«Per quant’oro ha il Perù» (Le «Lettere familiari e di complimento» di Arcangela Tarabotti; pt. 2/2)

LettereFamiliariComplimento

(la prima parte è qui)

Viene da chiedersi perché Arcangela Tarabotti abbia incluso nel suo epistolario1, così pensato in funzione pubblica2, anche alcune lettere indirizzate all’amica Betta Polani. Sono una dozzina, tra le più brevi, e spesso danno notizie sulla salute mai buona della scrivente o esprimono richieste di perdono per il ritardo nella corrispondenza: a una di esse è affidata, simbolicamente direi, la conclusione del volume. Non contengono come molte altre informazioni sulle vicende delle opere di Tarabotti, né riferimenti alla vita sociale e culturale della Serenissima, non servono a mostrare la rete di conoscenze e rapporti dell’autrice: sono soltanto uno spiraglio di cuore che suor Arcangela ha voluto comunque lasciare aperto per chi l’avrebbe letta in futuro, «perché ‘l comunicar ai cari amici le passioni del cuore è un sollievo grande nell’anime de’ sconsolati».

Novizia nel monastero di Sant’Anna in Castello dal 1642, Betta Polani lo aveva lasciato nel 1647, prima dei voti solenni e recuperando la propria dote. Era stato uno zio a farla uscire, con ogni probabilità affinché si sposasse, ma il matrimonio non era arrivato, tanto che la stessa s. Arcangela aveva poi scritto al fratello di lei, Marin Polani, perorandone le qualità: «La sua incomparabile modestia e attività nel governo della casa la renderebbe abile a reggere un mondo».

Quando Betta se ne va, s. Arcangela confessa: «Sono rimasta un’ombra senza di voi», e in un’altra lettera aggiunge che «al suo absentarsi da me, ho sentito partirmi l’anima del seno, onde sono rimasta un corpo pieno d’infelicitadi». A lei, in un momento di particolare oppressione, affida il destino delle proprie carte: «A Voi, che sete stata assoluta padrona della più cara parte di me stessa, mando li miei scritti, che sono le più care cose ch’io abbia e che più mi rincresca di lasciare. Direi che fossero abbruciati, ma qua dentro non ho di chi fidarmi». Alle insistenti richieste dell’amica, circa le sue condizioni, Tarabotti risponde con un’intimità di tono che non si riscontra altrove, scendendo nei dettagli anche minuti («I miei alimenti non sono altro che suco d’orzo e lattade di seme [cioè infuso di semi di lino nel latte]») e concedendosi anche qualche gioco di parole («A queste miserie s’aggiunge l’esser io in un dormitorio che sarebbe meglio chiamarlo moritorio perché dirimpetto nella cella vi è una monaca in extremis»).

Altre volte è s. Arcangela a preoccuparsi per i silenzi dell’amica («Non posso e non voglio più vivere senza intendere nuove di Vostra Signoria Illustrissima») e per la sua salute. In una lettera un po’ più lunga del solito la monaca dice che sta raccogliendo pareri su cosa possa giovare alla giovane amica e, «perché questo mondo è fornito di musici, medici, e matti, sento gran diversità d’opinioni»3; alla fine il consiglio è singolare: «GovernateVi senza tanti Galeni, e non andate in colera così facilmente, perché s’accende il sangue con gran danno della salute». Che bello sarebbe poter leggere l’epistolario completo, con le lettere di entrambe…

Le Lettere di Arcangela Tarabotti sono un documento complesso, un luogo letterario claustrofobico come il «carcere» dal quale venivano scritte, al suo interno quelle indirizzate all’amica, o a lei dedicate, anche se sempre attraversate da ansie e malinconie, rappresentano piccole isole in cui l’aria circola un po’ di più e si può respirare. E una volta anche sorridere: «Perché quant’oro ha il Perù e quante perle o giogie che possede la terra, non vagliono uno sterpo a paragone del purissimo oro del suo cuore e al candore della sua purità, che toglie il vanto alle perle orientali».

(2 – fine)

______

  1. Arcangela Tarabotti, Lettere familiari e di complimento, edizione critica e scientifica a cura di M.K. Ray e L.L. Westwater, presentazione di G. Zarri, Rosenberg & Sellier 2005 («Il capolavoro di questa professionista della penna, che non ha rivali in campo femminile nel Seicento e forse neppure nel secolo successivo», Gabriella Zarri).
  2. «Le Lettere non possono essere ritenute altro da quello per cui la loro autrice le pensò: un’abile operazione letteraria in cui Tarabotti bada a costruire molto accuratamente il proprio personaggio», Francesca Medioli, Tarabotti fra omissioni e femminismo: il mistero della sua formazione, in Donne a Venezia. Spazi di libertà e forme di potere (sec. XVI-XVIII), 2008. Sempre di Medioli, molto interessante e ricco di informazioni il saggio Des liaisons dangereuses? Réseaux hérités, supposés et déguisés d’une nonne vénitienne au XVIIe siècle (2012), che si può leggere qui.
  3. «Chi loda la regola del vivere e chi i medicamenti; altri raccomandano una lucerta viva, e tutti unitamente dicono recipe un buon marito», lettera 240, p. 285.

 

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