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«Post multas alterquationes» (Le «Gesta degli abati di Saint-Germain di Auxerre», pt. 2/2)

LesGestesDesAbbes(la prima parte è qui)

A mano a mano che Guido si avvicina ai suoi tempi le biografie diventano più lunghe e si aprono a qualche osservazione meno prevedibile, ma fino a tutto il XII secolo prevale quel «basso continuo» di cui dicevo. Vediamone un esempio tratto dalla vita dell’abate Gervaso (1115-1147), che fu alla guida di Saint-Germain per ben trentadue anni. Di origini nobili, come l’ampia maggioranza dei suoi colleghi, Gervaso fece costruire un priorato a San Florentino, con il consenso dell’arcivescovo di Sens, Enrico, e la ratifica scritta di papa Innocenzo II. Ottenne dal visconte di Saint-Florentin l’annullamento di certe consuetudini e contestò al conte di Nevers le pertinenze del castello di Saint-Germain; scomunicò Hugues le Manceau perché aveva eretto un castello su terre del monastero; acquistò il diritto d’uso di un bosco, ricevette in dono una casa e fece costruire un villaggio; arricchì l’altare principale della chiesa «di un pannello d’argento di gran peso e prezzo elevato» e il tesoro di vari arredi sacri; istituì la figura del monaco infermiere, assegnandogli trenta solidi dal censo di Cessy e venti da quelli di Saint-Saveur, Griselle e Sougères, gli attribuì anche i maiali e i denari dovuti dai maggiorenti di Saint-Germain e la consuetudine di agnelli e polli dovuti da Héry, Hauterive, Néron, Gurgy, Sommecaise, Ponessant e Villiers-sur-Tholon; e così via, con un formula abbastanza standardizzata: «Diresse la casa che gli era stata affidata con prudenza ed efficacia in tutte le questioni sia esterne che interne».

Centinaia e centinaia di questioni, senza contare quelle che non vengono menzionate: quelle non risolte, ad esempio, poiché in questo testo celebrativo c’è spazio soltanto per ciò che finisce bene, salvo qualche raro caso, come quello dell’abate Radulfo (1188-1208), che lascia il monastero carico di debiti.

Ogni tanto alla penna assai sorvegliata di Guido sfuggono piccole notazioni fuori canone. L’abate Ugo (1099-1115), quando ancora era un semplice monaco viene «notato» dal Signore che non gli permette «di restare a lungo negli ozi del chiostro [eum in claustro diu ocio vacare non permisit]»; l’abate Arduino (1148-1174) a causa del peso e delle malattie «si faceva portare in giro su un carretto [propter ponderositatem vel infirmitatem suam faciebat se deferri in carrum]»; l’abate Guglielmo (1208-1221) era un uomo giovane, grazioso, astuto, istruito, di vita onesta e religiosa, ma zoppicava da un piede («claudus tamen uno pede»); l’abate Gualtiero (1238-1243) era un uomo generoso, pio, misericordioso, alto e bello («statura procerus, vultu decorus»).

Nelle Gesta non v’è traccia di miracoli, neanche uno, né in fondo vi sono molti riferimenti alla vita spirituale dei monaci, se non quelli per così dire obbligatori. Vi si trova invece la testimonianza di un quotidiano e ininterrotto lavoro, necessario per mantenere vivo il monastero, per alimentarlo, ampliarlo e ricostruirlo dopo gli innumerevoli incendi, renderlo più sicuro, più indipendente, più ricco – un centro di potere temporale in una rete fitta e instabile di altri centri di potere, e non libero, nemmeno al suo interno, da scontri generati proprio da quel potere.

Nel 1277, alla morte dell’abate Giovanni, il predecessore di Guido, la comunità si spacca in due: una parte elegge Guido, l’altra Giovanni di Thianges, già alla guida del priorato cluniacense di Lewes, in Inghilterra. Niente da fare, non c’è modo di mettersi d’accordo: «Queste elezioni furono sottoposte al giudizio della sede apostolica e là, dopo lunghe dispute [post multas alterquationes], passati otto anni e sei mesi, furono sancite da una sentenza di Onorio, sommo pontefice della Santa Chiesa di Roma, che… pronunciò Guido abate il 27 agosto 12851». E l’antiabate Giovanni? «Un silenzio eterno venne imposto sulla sua elezione.»

(2 – fine)

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  1. «Anno Domini M° CC° octuagesimo V°, VI° kalendas septembris.»

 

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«Ego frater Guido» (Le «Gesta degli abati di Saint-Germain di Auxerre», pt. 1/2)

LesGestesDesAbbesNon si può dire che la lettura delle Gesta degli abati di Saint-Germain di Auxerre1 sia avvincente, tuttavia non si tratta di un documento da indagare soltanto in caso di necessità di ricerca storica (per la quale è di notevole importanza). Ha un suo fascino, a cominciare dal titolo latino (De gestis abbatum Sancti Germani Autissiodorensis), come tutte le testimonianze di prima mano di ciò che non esiste più, e anche se è stato compilato con un preciso intento «ideologico», tanti piccoli particolari emergono qui e là e resituiscono una vaga idea – un’illusione? – di «come andavano le cose».

L’impressione principale che mi è rimasta a fine lettura, per fare un paragone musicale, è quella di un basso continuo di durata secolare (dalla fine del X secolo all’inizio del XIV): lo sforzo indefesso degli abati (venti per la precisione, più un priore) per mantenere e se possibile aumentare l’integrità, i possedimenti, la ricchezza e i redditi del monastero. Cessioni e acquisizioni di terreni, rivendicazioni di rendite, di decime e di imposte, richieste di immunità, concessioni, tributi e atti notarili, costruzioni, appelli all’autorità papale e regia, liti con i vescovi, i duchi e i cavalieri, eredità, donazioni e cause: un fiume di atti nel quale ogni cosa finisce per esser messa sullo stesso piano, dall’edificazione di un nuovo coro, alla commissione di un palio d’altare, dall’acquisto di arredi sacri a quello di trenta galline.

Ciò non stupisce se si pensa da un lato alle caratteristiche tipiche del genere delle «gesta», che, ispirato al modello del Liber pontificalis, per ciascun abate prevede origine, formazione, elezione, attività, morte e sepoltura, e dall’altro al fatto che l’autore della maggior parte di queste Gesta, Guido di Munois, all’epoca lui stesso abate di Saint-Germain (1285-1309), è anche l’autore di due cartolari («grande» e «piccolo») nei quali ordina e trascrive le carte più importanti dell’archivio del monastero2.

Intento ideologico, si diceva, in riferimento soprattutto al fatto che Guido, come nelle sue ricerche archivistiche, anche nelle Gesta seleziona il materiale, scegliendo di cominciare la sua cronaca non dalla fondazione del monastero (il primo oratorio risale alla metà del V secolo), ma dall’abbaziato di Olderico (989-1010), cioè dalla prima grande riforma, che vede uniti nell’intento il duca Enrico di Borgogna e l’abate di Cluny Maiolo, e sorvolando in larga misura sulle vicende contrastate dell’affiliazione di Saint-Germain a Cluny. L’intenzione dichiarata è ovviamente un’altra: salvare dall’oblio la memoria dei padri, «ed è per questo che io, fratello Guido, ultimo dei fratelli, chiamato abate di San Germano [idcirco ego frater Guido, fratrum minimus, dictus abbas Sancti Germani], su richiesta dei confratelli e a futura memoria, ho raccolto in questo piccolo libro, il poco che, grazie alla rilettura dei libri che tramandano le azioni e le parole degli anziani, ho potuto trovare circa le gesta degli abati che mi hanno preceduto in questo monastero».

Dichiarazione che trova un’eco nelle parole dell’ultimo continuatore delle Gesta, Odone di Vaucemain, che così introduce la vita dell’abate Gaucero (1309-1335): «Noi che restiamo e che siamo lasciati indietro [Nos qui relinquimus et qui residui sumus] dobbiamo ricordarci di ciò che abbiamo udito e appreso dai racconti dei nostri venerabili padri, e perciò non dobbiamo passare sotto silenzio i loro meriti, ma metterli per iscritto e trasmetterli fedelmente ai figli che nascono e crescono».

(1-segue)

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  1. Les Gestes des abbés de Saint-Germain d’Auxerre (De gestis abbatum Sancti Germani Autissiodorensis), édition et traduction par N. Deflou-Leca et Y. Sassier, Paris, Les Belles Lettres, 2011 (Les classiques de l’histoire au Moyen Âge; 50).
  2. Simpatica la notizia biografica che si può trovare nella Biografia universale antica e moderna, un immenso repertorio «per alfabeto della vita pubblica e privata di tutte le persone ch’ebber fama per azioni, scritti, ingegno, virtù o delitti», tradotta dal francese e pubblicata a Venezia (Gio. Battista Missiaglia) a partire dal 1822. Guido vi è definito «uno dei più esatti storici della fine del XIII secolo» e si racconta che «nato col gusto delle storiche investigazioni, dedicovvisi con molto fervore. Rivilicati [voce dotta che sta per “ricercare con diligenza e minutamente”] tutti gli archivi del monastero, fecesi a diciferarne tutti i titoli, a raccoglierne tutte le carte per esso potute trovarsi, e fattelo dappoi diligentemente trascrivere ne formò una raccolta. Un tal Cartolare sussiteva tuttavia nell’ultimo secolo. Don Mabillon e Baluze ne trassero parecchie carte, e l’abate Lebeuf vi attinse le prove necessarie alle sue memorie».

 

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Soluzione 7,6 per cento («Abitare il silenzio», di Francesca Sbardella, pt. 1/3)

AbitareIlSilenzio«In tutti i miei soggiorni non sono riuscita a ritagliarmi dei tempi per me, né come persona né come studiosa. Sono stata inserita a tutti gli effetti dentro la quotidianità claustrale, sia nella liturgia di preghiera, sia nella gestione della casa, nei turni della cucina come in quelli delle pulizie… Ho dovuto imparare a stare dentro.» Quella di Abitare il silenzio di Francesca Sbardella1 è stata una delle letture più interessanti degli ultimi tempi. Per almeno quattro motivi.

Interessante perché illustra la complessità del rapporto tra un antropologo e il suo «campo» di ricerca, proprio quando la posizione del primo non può essere di mero osservatore; interessante per le reazioni personali della studiosa alla situazione, seppur riportate con parsimonia; interessante soprattutto in quanto «reportage» dall’interno della clausura concepito e realizzato in maniera unica; interessantissima per le parole delle monache, riportate con ampiezza (e anche con significativo rispetto date sia in originale francese che in traduzione).

Il libro si basa su tre esperienze lunghe di postulantato, della durata di un mese (tra 2006 e 2010), condotte dall’autrice in due monasteri francesi di Carmelitane scalze (da notare che non tutte le monache coinvolte conoscevano la vera identità della studiosa, ma pensavano che fosse una vera postulante), più una serie di soggiorni brevi e di colloqui a posteriori con le monache. Non soltanto un’osservazione, quindi, per quanto ravvicinata, bensì una partecipazione diretta per poter «seguire parte del percorso di apprendistato attraverso il quale una donna si avvicina all’ambito claustrale e, intervenendo su se stessa, costruisce il proprio essere monaca». Tale partecipazione ha permesso alla studiosa di concentrarsi in particolare sulla quotidianità, sulle abitudini, sui gesti e comportamenti che definiscono la comunità. La verifica successiva attraverso i colloqui ha evidenziato, tra l’altro, significative tensioni tra quanto viene vissuto e quanto viene detto a proposito di questo vissuto.

Da non trascurare infine l’inserto fotografico, opera di Franco Zecchin, realizzato in un breve pomeriggio autunnale alla fine della ricerca: sedici scatti quasi del tutto «disabitati», e tuttavia assai eloquenti. Li ho guardati spesso (come se custodissero un segreto) mentre seguivo uno dei temi principali del volume, tanto importante da aver conquistato il posto d’onore nel titolo: il silenzio.

Il silenzio è infatti la prima dimensione che colpisce la postulante. L’ambiente cui si accede non è soltanto silenzioso (già questo rappresenta comunque uno stacco molto forte con la comune esperienza di vita al di fuori del monastero), è plasmato dal silenzio; non solo in relazione alla parola, rara e regolata, ma anche al rumore prodotto dalle proprie attività: si deve imparare a fare le cose, o anche semplicemente a camminare, in silenzio – ed è tutt’altro che facile («Durante la mia esperienza facevo sempre rumore, disturbando la quiete consueta… si sentiva quando io aprivo e chiudevo le porte, quando andavo in bagno, quando salivo le scale…»). La studiosa traduce l’esperienza soggettiva in dati: «La giornata in clausura è di 16 ore e 45 minuti (dalle 5:45 alle 22:30) per un totale di 1.005 minuti. Nell’arco dell’intera giornata ci sono 75 minuti di possibilità di verbalizzazione sonora libera (divisi in due ricreazioni ripsettivamente di 30 e 45 minuti), cioè il 7,6 per cento del tempo vissuto da svegli». Il silenzio, nelle sue varie forme, è strettamente connesso con il cuore della vita carmelitana – il desiderio di entrare in contatto con la divinità2 – e al tempo stesso si trasforma da strumento in modo d’essere: «L’aspirazione mistica sembra realizzarsi primariamente su base sonora, attraverso la scelta di rappresentazioni uditive che implicano l’acquisizione di tecniche del tacere e della parola, del corpo e del sentimento, tutte orientate verso la “riduzione” della persona». Tutto il superfluo è eliminato, compresi gli automatismi e le abitudini che «fuori» lubrificano gli scambi e la comunicazione: ciao, grazie, scusa, per favore. In clausura la comunicazione passa anzitutto attraverso le sguardo, il viso e i gesti: un «sistema di senso accettato e riconosciuto dal gruppo, che richiede tempi di apprendimento estremamente dilatati».

Modo d’essere che individua la monaca di clausura, il silenzio tuttavia non è un valore in sé, «se è utilizzato male – sottolinea suor Jeanne – significa che non c’è niente, solo il vuoto. Bisogna che sia un silenzio orientato, abitato. Orientato verso il Signore e gli altri».

(1-segue)

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  1. Francesca Sbardella, Abitare il silenzio. Un’antropologa in clausura, fotografie di Franco Zecchin, Roma, Viella, 2015.
  2. L’antropologa parla di «divinità», perché il suo sguardo si allarga ben al di fuori del singolo monastero, all’umanità e alle forme del sacro, ma per le monache «non si tratta di qualsiasi dio»: «Per noi si tratta di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo… Nel lavoro che ci aveva mostrato, l’ultima volta, il fatto che usasse il termine “divinità” ci disturbava un po’».

 

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«Per quant’oro ha il Perù» (Le «Lettere familiari e di complimento» di Arcangela Tarabotti; pt. 2/2)

LettereFamiliariComplimento

(la prima parte è qui)

Viene da chiedersi perché Arcangela Tarabotti abbia incluso nel suo epistolario1, così pensato in funzione pubblica2, anche alcune lettere indirizzate all’amica Betta Polani. Sono una dozzina, tra le più brevi, e spesso danno notizie sulla salute mai buona della scrivente o esprimono richieste di perdono per il ritardo nella corrispondenza: a una di esse è affidata, simbolicamente direi, la conclusione del volume. Non contengono come molte altre informazioni sulle vicende delle opere di Tarabotti, né riferimenti alla vita sociale e culturale della Serenissima, non servono a mostrare la rete di conoscenze e rapporti dell’autrice: sono soltanto uno spiraglio di cuore che suor Arcangela ha voluto comunque lasciare aperto per chi l’avrebbe letta in futuro, «perché ‘l comunicar ai cari amici le passioni del cuore è un sollievo grande nell’anime de’ sconsolati».

Novizia nel monastero di Sant’Anna in Castello dal 1642, Betta Polani lo aveva lasciato nel 1647, prima dei voti solenni e recuperando la propria dote. Era stato uno zio a farla uscire, con ogni probabilità affinché si sposasse, ma il matrimonio non era arrivato, tanto che la stessa s. Arcangela aveva poi scritto al fratello di lei, Marin Polani, perorandone le qualità: «La sua incomparabile modestia e attività nel governo della casa la renderebbe abile a reggere un mondo».

Quando Betta se ne va, s. Arcangela confessa: «Sono rimasta un’ombra senza di voi», e in un’altra lettera aggiunge che «al suo absentarsi da me, ho sentito partirmi l’anima del seno, onde sono rimasta un corpo pieno d’infelicitadi». A lei, in un momento di particolare oppressione, affida il destino delle proprie carte: «A Voi, che sete stata assoluta padrona della più cara parte di me stessa, mando li miei scritti, che sono le più care cose ch’io abbia e che più mi rincresca di lasciare. Direi che fossero abbruciati, ma qua dentro non ho di chi fidarmi». Alle insistenti richieste dell’amica, circa le sue condizioni, Tarabotti risponde con un’intimità di tono che non si riscontra altrove, scendendo nei dettagli anche minuti («I miei alimenti non sono altro che suco d’orzo e lattade di seme [cioè infuso di semi di lino nel latte]») e concedendosi anche qualche gioco di parole («A queste miserie s’aggiunge l’esser io in un dormitorio che sarebbe meglio chiamarlo moritorio perché dirimpetto nella cella vi è una monaca in extremis»).

Altre volte è s. Arcangela a preoccuparsi per i silenzi dell’amica («Non posso e non voglio più vivere senza intendere nuove di Vostra Signoria Illustrissima») e per la sua salute. In una lettera un po’ più lunga del solito la monaca dice che sta raccogliendo pareri su cosa possa giovare alla giovane amica e, «perché questo mondo è fornito di musici, medici, e matti, sento gran diversità d’opinioni»3; alla fine il consiglio è singolare: «GovernateVi senza tanti Galeni, e non andate in colera così facilmente, perché s’accende il sangue con gran danno della salute». Che bello sarebbe poter leggere l’epistolario completo, con le lettere di entrambe…

Le Lettere di Arcangela Tarabotti sono un documento complesso, un luogo letterario claustrofobico come il «carcere» dal quale venivano scritte, al suo interno quelle indirizzate all’amica, o a lei dedicate, anche se sempre attraversate da ansie e malinconie, rappresentano piccole isole in cui l’aria circola un po’ di più e si può respirare. E una volta anche sorridere: «Perché quant’oro ha il Perù e quante perle o giogie che possede la terra, non vagliono uno sterpo a paragone del purissimo oro del suo cuore e al candore della sua purità, che toglie il vanto alle perle orientali».

(2 – fine)

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  1. Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, edizione critica e scientifica a cura di M.K. Ray e L.L. Westwater, presentazione di G. Zarri, Rosenberg & Sellier 2005 («Il capolavoro di questa professionista della penna, che non ha rivali in campo femminile nel Seicento e forse neppure nel secolo successivo», Gabriella Zarri).
  2. «Le Lettere non possono essere ritenute altro da quello per cui la loro autrice le pensò: un’abile operazione letteraria in cui Tarabotti bada a costruire molto accuratamente il proprio personaggio», Francesca Medioli, Tarabotti fra omissioni e femminismo: il mistero della sua formazione, in Donne a Venezia. Spazi di libertà e forme di potere (sec. XVI-XVIII), 2008. Sempre di Medioli, molto interessante e ricco di informazioni il saggio Des liaisons dangereuses? Réseaux hérités, supposés et déguisés d’une nonne vénitienne au XVIIe siècle (2012), che si può leggere qui.
  3. «Chi loda la regola del vivere e chi i medicamenti; altri raccomandano una lucerta viva, e tutti unitamente dicono recipe un buon marito», lettera 240, p. 285.

 

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«Le più sprezzabili cose del mondo» (Le «Lettere familiari e di complimento» di Arcangela Tarabotti; pt. 1/2)

LettereFamiliariComplimento«Era Monaca in Sant’Anna di Venezia1, ma il silenzio del Chiostro non ispense in lei il desiderio di fama, e l’amore al suo sesso.»2 In attesa di rileggere – sì, rileggere, perché non mi ricordo quasi più niente – il suo Inferno monacale, ho letto l’edizione moderna dell’epistolario di Arcangela Tarabotti3. «Moderna» perché fu lei stessa ad approntarne la prima edizione nel 1650, due anni prima della morte, avvenuta all’età di 48 anni, 35 dei quali passati in un monastero nel quale era entrata (si chiamava allora Elena) per imposizione del padre: una figlia zoppa sarebbe stata difficile da maritare. Figura che viene automaticamente associata al fenomeno delle monacazioni forzate, suor Arcangela voleva soprattutto leggere, scrivere e partecipare a pieno diritto, ancorché donna, e donna religiosa, al dibattito culturale del suo tempo e della sua città, allo stesso livello dei signori letterati.

La pubblicazione del suo epistolario mirava proprio a legittimare questa volontà, rivendicando i giudizi positivi, ribattendo ai sarcasmi ricevuti sulle sue opere, non molte e dalla vita editoriale difficile, ed esibendo l’importanza dei suoi corrispondenti. Le Lettere familiari e di complimento, scrive Gabriella Zarri nella presentazione, «hanno come scopo primario quello di affermare la propria autorialità mettendola sotto la protezione di potenti patroni e di autorappresentarsi come scrittrice dispiegando allo stesso tempo una rete di relazioni non provinciali e non modeste».

Devo ammettere che ho fatto un po’ fatica a leggere questo italiano seicentesco appesantito e non sempre lineare («Spero nondimeno che la benignità di tanto signore non sii per isdegnare l’ammirazione e gli ossequi d’un cuore istupidito e riverente nelle considerazioni d’una maestà più che umana e di condizioni quasi divine, poich’anche lo stesso Dio gradisce quei ringraziamenti che provengono dalla purità d’un animo devoto», lettera 19) e ho finito per confondere il corteo delle Signorie Illustrissime, delle Vostre Eccellenze e Serenità che scorre da una lettera all’altra: Angelico Aprosio, Enrico Cornaro, Giovanni Dandolo, Angelo Emo, Francesco Erizzo, Giovan Francesco Loredano, Emilio Zanette e il cardinale Mazarino, tra gli altri.

Spiccano tuttavia, all’orecchio moderno, in mezzo a tante formule e giri di parole, le espressioni di quella sensibilità proto-femminista che sarà all’origine di molti studi e ricerche su questa monaca autodidatta e spesso afflitta da problemi di salute («fui assalita da una fierissima strettura di petto») e i lampi di una sicura autoconsapevolezza. «Arcangela Tarabotti», dice ad esempio di sé in terza persona, «non può essere una stella errante, ma più tosto una stella fissa, condannata nel cielo di un chiostro per sempre» (l. 50); e poi: «Per questo disprezzo gli uomini, che sono le più sprezzabili cose del mondo, e non alimento la lor ambizione con titoli od onori acciocché sappiano che, se ben si gloriano molti d’esser nobili, sono però anco loro tre once di terra, e benché involti nella porpora, finiranno come gli altri» (l. 185); e poi: «Se le donne sono croci che non s’adorano se non inorpellate, di ciò n’incolpi la maledetta avarizia degli uomeni che per poco dinaro anche venderon un Dio» (l. 68); e ancora: «Perché il quinto elemento di cui sono formata è la sincerità…»; e infine: «Sono fatta però a rovescio degli altri», e così via.

Spiccano inoltre le continue smentite di chi insinua che non siano veramente sue le opere che circolano a suo nome (da cui traspare talvolta una stanchezza che accora) e le repliche ai puri e semplici insulti. Così risponde, ad esempio, a chi la definì, due volte, «zoppa di corpo e di ingegno»: «Malagevole però e difficile mi riuscirà il fidarmi di Lei che con dilegi in faccia mia ha schernito quel diffetto col quale forse il mio genitore ha voluto contrasegnarmi per sua figliuola. Io ad ogni modo mi glorio d’esser zoppa perché così certo sarò delli invitati a quella gran cena che voi altri, dritti nel corpo ma zoppi nell’anima e stropiati nell’operazione, dal Padre di famiglia sete stati esclusi per sempre. A Dio» (l. 53).

Al di là della lettura non del tutto agevole, e anche del prevalente tono di querimonia, ampiamente giustificato, le sottolineature, come si vede, sono state frequenti, a riprova di una voce ostinata e appuntita che conquista lettera dopo lettera un’attenzione sempre più partecipe. Una voce che si concede qualche abbandono soltanto nelle lettere «di servizio» e in quelle, struggenti, all’amica prediletta.

(1-segue)

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  1. Il monastero di Sant’Anna in Castello, fondato nel 1242, fu dapprima abitato dai monaci agostiniani e passò poi, agli inizi del XIV secolo, «ad alcune divote femine, le quali, dirette da una Superiora, chiamata Maria Zotto, desideravano in luogo remoto servir a Dio professando la Regola di San Benedetto» (Flaminio Corner, Notizie storiche delle chiese e monasteri di Venezia…, 1758, p. 107). A Sant’Anna presero il velo due figlie del Tintoretto, probabilmente Perina e Ottavia.
  2. Ginevra Canonici Fachini, Prospetto biografico delle donne italiane rinomate in letteratura dal secolo decimoquarto fino a’ giorni nostri, Venezia 1824, p. 162 (dove il cognome è erroneamente indicato come Trabotti).
  3. Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, edizione critica e scientifica a cura di M.K. Ray e L.L. Westwater, presentazione di G. Zarri, Rosenberg & Sellier 2005.

 

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«Ciò che è solo sentimentale, intellettuale ed emotivo» (Cristiana Piccardo, «Alle sorgenti della salvezza», pt. 2/2)

AlleSorgentiDellaSalvezza

(la prima parte è qui)

Nei primi tra i testi raccolti in questo volume1 m. Piccardo torna più volte sul concetto di personalità, che può essere ripensato a partire dalla sua declinazione monastica, soprattutto in contrasto con quello che sarebbe il pericoloso processo di alienazione dell’individuo nelle cose: «L’uomo che possiede una personalità è l’uomo che si misura non con le cose che passano, ma con l’eterno». Se ciò può essere vero per l’uomo-monaco, suona ingeneroso nei confronti dell’uomo-non-monaco, che si dedica a ciò che è alla sua portata (in uno spettro amplissimo di attività con diverse gradazioni di egoismo e altruismo) senza passare necessariamente a un piano trascendente. Si ripresenta qui anche il concetto di «momento presente», molto scivoloso e da maneggiare con cautela (e la cui applicazione ormai va dalla saggistica di auto-aiuto alle divulgazioni buddiste), e tuttavia non estraneo alla vita monastica, tesa verso il trascendente e l’infinito e nondimeno lontana dall’abbandono all’indifferenza. È l’autrice stessa a farvi riferimento, quando evoca l’importanza dell’«inserzione costante dell’eterno nel momento presente». Il mero presente, senza la dimensione escatologica, produce isolamento e disperazione, anche perché «l’escatologia mondana ha fallito del tutto». Un’altra affermazione che mi pare un po’ ingenerosa, poiché accanto alla «capacità di autodistruzione» l’uomo moderno (o in generale) ha sviluppato una «capacità di costruzione» che dovrebbe sempre essere ricordata insieme alla prima, e sulla quale si può sorvolare soltanto a scopi polemici. (Devo anche dire che questa inserzione dell’eterno non è una semplice «aggiunta», ma ci tornerò quando avrò completato una lettura collegata all’argomento.)

Il richiamo all’infinito, in ogni caso, riscatterebbe il presente dall’inutile, rischiando tuttavia di svalutarlo in maniera drammatica. Si tratta peraltro di una preoccupazione propria della pratica monastica. Bisogna, dice infatti m. Piccardo, «essere consapevoli che una cosa sola è essenziale anche se il monaco fa con responsabilità tutto ciò che gli viene affidato», e ho sottolineato quell’«anche se» perché vi sento una tensione molto interessante: ciò che conta è al di là di queste cose che ci circondano, ma nel frattempo le teniamo in ordine, le accudiamo, facciamo le pulizie, sgrassiamo una pentola e stiriamo con cura (per non parlare di incarichi di servizio ben più seri); ciò che conta è al di là di questi individui che ci circondano, ma nel frattempo la comunità è il nostro orizzonte quotidiano – un atteggiamento del tutto condivisibile, anche da chi crede soltanto nel frattempo.

Consapevole di tale tensione, m. Piccardo ritiene che «il monachesimo deve potersi proporre come forza profetica della dimensione misterica dell’uomo, come spaccatura del limite terreno che sempre più ci soffoca, e non nella prospettiva escatologica, ma proprio nell’oggi storico». Adesso, quindi, il monachesimo ha qualcosa da dirci, per quello che c’è da fare ora. «Di fronte a un così manifesto decadimento della dimensione umana e del suo immortale contenuto», il monachesimo può proporsi come «discorso paradigmatico sull’uomo», al di là della clausura o delle regole, raccogliendo tutte le sfide – di convivenza, di speranza, di gioia – che secondo l’autrice sarebbero state perse dalla modernità, e soprattutto imparando di nuovo «a giungere al cuore della persona, là dove, varcate le soglie di ciò che è solo sentimentale, intellettuale ed emotivo, si tocca quel centro dell’essere, quel punto focale di luce da cui emerge l’autentico spessore contemplativo del monaco».

Bene, mi fermo qui, anche perché credo che «ciò che è solo sentimentale, intellettuale ed emotivo» rappresenti già un compito immane – per il quale non basta un’esistenza non devastata dall’esigenza di sopravvivere e che non mi sentirei di sorpassare in nome di un «punto focale di luce», cioè la «scintilla di somiglianza divina», di ardua definizione e sostanzialmente oggetto di fede.

(2-fine)

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  1. Madre Cristiana Piccardo, Alle sorgenti della salvezza. La vita contemplativa oggi, introduzione di m. Rosaria Spreafico, badessa di Vitorchiano, Nerbini, Associazione Nuova Cîteaux, 2015 («Quaderni di Valserena»; 2).

 

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«Là dove finisce la strada asfaltata» (Cristiana Piccardo, «Alle sorgenti della salvezza», pt. 1/2)

AlleSorgentiDellaSalvezza

Non posso nascondere come talvolta sia difficile non cedere alla tentazione di ribattere a quello che sto leggendo. Ciò avviene non di rado davanti alle pagine più apertamente «antropologiche» o «sociologiche» di monaci e monache di oggi. È una tentazione che va vinta, limitandosi a osservare che la cautela verso le generalizzazioni dovrebbe essere in auge sia fuori che dentro i monasteri. Ci pensavo durante la lettura del volume di m. Cristiana Piccardo che raccoglie, in occasione del suo novantesimo compleanno, i principali testi che la monaca trappista ha dedicato alla vita comtemplativa1: coprono un arco di tempo di quasi quarant’anni, sono nati spesso a margine dei documenti del magistero ecclesiale riguardanti la vita monastica e, nonostante io li abbia crivellati di punti esclamativi e interrogativi, alla fine li ho letti tenendo a mente soprattutto una cosa: chi scrive sa di cosa parla, quindi anzitutto ascolta.

Ascolta anche quando m. Piccardo richiama l’attenzione sul «chiasso della piazza del nostro io», o su «questo io divoratore che crea una barriera intorno a noi», o ancora «sulla mobilità congestionata della vita moderna», o infine sull’essere vittime «della mania dell’informazione, della mania di verificare tutto col metro della propria personalità, non ancora sufficientemente matura. Questo voler verificare può essere positivo, purché però non diventi “contestazione” e ribellione aperta» (parole del 1969-70). La ascolto soprattutto quando esordisce così (parlando al sinodo dei Vescovi sulla vita consacrata del 1994): «Il mio è un contributo molto povero, come può essere il contributo di chi vive in una remota vallata della precordigliera venezuelana, là dove finisce la strada asfaltata e dove i mezzi di trasporto non proseguono oltre»2.

La vita contemplativa, secondo m. Piccardo, è ancora e soprattutto, «come da sempre», memoria e vigilia, e la sede principale dell’attuazione di questo binomio è la liturgia. Potenti, anche se non posso condividerle, le parole usate per descrivere cosa accade durante l’opus Dei: «Nelle ore liturgiche del giorno e della notte… la comunità monastica dà voce al grido millenario dell’uomo che, dal fondo della sua indigenza, incontra la coscienza del suo peccato, la consapevolezza della sua verità creaturale, l’invocazione alla misericordia che salva, la capacità di ammirazione e gratitudine per i benefici ricevuti».

Oltre alla liturgia vi sono tuttavia altri cinque fronti di esperienza sui quali il monachesimo può portare la sua testimonianza di una «umanità diversa», e qui emerge il tratto più attuale della riflessione di m. Piccardo. Anzitutto 1) il rigore della vita comunitaria: nel cenobio si vive insieme, altrimenti si muore, la comunione è continua e senza riserve. Poi 2) l’ascetismo, che non è più, ormai, «macerazione fisica», bensì sobrietà ed essenzialità e, sostanzialmente, autentico comunismo (la «vittoria sul proprio»). Quindi 3) la conversione, pratica continua basata sull’obbedienza e sull’umiliazione di sé; 4) il lavoro, che, «nell’esperienza benedettina-cistercense, ci accomuna profondamente ai poveri, ai campesiños delle nostre terre» e che, seppure talvolta in modo impercettibile, «è collaborazione al divenire del mondo e dell’umanità»; e infine 5) l’accoglienza, la messa a disposizione di un luogo, di uno spazio estraneo alla condotta del mondo.

Fin qui tutto bene; la tentazione di ribattere diventa un po’ più forte quando la riflessione si allarga, come dicevo, a spunti antropologici o sociologici.

(1-segue)

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  1. Madre Cristiana Piccardo, Alle sorgenti della salvezza. La vita contemplativa oggi, introduzione di m. Rosaria Spreafico, badessa di Vitorchiano, Nerbini, Associazione Nuova Cîteaux, 2015 («Quaderni di Valserena»; 2).
  2. Dopo essere stata badessa dell’abbazia di Vitorchiano per 24 anni, alla fine degli anni Settanta Cristiana Piccardo è partita per il Venezuela, dove ha fondato e poi retto la «piccola trappa tocuyana» di Humocaro (fondazione ufficiale di Vitorchiano dal 1987).

 

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«Una mela e un pezzettino di pane» (la Vita di Chiara da Montefalco, pt. 1/3)

«A sei anni Chiara entrò con grande entusiasmo nel reclusorio della sorella Giovanna. Ne sentì tanta gioia che per una settimana, perso l’appetito, non mangiò che una mela e un pezzettino di pane.» Come dicevo, la Vita di Chiara da Montefalco di Berengario di Donadio1 è piena di notizie di prima mano su un esempio di bizzocaggio, un «reclusorio», appunto, o «carcere» tipico di quegli anni (1274) nell’Italia centrale. A Montefalco, tra l’altro, nel momento in cui Chiara manifesta l’intenzione di seguire le tracce della sorella, di reclusori ce n’erano quattro, e tutti si sarebbero trasformati (o uniti) in monasteri. È interessante anche osservare che in questo caso la famiglia non era affatto contraria alle aspirazioni religiose dei figli e delle figlie, anzi, il padre Damiano si era occupato personalmente della costruzione del reclusorio, mentre la madre Iacopa, alla morte del marito, si unirà alle figlie.

BerengarioDonadioOrientato alle stelle di penitenza e povertà («vivevano poverissime di offerte spontanee e non cercate»), il reclusorio non ha una dimensione istituzionale definita e non prevede l’emissione di voti, infatti Chiara «benché non avesse fatto professione di obbedienza, dato che il reclusorio non era ancora un monastero con una regola, tuttavia obbediva totalmente alla sorella Giovanna e osservava come fossero di Dio i suoi consigli e ordini». Quell’«ancora» che ho evidenziato è interessante, e forse è tipico più del punto di vista di chi scrive, Berengario, un vescovo vicario, di chi, per così dire, viene scritto, cioè le compagne di Giovanna. L’uomo di Chiesa sembra dire, implicitamente, che quella forma di vita non poteva che essere preludio a una forma più stabile, quando forse le donne penitenti non ne vedevano invece la necessità. Anche i «consigli e ordini» sono interessanti, perché ci dicono del ruolo di Giovanna, la «rettrice», che, pur senza lo status di badessa, incarna quella che non è, formalmente, una vera e propria regola. Nel reclusorio, ad esempio, si osserva il silenzio da compieta all’ora terza del giorno dopo, e questo avviene «per abitudine e comando della rettrice»; Giovanna distribuisce i compiti, e infatti Chiara «accoglieva con riverente umiltà il comando della rettrice riguardo ai servizi» (lei poi doveva far di più – «volendo obbedire più all’intenzione che alla voce» –, ma questo è un altro discorso); Giovanna assegna le penitenze (e ha un bel da fare a contenere gli eccessi della sorellina).

Passano gli anni, non pochi, a riprova forse che le penitenti non trovavano nulla di sbagliato nella loro forma di vita. Giovanna, infine, intorno al 1289 stabilisce che la comunità2 abbandoni il reclusorio e trovi un posto dove fondare un monastero (l’autore sottolinea con compiacimento che ciò avviene per ispirazione divina). Il luogo viene individuato, e con fatica rivendicato; e quella che è ancora una «casa» viene ordinata «a modo di monastero». Gli inizi sono difficili e la rettrice decide che le sorelle escano per elemosinare («si dovette affidare ad alcune l’incarico di mendicare il pane di porta in porta»), cosa che non avrebbe più potuto fare di lì a poco. Circa un anno dopo, infatti, «ordinato un poco il luogo che era stato costruito per essere monastero, Giovanna e le altre religiose chiesero al vescovo diocesano una delle regole approvate».

Il vescovo concede, nel giugno del 1290; la regola assegnata è quella «più moderata, cioè quella del beato Agostino»; fine del bizzocaggio, il Monastero di Santa Croce è eretto; Giovanna ne è la prima badessa, ma, «afflitta secondo la natura umana», muore quasi subito; nel 1291, a 22 anni, nonostante se ne ritenesse del tutto indegna, Chiara viene eletta badessa.

(1-segue)

 

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  1. Berengario di Donadio, Vita di Chiara da Montefalco, a cura di R. Sala, o.s.a., note di S. Nessi, Città Nuova 20093.
  2. «Già le Rinchiuse arrivavano al numero d’otto, ed erano le infrascritte Giovanna di Damiano, Chiara di Damiano, Andriola, Tomasa d’Angelo, Marina di Giacomo, Paola di Gualtario, Illuminata di Giovannello, Agnese di Tadione, tutte da Montefalco. Queste otto Vergini per la piccolezza del Reclusorio, parevano più tosto sepolte, che rinchiuse», dalla Vita della B. Chiara detta della Croce da Montefalco di Battista Piergili, 16632.

 

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«Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche (pt. 2/2)

(la prima parte è qui)

L’ispirazione francescana di questo movimento penitenziale, o forse bisognerebbe dire più correttamente: la comune origine, è evidente. L’intenzione di questo «piccolo esercito», infatti, è quella di «seguire nudi il Cristo nudo»: vivere una vita di estrema povertà al servizio del Cristo-sposo e degli indigenti, abbracciando privazioni, penitenze e osservanze. «Il programma di vita ascetica, che vigeva nei “carceri” [individuali] e nei “bizzocaggi” [comunità] femminili, era il regime di vita imposto, per diritto canonico, ai peccatori pubblici riconciliati e volontariamente adottato dalle donne della penitenza». Si tratta dunque di digiuni e astinenze in determinate occasioni, della recita delle ore canoniche, della partecipazione quotidiana alla messa (nel caso non fosse prescritta la clausura), del rifiuto di atteggiamenti e usi «mondani». In certi casi a ciò si aggiungevano anche pratiche di penitenza, come l’uso del cilicio, e una generale quanto pericolosa attività di macerazione del corpo (Chiara da Montefalco, ricorda una fonte citata da mons. Sensi, «d’inverno, quando la temperatura era gelida nella sua contrizione puniva il suo corpo mettendo i piedi e parte delle gambe in un catino e stava così nel gelo finché aveva recitato cento volte il Padre nostro»).

È un paesaggio umano brulicante e confuso, e molto affascinante, in costante tensione con il potere ecclesiastico, che si adopererà in maniera sistematica per ricondurre queste esperienze, queste donne laiche che affermavano una propria volontà, nell’ambito delle forme monastiche definite, sia di antica che di recente approvazione. I Concili e i papi non si distrassero mai dagli sviluppi della questione: Gregorio IX, che aveva canonizzato Francesco, fece di tutto per «incanalare gran parte del movimento penitenziale dell’Italia centro-settentrionale, di inizio secolo XIII, nell’Ordine damianita» (le Clarisse); Bonifacio VIII da un lato si preoccupò dei possibili contatti tra queste donne e i vari movimenti spirituali, ordinando ai vescovi di indagare sui possibili errori dottrinali e di «denunciare tutti quegli eremiti che conducevano vita sospetta», dall’altro impose la clausura a tutti i monasteri di ordini approvati (ma «grazie a una serie di scappatoie giuridiche, il fenomeno beghinale/bizzocale continuò a sopravvivere»); Giovanni XXII colpì ripetutamente i rigoristi francescani e le loro varie ramificazioni.

Ma le forme vive assunte da questa «ispirazione» sono infinite e in perenne trasformazione, brulicanti, appunto, e poiché legate a situazioni e personaggi locali, spesso intangibili dal potere centrale, ma anche, in seguito, dal potere centrale non soltanto tollerate bensì addirittura riverite (come dimostrano le «mulieres religiosae reclusae in basilica S. Iohannis Lateranensis», le murate di San Giovanni in Laterano, o le incarcerate nella cappella di Sant’Andrea della basilica di San Pietro: «In eo loco sunt cubicola sanctimonalium quae, muris clausae, perpetuam Deo ibidem servitutem vovere»). E la storia è andata avanti, in un certo modo, fino ai giorni nostri.

Questi due volumi sembrano rappresentare anche in senso fisico la ricchezza e la varietà del fenomeno. Come dicevo, ho letto sinora il primo saggio e dal suo corposo apparato di note ho già ricavato un elenco di letture ulteriori: posso soltanto immaginare come sarà l’intera traversata. E per quanto possa sembrare ridicolo, devo dire che non vedo l’ora di leggere questa storia, «una storia fatta di tante piccole tessere con le quali, allo stato attuale della documentazione, è possibile solo abbozzare un minuscolo mosaico e tuttavia di rara bellezza».

(2-fine)

Mario Sensi, «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto 2010.

 

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«Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche (pt. 1/2)

MulieresInEcclesia

Alla fine ho approfittato di un’offerta e mi sono impossessato dei due tomoni di cui si compone «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, ampia raccolta (oltre mille e trecento pagine) di saggi di Mario Sensi dedicati alle esperienze semi-religiose femminili, a metà strada tra vita monastica e stato laicale, nell’Italia principalmente dei secoli XII-XV – essendo la mole, per me, irresistibile promessa di apprendimento, di riempimento di lacune, di contestuale apertura di nuovi abissi.

Mai promessa del genere rischia di essere maggiormente mantenuta, ad apertura delle prime pagine del primo volume, per ispezionare l’indice. Ho anche appreso che purtroppo l’autore, nato ad Assisi nel 1936, è morto nel maggio di questo 2015. Nel ricordo che gli ha dedicato «L’Osservatore Romano», Lucetta Scaraffia scrive che mons. Sensi aveva «scelto come suo campo privilegiato di ricerca quello delle fonti notarili, uno dei più ostici e noiosi per qualsiasi ricercatore, ambito che richiede una dedizione infinita prima di dare dei frutti», e che con il suo lavoro nascosto e indefesso «ha rivoluzionato la storia della religiosità popolare, rivelando radici e storie di culti, santuari, pellegrinaggi, e ha ridato alle vicende delle donne laiche che si dedicavano alla vita religiosa – le beghine studiate e amate da Romana Guarnieri [grande studiosa cui i due tomi sono dedicati in memoriam] un posto nella storia di un’istituzione che le aveva cancellate».

Ed è questa la sensazione che ho provato scorrendo le pagine iniziali e leggendo il primo saggio (inedito), Le recluse nell’Italia di mezzo (secc. XIII-XV): una schiera numerosa di persone che esce dall’oscurità. La maggior parte sono anonime, ma non tutte, alcune sono famosissime, altre no: Chiara da Montefalco, Angela da Foligno, la stessa Chiara d’Assisi, Margherita da Cortona, Filippa Mareri, Sperandia di Cingoli, Colomba da Rieti, Sofia di Bartolomeo da Trevi, Illuminata di Pietro da Montefalco, Umile, Alofita e Masazuola (così forse si chiamava la compagna di Angela). Un esercito di «donne della penitenza» particolarmente diffuse nell’Italia centrale e note come incarcerate, recluse, cellane, bizzoche, pinzochere, sorores minores, devote, terziarie; sorelle delle beghine fiamminghe, delle papelarde francesi, delle umiliate lombarde e delle Coquenunnen tedesche. «Si tratta di un variegato mondo di persone consacrate, pur senza voti solenni», che conducono «una “vita regolare senza regola”, con legami più o meno stabili con l’istituzione; il che tuttavia ha permesso loro di ritagliarsi un proprio spazio nella Chiesa».

E non soltanto nella Chiesa, bensì anche nella società laica. Spesso risiedono in città, in case di proprietà della loro famiglia o in alloggi offerti da benefattori, o ancora in cappelle appositamente attrezzate nelle chiese, oppure occupano poveri edifici nelle immediate vicinanze (il «pomerio»), romitori, ruderi o persino grotte (ma gli eremiti rurali o dei boschi sono più sovente maschi), talvolta sono «custodi» di luoghi sacri e di pellegrinaggio; sono conosciute, all’inizio sono soprattutto di estrazione nobile o patrizia, alcuni vescovi le proteggono, altri le contrastano, i potenti le consultano, i cittadini contano su di loro per la preghiera e per l’espiazione vicaria dei peccati della comunità, ma in certi casi anche per attività di assistenza (specie nelle comunità contadine).

Non sono poche, «quasi certamente alcune migliaia»: un «piccolo esercito di donne» di cui le grandi mistiche rappresentano soltanto l’aspetto più noto e studiato.

(1-segue)

Mario Sensi, «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto 2010.

 

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