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«Un monastero di famiglia», la cronaca delle «barberine» di Roma (pt. 1)

Se poi, all’interesse per la vita quotidiana di un monastero, si aggiunge la passione per le scritture diaristiche, quali che siano, si capirà la disposizione con la quale mi sono avventato su questa meritoria pubblicazione delle edizioni Viella, sostenute dall’università di Roma «La Sapienza» e dalla Direzione generale per gli Archivi1. Si tratta della fedelissima trascrizione del «diario» del monastero carmelitano della Santissima Incarnazione di Roma, fondato da papa Urbano VIII nel 1639: un vero monastero di famiglia, ricco e per donne d’alto lignaggio, se si considera che il papa Barberini lo creò, e lo dotò con generosità, per ospitare le religiose del suo vasto e nobile parentado.

Il testo copre, con qualche «buco», gli anni che vanno dalla fondazione, il 16392 appunto, al 1781, quando si interrompe senza apparenti motivi, ed è di grande interesse, oltre che per la storia religiosa, anche per la storia sociale e politica della città, dominata da un papa assai controverso, e ancora per la storia della lingua, sia per il volgare in cui è steso – già, non era necessario che le donne sapessero di latino –, caratterizzato da «una lieve coloritura dialettale, sostanzialmente romanesca», sia per l’inclusione sistematica del lessico medico dell’epoca: le malattie che colpiscono le suore vi sono infatti descritte con precisione e con dovizia di particolari circa i sintomi e le cure.

L’intento del diario è esposto con chiarezza da fra Giovan Giacomo da S. Agostino, il monaco agostiniano che raccoglie le primitive carte sparse delle monache, dà forma al diario e lo affida alle sorelle affinché lo continuino: la cronaca sarà il «luogo» dove la comunità potrà salvare e tramandare a beneficio di quelle che verranno dopo gli esempi di virtù delle sue componenti e le grazie loro concesse. Strumento principe di ciò sarà il necrologio e la breve biografia agiografica stesa in occasione del trapasso di una consorella.

Il primo esempio, che fissa alcuni tratti che si ripeteranno poi con regolarità lo si incontra presto, infatti «adi 3 Agosto 1642 passò a meglior vita la Venerabile Madre Sor Maria Francesca del Giocondo», una delle monache compagne delle due fondatrici, s. Innocenza e s. Maria Grazia Barberini, che il papa loro zio aveva «spostate» dal Carmelo di S. Maria degli Angeli di Firenze a Roma. Di s. Maria Francesca, morta all’età di 70 anni e di 53 di professione, si ricorda anzitutto la ferma determinazione a prendere il velo nonostante l’opposizione della famiglia («suo padre faceva il sordo»); poi la santa triade delle virtù dell’umiltà, dell’obbedienza e dello zelo: rifuggiva da qualsiasi lode o titolo, non si faceva trovare quando venivano le «dame» in visita, era la prima a chiamare al mattutino alle tre di notte e «le constitutioni le stimava, et osservava a puntino». Ricordava alle sorelle che proprio loro erano «le più felici del mondo» e che erano tenute «a non disordinare, o a fare eccessive penitenze per mantenerci sane, e potere correre di notte e di giorno al choro, alla fatiche et obedienze». Risplendeva di povertà, semplicità e «nettezza», non stava mai in ozio ed «era tanto zelante, che reparava et accomodava le sue et altrui vesti con pezzi, e punti, che le faceva durare molto più»: atteggiamenti e «lavori donneschi», non si scappa.

E se vogliamo per un istante intravedere il suo volto e sentire la sua voce, ci basta questa breve frase: «E se vedeva alcuna afflitta e melanconica soleva dirgli: “Bambolina mia Sursum Corda, et in cuore tristo non habita Christo”».

(1-segue)

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  1. Un monastero di famiglia. Il Diario delle barberine della SS. Incarnazione (secc. XVII-XVIII), a cura di V. Abbatelli, A. Lirosi, I. Palombo, con un saggio introduttivo di G. Zarri, Viella 2016.
  2. «La gloriosa e santa memoria d’Urbano VIII, creato sommo pontefice lì 6 Agosto 1623, havendo due sue nipote figlie del Sig.r D. Carlo Barberini suo fratello, e della Sig.ra D. Costanza Magalotti Barberini, e queste monache nell’osservantissimo monastero di Santa Maria dell’Angeli Carmelitane della prima osservanza mitigata, nella città di Fiorenze, determinò nell’anno decimo sesto del suo pontificato edificargli un monastero in Roma acciò ivi introducessero il loro santo instituto sotto la regola carmelitana, et immitatione della Santa Madre Maria Maddalena de Pazzi già monaca in detto monastero di Fiorenza ove si venera il suo santo, et incorrotto corpo», p. 58 (nel riportare la frase con la quale inizia il diario, mi sono permesso minime «normalizzazioni» ortografiche).

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Gli «Accorgimenti per curare le malattie dell’anima» di Claudio Acquaviva

Con un titolo del genere non potevo assolutamente sottrarmi: questi «accorgimenti» (industriae nell’originale latino del 1600) sembrano proprio ciò di cui c’è più che mai bisogno oggi1. Al di là di questo, è la caratteristica di «piccola opera maestra di psicologia religiosa», come la definisce l’introduttore Daniele Libanori, ad avermi attirato in modo particolare, per quel concetto che ho della letteratura monastica come culla della psicologia moderna. E all’obiezione che si tratta dell’opera di un gesuita, per l’esattezza del quinto Generale della Società (dal 1580 al 1615, anno della sua morte), si può rispondere, sempre con p. Libanori, che l’opera è «basata ampiamente sulla tradizione monastica (Basilio, Cassiano, Gregorio Magno, Bernardo…)». E che un certo spirito di attualità sia rintracciabile dietro la ripubblicazione del «rarissimo e prezioso» libretto, emerge anche dalle parole del prefatore, il Direttore spirituale del Pontificio seminario romano maggiore Giuseppe Forlai, che sottolinea come «uno sguardo teologico sulla vita delle comunità religiose sia quanto mai necessario oggigiorno, in un tempo in cui sembra purtroppo prevalere la lettura funzionalista o meramente psicologica delle relazioni comunitarie». È opportuno che il concetto, e soprattutto la pratica, della «cura spirituale» torni al centro della vita delle comunità di fratelli, che non possono reggersi «senza padri»2.

Gli «accorgimenti», suggeriti ai Superiori e presentati «nel modo più succinto e chiaro possibile, quasi in forma di precetti medici», sono suddivisi in sedici capitoli intestati a problemi via via più specifici e circostanziati, dalla «distrazione nella preghiera» all’«effusione dell’animo verso le realtà esterne», dalla «chiusura e mancanza di chiarezza» all’«antipatia verso i fratelli» alle «fissazioni di malattie». Tutto è affrontato con molta concretezza e con quell’assenza di vaghezza e di fronzoli propria di chi scrive al riparo di una lunga esperienza (all’epoca della stesura, l’Acquaviva aveva sulle spalle già vent’anni di generalato) e mosso dal puro desiderio di essere utile agli altri.

Due sono i principi che ispirano l’ampia rassegna di consigli. In primo luogo la necessità di non confondere la benevolenza e la misericordia con la rilassatezza e il permissivismo: a differenza di chi ha una malattia del corpo, che ha immediata consapevolezza del bisogno di cure, chi cova una malattia dell’anima non riconosce il suo male, perciò l’onere ricade sul Superiore, che deve riconoscere e intervenire senza «sgomentarsi se i rimedi da applicare sembrano all’infermo troppo amari». Bisogna inoltre che il padre spirituale ricordi che potrebbe lui stesso essere affetto dal male che si accinge a curare. Come dice Gregorio Magno: «Consideriamo che noi siamo come alcuni di quelli che correggiamo, o che lo siamo stati un tempo, anche se ora per l’azione della grazia divina non lo siamo più».

Muovendo da qui, il Superiore affini il discernimento, confidi nell’ispirazione divina, si appoggi alla costante osservazione dei comportamenti, si armi di pazienza, consideri sempre il fine, non dimentichi mai la mitezza, ricorra agli esperti e sappia distinguere ciò che oggetto di fede, nel qual caso intervenga con decisione, da ciò che riguarda le «questioni materiali»; qui il consiglio propone un argomento che trovo molto fine (forse perché mi tocca sul vivo…?): se appunto si tratta di «questioni materiali, il Superiore ammonisca il religioso che il suo comportamento è il frutto di orgoglio, volendo apparire più dotto e importante, e non essendo disposto a cedere, oppure di scarso giudizio, non avendo imparato che nelle cose pratiche non c’è un’evidenza così forte, che non si debba pure tener conto del giudizio degli altri».

Eh sì, l’orgoglio, quello che può benissimo celarsi anche dietro una sobria taciturnità: «Se non altro, il motivo stesso per cui si tace è malizioso e sospetto. O si è impediti dall’orgoglio, temendo di essere stimati meno se si manifesta un difetto, o si trascura di manifestarlo, pensando che basti la propria prudenza senza bisogno di alcuna guida; e questo è segno di presunzione e di superbia; oppure, avendo di mira un fine materiale, si teme che manifestando un difetto non sia possibile realizzarlo».

Sono molto numerosi i passi nei quali mi sono riconosciuto nella figura del malato, anche se non risiedo in una Casa gesuitica del 1617, o del 2017. Fa sempre bene vedersi descritti, aiuta a liberarsi dall’illusione dell’«unicità» – anche nei difetti, se non nei peccati – e a ricordarsi «com’è facile ingannarsi nel giudicare le proprie cose e se stesso!»

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  1. Claudio Acquaviva S.I., Accorgimenti per curare le malattie dell’anima, presentazione di G. Forlai IGS, introduzione di D. Libanori S.I., traduzione di G. Raffo S.I., Edizioni San Paolo 2016.
  2. Segnalerei anche la strepitosa fascetta editoriale firmata da papa Francesco, che recita: «Un’edizione molto buona, la traduzione è bellissima, ben fatta, e credo possa aiutare».

 

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Uno sconcertante silenzio (parla l’abate di Notre-Dame d’Acey)

giornatadiunmonacoC’è sempre qualcuno – un giornalista, una studiosa, uno scrittore – che un bel momento si mette in testa di andare a parlare con un abate o una badessa per realizzare un’intervista e ricavarne un libro. E c’è sempre qualche abate o qualche badessa, individui pazienti e disponibili per definizione, che acconsente, sicché la produzione di questi libri è costante, e io, nei limiti del possibile, cerco di leggerli tutti.

Le domande dipendono dalla sensibilità dell’intervistatore, ma spesso si assomigliano: Perché siete venuti qui? Qual è il senso della vostra separazione dal mondo? È difficile fare l’abate? Come fate a svegliarvi alle tre di notte? Ce l’avete Internet…? E per quanto buona parte delle risposte siano anch’esse simili – non potrebbe essere diversamente, soprattutto per le questioni fondamentali –, capita sempre di imbattersi in qualche sfumatura differente, e perciò interessante.

Rientra alla perfezione nella categoria la conversazione1 che il sacerdote Francesco Strazzari ha condotto con Jean-Marc Thévenet, abate (dal 2003) dell’abbazia cisterciense di Notre-Dame d’Acey2, sicché passerei subito alle sfumature, o più esattamente, in questo caso, a tre frasi sulle quali la mia lettura, che avanzava senza scossoni, si è fermata.

La prima è tratta dal capitolo dedicato al «combattimento spirituale» (nel quale, detto per inciso, ritrovo uno degli elementi del monachesimo che più mi appassiona: la «contemporaneità» di IV e XXI secolo). Dice l’abate Thévenet: «Davanti al mistero di un Dio, il cui silenzio sconcertante è spesso dolorosamente sofferto, la preghiera consente al monaco di restare fermo nell’amore, la fede e la speranza» (pp. 55-6). È un’espressione di estrema onestà e che suscita, se così posso dire, tutta la mia comprensione, poiché mi pare che vi risuoni quel fondo di disperazione, respinta, dal quale procede l’invocazione del credente a Dio, il cui silenzio sconcertante è spesso dolorosamente sofferto. Quasi che il silenzio monastico, in cui si amplifica il silenzio di Dio, fosse la condizione per l’ascolto dell’abisso, e la preghiera un sonar.

La seconda è tratta dal capitolo dedicato alla «comunità» e mi sembra anch’essa un’onesta quanto dolorosa ammissione: «Vivere la fraternità secondo il vangelo non ha niente di spontaneo. Esige un lungo cammino di conversione – quindi molta pazienza e misericordia – perché si sviluppi la reciproca fiducia» (p. 90). L’antropologia negativa che vi intravedo mi pare ripulita da ipotesi diaboliche, e per questo ben più condivisibile.

La terza frase, infine, non è un’ammissione o un’istruzione, bensì un’immagine della fede cui non si può non riconoscere una certa bellezza. Si trova nell’ultimo capitolo, intitolato «La vita monastica per imparare a benedire», alla fine di una riflessione sulla mormorazione, che è il peccato più grave che si possa compiere contro la «grande corrente di benevolenza che Dio ha lanciato nella creazione». Alla mormorazione, che è la negazione stessa della vita, bisogna opporre la benedizione, e proprio in questo dom Thévenet scorge l’essenza della sua professione: «Ecco la nostra vocazione: benedire Dio su questa terra perché la nostra terra non sia una terra maledetta, ma benedetta» (p. 107). Io non credo che tale volontà possa corrispondere a una forma di realtà, ma questo non ha importanza, perché per l’abate sì.

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  1. Francesco Strazzari, La giornata di un monaco. Conversazione con dom Jean-Marc Thevenet, abate d’Acey, Edizioni Dehoniane Bologna 2016.
  2. Di lunghissima tradizione, se si considera la sua fondazione nel 1136. Dopo la grande fioritura dei secoli XII e XIII, il progressivo declino, l’abbandono e la Rivoluzione, la ripresa della vita monastica, a partire dal 1853, è dapprima lenta, poi solida e sicura dal 1937, con una nuova comunità cisterciense. Come si può leggere sul sito dell’abbazia, «Acey recupera il suo titolo di abbazia e mostra una nuova vitalità, che non si spegnerà più sino ai giorni nostri. Grazie a un laboratorio di elettrolisi, avviato e gestito con avvedutezza, le risorse si rivelano sufficienti per la comunità e permettono anche di affrontare importanti lavori di restauro e riedificazione, legati alla chiesa, al monastero, alle strutture per l’ospitalità e l’accoglienza dei giovani. È in questo quadro di rinnovamento e rilancio che oggi la comunità, unica erede dei tredici monasteri maschili  fondati nella Franca Contea del XII secolo, è impegnata a conservare lo spirito primitivo di Cîteaux».

 

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Confessioni di un monaco: «Il vento soffia dove vuole», pt. 2/2

ilventosoffia(la prima parte è qui)

C’è un punto preciso nella riflessione del priore generale di Camaldoli Alessandro Barban1 sul quale mi sono sentito, se così si può dire, chiamato in causa in maniera più diretta, un punto che riguarda, come era prevedibile, il «dialogo possibile» con i non credenti, cui è dedicato uno specifico capitolo.

Dopo aver ripercorso i vari momenti di questo dialogo, ricordando in particolare famose iniziative come gli «Itinerari e incontri» di Monte Giove, o la «Cattedra dei non credenti» e il «Cortile dei Gentili», e stigmatizzando le posizioni dei cosiddetti «atei devoti», Alessandro Barban prende le mosse da una domanda emersa nel colloquio svoltosi a più riprese tra papa Francesco e Eugenio Scalfari, una domanda posta dal pontefice: «Lei, laico non credente in Dio, in che cosa crede?»

E per darle il massimo peso il monaco se la rivolta contro: «Le esperienze di fede non sono mai uguali. Spesso mi sono trovato a camminare con dei credenti e poi mi sono reso conto che la mia esperienza di fede forse non era proprio uguale alla loro». Al tempo stesso Barban riconosce di aver sentito in certe occasioni maggiore affinità con dei non credenti, di averne condiviso gli stessi dubbi e le stesse domande. Ed ecco il punto cruciale: «Alcune volte ci sono dei non credenti che mi dicono: “Io non ho avuto il dono della fede”. Ma la fede non è un pacchetto che ci viene regalato, bensì è una risposta. E allora la differenza tra io che credo e tu che non credi è minima: io mi affido a questo Assoluto che non vedo e non tocco».

Una risposta. Dunque possiamo riconoscerci, ed essere vicini, nelle domande, e poi confrontarci, e talvolta anche separarci, nelle risposte. È una formula di innegabile qualità, cui va riconosciuta anche una forte concretezza. A patto, però, e anzitutto, di rimanere nel campo delle domande e delle risposte minuscole e plurali, e non della Domanda (che non esiste) e della Risposta, maiuscola e singolare, quale spesso è quella pronunciata dalla fede. «Partiamo tutti allo stesso livello», argomenta il priore. «Solo che la risposta alla vita, alle grandi questioni, comporta un affidamento, una percezione, un’intuizione rispetto a qualcosa che è sconosciuto, inedito», e il non credente sarebbe colui che non vince il «timore di consegnarsi», che vuole mantenere il controllo e basarsi su elementi certi e verificabili. «Lo rispetto», dice ancora Barban, «però è un impoverimento. Ecco perché credo che la differenza tra un credente e un non credente risieda proprio in questa esperienza di Dio che arricchisce la nostra umanità. Una differenza non di giustificazioni e di prove, ma di un deficit che chiamerei assenza di Assoluto.»

Assenza di Assoluto. Sì, posso essere d’accordo, e posso anche ammettere che certe volte questa assenza si faccia sentire, soprattutto sotto forma di una strana nostalgia che credo derivi da tanta cultura stratificata, ma mi sento anche di dire che non vi è alcun timore di consegnarsi a chicchessia. Mi pare invece che gran parte degli atteggiamenti che, assolutizzati, spesso ho incontrato nel discorso dei credenti, possano essere esercitati nella minima porzione di spazio e di tempo assegnataci, senza trascendenze. Anzi, è poprio lì che sono manchevole, è proprio lì che c’è molto da fare: non nell’ascolto di Qualcuno che non ho mai sentito, bensì nell’ascolto di persone di cui potrei fare nome e cognome; non nell’affidarsi a Qualcuno che non ho mai visto, bensì nell’avere fiducia in questo e quell’individuo che incontro ogni giorno.

L’assenza di assoluto non mi sembra allora un deficit, poiché è il frutto di una presenza di concreto: di un’incredibile, disarmante, disperante sovrabbondanza di concreto.

(2-fine)

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  1. Alessandro Barban e Gianni Di Santo, Il vento soffia dove vuole. Confessioni di un monaco, Rubbettino 2014.

 

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Confessioni di un monaco: «Il vento soffia dove vuole», pt. 1/2

ilventosoffiaHo letto con ritardo le «confessioni» di Alessandro Barban, priore generale della Congregazione camaldolese dal 2011, raccolte, elaborate e pubblicate dal giornalista Gianni Di Santo1: se l’avessi fatto per tempo forse avrei capito meglio, tra le altre cose, l’origine di certe osservazione polemiche rivolte a Camaldoli che mi è capitato di leggere più di recente2.

Il tratto che colpisce sin dalle prime pagine può essere riassunto in una coppia di concetti: apertura e inclusione. Apertura mentale e di cuore verso ciò che accade, ciò che si dice, ciò che si scopre nel mondo, ma anche apertura direi quasi fisica del monastero, luogo di silenzio e preghiera, ma non impermeabile alle persone e alle cose; inclusione di persone, appunto, di concetti, di prospettive, di pratiche e soprattutto di domande. Niente di particolarmente inatteso, se non fosse che queste due aspirazioni si traducono in una serie di affermazioni che, pur scontando un tono un po’ volontaristico, sono, queste sì, abbastanza inattese. «Solo un autentico cristianesimo e un neoilluminismo laico potranno delineare e inverare l’avvenire dell’Europa di domani»; «Le religioni avranno una sola chance: quella di essere voci critiche e di elaborazione per un discorso profondo di spiritualità per il bene dell’umanità» (dove già l’uso del plurale religioni è da sottolineare); bisogna «mettere al centro della società e della storia… quelli che sono emarginati per il colore della pelle, per la loro religione, perché sono analfabeti, perché sono donne, o omosessuali. I lontani per definizione. Gli “altri” da noi»; e ancora: «Ci sarà una competizione, speriamo pacifica, tra le fedi rispetto ai problemi che sorgeranno, e alla capacità delle loro risposte di essere sapienti e profetiche». In questa sfida, che il priore ritiene apertamente accolta, se non addirittura lanciata, dal pontificato di papa Francesco, il cristianesimo potrà offrire soprattutto i valori evangelici fondamentali – libertà, giustizia, pace e fraternità –, e la Chiesa che li incarna, o che dovrebbe incarnarli,  potrà ricevere un valido aiuto dal monachesimo.

La chiave del contributo che il monachesimo può dare, se ho capito bene, è quella di mostrare una concreta esperienza di fede (i monaci come «persone che abbiano fatto veramente esperienza di Dio»), di riportare l’attenzione sull’essenza del cristianesimo come condotta di vita, più che come dottrina, un’esperienza legata a un corpo e a un momento (storico) – «È possibile», si chiede Barban, «riformulare e ripresentare, qui e ora, la sostanza e l’essenza del cristianesimo?»

«Prima di domandarsi in quale Dio credo», osserva ancora il priore, «potremmo porre la questione: in quale uomo-donna credo?, e che uomo-donna sono?» In questa prospettiva per così dire antropologica diventa cruciale il richiamo costante alla figura di Gesù uomo, individuo singolare capace di rispondere alle domande plurali degli individui di oggi. E Camaldoli è uno dei luoghi emblematici di questa «pluralità», perché attira persone mosse da bisogni molto diversi e, forse paradossalmente, si apre alle domande più diverse, rispondendovi non con una «presenza integralista», ma con empatia e comunicatività. Così, all’apertura e all’inclusione si aggiunge inevitabilmente il dialogo: «Le posizioni di forza o integraliste [di nuovo] non sono più convincenti, anzi sono insostenibili in una società plurale. Si devono cercare le risposte più vere alla luce della fede e della Sacra Scrittura: è un cammino che si sta facendo. E in questi ambiti nuovi dobbiamo saper dialogare con i non credenti e con le altre religioni. Dialogare con serenità: altrimenti rischiamo di diventare fanatici che è il rischio più pericoloso».

Not quite your everyday priore, direbbero gli inglesi.

(1-segue)

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  1. Alessandro Barban e Gianni Di Santo, Il vento soffia dove vuole. Confessioni di un monaco, Rubbettino 2014. Un libro «scritto e pensato insieme, ma il “singolare” è tutto del priore.»
  2. Ad esempio in Beniamino Lucis, Ci salverà il monachesimo. Nel ritorno alle origini il rinnovamento della Chiesa, Fede & Cultura 2015.

 

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«Con figure di uccelli» (Mario Sensi e il suo zoom)

MulieresInEcclesiaCi ho messo un po’, circa un anno, con varie interruzioni, ma alla fine li ho letti, i due tomi che raccolgono i saggi di Mario Sensi dedicati alle varie esperienze religiose femminili a metà strada tra vita monastica e stato laicale nell’Italia dei secoli XII-XV1. Il lavoro di una vita, paziente e determinato, cui si deve guardare con riconoscente rispetto, sapendo di potervi sempre trovare una mappa per orientarsi in uno dei fenomeni della storia della Chiesa e della storia monastica medioevale di maggior fascino e complessità.

E proprio l’immagine della mappa mi è tornata in mente più volte durante la lettura, in particolare nella sua incarnazione più recente, cioè Google Maps, completa della sua stupefacente funzione di zoom. I saggi di Mario Sensi, in virtù dell’imponente lavoro di ricerca archivistica che li sostiene, consentono di fare la stessa cosa: staccarsi dal disegno generale e scendere fino a toccare l’unità minima della sostanza storiografica, il singolo fatto, la singola persona. Il luogo di questa emozionante discesa è rappresentato di solito dalle note a pie’ di pagina e dalle appendici: eccone tre esempi tra i molti che mi hanno colpito.

1. Nella nota 23 al saggio S. Bernardino da Siena e la b. Angelina da Monte Giove: due versioni della Frauenfrage (1995) lo studioso cita un atto del 26 dicembre 1469 (presso l’Archivio di Stato di Viterbo), in base al quale le monache del monastero di Santa Agnese di Viterbo cedono a un tale Niccolò di Antonio un piccolo orto: «unum orticellum ipsius monasterii in contrata S. Salvatori… in perpetuum ratione gratitudinis». L’atto è corredato dall’elenco di tutte le monache che sono presenti alla data nel monastero, e che così ci vengono incontro, da Viterbo, Foligno, Todi, Rieti, Camerino, ecc.: Rosata di Ludovico de Brugnis (la ministra), Letitia de Fulgineo, Iohanna de Tuderto, Angela de Capralica, Lucia de Reate, Magdalena de Urbe, Chiara de Urbe, Catherina de Capralica… Baptista de Viterbio, Sabetta de Viterbio, Sancta de Civita Castellana… Crestina de Fulgineo, Bernardina de Camereno… Agnes de Ronciglione… Beatrix de Farneto… Felix de Urbevetere, Rita de Reate, Seraphina de Urbevetere, Orifica de Tuderto, Menica de Viterbio… Eccole qua.

2. Nell’Appendice XXVI al saggio I monasteri e bizzoccaggi dell’osservanza francescana nel secolo XV a Foligno (2005) Mario Sensi trascrive il testamento fatto da suor Dionigia Trapassi, monaca dell’Annunziata, il 26 giugno 1477. Dal quale si evince che la terziaria francescana possedeva due telai, che lascia al monastero, insieme a «tre modelli per tessere tovaglie con figure di uccelli [tria brevia sive exempla apta ad tessendum tobalias uccellatas». Non buttateli, possono essere utili.

3. In appendice al saggio Un regolamento di vita per il monastero di S. Chiara di Pesaro (sec. XV) (2002) lo studioso trascrive da un codice lateranense detto Regolamento, cioè la Memoria per lo regimento del monastero di S. Chiara in Pesaro, con le successive Osservazioni di fra Pietro da Napoli. È lo stesso Sensi a dire che «questo codicetto non è un testo importante, costituisce tuttavia un piccolo spiraglio attraverso cui si può ripercorrere il movemento “de observantia” che attraversò l’Italia centrale, un fenomeno rilevante non solo dal punto di vista religioso, ma anche sociale e culturale, di cui furono artefici le puellae licteratae, figlie del ceto dirigente cittadino». Come sempre, al di là degli schemi consueti, le proibizioni specifiche fanno pensare a specifici comportamenti diffusi al punto da dover essere ricordati per iscritto: «Nessuna ardisca di chiamare tanto forte e alto con la voce [che] possi esser udita fuori del monasterio»; «Che ciascheduna dica sua colpa de’ vasi che rompe per sua negligenza»; «Che le suore non s’impiccino de matrimonii senza licenza del confessore». Evidentemente il farsi sentire al di sopra delle mura di cinta doveva essere un problema serio, perché il «regolamento» si chiude proprio ribadendo questo punto: «Che nessuna suora gridi con impeto et ira in tal forma che possi esser udita fuori del monasterio; e quella che contrafarà per farsi udire fuori del monasterio, l’abbadessa li faccia dare prima una disciplina per mano di doi suore e poi stia in prigione per quindici dì e mangi pane et acqua».

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  1. Mario Sensi, «Mulieres in Ecclesia». Storie di monache e bizzoche, Centro italiano di studi sull’alto medioevo di Spoleto 2010.

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Come l’edera e le gramigne (Ildefonso Schuster e la Regola, pt. 2/2)

regula-monasteriorum(la prima parte è qui)

L’aspetto forse più interessante di questi appunti di Ildefonso Schuster1 è proprio la dovizia di riferimenti personali alla propria esperienza di abate: il cardinale rilegge l’amata Regola con la matita in mano, pronto ad annotare a margine le conferme e gli eventuali emendamenti che il mutare dell’epoca suggerisce2, e sempre animato dalla comprensione delle debolezze dei monaci e delle durezze della loro vita (su questo punto l’osservazione è semplice e precisa: «Per entrare in monastero si richiede indubbiamente un equilibrio di carattere ed una sana costituzione fisica. Senza di che, il cenobio si trasformerebbe in un sanatorio»3).

Quante volte lo Schuster usa l’espressione «quante volte», a riprova di una lunga esperienza accumulata: «Quante volte odonsi…», «Quante volte ho veduto…», e anche: «Quanti monasteri sono andati alla malora…» Nella maggior parte dei casi il suo sguardo è bonario, e allora si posa senza eccessivo rigore ad esempio sulle scuse dei dormiglioni, «ben note a chi ha pratica di comunità!»; o su qualche cedimento alimentare (peraltro non si dimentichi «quel proverbio popolare che ricordò piacevolmente una volta Pio X, ricevendo la comunità monastica di San Paolo e facendosi presentare il cuoco: buona cucina, buona disciplina!»); sui lettori «che non sanno farsi comprendere» e sui cantori «stonati»; su tutti quei piccoli difetti che sono degli esseri umani, e quindi sono anche dei monaci, e che anzi proprio nel monastero, come si diceva, non possono più essere nascosti.

Altrove prevale invece la fermezza, come nel caso di quei «monaci fantasiosi, continuamente preoccupati della propria salute», sui quali non si può mai contare per le necessità della vita comune; o dei «mormoratori», che «come l’edera e le gramigne aprono ed allargano le crepe entro i muri»; di quelli che si atteggiano a grandi riformatori e dei distratti; o degli incapaci arroganti: «Avverta bene l’abate, e non si lasci prendere la mano da qualcuno di quei caratteri prepotenti o presuntuosi, – ce ne sono dovunque [si noti questo inciso un po’ sconsolato] – che, pur di emergere, sacrificano la comunità ostinandosi in un ufficio pel quale non riescono punto utili».

Per certi versi, dunque, la comunità è un organismo vulnerabile e dinamico, soggetto a continue tensioni, e quindi bisognoso di un’attenzione costante da parte della sua guida. Ma è anche il frutto del costante impegno dei suoi componenti, che scegliendo l’obbedienza non cancellano la propria responsabilità e offrendosi al servizio non smarriscono la propria individualità. C’è qualcosa di ammirevole, anche da una prospettiva laica, in questo ideale continuamente rilanciato, soprattutto quando, come nel caso della testimonianza del cardinale, non ci si nasconde la sua irrealizzabilità, quando le parole, quelle di Benedetto e quelle dello Schuster, vengono scritte con tutta evidenza dopo l’osservazione della realtà, e non prima.

«I buoni monasteri», conclude allora il cardinale, «sono quelli, non già dove non si lamentano quotidiane miserie di carattere, d’ignoranza, di incomprensione reciproca; ma dove i monaci, allargando l’un l’altro le braccia nella carità di Cristo, scambievolmente si perdonano, scambievolmente si sopportano, scambievolmente si stimano e si amano.»

(2-fine)

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  1. San Benedetto Abb., La «Regula Monasteriorum», testo, introduzione, commento e note del card. A. Ildefonso Schuster, SEI 1942.
  2. Come accade sempre nella tradizione benedettina, si considerano anche gli aspetti più concreti: «Ben inteso che oggi il superiore dovrà tenere conto dei tempi mutati, ed allo stilo sostituire opportunamente una buona penna stilografica, o una macchina da scrivere; al temperino, un bravo rasoio Gillet [sic], o addirittura quello elettrico Roselet [sic], che va diventando ormai comune», p. 234.
  3. In monastero si entra per servire, «perciò chi non se la sente di servire, o chi per costituzione fisica, o morale, più che di servire Dio ed il cenobio, ha bisogno egli stesso di essere servito, vada pure per la sua strada», p. 385.

 

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Catacombe nei cieli (Reperti, 32: Léon Bloy, «Il disperato»)

bloy-il-disperatoPoco dopo aver seppellito il padre, il protagonista del Disperato – primo romanzo di Léon Bloy, pubblicato senza esiti di rilievo nel 18871 –, si presenta stremato alla porta della Grande Certosa («Si dice la Grande Certosa come si dice Carlo Magno») in cerca di pace e carità. Al monaco che lo accoglie così si rivolge: «Levavi oculos meos in montes, unde veniet auxilium mihi. Vi porto la mia anima da risuolare e lustrare. Vi prego di tollerare queste espressioni da calzolaio». La risposta del padre portinaio, sorridente, è di pari livello: «Signore, se siete infelice, siete il più caro dei nostri amici; les montagnes della Grande Certosa hanno orecchi, e i soccorsi che vi potranno dare non vi verranno meno. Quanto alla vostra calzatura spirituale, noi lavoriamo talvolta su cose vecchie e forse potremo soddisfarvi».

La seconda parte del corrusco romanzo2 dello scrittore cattolico francese è dedicata al soggiorno di Caino Marchenoir, il «disperato» in questione, presso la Certosa, episodio in cui si rispecchia, come peraltro in tutto il resto della vicenda narrata, una materia strettamente autobiografica: a conclusione del complicato rapporto con Anne-Marie Roulé, prostituta parigina da lui convertita a un cristianesimo acceso e visionario, Bloy aveva tentato infatti di essere accolto alla Trappa e poi tra i certosini, senza successo. Questa parentesi monastica rappresenta, sia nella storia del personaggio Marchenoir («Questo stilita intellettuale»), sia nel romanzo stesso, una parentesi di pace. Non vi mancano del tutto le esplosioni da artiglieria pesante che caratterizzano il resto del libro, e che meriterebbero un discorso a parte, ma sono in qualche modo attenuate al cospetto del silenzio certosino.

Lo stile, tuttavia, resta per così dire altisonante e ispirato, a cominciare dalla serie di definizioni che Bloy allinea descrivendo la Certosa e i suoi abitanti: «Alpestre alveare dei più sublimi operai della preghiera», «Metropoli della vita contemplativa», «Città della volontaria rinunzia e della vera gioia, oggi conosciuta da chiunque legge e pensa nel mondo», «Catacomba nei cieli» e infine «La grande scuola degli imitatori della solitudine di Dio» – espressione, quest’ultima, assai singolare, che Bloy deriva da un suo altrettanto singolare aforisma: «Dio è il grande solitario che non parla se non ai solitari».

Tra i diversi riti e liturgie della Certosa, due in particolare colpiscono Marchenoir: il funerale di un confratello e l’ufficio notturno. E se il primo, nella sua commossa semplicità, gli rammenta per contrasto le esequie pubbliche del politico Léon Gambetta («Marchenoir si ricordava di trecentomila teste di bestiame umano che accompagnavano alla dimora sotterranea il Serse putrescente della maggioranza, [… e] paragonò quella menzogna di funerale al seppellimento veridico del certosino sconosciuto»), nel secondo, cui assiste dalla «tribuna dei forestieri», riconosce il cuore della Certosa: «Visitare la Grande Certosa da cima a fondo è una cosa semplicissima… ma non si conosce il fiore del suo mistero, se non s’è assistito all’ufficio notturno. La è il vero profumo che trasfigura quel rigoroso ritiro… e quando lo si è visto, confessiamo che non sapevamo nulla della vita monastica».

Lasciato libero di fare «tutto quello che non era incompatibile con la regola del Monastero (finanche il permesso di fumare in camera; una concessione questa quasi senza esempio)», Marchenoir si aggira per la Certosa cercando di sedare le proprie intemperanze, pensando al libro che vuole scrivere e traendo insperata chiarezza interiore dai colloqui con p. Atanasio. Il monaco più che altro ascolta, e smantella infine le reiterate velleità del protagonista di vestire l’abito bianco con un discorso la cui conclusione merita una citazione estesa, tanto è concreta: «È una romantica sciocchezza, da cui dovete liberarvi, mio caro poeta, il credere che il disgusto della vita sia un segno della vocazione religiosa. Adesso voi siete qui nient’altro che un nostro ospite, andate e venite come vi piace, sognate sulla montagna e nella nostra bella foresta di verdi abeti, malgrado i cinquanta centimetri di neve che vi sembrano accrescere l’incanto; ma, credetemi, l’apparizione della nostra Regola vi riempirebbe di terrore».

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  1. Léon Bloy, Le Désespéré (1887), trad. ital. di G. Auletta: Il disperato, Edizioni Paoline 1957 (n° 13 della collana «Juventus», curata da V. Gambi).
  2. «Il romanzo autobiografico che presentiamo», si legge nella presentazione firmata dal traduttore, «ma è un vero romanzo come lo si intende oggi? – è tutto un corruscare di violenze verbali (che Bloy diceva prodotte dall’indignazione per amore), di espressioni iperboliche, di immagini talvolta barocche e lambiccate, di un certo fanatismo mistico, che potrebbe sconcertare più di un lettore abituato a ben altro linguaggio e a ben altri accomodamenti con la vita.»

 

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Silenziosi, non zitti (Maria Ignazia Angelini sul silenzio contemplativo, pt. 2/2)

angeliniunsilenzio(la prima parte è qui)

«Silenzio bello è l’atteggiamento dell’uomo che si espone alla realtà, all’avvenimento che gli viene incontro, in una “vuotezza” per la quale tutto si offre alla forza creatrice dell’Alterità. Bello, appunto, perché tutto attesa della Parola.» Non si tratta quindi di recuperare, con una mossa alla moda, la «bellezza del silenzio», quanto di accedere a un «silenzio bello» che, nella riflessione di Maria Ignazia Angelini1, è in sostanza equivalente al silenzio contemplativo: non soltanto «disintossicazione» dai linguaggi presieduti dalle varie logiche mondane, ma anche «nuda aderenza» alla realtà, un «combaciare misericorde con la realtà, un consenso ricco di compassione, dove l’assenza di parola non maschera il ritrarsi della libertà paurosa di esporsi, ma esprime mitemente ascolto e attesa». Le formule usate dalla badessa sono ricche di suggestioni e rimandano a un’esperienza che intuisco cruciale, ma che stento a comprendere. O forse no, e la «cosa» è semplice («La bellezza di questo silenzio è nella sua semplicità»): spegnimento della voce interiore, ascoltata senza criterio per affermare, per volere, per nascondere la verità, per credere alla propria autonomia; sguardo mite e senza rivendicazioni sul mondo; ascolto totale di ciò che si farà sentire – «quel silenzio della fede che rende la persona tutta “orecchio” che accoglie e aderisce alla Parola».

La rete di citazioni e sostegni che attraversa il volume è uno dei suoi aspetti di grande interesse, e la terza parte in particolare, dedicata ai padri siriaci, ne risulta assai densa: Ignazio di Antiochia, Efrem Siro, Isacco di Ninive e il meno conosciuto – diciamo la verità, a me del tutto ignoto – Giovanni di Dyalatha. Tanto densa che confesso di essermi perso – azzittito, se non distratto –, soprattutto nei versi lampeggianti degli Inni di Efrem Siro2. Poi però mi è parso come se questo risultato fosse una vaga eco di quella disposizione di cui la badessa stava parlando, ad esempio quando cita Giovanni di Dyalatha, in una delle sue Lettere: «Tuttavia qualcuno ha detto che talvolta, quando cammina per via, oppure si tiene ai suoi bordi, o anche al di fuori, accade che comincia come a perdere se stesso: è improvvisamente ridotto al silenzio per l’operazione della forza onnipotente, e dimentica se stesso e tutto ciò che gli appartiene, stupito e meravigliato per la bellezza che lo ha attirato» – uscire dalla propria strada consueta, perdersi, farsi silenziosi. Silenziosi, e non zitti; cioè fiduciosi nella realtà e nel di lei senso (anche se non immediatamente svelato) e non indispettiti e recriminanti, liberi e non rinchiusi, compassionevoli e non rancorosi. «Silenzio è qualcosa di questo genere», chiosa m. Angelini, «e non un modo per continuare indisturbati una sorta di ininterrotto monologo interiore».

Anche qui devo confessare di essere un po’ in difficoltà di fronte alla rarefazione concettuale che si accompagna al tentativo di parlare del silenzio, e credo sia fondamentale ricordare che di silenzio contemplativo si occupa il testo della badessa e non di silenzio tout court. È solo all’interno di questo perimetro che si può provare a leggere senza ambiguità ad esempio ciò che dice Isacco di Ninive: «Ama il silenzio più di tutto. Poiché esso ti dà di portare frutto. La lingua non sa spiegarlo. Sforziamoci anzitutto di tacere. È dal silenzio che nascerà ciò che ci condurrà al silenzio». È un’esperienza che si autoalimenta, un seme che va piantato. È così importante che (sempre Isacco) «se tu metti su un piatto della bilancia tutte le “opere” della vita monastica, e sull’altro il silenzio, ti accorgerai che questo pesa molto di più».

(2 – fine)

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  1. Un silenzio pieno di sguardo. Il significato antropologico-spirituale del silenzio, EDB 1996 (ristampa 2009).
  2. Nella complessa e stratificata meditazione della badessa si aprono ogni tanto momenti più distesi, nei quali affiorano immagini che sarebbe interessante approfondire: «L’iniziativa propriamente umana è quella di “riconoscere” ogni voce, di armonizzarsi con l’intenzione autocomunicativa di Dio e di farsi artefice – nella libertà che acconsente – di infiniti legami di senso, tramite il gioco/suono delle cetre di cui è disseminato il suo cammino di cercatore della verità, di umile e ardito cercatore di interlocutori».

 

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Una diversa loquacità (Maria Ignazia Angelini sul silenzio contemplativo, pt. 1/2)

angeliniunsilenzioNella prospettiva fenomenologica scelta da Maria Ignazia Angelini il silenzio contemplativo non è mera assenza di parole o ascetica rinuncia alla comunicazione, bensì segno dell’apertura della persona, religiosa o no, al mistero e alla trascendenza, riconoscimento della propria «miseria radicale» e ricerca di una «imprevedibile salvezza». Il silenzio, comunque, è momento costitutivo del dialogo.

Dopo Niente è senza voce, ho recuperato Un silenzio pieno di sguardo, testo della badessa di Viboldone del 1996, imbevuto di filosofia e patristica e dedicato al «significato antropologico-spirituale del silenzio»1. Vi si avverte con forza, tra l’altro, l’esigenza di svincolare il concetto e l’esperienza del silenzio dalle sue letture contemporanee come forma di «igiene mentale e di salutare relax dello “spirito verboso”». Siamo ben lontani, ci ricorda la badessa, dalla «quieta penombra di una sacrestia o dal suggestivo incanto di luoghi predisposti per “vacanze alternative”».

La dimensione dialogica non è mai assente dal silenzio contemplativo: non si sta zitti per depurarsi dal «rumore», per annullare i confini della propria identità e sciogliersi nell’indistinto, per ricollegarsi all’unità del Tutto; si sta zitti nell’ammirazione della realtà, nell’attesa della rivelazione e del confronto con Dio e nel pentimento per il proprio peccato: silenzio meravigliato, silenzio agonico, silenzio pentito: tre forme che trovano somma incarnazione nel silenzio finale di Gesù: «E il Verbo si fece carne, e la carne si fece peccato e maledizione, e si azzittì sulla croce».

Interrogando i padri delle origini e i loro testi, m. Angelini delinea, con singolare scelta lessicale, questo programma: «Occorre uscire da ogni orizzonte “padronale” del vissuto, da ogni presuntuoso dominio della realtà in chiave di nominazione strumentalizzante delle cose e delle persone, per ritrovare l’approccio silenzioso, perché spossessato e credente, alla realtà». E anche qui tre sono gli ordini di silenzio su cui concentrarsi: il silenzio dello straniero (del «credente gettato nel mondo ma non del mondo», il corsivo è mio; di chi si riconosce ignorante «dinanzi al mistero di Dio, della realtà, dell’altro» e che quindi non si appropria di nulla, restando puramente ricettivo); il silenzio che non misura, né se stessi, né gli altri; il silenzio dell’umiltà: «Per essa il monaco tace perché riconosce che a lui non si addice in alcuna forma il parlare “magisteriale”, che pure altri si attendono da lui». Il silenzio complessivo che ne deriva è aderente alle cose e alle persone, le osserva con partecipazione, non le giudica e non le teme e rappresenta la piena disposizione all’attesa e all’ascolto.

Oltre ai padri m. Angelini convoca nella tenda del silenzio anche alcuni poeti (Montale, Ungaretti, Rilke), nonché un sorprendente Kierkegaard, che, commentando l’episodio della cena a casa del fariseo, dice che la peccatrice «ha dimenticato il linguaggio, la parola, l’inquietudine del pensiero, e quella – ancora maggiore – del suo essere». Il percorso tracciato dalla badessa è affascinante, per quanto si osservino talvolta delle svolte inutilmente estreme: quel presuntuoso dominio della realtà in chiave di nominazione strumentalizzante delle cose e delle persone, ad esempio, non è certo l’unica alternativa al silenzio umile qui proposto, né il dialogo, seppur minacciato costantemente dai rapporti di potere, deve condurre inevitabilmente al sopruso. Mi è difficile rinunciare a un’idea positiva della parola, anzi delle parole, dette, scritte, cantate, scambiate, condivise, scelte, provate, scartate, riprovate, ricordate e non dimenticate, nell’attesa – illusoria quanto si voglia – di quelle giuste.

(1-segue)

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  1. Un silenzio pieno di sguardo. Il significato antropologico-spirituale del silenzio, EDB 1996 (ristampa 2009). Il volume è elencato come numero 4 dei «Quaderni di Camaldoli – Meditazioni»), ma in copertina è riportato il numero 8.

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