Una diversa loquacità (Maria Ignazia Angelini sul silenzio contemplativo, pt. 1/2)

angeliniunsilenzioNella prospettiva fenomenologica scelta da Maria Ignazia Angelini il silenzio contemplativo non è mera assenza di parole o ascetica rinuncia alla comunicazione, bensì segno dell’apertura della persona, religiosa o no, al mistero e alla trascendenza, riconoscimento della propria «miseria radicale» e ricerca di una «imprevedibile salvezza». Il silenzio, comunque, è momento costitutivo del dialogo.

Dopo Niente è senza voce, ho recuperato Un silenzio pieno di sguardo, testo della badessa di Viboldone del 1996, imbevuto di filosofia e patristica e dedicato al «significato antropologico-spirituale del silenzio»1. Vi si avverte con forza, tra l’altro, l’esigenza di svincolare il concetto e l’esperienza del silenzio dalle sue letture contemporanee come forma di «igiene mentale e di salutare relax dello “spirito verboso”». Siamo ben lontani, ci ricorda la badessa, dalla «quieta penombra di una sacrestia o dal suggestivo incanto di luoghi predisposti per “vacanze alternative”».

La dimensione dialogica non è mai assente dal silenzio contemplativo: non si sta zitti per depurarsi dal «rumore», per annullare i confini della propria identità e sciogliersi nell’indistinto, per ricollegarsi all’unità del Tutto; si sta zitti nell’ammirazione della realtà, nell’attesa della rivelazione e del confronto con Dio e nel pentimento per il proprio peccato: silenzio meravigliato, silenzio agonico, silenzio pentito: tre forme che trovano somma incarnazione nel silenzio finale di Gesù: «E il Verbo si fece carne, e la carne si fece peccato e maledizione, e si azzittì sulla croce».

Interrogando i padri delle origini e i loro testi, m. Angelini delinea, con singolare scelta lessicale, questo programma: «Occorre uscire da ogni orizzonte “padronale” del vissuto, da ogni presuntuoso dominio della realtà in chiave di nominazione strumentalizzante delle cose e delle persone, per ritrovare l’approccio silenzioso, perché spossessato e credente, alla realtà». E anche qui tre sono gli ordini di silenzio su cui concentrarsi: il silenzio dello straniero (del «credente gettato nel mondo ma non del mondo», il corsivo è mio; di chi si riconosce ignorante «dinanzi al mistero di Dio, della realtà, dell’altro» e che quindi non si appropria di nulla, restando puramente ricettivo); il silenzio che non misura, né se stessi, né gli altri; il silenzio dell’umiltà: «Per essa il monaco tace perché riconosce che a lui non si addice in alcuna forma il parlare “magisteriale”, che pure altri si attendono da lui». Il silenzio complessivo che ne deriva è aderente alle cose e alle persone, le osserva con partecipazione, non le giudica e non le teme e rappresenta la piena disposizione all’attesa e all’ascolto.

Oltre ai padri m. Angelini convoca nella tenda del silenzio anche alcuni poeti (Montale, Ungaretti, Rilke), nonché un sorprendente Kierkegaard, che, commentando l’episodio della cena a casa del fariseo, dice che la peccatrice «ha dimenticato il linguaggio, la parola, l’inquietudine del pensiero, e quella – ancora maggiore – del suo essere». Il percorso tracciato dalla badessa è affascinante, per quanto vi osservino talvolta delle svolte inutilmente estreme: quel presuntuoso dominio della realtà in chiave di nominazione strumentalizzante delle cose e delle persone, ad esempio, non è certo l’unica alternativa al silenzio umile qui proposto, né il dialogo, seppur minacciato costantemente dai rapporti di potere, deve condurre inevitabilmente al sopruso. Mi è difficile rinunciare a un’idea positiva della parola, anzi delle parole, dette, scritte, cantate, scambiate, condivise, scelte, provate, scartate, riprovate, ricordate e non dimenticate, nell’attesa – illusoria quanto si voglia – di quelle giuste.

(1-segue)

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  1. Un silenzio pieno di sguardo. Il significato antropologico-spirituale del silenzio, EDB 1996 (ristampa 2009). Il volume è elencato come numero 4 dei «Quaderni di Camaldoli – Meditazioni»), ma in copertina è riportato il numero 8.

 

 

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4 commenti

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4 risposte a “Una diversa loquacità (Maria Ignazia Angelini sul silenzio contemplativo, pt. 1/2)

  1. perché “sorprendente” Kerkegaard? Nel praticamente nulla che ricordo di lui dai tempi del liceo, mi pareva che avesse una forte componente mistica.

    • MrPotts

      Sì, avrei dovuto essere più preciso: sorprendente per me, viste la precisione e l’ampiezza con le quali analizza l’episodio della peccatrice.

  2. Paola

    Grazie! Molto profondo e interessante…

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