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Maddalena e l’ortolano (Isabel de Villena, 3)

 «Maddalena, la mattina presto della domenica, uscì di casa per seguire il suo amoroso desiderio di fare i servizi funebri al corpo morto del Signore e maestro suo, che non credeva di poter avere di nuovo vivo […]. E la accompagnarono le due Marie, sorelle della signora.»

Giunta quasi alla fine del suo libro – la Vita di Gesù – la clarissa Isabel de Villena prende le poche parole evangeliche (e dei commenti a lei noti, in questo caso quello di Ludolfo di Sassonia) dedicate alla scomparsa del corpo di Gesù dal sepolcro e, con il procedimento adottato lungo tutta l’opera, le espande in un racconto ampio, disteso e arricchito di grandi e piccoli particolari, e con un crescendo irresistibile. L’«incontro» di Maria Maddalena con il Cristo risorto scatena la sua fantasia, dà sfogo alla sua sensibilità e le permette di costruire una scena in cui la potenza dell’amore, di un amore tutto umano, sfolgora, ponendo in ombra il contenuto di fede1.

Già sulla strada verso la sepoltura è la Maddalena a vedere per prima la croce su cui è morto Gesù e a correre ad abbracciarla: «E qui mancava poco che morisse, e perse del tutto le parole». Di nuovo in cammino, le tre Marie sono assalite dal dubbio: come faremo a spostare la pietra che chiude il sepolcro, e Isabel aggiunge, cioè «come abbiamo fatto a non pensare di portare con noi delle persone» che ci aiutassero? Ma la pietra è stata rotolata via, il sepolcro è vuoto e un angelo le informa che Gesù è risorto. Disperate e incredule, le compagne della Maddalena scappano via. Lei rimane, «e deliberò di morire qui al sepolcro, perché non le sembrava che nessuna cosa la potesse togliere dalla pena che sentiva se non la sua morte, dato che aveva perso colui che era la vita della sua anima».

Piange, in preda a uno «smisurato dolore», e invoca Gesù – «Oh Signore e vita mia!» – e torna a guardare dentro il sepolcro – «desiderando di vedere quello che non vedeva» – e si scioglie di nuovo in lacrime. Tanto che Gesù manda due angeli per consolarla: «Donna, perché piangi?» «Ahimè triste. Io non cerco degli angeli», risponde lei, «né voglio la loro consolazione, ma cerco il Signore degli angeli, e non lo trovo né lo posso vedere!» Ma che domande mi fate! Perché volete che esprima a parole ciò che mi uccide, non lo capite?

Qui scatta il primo colpo da maestro di Isabel: «E, mentre Maddalena diceva queste cose, il suo amato Signore le arrivò alle spalle». Gli angeli all’istante si prostrano e lei, stupita, «si girò e vide Gesù, il suo amato in abito dissimulato, e non lo riconobbe, anzi pensò che fosse un ortolano» (nel Vangelo di Giovanni lei lo scambia per il custode, qui è Gesù che si traveste per metterla alla prova). L’«ortolano» ripete la domanda, «Donna, perché piangi? Chi cerchi?» Ne nasce uno scambio di battute non breve, alla fine del quale Gesù, «guardando Maddalena, e vedendo che il suo dolore era tanto che, se non l’aiutava, presto ella avrebbe perso del tutto la vita, allora la sua clemenza volle manifestarsi e le disse con la solita dolcezza delle sue parole: “Maria”».

Maddalena è travolta dalla gioia, tuttavia «non le bastava solo vedere Gesù e parlare con Gesù, se non poteva anche toccarlo…», il Gesù che pensava di aver perso per sempre. E Gesù… «la volle accontentare… e permise che gli baciasse i piedi e le mani, come desiderava, e l’abbracciò con grandissimo amore». Un abbraccio che non si ha il coraggio di immaginare.

A questo punto la fede fa capolino, per così dire, perché è la fede che ha meritato a Maddalena «di vedere vivo e di ascoltare colui che morto cercavi». Ma la chiusa dell’episodio – che quando da oggi in poi ci penseremo, così lo ricorderemo – è ancora tutta straordinariamente umana: «E i due che di cuore si amavano, Gesù e Maddalena, rimanevano con grande gioia e allegria non raccontabile, parlandosi così come fanno gli amici».

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  1. Isabel de Villena, Vita di Cristo, introduzione, traduzione e note di S. Sari, Paoline 2013, capitoli 241-242, pp. 454-462.

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Con stile dolce ed elegante (Isabel de Villena, 2)

Nel 1497, sette anni dopo la morte di Isabel de Villena, colei che le è succeduta nella carica di badessa del monastero di clarisse della Santa Trinità di Valencia, suor Aldonça de Montsoriu, pubblica, anche per interessamento della regina Isabella di Castiglia e dedicandogliela, la Vita di Cristo che suor Isabel aveva composto in gran parte dei suoi anni di vita monastica (1445-1490), ventotto dei quali vissuti adempiendo ai doveri di badessa1. L’opera, realizzata per il beneficio spirituale delle consorelle e rimasta incompiuta, rischiava per così dire di restare anonima, stante l’umiltà dell’autrice, sicché suor Aldonça, credendo di «ottenerne non poco merito davanti a Dio», ne rende noto il nome: «Suor Isabel de Villena lo ha fatto, suor Isabel de Villena lo ha composto, suor Isabel de Villena, con stile dolce ed elegante lo ha ordinato, non solamente per le devote sorelle e figlie dell’obbedienza che abitano nella clausura di questo monastero, ma anche per tutti coloro che per questa breve, vessante e transitoria vita vivono».

Un’opera quindi scritta da una donna, per un pubblico di donne, rivendicata e pubblicata da una donna per intervento di una donna – circostanza più che rara nel tardo Medioevo, che ha spinto molti lettori moderni a parlare di proto-femminismo. Senza contare che suor Isabel è anche colta, ha studiato prima di entrare in monastero, a quindici anni, e continua a leggere e a studiare dopo, grazie alla «ricchissima biblioteca del convento». Tutto confluisce e si riflette nella sua opera (che è scritta in volgare, cioè in valenziano, cioè in catalano): i suoi «geni letterari» (suo padre era Enrique de Villena), la sua conoscenza della vita di corte (rimasta orfana a 4 anni, è affidata a Maria di Castiglia, moglie di Alfonso V d’Aragona, il Magnanimo), le sue letture, i contatti con gli esponenti della cultura valenziana, il suo abbaziato, cui si dedicò con impegno diplomatico, edilizio e didattico: «Le capacità letterarie della nostra autrice consistono proprio nel riuscire a gestire il magma delle opere dalle quali cita o si ispira in un discorso originale, semplice ed efficace nel comunicare le profondità del pensiero teologico a chi non aveva facilità ad accedervi» (Simone Sari).

L’etichetta di proto-femminismo è giustificata anche dal fatto che, sì, l’opera si intitola Vita di Cristo, ma avrebbe potuto anche chiamarsi Vita di Maria e di suo figlio Gesù tanti sono l’attenzione e lo spazio dedicati alla madre di Cristo, con la nascita della quale l’opera ha inizio, anzi con il suo concepimento (cosa che tra l’altro impone a suor Isabel di ricorrere a molte fonti extra-canoniche). E non solo Maria; c’è posto infatti anche per tutte le donne che hanno «toccato» la di lui vita: «La maggior parte dei capitoli include sempre una donna, mettendone in luce le qualità, le virtù e la devozione». Uno storico della letteratura catalana ha calcolato, sulla base dell’edizione critica, «che a fronte delle 4.000 righe dedicate alla predicazione di Cristo, ce ne sono 33.500 nelle quali la protagonista è una figura femminile. Se, quindi, non possiamo pensare alla Vita di Cristo villeniana come un’effettiva Vita di Maria, è comunque certo che l’angolazione della narrazione è totalmente femminile» (ancora Simone Sari). Angolazione che si traduce in una sensibilità spiccata per gli aspetti quotidiani e comuni della vicenda e per le emozioni che ne derivano. Certo, l’ingombrante protagonista di queste pagine è il dolore – il dolore preconizzato, anticipato, sofferto, condiviso, rievocato, immaginato, una massa di dolore spesso «non raccontabile», per usare una formula che ritorna spesse volte –, ma tanta vita di tutti i giorni, pratica ed emotiva, viene raccontata da suor Isabel.

«Ed ella [Anna, che ha appena saputo che resterà incinta di Maria], partendo immediatamente dalla propria casa con l’inenarrabile desiderio di vedere suo marito, arrivò alla Porta d’Oro e qui aspettò il marito, che era già in prossimità. Gioacchino si inchinò, per fare la riverenza ad Anna, e si abbracciarono con molto amore, il marito la prese sotto braccio e tornarono alla loro dimora, raccontandosi con grande fervore e devozione la visione angelica» (cap. 2).

(segue)

  1. Isabel de Villena, Vita di Cristo, introduzione, traduzione e note di S. Sari, Paoline 2013 (il volume presenta una scelta dei 291 capitoli che compongono l’opera). ↩︎

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Un mercato nella testa (Isabel de Villena, 1)

Prima che Gabriele scenda sulla terra ad annunciare a Maria che concepirà il Salvatore, anche Michele cala dall’alto dei cieli, ma si ferma nel limbo dove ha una lunga conversazione con Adamo, «l’antico e venerabile padre».

Apprendo, per così dire, tale circostanza dalla Vita di Cristo di Isabel de Villena, singolarissima clarissa e badessa del monastero della Santa Trinità di Valencia dal 1462 al 1490. La sua opera, scritta a beneficio delle consorelle e resa pubblica solo dopo la sua morta, spicca per la prospettiva marcatamente femminile del racconto e per l’attenzione ai dettagli più minuti e «quotidiani», opportunamente coniugati secondo le caratteristiche del suo ambiente e del suo tempo.

Prima di scorrerne i pregi si diceva di Michele, che, parlando con Adamo, elenca le miserie che affliggono gli uomini, minacciati in ogni luogo da infiniti pericoli: «Pericoli di fiumi, pericoli di briganti, pericoli di discendenza, pericoli della gente, pericoli nella città, pericoli di solitudine, pericoli sul mare, pericoli da parte di falsi fratelli, disagi e fatiche, veglie senza numero, fame e sete, frequenti digiuni, freddo e nudità». E pazienza se qui Michele cita san Paolo, che la seconda lettera ai Corinzi deve ancora scriverla (11, 26-27, della Vulgata ovviamente). Adamo trasecola e si rammarica («In tutti questi mali è incorso il mondo per la mia disobbedienza!»), e prega l’arcangelo di spiegargli meglio.

Ha inizio così un’angelica e ispiratissima interpretazione del passo paolino, in cui di ogni «pericolo» vengono esplicitate le forme reali che conducono alla dannazione delle anime. Nei fiumi, ad esempio, si trovano gli iperattivi, che corrono di qua e di là «non sapendo dare nessun significato alla loro vita»; quelli che si espongono ai briganti sono i negligenti, che si lasciano depredare di ogni bene spirituale dal diavolo; quelli che si perdono nella gente sono i presuntuosi, il cuore dei quali «è continuamente pieno di pensieri infruttuosi e diversificati, così come il mercato è pieno di gente diversa». Quelli che si perdono nella città non sono capaci di tenere in ordine la loro vita; quelli che invece si perdono nella solitudine sono i superbi, «ai quali sembra di essere i soli al mondo» e tengono la propria volontà per legge; in mare ci si perde sulle onde della vanità, «allegri e sicuri come se fossero una cosa ferma»; dai falsi fratelli viene il pericolo dell’invidia, di quelli che non perdonano mai niente a nessuno; nella fatica si perdono gli avari e nelle veglie si smarriscono quelli che vedono solo i difetti altrui: «Questi sono molto vigili di notte, perché non vedono né sentono nient’altro che il male, e dormono di giorno, perché non conoscono né amano le virtù del prossimo». Infine i pericoli di fame, sete, digiuni e nudità «si trovano tutti presso gli ipocriti», che hanno l’anima fredda e nuda, mai riscaldata dal fuoco dell’amore.

Caspita, Michele! prorompe Adamo. Ma come possono fare i miei figli! Date loro una mano, vi scongiuro. Al che Michele, mosso da grande compassione, risponde: «Oh patriarca venerabile! Siate certo che io farò per voi tutto quello che mi è possibile, supplicando la clemenza divina che voglia rimediare ai vostri dolori». Ma poi aggiunge: «E assumo con grande piacere la vostra avvocatura e difenderò la vostra causa davanti a sua Maestà con molta passione».

(Il che fa sorgere una domanda impertinente: per la parcella, si saranno poi aggiustati?)

(segue)

Isabel de Villena, Vita di Cristo, introduzione, traduzione e note di S. Sari, Paoline 2013 (il brano citato si trova nel capitolo 12).

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