Quando ricevo il nuovo fascicolo di «Benedictina»

Quando ricevo il nuovo fascicolo di «Benedictina» è sempre una piccola festa (che ricorre, ahimè, solo due volte all’anno): vuoi per la veste tipografica sobria e demodé, vuoi per il marchietto rosso del Centro storico benedettino italiano, che pubblica la rivista, vuoi per il piacere di scorrere il sommario, con quei titoli di articoli come: Postille su Fogazzaro e l’Abbazia di Praglia dai carteggi dell’abate Teodoro Cappelli.

L’ultimo numero (Anno 59, Fasc. 1, gennaio-giugno 2012), testé arrivato, ha rinnovato la tradizione senza incertezze. Il sommario è di quelli di alto livello: Romualdo e Camaldoli, Claude Martin e le benedettine dell’Adorazione perpetua, una cronotassi, Fogazzaro, appunto, e un «necrologium monacorum» da un’abbazia del cesenate. E poi c’è l’Editoriale, firmato come di consuetudine dal «Redattore», che questa volta mi è parso particolarmente notevole.

Anzitutto per l’italiano semplice e bello in cui è scritto, e inoltre per alcune finezze e punture di spillo dissimulate con discrezione nel dettato. Attacca così: «Tenuto conto che già all’inizio del sec. XI lo storico cluniacense Raoul Glaber parlava di un bianco manto di nuove chiese che aveva ricoperto l’Europa, non fa meraviglia che all’inizio del terzo millennio qua e là si celebrino uno di seguito all’altro millenari di monasteri famosi, alcuni dei quali ancora in vita», con una strizzatina d’occhio a chi usa ancora la grafia di Rodolfo il Glabro… Il millenario di Camaldoli, dunque, oggetto di diversi convegni «alla cui organizzazione il nostro Centro, pur non essendovi stato in alcun modo coinvolto [piccolo sassolino levato], ritiene opportuno dare la dovuta pubblicità». Non solo, «altro materiale di carattere romualdino» sarà pubblicato prossimamente, a riprova di interessamento e augurio per le successive iniziative, «nonostante la nostra estraneità ad esse» [e due].

«Per il resto la nostra rivista», continua l’Editoriale, «anche se giudicata di carattere “locale” dal Ministero per i Beni culturali e perciò esclusa dai finanziamenti statali [terzo elegante sassolino], prosegue sia pur umilmente nel suo impegno scientifico…» con contributi seri e critici «a ricordare le glorie – ma anche le sconfitte – del monachesimo italiano». Assai fine è poi il riferimento allo studio su Fogazzaro, «di cui è nota la profonda amicizia per i benedettini di Praglia», come quello alla ricerca su Mechtilde de Bar, che ebbe contatti con i Maurini, ai quali «noi continuiamo ad ispirarci, ripercorrendo gli annali dell’ordine di san Benedetto, non solo per approfondirne il passato, ma anche per fornirne, quali fonti, il materiale della storiografia futura».

La nota di chiusura è per chi non c’è più, in questo caso il «noto poligrafo» dom Réginald Grégoire, «che raccomandiamo al commosso suffragio dei nostri lettori».

Lo so che non c’entro molto con tutto questo, e so anche altre cose che hanno a che vedere con questo mio «interesse», tanto che a volte mi sembra quasi di stare spiando in casa altrui da dietro uno stipite. Però, come dicevo, un nuovo numero di «Benedictina» resta, più o meno legittimamente, una piccola festa – me lo rigiro in mano e sono contento così.

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Vincent de Paul Merle, il monaco che fondò Petit Clairvaux (Who’s Who, VIII, pt. 2)

(la prima parte è qui)

Rimasto appiedato sul molo di Halifax, «con un sospiro che aveva forse un fondo di segreta soddisfazione» (Th. Merton), Merle si rassegna in brevissimo tempo a quella che non può che essere la volontà di Dio. Tanto più che in Nova Scotia c’è un gran bisogno di sacerdoti e il vescovo di Quebec è ben contento di arruolarlo, senza contare che ci sono molte comunità di indiani, ad esempio i Micmac (Mi’kmaq), da aiutare e guidare sulla via della retta fede. Prende così corpo il progetto di aprire un monastero trappista nella regione, e, ottenuto il permesso dal suo abate, nell’inverno del 1815 fr. Vincent lascia Halifax, diretto a nord e «accompagnato da tre misteriosi negri che lo avevano seguito da New York.

Per due anni si stabilisce nel villaggio di Chezzetcook. Qualcosa, al di là della fede, e dello zelo missionario, è scattato: «Era sempre indaffaratissimo…» Le difficoltà sono tante, a cominciare dalla trafila burocratica per ottenere dal governo britannico, lui, di nazionalità francese e cattolico, il permesso di fondare una comunità monastica. La situazione è così complicata che l’abate Lestrange lo invita a tornare a casa. Merle chiede un’ulteriore proroga e si spinge ancora più a nord, verso la contea di Antigonish e Cape Breton. Sempre incerto sulla scelta migliore, fr. Vincent si ferma infine a Tracadie, nella primavera del 1819, dove acquista un appezzamento e dà il via ai lavori. «Il luogo dove stiamo costruendo la nostra casa è molto adatto per un monastero trappista»: una valle profonda, un fiume, la protezione delle montagne, il mare non lontano e un terreno ottimo per le coltivazioni.

Le difficoltà, lungi dall’essere finite, sembrano aumentare. Anzitutto non ci sono postulanti, e poi gli ostacoli burocratici permangono, tanto che dalla Francia giunge l’indicazione di vendere tutto e andare nel Kentucky. Merle, in preda a un grande turbamento, chiede consiglio al vescovo, il quale lo solleva dalla responsabilità della disobbedienza e lo sollecita a rientrare in Francia per confrontarsi con l’abate Lestrange. Il viaggio, cominciato nel 1823, si conclude due anni dopo: fr. Vincent può far ritorno in Nova Scotia accompagnato da cinque confratelli e soprattutto con un’approvazione formale: «Vi esortiamo espressamente a recarvi in America, tra gli Indiani che troverete nelle vaste solitudini dei boschi del Canada…»

Nel settembre del 1825, forte probabilmente anche dell’autorizzazione governativa, Merle raggiunge lo scopo della sua vita: la fondazione ufficiale del monastero di Saint Bernard de Petit Clairvaux. Così scrive fr. Francis Xavier, il più fidato dei confratelli: «Grazie a Dio, dopo non so quanti ostacoli e disavventure, siamo finalmente arrivati sani e salvi alla nostra meta. Ci troviamo in una terra selvaggia (Indiana) e vicini agli Indiani. Che povertà! Viva la Francia! Qui non si trova niente e tutto è molto caro. Non c’è denaro, e la gente viene pagata con patate, cavoli e carne».

Si trattò di una gioia breve. Gli altri monaci che avevano seguito fr. Vincent non resistettero alla durezza della vita trappista trapiantata in Canada; i postulanti continuavano a essere pochi e instabili; lo stesso Ordine cisterciense attraversò in Francia un periodo di grandi sommovimenti; i mezzi erano sempre pochi; Lestrange morì nel 1827 e la sua riforma della Trappa si spense. Nel 1836, scoraggiato, Merle decide di tornare in Europa per cercare di salvare la sua comunità. Va in Francia, in Inghilterra e infine a Roma, alla sorgente dell’autorità. Quando nel 1840 riparte per la Nova Scotia, ha sì in mano un documento della Sacra Congregazione de Propaganda Fide, che sancisce lo statuto di Petit Clairvaux alle dipendenze del vicario apostolico locale, ma ha anche il «cuore spezzato» perché il nuovo abate della Trappa gli ha rifiutato la sua benedizione, sostanzialmente espellendolo dall’Ordine.

Rientrato a Tracadie, Merle affida la guida della comunità a fr. Francis Xavier, sistema le questioni legate alla proprietà del terreno su cui sorge Petit Clairvaux e si ritira nel vicino convento delle trappistine, anch’esso da lui fondato, dove muore il 1° gennaio 1853.

«Anche in vita egli era stato venerato come un santo, ma da allora il suo culto si diffuse per tutta la Nuova Scozia e Capo Breton. Si narrarono di lui cose di ogni genere, alcune plausibili, altre più o meno leggendarie, come il “miracolo” di quella volta in cui arrestò una furiosa tempesta levandosi una scarpa e gettandola in mare» (Th. Merton).

(2-fine)

 [da Thomas Merton, Le acque di Siloe (1949), Garzanti 1992, pp. 123 e sgg.; Luke Schrepfer, Pioneer Monks in Nova Scotia (1947), Kessinger Publishing 2007, pp. 16 e sgg.]

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Peli superflui, senape e cavalcate

È una cosa che faccio spesso: leggere un testo monastico normativo – non necessariamente una «regola» – e concentrarmi sugli aspetti meno legati alla fede e più quotidiani, anzitutto per avere con maggiore evidenza davanti agli occhi il volto e i gesti degli individui cui erano destinati quei testi e in secondo luogo per un motivo più confuso, un pensiero sballato probabilmente. Lo riassumo così: il sospetto che per alcuni la regola non discenda dalla fede, bensì all’opposto ne sia il risultato (non inevitabile, peraltro). Detto altrimenti, la regola precede la fede – cosa che vorrei saper argomentare con dovizia di riferimenti precristiani, e invece non so.

È con questo spirito che ho letto lo Speculum novitii (Lo specchio del novizio) di Stefano di Salley, monaco cisterciense inglese attivo nella prima metà del secolo XIII. Entrato da giovane all’abbazia di Fountains, nello Yorkshire del nord, ne diventò ben presto cellerario; fu poi abate di Salley (dopo il 1225), successivamente di Newminster, fino al 1247, quando chiuse il giro tornando a Fountains, dove morì come abate nel 1252. Lo Speculum, che s’inserisce in un genere letterario molto preciso, teso a fornire esempi da imitare (o più esattamente un’immagine nella quale rispecchiarsi per cogliere le eventuali difformità dal modello – e qui vorrei saper argomentare uno spunto che forse potrebbe collegare gli specula alle ricerche sui neuroni a specchio, e invece non so), lo Speculum testimonia la particolare sensibilità dell’autore per la fragilità, non solo psicologica, soprattutto dei principianti e possiede «il tono di chi ha trovato qualcosa di buono per sé e desidera trasmetterlo ad altri, perché il cammino sia più facile e l’esistenza più serena e gioiosa» (M. Fioroni).

Sarebbe sufficiente il primo capitolo, dedicato alla confessione quotidiana, che offre una specie di modulo fitto di «peccati» sul quale spuntare ciò che fa al caso proprio: ci siamo distratti dalla preghiera pensando «al riordino della casa, oppure alla caccia, alla corsa dei cavalli», abbiamo perso tempo, abbiamo pensato all’unione carnale, ci siamo lamentati per un dolorino, abbiamo fatto una battuta, siamo andati più rapidamente a tavola che nel coro, abbiamo accettato un regalo, abbiamo parlato, o pensato, male di qualcuno, ecc.: «Ecco lo specchio: nella misura in cui ti sarai reso conto di essere stato ferito in queste cose, apriti alla confessione». E se quando ti presenti in capitolo per essere giudicato ti vergogni, «pensa che chi ti proclama è il rasoio di Dio e ti vuole tagliare i brutti peli [Dei est novacula et pilos deformes tibi tollere vult]»; oppure «pensa che ti è stata mandata dal cielo una pietanza, cioè una correzione, che piace, anche se talvolta non è condita con cannella, ma con senape [quae non semper cinnamomo sed etiam sinapi aliquando condita]».

Per ogni mancanza, peccato o tentazione Stefano ha un pronto rimedio: quando sei impaziente, pensa alla pazienza del Cristo; quando ti ostini «in cose minime», sappi che sarai ripagato in ugual moneta; «quando ti esalti per la voce sonora, considera che ciò per cui ti gonfi non è che vento»; quando sei tentato da un cibo più buono, pensa al vas stercorum; «quando ti sollecita il desiderio di cavalcare, pensa a ciò che capitò a Dina, che era uscita soltanto per passeggiare» e fu rapita e violentata da Sichem; «quando ti risulterà noiosa la vita del chiostro», quando vorrai rivedere i tuoi famigliari, «quando sentirai battere la tavola che invita al lavoro»…

Ah, tre ultime cose: «stai attento a non toccare nessuno»; «quando si deve fare una pausa durante il lavoro, non ricercare gli angoli e non sedere lontano dagli altri» e infine «se non puoi mangiare ciò che ti viene posto davanti, non permettere in nessun modo che ti portino altro, ma mangiane un po’, così che sembri che tu abbia mangiato. Se qualcuno insiste affinché tu mangi, con un segno rispondi solamente: “Va bene, è sufficiente, basta così”».

Stefano di Salley, Speculum novitii. Lo specchio del novizio, a cura di Milvia Fioroni, Edizioni Glossa 2010.

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«Cose manicatoie e bevitoie» (le monache di Pontetetto)

Capita che su Amazon.it spunti un fondo di magazzino della «Scelta di curiosità letterarie inedite o rare dal secolo XIII al XIX», pubblicata a Bologna da Romagnoli nel 1863, e ristampata in anastatica da Forni nel 1968 sotto gli auspici della Commissione per i testi in lingua, e io mi ci butti. Perché nella serie, concepita e realizzata con scopi filologici e di storia della lingua, si trovano «chicche» monastiche, come i Capitoli delle monache di Pontetetto presso Lucca. Scrittura inedita del sec. XIII.

Il curatore, Carlo Minutoli, ci informa di «aver tratta dalle tenebre» la scrittura, contenuta in un codice della Biblioteca Capitolare di Bologna, non certo per la «niuna amenità del soggetto», quanto per essere «monumento di lingua dei primi tempi». Va da sé che invece, per me, l’amenità sia garantita, trattandosi del volgarizzamento duecentesco di «una delle tante regole che andavano attorno ad uso dei numerosi monasteri dell’ordine benedettino», a integrazione della Regola di Benedetto vera e propria.

Il monastero di Santa Maria di Pontetetto (Pons tectus) presso Lucca, fondato intorno al 1095, prosperò e poi sopravvisse, tra molte traversie, fino al 1408, quando papa Gregorio XII lo abolì, trasferendo le monache a Santa Giustina in Lucca. «Non rimane oggi vestigio, salvo una lapida che ricorda tuttora la pia fondatrice e prima Badessa Ombrina.»

Il testo, composto da ventisei «capitoli», è affascinante oltre che per la lingua proprio per le norme supplementari che l’estensore ritenne di dover aggiungere alla Regola benedettina e che mostrano in negativo le questioni e i comportamenti, gravi e meno gravi, che l’esperienza diretta impose appunto di regolare (la legge scrive la colpa dopo che questa è stata commessa).

Anzitutto, molto indicativamente, si parla di soldi, che devono essere gestiti da una camarlinga, eletta a maggioranza, «alle cui mani pervegnano tucte l’entrate e rendite et beni del monasterio et per le suoi mani si facciano le spese necessarie». Tale camarlinga dovrà presentare un bilancio semestrale che, una volta approvato, sarà scritto «in un libro per ciò deputato: sickè noi [cioè il vescovo o il visitatore] quando volessimo possiamo sapere e vedere la buona o la ria amministragione di ciascuno anno». (I soldi vengono menzionati esplicitamente al cap. 11: «Ancora ke nulla monaca tenga appresso sè pecunia oltra soldi X» – chissà quanti?) È previsto anche una specie di «consiglio superiore» del monastero, composto da quattro monache scelte dalla badessa che restano in carica sei mesi – «ma non possa essere consigliera li sei mesi seguenti quella ke è stata li sei mesi passati».

Ai rapporti con l’esterno sono dedicati diversi capitoli, a riprova del fatto che le religiose quasi mai, probabilmente, si staccavano del tutto dalle famiglie d’origine e dal loro ambiente: non si devono rivelare fatti e faccende del monastero, scambiare oggetti o doni («sciecto cose manicatoie e bevitoie»), non si parla con estranei se non alla grata del parlatorio (dove però è vietato mangiare) e accompagnate da una guardiana, non si possono tenere corrispondenze scritte, non si devono diffondere dicerie «nè le brigre o discussioni o scandali o rinbrocci o disonori, o vero li autri secreti facti del monastero et delle monache» (che, quindi, erano all’ordine del giorno).

La badessa, sul cui operato vigilano le consigliere, è garante dell’osservanza della regola, deve badare a non prendere le parti di alcuna, né mostrare simpatie, e somministrare in capitolo le penitenze per le colpe commesse. Gli esempi citati di «colpe» sono, come sempre, significativi: se una monaca picchia una consorella (e «che ind’esca sangue»), se si ribella, se pecca di «carnalitade» e «se nessuna desse a mangiare o a bere cosa velenosa o di veleno, e non solamente ki ‘l desse, ma etiamdio ki l’avesse apparecchiatolo per dare». Una convivenza talvolta difficile, parrebbe, o, detta altrimenti, un nido di vipere.

La badessa inoltre è tenuta a denunciare al visitatore tutti «li falli, li lasciamenti, o negligença», e se non lo farà, «o vero s’ella facesse  o procurasse, ordinasse, inducesse, consiliasse, comandasse o conferisse, o di qualuncaltro  modo o colore operasse, per prego o per minaccia, per sè o per altrui, directe o indirecte ke ad noi volliendo visitatione o inquisitione fare generale o speciale, o a colui ke acciò da noi fusse deputato, si celasse o non si notificasse lo stato del monastero», sarà accusata di «malitia» e deposta, e nei casi più gravi «sententiamo in fine hora ke la sia incarcerata e rinserrata».

(L’elenco delle «curiosità letterarie» è qui.)

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Tre precetti di Pacomio (Dice il monaco, V)

Prescrive Pacomio:

La sera, dopo il lavoro, non si potrà andare a ungersi ed ammorbidirsi le mani con l’olio senza essere accompagnati da un altro. E nessuno ungerà tutto il corpo salvo in caso di malattia, né si laverà o farà il bagno, se il male non è grave.

Non è permesso entrare nella cella di un altro senza aver prima bussato alla porta.

Nessuno parlerà ad un altro nell’oscurità.

Pacomio, Praecepta, 92, 89, 94, in Pacomio e i suoi discepoli, Regole e scritti, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 1988.

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Termodinamica monastica

Come potevo resistere davanti a un titolo del genere…

Termodinamica monastica. La Legge di Murphy in convento è un piccolo libro a suo modo sorprendente. Scritto da Gaetano Lo Russo, padre rogazionista (i Rogazionisti sono una congregazione dedita in particolare alla «cura» delle vocazioni), è diviso in due sezioni, che, diversamente dalla maggior parte dei volumi, corrono parallele, una sulle pagine pari e una sulle dispari. Il Dizionario breve, che occupa le pari, è una serie di brevi storie raccolte dall’autore durante tanti anni di attività sacerdotale e di viaggi: incontri, vicende esemplari, tristi e lievi, osservazioni e momenti curiosi narrati con garbo e semplicità.

La sorpresa è nelle pagine dispari, la Termodinamica monastica, in cui sono allineate, proprio alla maniera dei volumetti della Legge di Murphy, leggi, appunto, corollari, considerazioni, vere e proprie battute sulla vita religiosa: molte legate ai valori che la ispirano, altrettante francamente spiritose su aspetti per così dire meno nobili della vita dei monasteri, o che ironizzano con gusto  su problemi e questioni anche spinose, e molte altre ancora che con un sorriso rivelano uno sguardo critico, forse un po’ rassegnato, su certe dinamiche della vita comunitaria non del tutto edificanti.

D’altra parte, dopo un inizio che recita così: «Motto di S. Agostino. Ama e fa’ ciò che vuoi», «Variante del Re David. Sì, ma stai attento con chi lo fai», ci si può aspettare di tutto.

Non mi resta che scegliere qualche esempio e strizzare l’occhio al padre rogazionista.

  1. Dilemma del pacco dono. La vocazione è un dono di Dio? Ma chi l’ha detto che era per me?
  2. Camel Trophy 1. È più facile far passare un cammello attraverso la cruna di un ago che far passare un postulante dal postulantato al noviziato.
  3. Sulle famiglie religiose 1. I Salesiani sono dappertutto, i Gesuiti ci sono già stati, i Rogazionisti vorrebbero andarci.
  4. Ammonimento di Maccari. L’attività del monaco cretino è molto più dannosa dell’ozio del monaco intelligente.
  5. Legge di Shanahan. La durata di una riunione aumenta col quadrato del numero dei frati presenti.
  6. Corollario di Tommaso da Kempis. Se vuoi vivere con Cristo crocifisso, entra in convento. Se vuoi vivere con Cristo risorto, resta dove sei.
  7. Assioma di Twain. Le cose buone nel convento: o sono contro la Regola, o offendono il Superiore, o fanno ingrassare.
  8. Mancanze. Due cose mancano quasi sempre in comunità: le chiavi dell’automobile e l’automobile.
  9. Amarsi ma non abbracciarsi. Con gli anni i frati diventano come i porcospini. Se lontani, vorrebbero avvicinarsi, se vicini, si pungono l’un l’altro.
  10. Tempi forti. I tempi forti della vita del frate: Natale, Pasqua, il 2° tempo di Inter-Juve.

Un trittico dedicato alle suore.

  1. Costante dei convegni. Un relatore e un numero infinito di suore.
  2. Considerazione di suor Scolastica. La cosa che tu hai appena finito di fare la tua tua consorella più antipatica l’aveva già fatta ieri.
  3. Breve di suor Germana. Ne uccide più la lingua che la spada. Ma anche la cucina del monastero non scherza.

E una chiusa che non ti aspetti.

  1. Seconda regola del predicatore. La miglior predica deve assomigliare a una minigonna: corta, aderente alla vita e aperta al mistero.

Gaetano Lo Russo, Termodinamica monastica e Dizionario breve di varia umanità, Editrice Rogate 2009.

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Chi sposerà il re di Polonia? (Giansenio)

Pur avendone nozione sin dalla scuola media, non avevo mai letto nulla di Cornelis Jansen, cioè Giansenio. Così ho approfittato di una «recente pubblicazione», tanto più che si tratta di una predica pronunciata nel 1628 per la riforma di un monastero benedettino. Il Discorso sulla riforma dell’uomo interiore, inoltre, è considerato, insieme con altri testi, all’origine della «prima conversione» di Pascal, il quale lo lesse quasi vent’anni dopo e ne fu profondamente colpito (la sorella di Pascal parla di «terribili attacchi» durante i quali «poteva bere solo liquidi caldi, goccia a goccia, con grande difficoltà, a causa di uno spasmo e di una parziale paralisi della gola. I piedi e le gambe erano come morti e doveva indossare delle calzature imbevute di acquavite per riscaldarne a poco a poco il gelo marmoreo. Oltre a ciò era tormentato da terribili mal di testa e sentiva le viscere bruciare»).

L’invito rivolto ai «generosi atleti di Gesù» è anzitutto quello di interpretare correttamente il senso di «riforma», che non è dare una forma nuova, bensì recuperare quella originaria, come già ha fatto il Signore (che «ha preferito rifare il vaso che era caduto dalle sue mani, e ridargli la prima forma che gli aveva impresso, piuttosto che gettarlo via dopo che si era rotto o rompere i pezzi che ne erano restati e farne un altro completamente nuovo»), e ricordare che Cristo «è forma di ogni riforma». Per far ciò bisogna avere chiara coscienza della triplice fonte del male: sulla scorta della prima Lettera di Giovanni (2:16), Giansenio punta il dito contro concupiscenza, curiosità e superbia.

La concupiscenza, che ha come scopo la voluttà, si riconosce e si combatte facilmente, ma è comunque ingannevole, perché spesso nasconde sotto ciò che è giusto (mangiare per vivere) ciò che è male (mangiare per gusto). Dunque «è più facile negarsi del tutto i piaceri, anche quelli legittimi, piuttosto che accettarne qualcuno senza commettere molti errori».

La curiosità è una brutta bestia, perché, oggigiorno, «è stata mascherata sotto il nome di scienza». Così ci perdiamo dietro ogni cosa vana, vogliamo sapere, provare, conoscere, siamo malati di novità che inquinano il nostro spirito e ci allontanano dalle cose divine. Se uno esercita una funzione pubblica, argomenta Giansenio, è giusto che sia informato, «ma perché noi semplici cittadini, non coinvolti nel governo dello stato, dovremmo preoccuparci di sapere cosa succede in Asia o quali imprese formino la Francia o quale principessa il re di Polonia vuole sposare? E poi che bisogno abbiamo di essere informati su tutto quello che accade dentro e fuori del nostro paese, sulla terra o sul mare?» (Con buona pace di scienziati e giornalisti.)

Il nemico peggiore è la superbia, perché «in fondo all’anima è impresso un desiderio di indipendenza, nascosto nelle pieghe più segrete della volontà». Qui non si può che confidare nella grazia, perché da soli non ce la faremmo mai. Qui anzi occorre essere in qualche modo grati dei peccati e delle occasioni di sofferenza, perché non ci montiamo la testa e perché «il peccato dell’orgoglio si deve guarire con altri peccati». Siamo deboli, fragili, incostanti, perché dobbiamo imparare che lo siamo.

Più che un discorso è una blindatura, poche parole per forgiare uno scafandro in cui restare chiusi (e sordi e ciechi) in attesa dell’«eternità che brilla lassù». Ecco allora che le violente somatizzazioni di Pascal assumono un colore diverso, e la tranquillità d’animo con la quale io, cinque secoli dopo, chiuso Giansenio, continuo a leggere le notizie sul futuro presidente della Polonia è la figlia riconoscente, ancorché quasi inconsapevole, anche di quei «terribili attacchi».

Cornelis Jansen (Giansenio), Discorso sulla riforma dell’uomo interiore, a cura di E. Violo, Aragno 2012.

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Lacrime, sudore e sangue

Uso molta prudenza quando faccio una gita in territorio mistico, più del solito, e tendo a seguire guide di comprovata esperienza, come Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi, curatori di uno dei libri più belli (sì, belli, per concezione, realizzazione, struttura, ricchezza, leggibilità, ecc.) sull’«argomento»: le Scrittrici mistiche italiane.

Salvo i casi più noti, la lettura del volume si traduce in una scoperta dopo l’altra – già i nomi allineati nell’indice raccontano qualcosa: Umiliana Cerchi, Umiltà da Faenza, Villana de’ Botti, Osanna Andreasi, Domenica del Paradiso, Battistina Vernazza… dal 1235 di Chiara d’Assisi al 1973 di Angela Gavazzi. E presi per mano da introduzioni e note si può concentrarsi ora su labirinti teologici, ora su espressioni della corporeità più terrena, sempre su una lingua rigogliosa e piena di tensioni («Si ricorderanno i lessicografi che questi testi sono una riserva unica di lingua orale autentica, perché direttamente ripresa nella sua forma originaria almeno nelle trascrizioni delle estasi?» commenta padre Pozzi), che è stata sistematicamente esclusa dai percorsi della storia letteraria come comunemente la si studia.

Per cominciare, il corpo, la strada più agevole da percorrere, perché lì, tra l’altro, le metafore attingono più direttamente al quotidiano e si trovano fotogrammi estremamente vividi. E sempre lì si potrà osservare il sospetto e l’inesorabile volontà di controllo, da parte di un apparato ecclesiastico maschile, su certe manifestazioni che un tempo (XIII secolo) erano segni inequivocabili di estasi mistica, e oggi ad alcuni potrebbero sembrare quasi scene di un film di esorcismi. Un paio di esempi, tra i tanti, dopo aver letto un terzo del volume.

Benvenuta Bojanni (nata nel 1255, a Cividale) si sveglia dopo una notte tormentosa e «si accorse di molte gocce di sangue sul velo che teneva in capo e provò allora a vedere se avesse perso sangue dal naso, e poiché questo non era assolutamente accaduto, si accorse che erano state le sue lacrime ad aver preso il colore del sangue». Va in chiesa e si mette a pregare, non riesce a trattenere il pianto e «versò tanta moltitudine di lacrime che la parte del velo con cui si asciugava le lacrime si trovò inzuppata come se fosse stata tirata fuori dall’acqua». Se qualcuno avesse dei dubbi, può avere conferma da una testimone oculare, infatti «sulla panca su cui giaceva abbattuta, si vedevano rivoli e tracce di lacrime, come attesta la devota Giacomina, sua fedele segretaria [secretaria], che pregava vicino a lei». La stessa Benvenuta, va ricordato, che talvolta il demonio sollevava e gettava a terra «con tanta violenza… che il manto le sfuggiva via dal corpo», e che lei a sua volta buttava per terra e «postogli un piede sul collo prendeva a rimproveralo con oltraggiose parole, mentre sedendosi sopra di lui non lo lasciava fuggire».

Vanna da Orvieto (nata nel 1264), invece, è afflitta da episodi di immobilità assoluta, in cui mette per così dire in scena ciò che medita della Passione di Cristo o del martirio dei santi: quando il suo pensiero va a Paolo, «il suo corpo apparve come quello di uno che si dispone per essere decapitato, inchinato e con il collo proteso». Tanto che in quei momenti di fissità «se alcuno non conoscendola l’avesse veduta, l’avrebbe creduta morta… Avresti anche potuto vedere in quel momento come le mosche, che con voli fastidiosi e continue punture così spesso non danno pace, passeggiavano a schiere sfacciatamente sui suoi occhi». Talvolta è assalita da un calore sovrumano e «tutto il corpo si scioglieva in un sudore straordinario, tanto che bisognava che ella avesse sempre pronto un panno per asciugarsi di continuo il corpo del sudore che grondava»; altre volte si blocca come Cristo in croce («concrocefissa») e «mentre lei era in questa penosa estensione, [si] poteva udire uno scricchiolio delle ossa così forte da sembrare che si staccassero dalle loro giunture».

Scrittrici mistiche italiane, a cura di Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi (prima ediz. 1988), Marietti 1820 2004.

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Vincent de Paul Merle, il monaco che perse la nave (Who’s Who, VIII, pt. 1)

Vincent de Paul (n. James) Merle, 1768-1853, o.c.s.o., «uno dei più tenaci trappisti che mai sia vissuto» (Th. Merton). Nato a Chalamont, non molto distante da Lione, entra nel monastero trappista di Val-Sainte, in Svizzera, nel 1805. Gli anni precedenti sono stati piuttosto complicati, per via della rivoluzione. Merle studia dai gesuiti a Lione e nel 1798 fa un primo tentativo di entrare a Val-Sainte, ma la salute non lo sostiene e torna in Francia. Ordinato segretamente sacerdote, si dedica a quel che resta dell’attività pastorale, cosa che gli costa l’imprigionamento, a Bourg, e, pare, la condanna alla ghigliottina. Riesce a evadere e si rifugia in una specie di seminario nascosto nei boschi. Dopo il concordato napoleonico ritorna all’attività pastorale e infine si presenta di nuovo a Val-Sainte, dove pronuncia i voti solenni.

L’abate, il famoso Augustine de Lestrange, il riformatore della Trappa, lo manda quasi subito al Monginevro per accudire una nuova fondazione, ma in breve il mutato clima generale spinge l’abate di Val-Sainte a cercare lidi più sicuri per i suoi monaci. Così Merle parte per l’America, con alcuni confratelli, e il 6 agosto 1812 approda a Boston.

Merle si muove molto, tra Pennsylvania, Maryland e New York, ma i tentativi di aprire una «filiale» trappista non hanno successo e circa tre anni dopo i monaci vengono richiamati dalla casa madre. È il maggio del 1815, Vincent de Paul, Francis Xavier e pochi altri confratelli sono sul molo di Halifax («è la prima volta che il saio bianco dei cisterciensi fa la sua apparizione nella Nova Scotia»), in attesa di un «passaggio» per l’Europa. Alla fine lo trovano e si imbarcano, con tutto il loro bagaglio, sulla Ceylon, ma il vento è contrario, e la nave non salpa. Passati due giorni, Merle scende a terra per comprare qualche provvista e, proprio mentre è in giro per la cittadina, il vento cambia. Il monaco se ne accorge, e corre al porto, ma è troppo tardi.

«Quando il buon padre arrivò al molo si rese conto con enorme stupore che la nave si era già allontanata parecchio. Provò a raggiungerla, a bordo di un’altra imbarcazione, ma inutilmente; ogni cosa era ormai perduta: il suo “passaggio”, i suoi confratelli, le sue cose. Ciò che gli restava in quel momento era il vecchio saio che indossava e la ghinea che aveva preso per acquistare del cibo.»

È impensabile che Vincent de Paul l’abbia fatto apposta, commenta Thomas Merton, «ma da quanto sappiamo del suo carattere non è improbabile che qualche impulso inconscio lo abbia spinto a girare per Halifax più a lungo di quanto non fosse necessario…» E non si fatica a crederlo, a giudicare dalle vicende degli anni successivi…

(1-continua)

[da Thomas Merton, Le acque di Siloe (1949), Garzanti 1992, pp. 123 e sgg.; Luke Schrepfer, Pioneer Monks in Nova Scotia (1947), Kessinger Publishing 2007, pp. 16 e sgg.]

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Segnaletiche e distanze (Anna Maria Cànopi)

Ho letto, e non poteva essere diversamente, il piccolo libro autobiografico che Anna Maria Cànopi ha recentemente dedicato alla sua vita di monaca di clausura. La badessa del monastero Mater Ecclesiae è una voce troppo importante del monachesimo contemporaneo perché mi facessi frenare dal nervosismo che prevedevo mi avrebbero provocato le sue parole. Che poi, più che del mio nervosismo, del tutto irrilevante, si è trattato di qualche inciampo, sempre mio, davanti a certe espressioni molto risolute. Come: «società neo-pagana», «ebbrezza di autodeterminarsi», «di nulla possiamo vantarci se non della gratuità della salvezza operata da Dio», o ancora: «Nulla nella nostra vita avviene per caso. Su ciascuno di noi c’è un disegno di Dio che egli stesso porta a compimento predisponendo i mezzi e le circostanze favorevoli e richiedendo da parte nostra la docilità, la libera adesione – per fede – alla sua volontà» (il corsivo è mio).

Il libro ripercorre la storia di una vocazione lungamente covata e sbocciata infine agli inizi degli anni Sessanta: la famiglia, e il luogo, di origine, gli studi universitari, l’ingresso nel noviziato di Viboldone, la «fondazione» del monastero sull’Isola di San Giulio (1973), la partecipazione ai grandi eventi della Chiesa unita al ritiro fisico e spirituale. Confesso che mi sarebbe piaciuto che la badessa si fosse soffermata di più proprio sulla maturazione della sua vocazione. Il capitoletto è uno dei più lunghi, ma rimane un po’ in superficie (d’altra parte «la vocazione è un mistero di grazia, non è facile descriverne l’origine e lo sviluppo»). Per contro ci sono molti spunti interessanti, come la «lettura» dei monasteri come «una segnaletica nella giusta direzione… per tutti gli uomini in cammino nella storia e spesso distratti e disorientati», come anticipazione della realtà escatologica che, «in certo modo, si rende visibile» – per limitarsi a un solo esempio.

Non è una persona qualunque, ammesso che esistano, la badessa, e ne è consapevole proprio mentre ci racconta la sua scelta di adesione e «immolazione». Questa volta la distanza che percepisco, sul metro delle parole, unico di un possibile confronto, è pressoché incolmabile, e forse non c’è nemmeno bisogno di sforzarsi per trovare un modo di colmarla. Il mondo è lo stesso, la visione è diversa. E tuttavia, se io non mi permetto di considerare «sbagliata» la sua visione, mi piacerebbe allo stesso modo non essere inserito d’ufficio in un disegno altrui – come un bambino ostinato che si rifiuta di accettare la realtà, come un ingrato superbo, come un individuo perduto in attesa di un lampo. Restando su un piano astratto, io tendo a non dubitare della fede altrui, di certo non per partito preso, chiederei in cambio di non essere fatto oggetto di condiscendenza o pietà (o peggio, come accade in casi assai più seri del mio, che è quello di un comune lettore). Capisco anche come ciò sia impossibile – il disegno di questo Dio non può esistere soltanto per alcuni e per altri no – e anche su questo misuro l’ampiezza della distanza.

Anna Maria Cànopi, Una vita per amare. Ricordi di una monaca di clausura, Interlinea 2012.

 

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