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Un mercato nella testa (Isabel de Villena)

Prima che Gabriele scenda sulla terra ad annunciare a Maria che concepirà il Salvatore, anche Michele cala dall’alto dei cieli, ma si ferma nel limbo dove ha una lunga conversazione con Adamo, «l’antico e venerabile padre».

Apprendo, per così dire, tale circostanza dalla Vita di Cristo di Isabel de Villena, singolarissima clarissa e badessa del monastero della Santa Trinità di Valencia dal 1462 al 1490. La sua opera, scritta a beneficio delle consorelle e resa pubblica solo dopo la sua morta, spicca per la prospettiva marcatamente femminile del racconto e per l’attenzione ai dettagli più minuti e «quotidiani», opportunamente coniugati secondo le caratteristiche del suo ambiente e del suo tempo.

Prima di scorrerne i pregi si diceva di Michele, che, parlando con Adamo, elenca le miserie che affliggono gli uomini, minacciati in ogni luogo da infiniti pericoli: «Pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli di discendenza, pericoli della gente, pericoli nella città, pericoli di solitudine, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli, disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità». E pazienza se qui Michele cita san Paolo, che la seconda lettera ai Corinzi deve ancora scriverla (11, 26-27, della Vulgata ovviamente). Adamo trasecola e si rammarica («In tutti questi mali è incorso il mondo per la mia disobbedienza!»), e prega l’arcangelo di spiegargli meglio.

Ha inizio così un’angelica e ispiratissima interpretazione del passo paolino, in cui di ogni «pericolo» vengono esplicitate le forme reali che conducono alla dannazione delle anime. Nei fiumi, ad esempio, si trovano gli iperattivi, che corrono di qua e di là «non sapendo dare nessun significato alla loro vita»; quelli che si espongono ai briganti sono i negligenti, che si lasciano depredare di ogni bene spirituale dal diavolo; quelli che si perdono nella gente sono i presuntuosi, il cuore dei quali «è continuamente pieno di pensieri infruttuosi e diversificati, così come il mercato è pieno di gente diversa». Quelli che si perdono nella città non sono capaci di tenere in ordine la loro vita; quelli che invece si perdono nella solitudine sono i superbi, «ai quali sembra di essere i soli al mondo» e tengono la propria volontà per legge; in mare ci si perde sulle onde della vanità, «allegri e sicuri come se fossero una cosa ferma»; dai falsi fratelli viene il pericolo dell’invidia, di quelli che non perdonano mai niente a nessuno; nella fatica si perdono gli avari e nelle veglie si smarriscono quelli che vedono solo i difetti altrui: «Questi sono molto vigili di notte, perché non vedono né sentono nient’altro che il male, e dormono di giorno, perché non conoscono né amano le virtù del prossimo». Infine i pericoli di fame, sete, digiuni e nudità «si trovano tutti presso gli ipocriti», che hanno l’anima fredda e nuda, mai riscaldata dal fuoco dell’amore.

Caspita, Michele! prorompe Adamo. Ma come possono fare i miei figli! Date loro una mano, vi scongiuro. Al che Michele, mosso da grande compassione, risponde: «Oh patriarca venerabile! Siate certo che io farò per voi tutto quello che mi è possibile, supplicando la clemenza divina che voglia rimediare ai vostri dolori». Ma poi aggiunge: «E assumo con grande piacere la vostra avvocatura e difenderò la vostra causa davanti a sua Maestà con molta passione».

(Il che fa sorgere una domanda impertinente: per la parcella, si saranno poi aggiustati?)

Isabel de Villena, Vita di Cristo, introduzione, traduzione e note di S. Sari, Paoline 2013 (il brano citato si trova nel capitolo 12).

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