Il figlio di Maria dell’Incarnazione (Claude Martin, 1)

Benedettini cartesiani. Seguendo questo filone, che non poteva che conquistarmi istantaneamente, ho scoperto Claude Martin, figura di primo piano dei benedettini francesi del XVII secolo, in particolare della Congrégation de Saint-Maur, i cosiddetti maurini, i benedettini «neri» riformati (la scoperta di nuove distese della propria ignoranza unita a quella di qualche strumento per porvi parzialmente rimedio rappresenta sempre un momento di grande conforto). Mi interessa soprattutto come autore di una Pratica della Regola di san Benedetto, che è, come dire, una Regola al quadrato. Credo che gli dedicherò più di un intervento, a cominciare dalla sua biografia.

Nasce a Tours, nel 1619. Suo padre, commerciante in seta, muore quando Claude ha sei mesi, e la madre, Marie Guyart, ventenne, lo mette a balia e si ritira per qualche tempo «nella parte alta della casa paterna». Poi lo riprende per alcuni anni e lo affida infine, nel 1631, ai gesuiti per seguire la sua vocazione, che il matrimonio aveva ostacolato, ed entrare in convento. Non sarà una religiosa qualsiasi: da tempo visitata da grazie mistiche, nel 1639 parte missionaria per il Canada insieme con due consorelle e fonda un monastero a Québec. Passerà alla storia come Maria dell’Incarnazione, una delle più grandi mistiche delle orsoline claustrali (beatificata nel 1980 dal papa polacco).

Il dodicenne Claude è scosso – la storiografia si muove con molta circospezione sulla vicenda di questo «abbandono». Scrive il suo principale biografo, G.-M. Oury: «La prima reazione di Claude al ritrovarsi senza mamma è stupore e agitazione. Poi la ribellione, e con la ribellione la disperazione. È anche incitato a reagire così dai vicini e parenti che non hanno compreso nulla della partenza della madre e ne sono rimasti scandalizzati… Per alcune settimane il piccolo Claude continuò ad appostarsi alla porta del monastero».

Gli studi dai gesuiti lo aiutano a mantenere la rotta, ma, presentata due volte la domanda di ingresso, due volte viene respinto «”perché non aveva abbastanza capacità per diventare gesuita” e perché il suo udito non era abbastanza sottile». Il periodo di crisi che ne deriva si conclude nel 1641, quando entra al monastero di Vêndome, sede del noviziato della Congregazione dei maurini. L’anno successivo emette la professione.

Studia senza requie, viene spostato in varie case dell’Ordine, assume incarichi di sempre maggiore responsabilità, soprattutto nel campo dell’istruzione dei giovani, fino a che, intorno al 1653, «viene assalito – proprio a margine di un colloquio spirituale che una giovane gli aveva richiesto, pur vissuto in maniera assolutamente limpida e sobria – da un turbamento persistente». «Si trattava – scrive Oury – della passione che emergeva, in tutta la sua brutalità selvaggia, con il suo carattere aspramente irresistibile, in una natura tutto a un tratto risvegliata all’amore carnale.»

Dom Martin, che nel frattempo è approdato a Parigi, al monastero dei Blancs-Manteaux, si massacra: digiuni, cilicî, cinture chiodate, si rotola tra i rovi, tra le ortiche, sulla neve ghiacciata e infine «avvolge il suo corpo con una corda impregnata di zolfo a cui dà fuoco». Una battaglia furiosa, e insensata, durata dieci anni.

(1-continua)

La maggior parte delle informazioni l’ho tratta dall’ottima introduzione di Annamaria Valli a Claude Martin, Pratica della Regola di san Benedetto, Glossa 2009.

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Per le ragazze…

Intorno al 1183 papa Lucio III (monaco cisterciense) trasferisce la sede pontificia a Verona, per sfuggire la situazione tempestosa di Roma. È l’anno della Pace di Costanza tra Federico I Barbarossa e i comuni della Lega lombarda, e lo stesso papa incontrerà l’imperatore l’anno successivo, proprio a Verona. Insieme al papa, come ci informa Cesario, maestro dei novizi del monastero cisterciense di Heisterbach, arrivano in città molti nobili e prelati, tra i quali «il nostro confratello Godescalco, allora canonico della cattedrale di Colonia, in compagnia di suo fratello Everardo, canonico di San Gereone».

I due sono ospitati da un uomo sposato e con una figlia. Tutto tranquillo, se non che Everardo si accorge che ogni notte la famigliola esce di casa in gran segreto. È curioso e un giorno chiede: Dove andate? E quelli gli rispondono: Dai, vieni anche tu.

«Li seguì in una costruzione sotterranea, abbastanza grande, dove radunatesi molte persone di entrambi i sessi (multis ex utroque sexu congregatis), nel silenzio generale, un eresiarca tenne un sermone pieno di bestemmie con cui diede loro delle regole di vita e di comportamento. Quindi, spenta la candela, ciascuno possedette colei che gli stava più vicino (unusquisque sibi proximam invasit) senza fare distinzione alcuna fra moglie ed estranea, fra vedova e vergine, fra signora e serva, e, cosa ancora più orribile, fra figlia e sorella.»

Everardo, iuvenis luxuriosus atque vagus, non ci può credere: torna la sera successiva, si mescola agli eretici (mingling da manuale), si mette a chiacchierare con la figlia del suo ospite e, «quando venne spenta la candela, peccò». La cosa va avanti per mesi, tanto che il capo della setta eretica si sbilancia: «Questo giovane frequenta con tanta diligenza la nostra scuola che presto sarà in grado di insegnare agli altri».

Per fortuna Godescalco si accorge delle trame del maligno e interviene, redarguendo duramente Everardo e riportandolo sulla retta via. E sia ringraziato il Signore che il male peggiore non abbia traviato l’anima del giovane canonico, che infatti confessa al maestro: «Sciatis, frater, me non frequentare conventicula haereticorum propter haereses sed propter puellas.»

Sappiate, fratello, che io non frequento le conventicole degli eretici per il loro credo, ma per le ragazze.

Cesario di Heisterbach, Dialogus miracolorum, V, 24: «De haereticis Veronensibus», in Sui demòni, Edizioni dell’Orso 1999, p. 107.

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Ferramenta cordis

Il famoso capitolo IV della Regola di Benedetto contiene il programma di vita del buon cristiano, prima ancora che del monaco. Si compone di 74 precetti, che consentono la realizzazione delle «buone opere», come recita il titoletto del capitolo, e unisce ai Comandamenti le opere di carità, la cosiddetta Regola d’oro e numerose altre indicazioni di portata più o meno grande. Benedetto ha ricavato l’elenco dalla fonte diretta della sua opera: la Regola del Maestro, che a sua volta molto probabilmente si basa su un elenco preesistente, e così via.

Sempre dal Maestro, Benedetto trae anche l’immagine del monastero come «officina» dove tali strumenti possono essere utilizzati con grande giovamento, a patto che, e questa è un’aggiunta benedettina fondamentale, vi si risieda stabilmente. Le traduzioni italiane dicono in entrambi i casi di «strumenti dell’arte spirituale» (Ben.) e di «strumenti dello spirito» (Mae.), ma gli instrumenta artis spiritalis di Benedetto erano i ferramenta spiritalia e i ferramenta cordis del Maestro. Ferramenta: una vera e propria cassetta degli attrezzi.

È un bell’elenco, che ha avuto una larghissima diffusione e sul quale si è scritto molto, e nel quale gli interventi di Benedetto rispetto al Maestro sono minimi. Minimi ma non irrilevanti.

1. Un precetto viene spostato (be’, questo in effetti non è molto rilevante).

2. In genere Benedetto rende le formulazioni più asciutte, in un caso però aggiunge un inciso molto significativo. Laddove il Maestro dice che il monaco deve «prestare obbedienza agli avvertimenti dell’abate», Benedetto precisa di «obbedire in tutto agli ordini dell’abate, anche se egli – il cielo non voglia! – si comporta diversamente, ricordando quel comandamento del Signore: “Fate quello che dicono, ma non fate quello che fanno”». Sempre realista, Benedetto.

3. L’abate di Montecassino aggiunge quattro precetti: pregare per i nemici (che è in parte un doppione), venerare gli anziani, amare i giovani (anche altrove insiste sulla «verticalità» della fratellanza in monastero) e fuggire la boria (anche questo è quasi un doppione e secondo me qui parla proprio il suo fastidio per certi atteggiamenti).

4. Benedetto elimina infine sette precetti del Maestro. Uno (donare al bisognoso) gli sarà parso una ripetizione di soccorrere i poveri; un altro (dare a prestito) forse perché presuppone in qualche modo la proprietà individuale; due per non confondere i suoi confratelli sull’importanza di lavorare: contare su Dio per la realizzazione dei propri desideri e non sperare il sostentamento soltanto dal lavoro delle proprie mani, ma più da Dio; uno ancora per non confonderli su chi comanda in abbazia: obbedire a tutti i buoni di tutto cuore. Le ultime due eliminazioni sono tristi, e gli saranno costate, ma denotano una considerazione tutta umana dei propri limiti e di quelli di ognuno. Mi concedo di immaginarmelo, Benedetto, che, dopo averci pensato tutto il giorno, tira due righe sul foglio che ha davanti:
Tenere fede al fratello.
Adempiere le promesse e non deludere.

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Giacca, soprabito e bustine di astrakan (Reperti, 5)

«In Armenia ci sono molte chiese, cappelle e monasteri antichi», annota Vasilij Grossman nel corso del suo viaggio dell’autunno del 1961. «E io che non sono credente guardo quelle chiese e penso “Forse Dio esiste… La sua casa non può essere rimasta vuota per mille e cinquecento anni.» In questo straordinario testo di «edificazione laica» (Il bene sia con voi!), così attento ai più piccoli particolari della vita degli individui, Grossman si sofferma tre volte su «temi religiosi».

Anzitutto raccontando la visita al katholikòs Vazgen I, il primate armeno di Ečmiadzin: un incontro che lo lascia freddo e deluso, se non fosse per la presenza, a fianco del katholikòs, di un enigmatico monaco vestito di nero e bello di una bellezza «malvagia».

La seconda osservazione è dedicata alle chiese armene e alla loro semplice «perfezione» che non può che ospitare «il Dio di tutti gli esseri viventi»: «Lo capisci subito non appena nell’aria trasparente ne scorgi una lontana, arroccata su un monte, semplice come un pensiero di Newton, giovane come se fosse nata ieri… Sembra che l’abbia tirata su un bambino con cubi di basalto, tanto è semplice e naturale». Una semplicità che, secondo Grossman, attinge al fondo pagano in cui l’Armenia è ancora immersa.

Infine la nota forse più interessante, suscitata da un lungo percorso di montagna: tornanti, pinete, strapiombi, cime innevate, la purezza – un insieme che evoca la solitudine dell’eremita. «Ma vivere da eremiti è segno di coraggio?» si chiede Grossman. E la sua risposta è: no.

Di eremiti ce ne sono tanti, anche se non si vedono, «non vivono nelle celle dei monasteri… vivono sparsi nelle città del mondo moderno, negli appartamenti in coabitazione, per le strade di Mosca e di Kiev, faticano nelle fabbriche, lavorano nei ministeri, fanno gli imbianchini. Portano giacca, soprabito e bustine di astrakan». Fanno di tutto nelle loro celle, e ciò che li accomuna non è una forma di alienazione o di fanatismo per la loro fede, bensì «la convinzione che nella vita l’essenziale non siano le ore e le opere della vita quotidiana… [ma] la necessità di servire il proprio Dio in gran segreto, senza condividere con il mondo la rivelazione». Gli «eremiti del ventesimo secolo» hanno capito la grandezza e la miseria di chi andava realmente nel deserto e hanno ben chiara la differenza tra la sorte di chi coltiva la propria «segreta verità», quale essa sia, e di chi invece si rivolge agli altri per annunciarla. L’hanno ben chiara e si guardano bene dal varcare l’abisso.

«Ci sono molti eremiti, a questo mondo», conclude Grossman, «ma rari, rarissimi sono i profeti e i predicatori».

Mi sono sentito, per così dire, pur a distanza di cinquant’anni, colto in flagranza di reato.

Vasilij Grossman, Il bene sia con voi!, traduzione di C. Zonghetti, Adelphi 2011.

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Quanto potrò, non appena potrò

Dopo aver scritto quelle mirabili parole di conforto, Pietro il Venerabile passò ai fatti e, consapevole di quale consolazione avrebbe prodotto un gesto del genere, in una data che non è possibile precisare portò il corpo di Abelardo a Eloisa, affinché fosse sepolto nella cripta del Paracleto (potrebbe essere il 1144, due anni dopo la morte del filosofo, o il 1146-49, o addirittura il 1152-54).

Eloisa glien’è profondamente grata e, un anno dopo la traslazione, gli scrive per ringraziarlo ancora. Ma non solo. La lettera della badessa è conservata nell’epistolario dell’abate di Cluny, e nella sua brevità restituisce un’immagine precisa del suo carattere, lucido anche nel dolore. Eloisa ci tiene a ripetere quello che Pietro ha fatto, che evidentemente non è poco: «Ci avete portato il corpo del maestro» (da notare come non faccia mai il nome del suo amato); Pietro, inoltre, ha concesso un beneficio di trenta messe da dire a Cluny per Abelardo e per lei stessa alla sua morte – promessa da confermare anche per iscritto.

Bene, dice Eloisa senza tanti giri di parole (quelli così cari al Venerabile), mandamelo questo «rescritto siglato» e, già che ci siamo, mandami «anche un altro documento siglato, quello che contiene in modo esplicito [apertis litteris] l’assoluzione del maestro, perché lo si possa appendere sulla sua tomba». Ah, un’ultima cosa, «ricordatevi anche…  di Astrolabio [il figlio suo e di Abelardo, nato intorno al 1118], e fate in modo di fargli avere una prebenda dal vescovo di Parigi o di qualsiasi altra diocesi». Grazie, e arrivederci.

Pietro risponde a stretto giro di posta, compatibilmente, e per una volta non si dilunga. Giusto un paio di citazioni e allega alla lettera i due documenti richiesti («Vi mando anche, come mi avete chiesto, pure su carta scritta e con il sigillo, l’assoluzione di maestro Pietro»). E Astrolabio? Qui il Venerabile, esperto mediatore oltre che uomo caritatevole, non dimentica la cautela: ci proverà, certo, «la cosa però è difficile, perché, come ho spesso sperimentato, i vescovi si mostrano di solito molto restii a dare prebende nelle loro chiese…»

«Comunque», conclude l’abate, «per amor vostro farò quanto potrò, non appena potrò.»

Pietro il Venerabile, Lettere 167 e 168, in Un monaco nel cuore del mondo. Lettere scelte, a cura di D. Pezzini, Paoline 2010.

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Pietro, Eloisa e l’altro Pietro

Sempre pressato dalle «esigenze fastidiose del suo ufficio», Pietro il Venerabile trova finalmente un «giorno di calma» e scrive a Eloisa, «venerabile e in Cristo amatissima abbadessa e sorella». Si ritiene che questo giorno sia agli inizi del 1144: Eloisa ha circa quarantaquattro anni, è badessa del Paracleto da quindici e il suo adorato sposo Pietro Abelardo è morto da quasi due. Su richiesta di Eloisa, l’abate di Cluny le racconta l’ultimo periodo della vita del «maestro Pietro», per il quale il Venerabile molto si è adoperato: ha tentato una mediazione con i suoi avversari, soprattutto con Bernardo di Chiaravalle, dopo la condanna per eresia, ha interceduto presso il papa Innocenzo II, ha infine accolto Abelardo nella sua abbazia e nel suo Ordine, perché morisse in pace.

La lettera è lunga ed è occupata, nella prima parte, da un elogio di Eloisa, «donna interamente e veramente filosofica» che con i suoi studi ha «superato tutte le donne e quasi tutti gli uomini». Pietro ne dice tutto il bene possibile, la vorrebbe con sé («Volesse il cielo che tu abitassi nella nostra Cluny») e dissimula con tatto tra le lodi la considerazione del fatto che Eloisa sia, comunque, una donna, moltiplicando citazioni e riferimenti («Non è, però, per niente insolito tra i mortali che delle donne governino altre donne, né del tutto inusuale che pure combattano, e inoltre accompagnino in guerra gli stessi uomini»).

Peccato che tu non possa venire da noi, dice il Venerabile, mi consolerò pensando «che ci è stata tuttavia concessa la presenza del tuo servo e vero filosofo di Cristo, da nominare spesso e sempre con onore, il maestro Pietro». Si passa così alla seconda parte della lettera, più breve, in cui sono descritti gli ultimi, nobilissimi giorni del filosofo, più umile degli umili, incurante della propria fama, dedito alla lettura, alla predicazione, all’orazione, «immerso in un profondo silenzio», paziente con i mali dell’età («più del solito era gravato dalla scabbia e da certi fastidi del corpo»), gentile, devoto – un santo, che ora siede alla destra del Signore, «come è giusto credere».

La lettera potrebbe concludersi così, ma Pietro il Venerabile sa cosa si aspetta Eloisa; conosce, ovviamente, tutta la storia e sa che non può negarle la parola più dolce. Anzi, penso che non voglia proprio negargliela, perché sa esattamente a chi si sta rivolgendo e a suo modo ha capito benissimo cos’è l’amore, e quasi scommetterei che abbia scritto tutto quanto precede per arrivare a quell’ultimo paragrafo e spiccare un balzo che anche oggi lascia senza fiato:

«Venerabile e carissima sorella nel Signore, questo uomo dunque, al quale dopo il rapporto carnale hai aderito con il vincolo tanto più valido quanto più eccelso della divina carità, con il quale e sotto il quale hai servito a lungo il Signore, costui, dico, il Signore stesso, al tuo posto o come un’altra te stessa lo riscalda ora nel suo grembo, e alla venuta del Signore… si riserva di restituirtelo per sua grazia.»

Hunc, inquam, loco tui vel ut te alteram in gremio suo confovet, et in adventu Domini… tibi per ipsius gratiam restituendum reservat. E così Etienne Gilson commenta le ardite parole del Venerabile: «Se c’era un Dio che quella badessa ostinata, ribelle e come murata nel suo dolore, non poteva rifiutare di amare, era quello che le custodiva il suo Abelardo, per lei e al suo posto – ut te alteram – al fine di renderglielo un giorno e per sempre».

Pietro il Venerabile, Lettera 115, in Un monaco nel cuore del mondo. Lettere scelte, a cura di D. Pezzini, Paoline 2010.

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Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

La seconda parte del volume è dedicata all’analisi delle otto «tentazioni», gli otto grandi nemici del combattimento spirituale («quei sentimenti e impulsi che affiorano nel cuore e nell’immaginario dell’uomo e lo seducono, cercando di farlo cadere in peccato»), secondo lo schema di Evagrio, che poi verrà trasformato in quello dei sette peccati capitali. La chiave di Enzo Bianchi, che intreccia con agilità e bravura riferimenti classici e moderni, è la lettura di questi otto «spiriti maligni» come «rapporti deformati che l’uomo intrattiene con le dimensioni essenziali della sua vita umana e spirituale».  Dunque l’ingordigia deforma il rapporto col cibo, la lussuria con il corpo e la sessualità, l’avarizia con le cose (e soprattutto il denaro) la collera con gli altri, la tristezza col tempo, l’accidia con lo spazio, la vanagloria con il fare e l’orgoglio con Dio stesso.

La deformazione comincia col cibo, laddove il mangiare rischia di ridursi ad «animalità irriflessa, non ragionata», sia nella ricerca della quantità o dell’eccessiva qualità, sia nello stravolgimento dello strumento in fine, sia soprattutto nella dimenticanza che il cibo è dono del Signore e che quindi, come alimento di vita, dev’essere fonte di riconoscenza e amore (per questo quando si può si mangia insieme). Consumo consapevole, disciplina, eventualmente «digiuno moderato e intelligente», rendimento di grazie e comunione sono gli antidoti di questa tentazione. Si prosegue con la  deformazione del rapporto con il sesso…

Mi accorgo che mi sto perdendo in una trattazione che, pur non accettando il quadro di riferimento in cui è inscritta, non posso certo sezionare alla ricerca di eventuali «punti deboli», e trovo più onesto riconoscere come la mancanza di forma, più che la «deformità», sia l’esito non tanto del combattimento spirituale quanto della semplice esistenza dell’individuo senza fede. Di me, quindi, che ho avuto e ho tutte le fortune, compresa quella di poter arzigogolare su tali questioni (con il classico contorno del senso di colpa).

Mi aggiro dubbioso tra una «faticosa purificazione degli istinti» e un rifiuto della «soppressione della distanza e alterità di chi ci sta di fronte», tra un «enorme super-io [mascherato] sotto le spoglie della generosità» e l’«arte di rimanere saldi, di pazientare e di non venir meno nell’ora cattiva», tra una «rimozione della morte per l’insostenibile pesantezza della sua realtà», l’accettazione delle «umiliazioni che ci vengono da Dio, dai noi stessi e dagli altri» e gli «attacchi del nulla» (i miei preferiti…) – mi aggiro e poi mi allontano, perché a ogni riga vorrei aggiungere una precisazione e pertanto mi riconosco colpevole soprattutto del «perfezionatore di tutti i mali»: l’orgoglio («se all’inizio l’orgoglio può essere un atto, una scelta libera e puntuale, con il tempo può diventare uno stile di vita e di comportamento, che rende l’uomo veramente luciferino, satanico»).

Mi allontano con un’ultima, orgogliosa ipotesi: quella di aver visto e vedere non soltanto deformità, e non soltanto mancanza di forma, bensì anche multiformità.

(3-fine)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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In questa fornace

Mi sono appassionato alle lettere di Pietro il Venerabile, il grande abate di Cluny, delle quali è da poco accessibile una scelta in traduzione italiana. Sono proprio belle, ricche di immagini meditate (oltre che, naturalmente, di molta edificazione) e soprattutto anticamente prolisse. Fa dei giri lunghissimi, l’abate, per arrivare al «nocciolo della questione», costruisce castelli di citazioni, rammaricandosi pure della brevità cui lo costringe il «fastidio degli affari»: «Si aggiunge a questa difficoltà il proposito della brevità, nella quale la gente di questi tempi, non so per quale innata pigrizia, sembra compiacersi».

Mi piace questa prolissità, non per sciocco gusto di controtendenza, ma perché denota, al di là della modulistica d’epoca, un’attenzione viva per le caratteristiche del destinatario, sulle quali, come un abito su misura, va tagliato il messaggio: si può dire qualsiasi cosa a chiunque (o quasi), se si è mossi da sincerità disinteressata, scegliendo parole e tempi giusti, dilungandosi sulle dovute premesse, preparando il terreno.

Un esempio sublime, ai miei occhi, è rappresentato da una frase incastonata nella lettera che Pietro scrive ai monaci della Certosa per consolarli della morte di alcuni confratelli. È il 1132 e una valanga, dovuta probabilmente a un’inondazione, ha spazzato via gran parte degli edifici della Certosa. Nell’incidente hanno perso la vita sei monaci e un novizio. Pietro si rivolge al priore Guigo e alla comunità e svolge con eleganza e dolcezza tutti i temi consolatori che si possono immaginare. Poi però aggiunge una cosa, fine e insieme ardita, che forse si può leggere anche in chiave non trascendente. Un pensiero terribile, eppure vero, che mi sento di condividere, pur con tutto il dubbio, il timore e il tremore del caso: poiché è raro che il destino conceda ai fratelli di morire insieme, al fratello che resta tocca affrontare la durezza della morte del fratello che muore, al quale, quindi, questa durezza viene risparmiata.

Ecco la frase, che arriva al «punto» con un piccolo scarto, come scivolando da un tema più tradizionale (chi sopravvive conquista il merito di una lotta più lunga).

«Ma un pensiero simile [il dolore per la salvezza rimandata] trova una facile consolazione, poiché ciò che a loro ha già procurato la gloria, a voi giova per conquistare una corona. In questa fornace, infatti, nella quale essi, liquefatta ogni ruggine, sono stati resi splendenti, anche voi venite purificati in misura non inferiore alla loro, dato che il modo non è più dolce del loro, anzi forse più duro, dato che dura di più. Anche se non siete morti con loro, poiché la spada della morte ha trapassato le vostre anime, avete sopportato la morte pur non morendo affatto, e l’avete sentita con maggior durezza perché non siete potuti morire insieme a loro che morivano.»

Pietro il Venerabile, Lettera 48, in Un monaco nel cuore del mondo. Lettere scelte, a cura di D. Pezzini, Paoline 2010. (Per la precisione, noto che le ultime parole citate le ho prese da un’altra traduzione, a cura di C. Falchini.)

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Lérins

«Un’isoletta vicino alla Costa Azzurra, Lérins, vede nascere all’inizio del V secolo una singolare esperienza monastica. Il luogo ameno e gradevole, accompagna il processo di traduzione degli ideali classici: otium, tradizione degli antichi, amore per la cosa pubblica, assumono tratti cristiani» (poche parole azzeccate da un risvolto di copertina di un’opera di Vincenzo di Lérins fotografano assai bene il luogo).

Ci sono una decina di corse in battello, d’estate, che uniscono Cannes all’Ile de Saint-Honorat, l’antica Lérins, tutt’oggi sede, a sedici secoli dalla sua fondazione, di un monastero vivo. La traversata dura circa venti minuti. Se si è letto qualcosa prima, si vibra leggermente al pensiero di approdare all’isola (larga poco più di settecento metri e lunga un chilometro e mezzo) che può essere considerata una delle culle del monachesimo occidentale.

Onorato, nato nel nord-est della Gallia, da famiglia aristocratica, intorno al 370, ci arriva di ritorno dalla terra santa e da una tappa in Italia, pochi anni dopo il 400, e vi trasferisce l’esperienza del «deserto» egiziano, da subito tuttavia nella sua forma cenobitica (già verso il 427 Cassiano vi fa riferimento come a una «grandissima comunità di fratelli»). È disabitata e selvaggia, separata dal mondo, chiusa in se stessa – è perfetta. Sarà la base di monaci e vescovi importanti.

Oggi, per chi lascia la Croisette, è la più classica delle «oasi di pace». Ci si può passare una giornata tranquilla, di leggere divagazioni e illusioni. Volendo si ascolta un ufficio, oppure ci si siede a guardare il Mediterraneo da uno dei contrafforti della torre-rifugio che si protende sul mare. Ci sono le palme. C’è anche lo shop, con i saponi, l’immancabile lavanda, i cd dei monaci, le agiografie.

Un «deserto» inospitale milleseicento anni fa, ma dolce e bello se già Eucherio di Lione, nel 429, proprio mentre risiedeva lì, così scrive: «I luoghi deserti vengono nobilitati dalla vita solitaria dei santi, è chiaro che devono rispettarli tutti. Però un occhio di riguardo ce l’ho per la mia Lerino, che accoglie tra le sue braccia tanto generose quelli che arrivano strapazzati dai naufragi delle tempeste mondane e fa accomodare dolcemente sotto le sue ombre la gente spossata dalla calura del mondo, per cui se uno è affannato lì può riprendere fiato sotto l’ombra spirituale del Signore. Zampillante di acque, verdeggiante di erbe, splendida di fiori, soave nei paesaggi, offre alle persone che la possiedono il paradiso che un giorno possiederanno».

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Enzo Bianchi, Una lotta per la vita (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Campo di battaglia della lotta spirituale è il cuore («il luogo in cui si scontrano le astuzie di Satana e l’azione della grazia di Dio»), è lì dove si consuma il male, il peccato, prima ancora che nella sua manifestazione concreta. Prima di consumarsi, l’«avversario» percorre la strada della tentazione, che «si snoda in quattro tappe: suggestione, dialogo, acconsentimento, passione». La suggestione, «cioè la possibilità di un’azione malvagia», affiora a partire da uno stimolo e si serve della nostra immaginazione per mettere radici. Da lì il percorso, secondo il priore di Bose, può essere assimilato a quello dell’attrazione sessuale. Non si può sfuggire alla tentazione, anzi essa è «costitutiva dell’essere umano» («tutti noi siamo tentati e nessuna tentazione ci è estranea!») e, per così dire, funzionale alla possibilità di salvezza: «Nessuno, se non è tentato, può entrare nel regno dei cieli. Togli le tentazioni e nessuno sarà salvato» (Enzo Bianchi cita qui il padre del deserto Antonio).

La tentazione si può tuttavia contrastare con una specie di «igiene dei sensi, degli occhi in particolare, delle immagini che immagazziniamo e coltiviamo»: tale è la base della lotta spirituale, che si può riassumere in un concetto, vigilanza. Vigilare e «stroncare sul nascere» i «pensieri», che si insinuano subdoli, rischiano di trasformarsi in dialogo interiore, di diventare un’abitudine cui si acconsente volentieri, di rompere l’argine e dilagare come passione.

Da una parte abbiamo dunque l’homo dormiens, «che vive sotto il segno del torpore e della paura», che cede all’ignoranza, all’oblio e all’indolenza, che evita di conoscersi e quindi cede alle tentazioni e si dissipa nelle cose e nelle parole vane; dall’altra l’homo vigilans, «colui che è presente a se stesso, agli altri e a Dio». A Dio? Mi permetto di espungere l’ultima istanza alla quale dovrei essere presente: non è forse sufficiente porsi a giudizio di sé e degli altri? E non soltanto degli «altri» in senso astratto, bensì di quelli che sono nella realtà i miei «altri». L’individuo che vigila «è attento agli eventi e agli incontri, fa scendere in profondità le sue radici [questo non capisco esattamente cosa voglia dire] e non cerca fuori di sé le motivazioni del suo agire; è capace di discernimento, di assunzione di responsabilità, di amore maturo e intelligente… è una persona paziente, in grado di affrontare la grande sfida della durata»: non è forse un programma che si può sottoscrivere anche restando a terra?

Con due importanti precisazioni. Anzitutto la certezza del fallimento: anch’io so benissimo che mi distrarrò, che cederò alla pigrizia, che mi dissiperò, che farò finta di non aver visto e sentito – lo faccio ora e non posso escludere che domani faccia anche di peggio. Né posso escludere, tuttavia, che domani riesca a fare di meglio, almeno in parte: spero di saperlo giudicare io, o, appunto, lo giudicheranno gli altri – non Dio. In secondo luogo non mi è chiaro il senso della «grande sfida della durata». Se s’intende che il programma è valido nonostante la nostra «scadenza», allora sono d’accordo; se invece la «durata» è la promessa della vita eterna, allora scatta un altro no. Qui, a terra, si consuma tutto – il tentativo, la speranza, la debolezza, l’impegno, la nullità, la vergogna, il rimorso, la pena, tutto –, prima che la coscienza si spenga, come la luce.

(2-continua)

Enzo Bianchi, Una lotta per la vita. Conoscere e combattere i peccati capitali, San Paolo 2011.

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