Quando ricevo il nuovo fascicolo di «Benedictina»

Quando ricevo il nuovo fascicolo di «Benedictina» è sempre una piccola festa (che ricorre, ahimè, solo due volte all’anno): vuoi per la veste tipografica sobria e demodé, vuoi per il marchietto rosso del Centro storico benedettino italiano, che pubblica la rivista, vuoi per il piacere di scorrere il sommario, con quei titoli di articoli come: Postille su Fogazzaro e l’Abbazia di Praglia dai carteggi dell’abate Teodoro Cappelli.

L’ultimo numero (Anno 59, Fasc. 1, gennaio-giugno 2012), testé arrivato, ha rinnovato la tradizione senza incertezze. Il sommario è di quelli di alto livello: Romualdo e Camaldoli, Claude Martin e le benedettine dell’Adorazione perpetua, una cronotassi, Fogazzaro, appunto, e un «necrologium monacorum» da un’abbazia del cesenate. E poi c’è l’Editoriale, firmato come di consuetudine dal «Redattore», che questa volta mi è parso particolarmente notevole.

Anzitutto per l’italiano semplice e bello in cui è scritto, e inoltre per alcune finezze e punture di spillo dissimulate con discrezione nel dettato. Attacca così: «Tenuto conto che già all’inizio del sec. XI lo storico cluniacense Raoul Glaber parlava di un bianco manto di nuove chiese che aveva ricoperto l’Europa, non fa meraviglia che all’inizio del terzo millennio qua e là si celebrino uno di seguito all’altro millenari di monasteri famosi, alcuni dei quali ancora in vita», con una strizzatina d’occhio a chi usa ancora la grafia di Rodolfo il Glabro… Il millenario di Camaldoli, dunque, oggetto di diversi convegni «alla cui organizzazione il nostro Centro, pur non essendovi stato in alcun modo coinvolto [piccolo sassolino levato], ritiene opportuno dare la dovuta pubblicità». Non solo, «altro materiale di carattere romualdino» sarà pubblicato prossimamente, a riprova di interessamento e augurio per le successive iniziative, «nonostante la nostra estraneità ad esse» [e due].

«Per il resto la nostra rivista», continua l’Editoriale, «anche se giudicata di carattere “locale” dal Ministero per i Beni culturali e perciò esclusa dai finanziamenti statali [terzo elegante sassolino], prosegue sia pur umilmente nel suo impegno scientifico…» con contributi seri e critici «a ricordare le glorie – ma anche le sconfitte – del monachesimo italiano». Assai fine è poi il riferimento allo studio su Fogazzaro, «di cui è nota la profonda amicizia per i benedettini di Praglia», come quello alla ricerca su Mechtilde de Bar, che ebbe contatti con i Maurini, ai quali «noi continuiamo ad ispirarci, ripercorrendo gli annali dell’ordine di san Benedetto, non solo per approfondirne il passato, ma anche per fornirne, quali fonti, il materiale della storiografia futura».

La nota di chiusura è per chi non c’è più, in questo caso il «noto poligrafo» dom Réginald Grégoire, «che raccomandiamo al commosso suffragio dei nostri lettori».

Lo so che non c’entro molto con tutto questo, e so anche altre cose che hanno a che vedere con questo mio «interesse», tanto che a volte mi sembra quasi di stare spiando in casa altrui da dietro uno stipite. Però, come dicevo, un nuovo numero di «Benedictina» resta, più o meno legittimamente, una piccola festa – me lo rigiro in mano e sono contento così.

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