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Con stile dolce ed elegante (Isabel de Villena, 2)

Nel 1497, sette anni dopo la morte di Isabel de Villena, colei che le è succeduta nella carica di badessa del monastero di clarisse della Santa Trinità di Valencia, suor Aldonça de Montsoriu, pubblica, anche per interessamento della regina Isabella di Castiglia e dedicandogliela, la Vita di Cristo che suor Isabel aveva composto in gran parte dei suoi anni di vita monastica (1445-1490), ventotto dei quali vissuti adempiendo ai doveri di badessa1. L’opera, realizzata per il beneficio spirituale delle consorelle e rimasta incompiuta, rischiava per così dire di restare anonima, stante l’umiltà dell’autrice, sicché suor Aldonça, credendo di «ottenerne non poco merito davanti a Dio», ne rende noto il nome: «Suor Isabel de Villena lo ha fatto, suor Isabel de Villena lo ha composto, suor Isabel de Villena, con stile dolce ed elegante lo ha ordinato, non solamente per le devote sorelle e figlie dell’obbedienza che abitano nella clausura di questo monastero, ma anche per tutti coloro che per questa breve, vessante e transitoria vita vivono».

Un’opera quindi scritta da una donna, per un pubblico di donne, rivendicata e pubblicata da una donna per intervento di una donna – circostanza più che rara nel tardo Medioevo, che ha spinto molti lettori moderni a parlare di proto-femminismo. Senza contare che suor Isabel è anche colta, ha studiato prima di entrare in monastero, a quindici anni, e continua a leggere e a studiare dopo, grazie alla «ricchissima biblioteca del convento». Tutto confluisce e si riflette nella sua opera (che è scritta in volgare, cioè in valenziano, cioè in catalano): i suoi «geni letterari» (suo padre era Enrique de Villena), la sua conoscenza della vita di corte (rimasta orfana a 4 anni, è affidata a Maria di Castiglia, moglie di Alfonso V d’Aragona, il Magnanimo), le sue letture, i contatti con gli esponenti della cultura valenziana, il suo abbaziato, cui si dedicò con impegno diplomatico, edilizio e didattico: «Le capacità letterarie della nostra autrice consistono proprio nel riuscire a gestire il magma delle opere dalle quali cita o si ispira in un discorso originale, semplice ed efficace nel comunicare le profondità del pensiero teologico a chi non aveva facilità ad accedervi» (Simone Sari).

L’etichetta di proto-femminismo è giustificata anche dal fatto che, sì, l’opera si intitola Vita di Cristo, ma avrebbe potuto anche chiamarsi Vita di Maria e di suo figlio Gesù tanti sono l’attenzione e lo spazio dedicati alla madre di Cristo, con la nascita della quale l’opera ha inizio, anzi con il suo concepimento (cosa che tra l’altro impone a suor Isabel di ricorrere a molte fonti extra-canoniche). E non solo Maria; c’è posto infatti anche per tutte le donne che hanno «toccato» la di lui vita: «La maggior parte dei capitoli include sempre una donna, mettendone in luce le qualità, le virtù e la devozione». Uno storico della letteratura catalana ha calcolato, sulla base dell’edizione critica, «che a fronte delle 4.000 righe dedicate alla predicazione di Cristo, ce ne sono 33.500 nelle quali la protagonista è una figura femminile. Se, quindi, non possiamo pensare alla Vita di Cristo villeniana come un’effettiva Vita di Maria, è comunque certo che l’angolazione della narrazione è totalmente femminile» (ancora Simone Sari). Angolazione che si traduce in una sensibilità spiccata per gli aspetti quotidiani e comuni della vicenda e per le emozioni che ne derivano. Certo, l’ingombrante protagonista di queste pagine è il dolore – il dolore preconizzato, anticipato, sofferto, condiviso, rievocato, immaginato, una massa di dolore spesso «non raccontabile», per usare una formula che ritorna spesse volte –, ma tanta vita di tutti i giorni, pratica ed emotiva, viene raccontata da suor Isabel.

«Ed ella [Anna, che ha appena saputo che resterà incinta di Maria], partendo immediatamente dalla propria casa con l’inenarrabile desiderio di vedere suo marito, arrivò alla Porta d’Oro e qui aspettò il marito, che era già in prossimità. Gioacchino si inchinò, per fare la riverenza ad Anna, e si abbracciarono con molto amore, il marito la prese sotto braccio e tornarono alla loro dimora, raccontandosi con grande fervore e devozione la visione angelica» (cap. 2).

(segue)

  1. Isabel de Villena, Vita di Cristo, introduzione, traduzione e note di S. Sari, Paoline 2013 (il volume presenta una scelta dei 291 capitoli che compongono l’opera). ↩︎

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Un mercato nella testa (Isabel de Villena, 1)

Prima che Gabriele scenda sulla terra ad annunciare a Maria che concepirà il Salvatore, anche Michele cala dall’alto dei cieli, ma si ferma nel limbo dove ha una lunga conversazione con Adamo, «l’antico e venerabile padre».

Apprendo, per così dire, tale circostanza dalla Vita di Cristo di Isabel de Villena, singolarissima clarissa e badessa del monastero della Santa Trinità di Valencia dal 1462 al 1490. La sua opera, scritta a beneficio delle consorelle e resa pubblica solo dopo la sua morta, spicca per la prospettiva marcatamente femminile del racconto e per l’attenzione ai dettagli più minuti e «quotidiani», opportunamente coniugati secondo le caratteristiche del suo ambiente e del suo tempo.

Prima di scorrerne i pregi si diceva di Michele, che, parlando con Adamo, elenca le miserie che affliggono gli uomini, minacciati in ogni luogo da infiniti pericoli: «Pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli di discendenza, pericoli della gente, pericoli nella città, pericoli di solitudine, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli, disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità». E pazienza se qui Michele cita san Paolo, che la seconda lettera ai Corinzi deve ancora scriverla (11, 26-27, della Vulgata ovviamente). Adamo trasecola e si rammarica («In tutti questi mali è incorso il mondo per la mia disobbedienza!»), e prega l’arcangelo di spiegargli meglio.

Ha inizio così un’angelica e ispiratissima interpretazione del passo paolino, in cui di ogni «pericolo» vengono esplicitate le forme reali che conducono alla dannazione delle anime. Nei fiumi, ad esempio, si trovano gli iperattivi, che corrono di qua e di là «non sapendo dare nessun significato alla loro vita»; quelli che si espongono ai briganti sono i negligenti, che si lasciano depredare di ogni bene spirituale dal diavolo; quelli che si perdono nella gente sono i presuntuosi, il cuore dei quali «è continuamente pieno di pensieri infruttuosi e diversificati, così come il mercato è pieno di gente diversa». Quelli che si perdono nella città non sono capaci di tenere in ordine la loro vita; quelli che invece si perdono nella solitudine sono i superbi, «ai quali sembra di essere i soli al mondo» e tengono la propria volontà per legge; in mare ci si perde sulle onde della vanità, «allegri e sicuri come se fossero una cosa ferma»; dai falsi fratelli viene il pericolo dell’invidia, di quelli che non perdonano mai niente a nessuno; nella fatica si perdono gli avari e nelle veglie si smarriscono quelli che vedono solo i difetti altrui: «Questi sono molto vigili di notte, perché non vedono né sentono nient’altro che il male, e dormono di giorno, perché non conoscono né amano le virtù del prossimo». Infine i pericoli di fame, sete, digiuni e nudità «si trovano tutti presso gli ipocriti», che hanno l’anima fredda e nuda, mai riscaldata dal fuoco dell’amore.

Caspita, Michele! prorompe Adamo. Ma come possono fare i miei figli! Date loro una mano, vi scongiuro. Al che Michele, mosso da grande compassione, risponde: «Oh patriarca venerabile! Siate certo che io farò per voi tutto quello che mi è possibile, supplicando la clemenza divina che voglia rimediare ai vostri dolori». Ma poi aggiunge: «E assumo con grande piacere la vostra avvocatura e difenderò la vostra causa davanti a sua Maestà con molta passione».

(Il che fa sorgere una domanda impertinente: per la parcella, si saranno poi aggiustati?)

(segue)

Isabel de Villena, Vita di Cristo, introduzione, traduzione e note di S. Sari, Paoline 2013 (il brano citato si trova nel capitolo 12).

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