Lérins

«Un’isoletta vicino alla Costa Azzurra, Lérins, vede nascere all’inizio del V secolo una singolare esperienza monastica. Il luogo ameno e gradevole, accompagna il processo di traduzione degli ideali classici: otium, tradizione degli antichi, amore per la cosa pubblica, assumono tratti cristiani» (poche parole azzeccate da un risvolto di copertina di un’opera di Vincenzo di Lérins fotografano assai bene il luogo).

Ci sono una decina di corse in battello, d’estate, che uniscono Cannes all’Ile de Saint-Honorat, l’antica Lérins, tutt’oggi sede, a sedici secoli dalla sua fondazione, di un monastero vivo. La traversata dura circa venti minuti. Se si è letto qualcosa prima, si vibra leggermente al pensiero di approdare all’isola (larga poco più di settecento metri e lunga un chilometro e mezzo) che può essere considerata una delle culle del monachesimo occidentale.

Onorato, nato nel nord-est della Gallia, da famiglia aristocratica, intorno al 370, ci arriva di ritorno dalla terra santa e da una tappa in Italia, pochi anni dopo il 400, e vi trasferisce l’esperienza del «deserto» egiziano, da subito tuttavia nella sua forma cenobitica (già verso il 427 Cassiano vi fa riferimento come a una «grandissima comunità di fratelli»). È disabitata e selvaggia, separata dal mondo, chiusa in se stessa – è perfetta. Sarà la base di monaci e vescovi importanti.

Oggi, per chi lascia la Croisette, è la più classica delle «oasi di pace». Ci si può passare una giornata tranquilla, di leggere divagazioni e illusioni. Volendo si ascolta un ufficio, oppure ci si siede a guardare il Mediterraneo da uno dei contrafforti della torre-rifugio che si protende sul mare. Ci sono le palme. C’è anche lo shop, con i saponi, l’immancabile lavanda, i cd dei monaci, le agiografie.

Un «deserto» inospitale milleseicento anni fa, ma dolce e bello se già Eucherio di Lione, nel 429, proprio mentre risiedeva lì, così scrive: «I luoghi deserti vengono nobilitati dalla vita solitaria dei santi, è chiaro che devono rispettarli tutti. Però un occhio di riguardo ce l’ho per la mia Lerino, che accoglie tra le sue braccia tanto generose quelli che arrivano strapazzati dai naufragi delle tempeste mondane e fa accomodare dolcemente sotto le sue ombre la gente spossata dalla calura del mondo, per cui se uno è affannato lì può riprendere fiato sotto l’ombra spirituale del Signore. Zampillante di acque, verdeggiante di erbe, splendida di fiori, soave nei paesaggi, offre alle persone che la possiedono il paradiso che un giorno possiederanno».

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