto della volontà di Gesù – la strada di grazia della sequela con la sua severità. Piuttosto, il monachesimo si allontanava sostanzialmente dalla visione cristiana per il fatto che permetteva al proprio cammino di trasformarsi in un impegno eccezionale per pochi, liberamente scelto, rivendicando così per esso un merito particolare».

Queste parole mi fanno venire in mente, tra l’altro, numerose affermazioni che ho incontrato nel tempo e che orbitano intorno, se così si può dire, al vago imbarazzo del monaco che teme di insuperbire, ad esempio questa di Louis Bouyer: «La vocazione del monaco non è altro che la vocazione del battezzato, ma vissuta nella dimensione, si potrebbe dire, della massima urgenza».

Ecco perché, tornando a Bonhoeffer, per risvegliare il vangelo della grazia a caro prezzo Dio fece passare Lutero dal chiostro, cioè lo fece uscire dal chiostro. Da quel chiostro che era diventato convegno di santi, da quel chiostro nel quale il rinnegamento di sé, richiesto dalla sequela, si era rivelato «essere l’estrema affermazione religiosa di sé operata dall’uomo devoto»; da quel chiostro che invece della fuga dal mondo accoglieva «il più sottile amore del mondo». Entrando nel chiostro, Lutero, il monaco, aveva lasciato tutto tranne se stesso, cioè non aveva lasciato niente: «Lutero dovette lasciare il chiostro e rientrare nel mondo, non perché quest’ultimo fosse in sé buono e santo, ma perché anche il chiostro non era altro che mondo».

Non ho certo la preparazione per discutere queste tesi, e soprattutto, per essere chiari, non ho alcun titolo e non c’entro nulla. Leggo con estremo interesse e avvicino queste parole a tante dichiarazioni di monaci di varie epoche che di sicuro hanno avvertito e avvertono questo punctum. Il tema del rientro nel mondo mi pare quanto mai stimolante: «Ora», conclude Bonhoeffer, «la sequela di Gesù doveva essere vissuta restando nel mondo. Ciò che era stato praticato come un impegno eccezionale nelle condizioni e con le facilitazioni speciali della vita monastica, ora era diventato la cosa necessaria e comandata ad ogni cristiano nel mondo» (un ultimo corsivo mio).

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  1. Dietrich Bonhoeffer, Sequela (1937), a cura di M. Kuske e I. Tödt, edizione italiana a cura di A. Gallas, Queriniana 20154. Il capitolo in questione è La grazia a caro prezzo, pp. 27-41.

 

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Una magnifica raccolta di Regole («Abitare come fratelli insieme»)

AbitareComeFratelliNon è soltanto l’interesse verso l’argomento storico che mi spinge irresistibilmente verso le regole monastiche, vi vedo anche, forse in maniera impropria, uno degli sforzi più prolungati e intensi di rispondere alla fatale domanda: «Cosa facciamo?», e a quella conseguente: «Come lo facciamo?», con una particolare enfasi sulla prima persona plurale. Osservandole da una posizione laica, inoltre, le regole sono uno straordinario strumento di semplificazione e concentrazione: servono a non distrarsi, a risolvere una volta per tutte gli aspetti pratico-organizzativi della vita quotidiana in modo che l’individuo possa dedicarsi a ciò che è importante, a ciò che è chiamato a fare.

Si può immaginare quindi il mio entusiasmo nel poter maneggiare Abitare come fratelli insieme, corposa raccolta delle «Regole monastiche d’occidente» da poco pubblicata dalle Edizioni Qiqajon della Comunità di Bose: 1116 pagine curate, come al solito, rigorosamente da Cecilia Falchini e aperte da un’Introduzione non di circostanza del priore Enzo Bianchi. Un libro che definirei eccezionale, di cui esser grati alla curatrice e all’editore, e il cui indice è già di per sé una grande epica e un’ancor più grande promessa.

Il volume raccoglie ventidue regole, «la quasi totalità delle regole monastiche cenobitiche maschili dell’occidente latino dei secoli IV-VII», suddivise in otto famiglie o generazioni, dalle regole africane, come quella di Agostino, fino alle regole spagnole e della seconda meà del VII secolo, come la Regola di Fruttuoso e la Regola di un padre ai monaci, alcune di esse in prima traduzione italiana. Al centro, oltre a quella di Benedetto, si staglia il masso ciclopico della Regola del Maestro, mentre la conclusione è affidata a un’appendice dedicata alle regole degli ordini mendicanti, in particolare a quelle francescane: pur non essendo strettamente monastiche, «il loro perdurante interagire dialettico con il monachesimo», scrive la curatrice, «e il loro ruolo di “cerniera” tra quest’ultimo e le successive forme di vita religiosa ci paiono giustificarne l’inserzione nel presente volume».

Tornando al «cosa facciamo?», non dimentico certo che nella fattispecie la «chiamata» è la ricerca di Dio, in se stessi e negli altri: nonostante la varietà, «le regole», scrive Enzo Bianchi, «fin dal loro nascere e quali che possano essere le influenze e le dipendenze reciproche, hanno tutte un elemento fondamentale in comune: […] fanno comunque  e sempre riferimento, attraverso il vangelo, all’amore di Dio e a quello del prossimo. Non solo, ma la fonte di tale amore e il modello da imitare è sempre la persona di Cristo». Il cosa fare insieme è il cuore delle regole cenobitiche, e in questo senso, come osserva ancora il priore Bianchi, il riferimento centrale alla «comunità» le rende argomento di «cogente attualità».

Devo anche ammettere che quando m’imbatto in una norma come questa (cito a caso dalla Regola del Maestro): «Per i letti abbiano, d’inverno, una stuoia, una coperta di tessuto spesso e una di lana; d’estate al posto di quella di lana facciano uso, per il caldo, di una coperta logora. Ai piedi del letto, poi, abbiano una pelle dove possano pulire i piedi dallo sporco e così salire sui loro letti», non posso fare a meno di sorridere di comprensione. Nella proliferazione normativa mi pare infatti di poter cogliere una vena profonda – talvolta ossessiva o addirittura nevrotica – di realismo, che porta gli autori delle regole a riconoscere la forza non trascurabile del caos che scaturisce dall’unione di più persone in un medesimo luogo (pianeta), ancorché «peccato» lo si voglia chiamare. Che cosa ha fatto in fondo san Francesco, anche con la sua regola, se non tentare di esorcizzare questo caos abbracciandolo, in virtù dell’amore e riducendo tutto all’unica prescrizione evangelica della sequela? Ma lui era solo o, al massimo, seguito da un pugno di compagni – una «banda» come Enzo Bianchi definisce il germe del gruppo che si raccoglie intorno al singolo che si avventura lungo una nuova strada di ricerca. Poi la banda diventa, appunto, un gruppo, poi una comunità, eventualmente un ordine: dobbiamo buttar giù una regola…

 

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Pluviometri, sismografi e meteoriti (Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

MazzucotelliSono pressoché certo che dimenticherò i nomi dei monaci scienziati che ho incontrato nel bel libro di Mauro Mazzucotelli1, magari, dicevo, con qualche eccezione. A cominciare dalla figura del cassinese Benedetto Castelli (1577-1643), «il monaco che forse più di ogni altro fu vicino a Galileo, non solo come fedele discepolo ma anche come sincero amico, e dal quale fu ricambiato con altrettanta amicizia e considerazione». Ingegno poliedrico, si usava dire, il Castelli si occupò di molti argomenti di astronomia – a lui si devono i calcoli sui periodi dei pianeti medicei, cioè i quattro satelliti maggiori di Giove scoperti da Galileo –, di ottica, meccanica, fisiologia, sia teorici, sia pratici, e la sua fama si legò in particolare al Della misura dell’acque correnti, uno dei trattati di idraulica più famosi del suo tempo, pubblicato a Roma nel 1628. Il motivo per cui lo ricorderò, tuttavia, è perché gli viene attribuita l’invenzione del pluviometro, «sperimentato per la prima volta in un cortile del monastero di S. Pietro in Perugia ove l’abate risiedeva nel 1639 in occasione del capitolo generale della congregazione». L’idea venne al Castelli osservando un acquazzone che si abbatteva sul lago Trasimeno, come poi racconterà in una lettera indirizzata proprio a Galileo: «Supponendo (come haveva assai del probabile) che la pioggia fosse universale sopra il lago… preso un vaso di vetro di forma cilindrica… l’esposi all’aria aperta a ricevere l’acqua della pioggia che ci cascava dentro e lo lasciai stare per ispazio d’un hora…»

Poi mi ricorderò di un altro cassinese, Andrea Bina (1724-1792), lettore di filosofia, ma soprattutto fisico e in particolare sismologo (suo il Ragionamento sopra la cagione de’ terremoti ed in particolare di quello della terra di Gualdo di Nocera Umbra nell’Umbria seguito l’A. 1751). Alla sua memoria è stato intitolato l’Osservatorio Sismico «Andrea Bina», fondato dal monaco di Montecassino Bernardo Paoloni agli inizi degli anni Trenta, proprio nel monastero di S. Pietro in Perugia, e sul cui sito si legge: «Si può affermare con estrema tranquillità che la sismologia intesa come materia scientifica, dimostrabile attraverso osservazioni, dati e leggi fisiche e non con miti e leggende, nacque dalla preziosa penna di Padre Andrea Bina». Anche di lui mi ricorderò in particolar modo per un’invenzione, quella del sismografo a pendolo: una sfera di piombo appesa a un filo, con infilato uno stilo rivolto verso terra che scava solchi più o meno profondi nella sabbia contenuta in una cassetta di legno posta sotto di esso. Commentando il fatto che l’osservatorio sismologico sia tuttora attivo, Mazzucotelli scrive: «Credo che rappresenti l’unica realtà scientifica del nostro tempo realizzata in un monastero italiano, superstite testimonianza di una onorevole tradizione del passato».

AmbrogioSoldaniInfine non mi dimenticherò del camaldolese Ambrogio Soldani (1736-1808), di vastissima cultura, ma ricordato specialmente per gli studi di conchigliologia fossile, svolti in larga misura in terra toscana, culminati col Saggio orittografico ovvero Osservazioni sopra le terre nautilitiche ed ammonitiche della Toscana, pubblicato nel 1780 e la cui prefazione così recita: «Le pietre lumachelle a grani minimi riguardate colla lente, le molte terre analizzate, i testacei minuti separati ed esaminati col microscopio tutte insomma le osservazioni, e tutte l’esperienze riportate in questa raccolta sono state da me eseguite, poco avendo io detto per relazione d’altri e nulla senza citarne l’Autore». Il suo nome è legato anche a una curiosa e acuta opera dedicata a una pioggia di meteoriti avvenuta nei pressi di Siena: Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de’ 16 giugno del MDCCXCIV in Lucignano d’Asso nel Sanese: Dissertazione. Perché mi ricorderò di lui? Per il soprannome che gli restò attaccato: «abate pioggetta».

(2-fine)

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  1. Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, 2 voll., Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999.

 

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«Mai senza un poco di aritmetica, di geometria e di fisica» (Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia, pt. 1/2)

MazzucotelliHo dunque letto il meritorio lavoro di Mauro Mazzucotelli dedicato alla Cultura scientifica e tecnica del monachesimo in Italia1, in particolar modo di quello benedettino. Una cultura che per un bel tratto ha seguito lo sviluppo delle scienze in ambito laico, prima di crollare «bruscamente e per sempre» all’epoca delle leggi di soppressione delle congregazioni e degli ordini religiosi. Crollata per ragioni estrinseche, e quindi migrata altrove, senza tonaca: non mi è sembrato, infatti, scorrendo questa lunga galleria di nomi di cogliere una specificità monastica di avvicinamento alle scienze, il metodo essendo quello, indipendentemente dal saio o dal camice. Con ogni probabilità anche in virtù di una precisa scelta dell’autore, la stragrande maggioranza dei nomi che affollano le sue pagine corrispondono a individui che ritenevano importante e necessario osservare, cercare, registrare, catalogare, eventualmente sperimentare, e tramandare le conoscenze acquisite, al pari di pregare e cantare le lodi del Creatore: due «percorsi», se così li vogliamo chiamare, che in concreto nei monasteri non si ostacolavano a vicenda, anzi. «Il contrasto tra la scelta della vita dedicata a Dio e la passione per lo studio della scienza risulta superabile, come appare analizzando singole vicende e biografie della maggior parte dei monaci, in una stabile coerenza personale tra l’ascesi e lo studio, tra l’osservanza della Regola di San Benedetto e quella delle leggi che regolano il cammino della ricerca e della speculazione scientifica.» A suggello di questo contrasto superato, o forse mai nemmeno sentito, Mazzucotelli riporta una bella frase dell’abate napoletano Antonio Genovesi (tra l’altro, il primo titolare della prima cattedra di economia dell’università italiana), che così rispondeva al classico «giovane che voleva intraprendere la carriera ecclesiastica»: «Ella vuole essere un teologo: ma non il sarà mai senza un poco di aritmetica, di geometria e di fisica; poiché quelle le formeranno l’arte di ragionare e questa le farà conoscere il primo libro di Dio ch’è il mondo».

E non pare esserci neanche una specificità di interessi, a parte forse per quelle discipline più legate ad alcuni aspetti tradizionali del «sapere» monastico, come la botanica, con ricadute su medicina e farmacologia, e le scienze della natura «coltivata» e vissuta: idraulica, silvicoltura, agraria, meteorologia. «Il mondo vegetale arboreo, erbaceo o floricolo ha sempre avuto un legame abituale con la congregazione di Vallombrosa», ad esempio (e Giovanni Gualberto, il fondatore di Vallombrosa, è il patrono delle guardie forestali italiane), oppure la consuetudine di studi naturalistici dei camaldolesi. L’indice dei nomi raccoglie monaci scienziati per ogni branca, e sia di attitudine sperimentale e di ricerca, sia erudita: «È davvero impressionante – ad esempio – l’ampiezza del sapere di alcuni monaci del XVII secolo, come il fogliante Camillo Stella o il camaldolese Clemente Mattei o il cassinese Gerolamo Ruscelli», capaci di spaziare dalla matematica, all’astronomia, alle scienze del calendario, alla cartografia e alla meteorologia.

Il mio grande rammarico, non nuovo, è che tra non molto non ricorderò nulla di questa schiera, magari giusto con qualche eccezione. Mi accontento di sapere che questo fenomeno è esistito e ha avuto una dimensione non trascurabile; lo deposito sullo scaffale mentale che ospita quelle cose che a un paio di metri di distanza sono un’etichetta che riporta il loro nome, e poi, a mano a mano che ci si avvicina, si allargano e si inabissano tendendo a infinito; e sono grato all’autore del libro, cui potrò in caso tornare periodicamente – libro che, nelle intenzioni, va considerato come propedeutico a «un Dizionario bio-bibliografico dei monaci italiani che si sono occupati di scienza e hanno lasciato tracce scritte di questa loro cultura. È un lavoro che mi sta impegnando da tempo con, è il caso di dirlo, pazienza certosina e che spero possa vedere la luce in un futuro non troppo lontano».

(1-segue)

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  1. 2 voll., Abbazia San Benedetto, Seregno, 1999.

 

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