«Che male c’è?»

Sto leggendo con grande piacere gli Esempi e parole dei santi Padri teofori di Paolo Everghetinós, per la precisione il primo volume, dei quattro previsti, da poco pubblicato dalle Edizioni Scritti Monastici dell’Abbazia di Praglia, per la cura di M. Benedetta Artioli. È un’«amplissima antologia di… indicazioni spirituali concrete» redatta intorno al 1050 dal monaco bizantino Paolo, fondatore del monastero della Madre di Dio Benefattrice, presso Costantinopoli, e che finì con l’essere identificato con la sua opera; ebbe larghissima diffusione manoscritta, successivamente s’inabissò, per poi riemergere nel 1783, a Venezia, con la prima edizione a stampa a cura degli stessi editori della Filocalia. Alla quale Filocalia può essere accostata, a un livello decisamente più pratico: cosa deve fare un giovane monaco che voglia progredire sulla via della virtù? I dubbi e le domande che possono sorgere sono infiniti, e Paolo vi dedicò un altrettanto infinito prontuario di risposte, ordinate per argomento, traendolo senza scopi filologici, bensì puramente pedagogici, dalle opere e dalle testimonianze dei Padri del deserto e di altre autorità riconosciute, come dice il titolo originale che merita di essere riportato: Everghetinós, ovvero Raccolta delle parole ispirate e degli insegnamenti dei santi Padri teofori, raccolti da tutti i loro scritti ispirati, disposti in modo semplice e utile dal santo monaco Paolo, soprannominato Everghetinós.

Credo che la leggerò tutta perché, come dicevo, la lettura è molto piacevole e si ripassano pagine importanti del monachesimo delle origini, che trasudano di riferimenti alla vita quotidiana di anacoreti e comunità. Il motivo di questa prima tappa, tuttavia, è un altro, è l’Argomento 15: «È necessario che quanti hanno rinunciato al mondo non abbiano rapporti con i parenti secondo la carne e non abbiano attaccamento per loro». Una manciata di testi che sviluppano il tema della xenitía (l’essere stranieri a questo mondo) in riferimento ai rapporti di parentela: oggi suonano durissimi, per non dire feroci, ma forse anche allora, per quanto coerenti, suscitavano per lo meno qualche tentennamento.

Mi pare lo dimostrino in particolare alcune frasi e atteggiamenti delle donne, madri e sorelle, che alla fine comprendono la scelta di figli e fratelli, ma che in un primo momento esprimono il proprio sconcerto con accenti toccanti. Come la sorella di Pior, che «già vecchia, saputo da qualcuno che il fratello era ancora in vita [dopo cinquant’anni che se n’era andato], quasi impazziva dal desiderio di vederlo»; o la sorella di Pacomio che bussa al monastero chiedendo di vederlo e si sente rispondere dal portinaio mandato dal fratello: «Ecco, hai saputo di me che sono vivo. Vattene, dunque, e non rattristarti se non ti vedo», se vuoi ti faccio costruire qui una cella dovre potrai salvarti, eccetera, «ricevuta questa risposta, la sorella si mise a piangere, poi, presa da compunzione…»; o la madre di Teodoro che, ricevuto dal figlio il rifiuto di incontrarla, si ferma presso il monastero, unendosi alla comunità femminile e «pensando che certamente, se era volontà di Dio, lo avrebbe visto con gli altri fratelli e, grazie a lui, avrebbe guadagnato la sua anima» (e il commento è assai indicativo: «Così bisogna che, quando sopravviene qualcosa di austero a gloria di Dio, per quelli a cui capita divenga occasione di profitto, anche se appare un po’ penoso», e direi!).

C’è poi la madre di abba Poemen, chiusa fuori dalla chiesa: «Che io vi veda, miei amati figli!» Poemen, con i fratelli, non molla: «Perché, vecchia, gridi così?» Perché!? «Voglio vedervi, figli! Che male c’è se vi vedo? […] permettetemi di vedervi appena un momento». Già, che male c’è? Il braccio di ferro si conclude con la promessa del figlio: «Vuoi vederci qui o nell’aldilà? … Se ti sforzi per non vederci qui, di là ci vedrai».

E infine la madre di Simeone lo Stilita, «che ancora recava profondamente nelle viscere il naturale fuoco dell’affetto, [e] non potendo in altro modo spegnere questa fiamma, se ne andò da quel figlio che viveva nella carne come se non avesse carne». L’anacoreta rifiuta di incontrarla: tratteniamoci, serbiamo il nostro incontro «per il secolo futuro», se saremo graditi a Dio. La madre non capisce (più esattamente, il suo amore non le permette di capire) e insiste, Simeone allora, tutto rigido, le fa la lezione ma infine acconsente: «Dio ha giudicato che, tra poco, io ti veda». «La madre, dunque, ricevendo questa dolcissima e desideratissima promessa ne ebbe l’anima sollevata e con queste speranze riprendeva coraggio e gioia, ed era tutta proiettata nel futuro, quasi vedesse il figlio presente, lo abbracciasse, lo stringesse, e le sembrava di sentirne la voce.» Ma… «ma in quel mentre, così si misero le cose: all’improvviso la madre giunse al termine della sua esistenza». L’anima di lei è salva, e anche la virtù di Simeone, e persino l’onore, perché lo Stilita si avvicina infine al cadavere della madre e «la contemplò, come aveva promesso». No comment.

Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, pp. 129-139.

 

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«Voci dal chiostro», di Pasquale Maffeo

Voci dal chiostro«Siamo come cartelli stradali che indicano al mondo quale sia la vera mèta da raggiungere, che cosa abbia veramente valore, per che cosa sia il caso di giocare l’esistenza.» Messi da parte preventivamente le perplessità e i dissensi che in un lettore come me provocano frasi come questa, bisogna dire che il volume di Pasquale Maffeo rappresenta un’occasione limpida per conoscere, come promette il titolo, le voci, i pensieri e i sentimenti di alcune monache di clausura. Il libro raccoglie infatti, senza filtri né manipolazioni, le risposte a un questionario di dodici domande diffuso dall’autore per via telematica presso quindici comunità monastiche italiane di ordini e congregazioni diversi. «Estratti di cronaca di un altro pianeta», li definisce, ma più che le informazioni contenute nelle risposte – non sono poche le testimonianze del genere a disposizione –, mi ha interessato la differenza di tono, di atteggiamento, di articolazione e stile.

Le domande proposte coprono molti temi: oltre a una generica richiesta di indicazioni concrete sul monastero, si va dalla vocazione al rapporto tra clausura e mondo esterno, dallo spirito della regola alla santità, alla giornata tipo, dal rapporto con Dio a quello con Internet. E le risposte sono lunghe, molto lunghe o anche telegrafiche; alcune hanno il sapore di formule messe a punto da tempo, mentre altre sembrano sgorgate sul momento; alcune dispiegano il consueto armamentario di immagini astratte, altre sono assai concrete; alcune sono per così dire collettive e altre individuali; alcune comunità ne escono francamente un po’ impettite, altre molto più distese; di alcune comunità si sente la struttura, di altre lo slancio; in alcune risposte affiora la rivendicazione, per non dire il monito, in altre la serena illustrazione di un modo di vivere e di sentire. Differenze, cosa che non stupisce in effetti, ma la loro emersione va ascritta a merito del libro, e al modo scelto per sollecitare e raccogliere gli interventi.

Ci sono anche tratti unificanti, e non potrebbe essere diversamente. La relazione sponsale con Gesù, la gioia e la contemplazione, il mistero della chiamata, la preghiera come riparazione, l’adesione al magistero della Chiesa, quella particolare torsione grazie alla quale l’essere «fuori dal mondo» è vissuto addirittura come un maggiore radicamento in esso, un autentico «rientro». Ho dovuto tenere a bada la voglia di ribattere soltanto davanti alle risposte riunite sotto la rubrica «Clausura e mondo “senza fede”», poiché vi ho trovato il solito dito puntato in maniera sommaria contro il soggettivismo e l’«efferato rifiuto della fede», ma è vero anche che le posizioni sono sfumate. «Nel silenzio del monastero si impara ad accogliere nel cuore anche il silenzio di fede dei nostri fratelli e sorelle che pensano di fare a meno di Dio»: un giorno sarei sbottato, oggi non più, e non perché abbia dubbi o mutato parere, tutt’altro, bensì perché apprezzo la formulazione discreta.

E infine mi piace quando in mezzo a tante parole dallo stile nel complesso molto sorvegliato e comprensibilmente trattenuto, sfugge l’avverbio che strappa un sorriso: «Alle 13.15 suona la squillante campanella del refettorio, finalmente c’è il pranzo».

Pasquale Maffeo, Voci dal chiostro. Monache di clausura raccontano, prefazione di M. Beck, Àncora 2013.

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Andrea Carobene, «Diario di un monaco del XXI secolo» (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Il capitolo del libro di Andrea Carobene forse più riuscito è il quarto, «IV settimana di Avvento», che prende le mosse da questa affermazione: «Credo che la fisica, quella che va sotto il nome di “teoria delle stringhe”, sia oggi lo strumento più potente per percepire le vibrazioni di Dio nell’universo. Credo che questa teoria, ancora da dimostrare e da verificare, ci possa davvero illuminare su cosa aveva in mente Dio nel creare l’universo. È la fisica di oggi la preghiera più potente che sta svelando il pensiero di Dio sul cosmo». Dopodiché l’immaginario «fisico e certosino» torna sull’«esperimento delle due fenditure», sulle relative considerazioni di Feynman e sulla conclusione: è impossibile la certezza, è certa la probabilità. «Oggi la scienza dice che, data una certa particella, non si può dire se questa passerà dalla fenditura A o dalla B. Si può però dire, su 10.000 particelle, quante passeranno dalla fenditura A e quante dalla B». Questa impossibilità non è legata a un difetto di conoscenza, è bensì intrinseca alla «natura delle cose», e «il determinismo della fisica classica si è spostato dal comportamento della singola particella al comportamento di un insieme di particelle le cui probabilità variano seguendo le leggi della fisica».

Il passaggio dalla certezza della probabilità all’impossibilità della singola previsione, mi pare di aver capito, coincide con l’osservazione del fenomeno, e si porta dietro la questione  delle «storie possibili» e degli universi alternativi aperti dalla meccanica quantistica. «A ogni lancio di un fotone, l’universo si biforca… Due universi per ogni scelta, per ogni decadimento: due porte che conducono a due mondi radicalmente differenti», Carobene richiama qui per analogia le due porte del Deuteronomio (30:15-16): a ogni momento ci troviamo di fronte a biforcazioni  possibili delle nostre esistenze, piccole e meno piccole, e le scelte fatte si stratificano, influenzano quelle ancora da compiere, «il passato non si dimentica ma si attualizza nel presente, allo stesso modo con il quale la scelta di una particella di entrare o passare per una delle due fenditure diventa quasi vincolante per quelle che seguono». Nulla passa senza lasciare traccia, e il monaco scienziato addita come simbolo supremo di ciò le piaghe di Gesù Cristo, simbolo di tutte le ferite della storia, quella minuscola e quella maiuscola, e che si chiuderanno soltanto alla fine.

Carobene prosegue il suo discorso passando in rassegna il «principio di minima azione», i «diagrammi di Feynman» e la funzione d’onda, esplorando le relazioni tra previsione di un fenomeno, sua probabilità e suo effettivo accadere, per approdare infine alla cruciale antitesi tra ordine e caso. Già, la domanda di sempre, principio ordinatore o pura combinazione? Durante la lettura ho annotato parecchie volte a margine il mio dissenso, che tuttavia mi pare irrilevante e spesso contraddittorio. Semplicemente non frequento queste analogie avventurose, che mi sembrano rientrare più nel campo dei «giochi verbali». Tali giochi sono tutt’altro che vani e sono parte di quello che forse è il nostro essere, ma mi piace esplorare, come in un esperimento mentale, la possibilità di un tranquillo rifiuto della cosiddetta «sete di infinito», che l’autore, e non soltanto lui, connette alla ricerca scientifica. Nel mio tempo a scadenza altri universi non sono dati (a stento è dato questo), l’idea di spazi a 26 dimensioni è una frase su un foglio e Achille sorpassa la tartaruga in una frazione di secondo. Non è un rifuto ideologico, è soltanto un’ammissione di incapacità, un tentativo.

Forse non c’entra molto, ma mi viene comoda per concludere una citazione di Fernando Pessoa (fresca perché è stata una rilettura contemporanea): «Risolviamo bruscamente, con il sentimento, i problemi dell’intelligenza, e lo facciamo per la fatica di pensare, oppure per la timidezza di trarre  conclusioni, o per l’assurda necessità di trovare un appoggio, o per l’impulso gregario di far ritorno agli altri, alla vita. Perché non possiamo mai conoscere tutti gli elementi di una questione, non la potremo mai risolvere. Per raggiungere la verità ci mancano dati sufficienti, e processi intellettuali che esauriscano l’interpretazione di quei dati».

(2-fine)

Andrea Carobene, Diario di un monaco del XXI secolo, Città Nuova 2013.

 

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Andrea Carobene, «Diario di un monaco del XXI secolo, fisico e certosino» (pt. 1)

Visto, preso, letto. Anche se la probabilità (o forse il desiderio) che la premessa del libro fosse vera era molto bassa sin da principio, il tenore della nota biografica dell’autore, una ricerca in rete e una esplicita richiesta alla casa editrice l’hanno azzerata. D’altra parte, come resistere a un titolo del genere? A un incipit che recita: «Sono diventato monaco per immergermi nell’infinito, ma mi sono perso… Sono un certosino, ed ero un fisico»? Va detto che un vero monaco probabilmente non avrebbe mai pubblicato così un tale volume, i certosini e le certosine sono noti per firmare opere, traduzioni e curatele con la formula «a cura di un certosino».

L’operazione di Andrea Carobene è tuttavia interessante: immaginare che un ricercatore di fisica delle particelle a un certo punto si faccia monaco e, su invito del padre superiore, provi a illustrare la continuità che può sussistere tra i due campi di esperienza. Esperienza di conoscenza, che è l’intento principale del volume; esperienza emotiva, che è l’impressione che ne ho ricavato io. Il ponte tra i due campi mi è parso, infatti, affidato al sentimento, di meraviglia e di mistero, più che allo sfumare delle conseguenze di alcune teorie scientifiche, dei loro paradossi e dilemmi, nelle elaborazioni del pensiero teologico e nei territori della fede. Ho sempre avvertito un salto logico tra un tipo di discorso e l’altro, il ponte per me è interrotto, ma questo, come si suol dire, è un problema mio, e delle mie limitazioni, in un campo e nell’altro.

Il volume, che ha la forma di un diario che segue i tempi liturgici di un anno, alterna l’esposizione divulgativa e ben fatta di varie questioni scientifiche a riflessioni, spesso di tono ispirato, sui principi e sui misteri della fede. Il ripasso prevede la matematica degli infiniti, e del transfinito, di Cantor, i paradossi di Zenone e le particolarità di √2; gli studi sulla luce e l’«esperimento delle due fenditure di Feynman»; Rutherford, Bohr e il modello atomico; la meccanica quantistica e le «storie» e i diagrammi di Feynman»; la funzione d’onda, l’equazione di Schrödinger (che «è considerata una delle più belle di tutta la fisica e costituisce un monumento all’intelligenza umana») e le relazioni di Heisenberg; e infine la teoria dei mondi possibili e la teoria, anzi le teorie delle stringhe, cui è dedicato ampio spazio (e che, ci ricorda l’autore, chiamiamo così in virtù di un clamoroso anglicismo, trattandosi più correttamente di strings, cioè corde).

Non mi avventuro al di là di questo elenco (con la divulgazione scientifica mi capita sempre così: grande entusiasmo e impressione di capire, seguiti da incapacità di ripetere), mi limito a dire che Carobene deriva in modo non banale da ogni esposizione scientifica considerazioni circa la posizione dell’essere umano nell’universo, i limiti del suo pensiero, l’interconnessione dei fenomeni, l’impossibilità di aderire a un puro determinismo (Laplace confutato dalla meccanica quantistica), il bisogno di spiegare e la sete di infinito. È la scienza più avanzata che ci spingerebbe alla fede, nell’atmosfera rarefatta delle equazioni e dei modelli più sofisticati si può compiere il passo decisivo verso Dio e verso l’unicità di ogni singola esistenza. Il comportamento probabilistico delle particelle – la loro «memoria», il loro «annusare» – è quanto di più simile a noi.

(1-continua)

Andrea Carobene, Diario di un monaco del XXI secolo, fisico e certosino, Città Nuova 2013.

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«Non occorre abitare in un monastero per vivere come un monaco»*

Tvedten, How-to-be-a-monastic«Sono molto poche le persone che vogliono entrare in un monastero oggigiorno, ma sono sempre di più quelle che desiderano visitarlo», scrive il benedettino Benet Tvedten, e prosegue, citando Timothy Radcliffe (superiore generale dei Domenicani dal 1992 al 2001): «Chi sono costoro? Alcuni senza dubbio sono turisti in gita, che magari sperano di scorgere un monaco, come una scimmia allo zoo – tanto che potremmo aspettarci di vedere in futuro dei cartelli che recitano Non dare cibo ai monaci. Altri vengono per la bellezza degli edifici o per le attività liturgiche. Molti sperano di poter incontrare in qualche modo Dio».

Questa ironia è tipica del curioso volume di Tvedten, How to be a monastic and not leave your day job, titolo molto pragmatico di una semplice introduzione al fenomeno sempre più diffuso dell’oblazione, con particolare riguardo all’Ordine benedettino e al Nord America (l’autore è stato per oltre trent’anni direttore degli oblati, e priore, della Blue Cloud Abbey, a Marvin, nel South Dakota, chiusa circa un anno fa per mancanza di nuove vocazioni).

La tesi principale del volume è che oggi la spiritualità benedettina non è più confinata nei monasteri e sta anzi staripando, essendo uno degli «strumenti» più efficaci per migliorare qualsiasi vita ci si trovi a vivere. La chiave di questo fenomeno va individuata, secondo Tvedten, nei due voti – o promesse, se non si è professi – specifici del carisma benedettino: la conversione dei costumi (la conversatio) e la stabilità («Stabilità significa vivere nella realtà»). In qualunque luogo o situazione viva, il benedettino, monaco o oblato, si impegna a progredire nella propria spiritualità, e lo fa consapevole di appartenere a una comunità il cui valore è pari, se non superiore, a quello del singolo. Famiglia, quartiere, scuola, posto di lavoro, associazione, sono tutte comunità («comunità intenzionali») delle quali il benedettino si prende cura, in una continua dialettica tra sé e gli altri, tra sé e l’abate-capo; rispetto, ascolto, disponibilità, diligenza, sono tutte forme di questa cura e risuonano, in senso spiccatamente cristiano, con la Regola di Benedetto (regola, ricorda l’autore, composta assai prima delle divisioni tra i cristiani e in tempi che, per complessità e difficoltà, possono rassomigliare ai nostri).

Preghiera, lettura delle Scritture, lavoro ben fatto e in spirito di servizio, relazione, regole condivise, pace, giustizia, ospitalità: il ritratto di una comunità in cerca di Dio, e anche di serenità e prosperità, emerge da una quotidianità in cui queste cose si mescolano naturalmente con le piccole e meno piccole attività ordinarie. Ordinarietà è addirittura la parola che secondo l’autore riassume adeguatamente la formula benedettina: «Benedetto era un uomo comune, e la sua Regola è ordinaria», come lo è la stragrande maggioranza delle esistenze. In una costante ma non drammatica tensione tra ciò che siamo e ciò che dovremmo essere, «realisticamente, certi giorni non succede un granché», e la Regola diventa la routine, una routine che non ci deve scoraggiare, né per la sua apparente monotonia, né per i nostri continui errori.

Di questo straripamento – un fenomeno ricco di significati e qui soltanto presentato – gli oblati e le oblate sono il segno più luminoso e tangibile, e anche fonte di grande speranza per i monaci stessi (all’epoca della stesura del testo, le stime riportavano circa 24.000 oblati benedettini a fronte di circa 25.000 professi), e il merito dell’autore, pacato, ottimista e pratico, è quello di mostrarceli nella loro più marcata concretezza, alle prese con problemi di tempo, di spostamento, di disponibilità economica, di volontà e determinazione, e tuttavia convinti che qualcosa si possa sempre fare («Mi sono convinto», commenta Tvedten, «che san Benedetto sia il patrono dell’umana imperfezione»). In fondo la Regola contiene anche un costante appello alla discretio, cioè alla flessibilità, e il tempo di una «pasusa Bibbia» si può sempre trovare, come nel caso di Wanda, «che gestisce un donut shop nella cittadina vicina al nostro monastero e che spesso può essere trovata intenta a leggere la Bibbia quando non ci sono clienti. Sta facendo la lectio divina».

Benet Tvedten, How to be a monastic and not leave your day job. An invitation to oblate life, Paraclete Press 2006 (*il titolo del post è tratto dallo slogan in quarta di copertina).

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Tisane, francobolli e raccolte di saggi

Francobollo Montecassino

Avere un «Google Alert» per «monachesimo», ordinare le cartelle dei siti preferiti – appunto – per Ordine, essere iscritto a un certo numero di newsletter. Spulciare i siti come Quel che passa il convento e Prodotti monastici dall’Italia e dal mondo, e fare confronti tra la «Tisana alle erbe “D”», delle Benedettine di Orte, o la «Tisana LS3», dell’Abbazia di Finalpia; oppure valutare la piccola pasticceria su Monastic – Le Savoir-faire des Monastères. Andare al Salone del Libro di Torino e comprare tutte le novità che hanno «monac*» nel titolo (acquisti interessanti, quest’anno). Passare del tempo (complessivamente saranno decine di ore) su Romanes.com a sfogliare gli album fotografici delle abbazie francesi. Ascoltare tanto gregoriano. Passare ai raggi X una bancarella di libri usati e andarsene tutti contenti con in mano Scottish Abbeys. An Introduction to the medieval abbeys and priories of Scotland, dell’Ispettore per i Monumenti Antichi della Scozia, Stewart Cruden, pubblicato nel 1960 dall’Her Majesty’s Stationery Office. Esplorare Project Gutenberg e scaricare Avvenimenti faceti raccolti da un anonimo siciliano, di Giuseppe Pitrè, perché sicuramente ci sarà qualche bella storiella di monaci (e infatti c’è). Comprare un pacchetto di caramelle solo perché sulla confezione c’è l’immagine di un monaco. Guardare sistematicamente sul canale YouTube di TV2000 i bei documentari della serie «I passi del silenzio», dedicati alle comunità monastiche italiane (ci vuole un po’ di tempo, perché ogni puntata dura circa un’ora, e le stagioni sono già quattro, ma ne vale la pena, perché si possono ascoltare un po’ diffusamente le parole di monaci e monache di oggi, oltre a vederli per così dire in azione). Curare una piccola raccolta di francobolli di soggetto religioso/monastico (il 19 luglio 2012 le Poste Italiane hanno emesso un francobollo da 0,60 della serie tematica «Il Turismo» dedicato a Montecassino, e adesso è frequente trovarlo sulle buste). Eccetera, eccetera.

Ecco, anche questo fa parte del mio «essere appassionato di monachesimo». Non soltanto questo, certo, perché poi ci sono la raccolta dei saggi di Benedetto Calati, l’edizione commentata della Regola del Maestro (due splendidi volumi a cura di Marcellina Bozzi, o.s.b., e Alberto Grilli), le riviste specializzate e un semplice quanto ostinato desiderio di comprensione, ma è giusto che mi chieda se nell’espressione di cui sopra il termine intercambiabile non sia proprio «monachesimo». Perché a volte qui sembra che abbia più importanza il come del cosa. Lo dico soprattutto per prevenire quel sentimento pericoloso che spinge a inorgoglirsi dei propri interessi, a pensare che interessarmi di un argomento piuttosto che di un altro mi renda migliore: attenzione, io non colleziono adesivi e sticker (cosa che peraltro faccio), io m’interesso di monachesimo!

Il mio atteggiamento, la mia passione e i suoi modi sono, appunto, tipici, e ci posso convivere serenamente. Mi illudo che ci sia almeno una qualche forma di ricaduta pratica, sia sul versante del come (cosa significa interessarsi a qualcosa?), sia su quello del cosa: una scelta più sensata magari riesco ad azzeccarla se al momento giusto mi ricordo di quello che dice abba Poemen.

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Non è questione di luogo (Dice il monaco, XIII)

Dice Eutimio, 430 ca.:

Non dobbiamo accogliere i pensieri cattivi che introducono in noi, a nostra insaputa, un sentimento di tristezza e di odio riguardo al luogo ove siamo e verso i nostri compagni di vita, o che seminano segretamente in noi accidia o che ci suggeriscono di passare in altri luoghi. No, dobbiamo vegliare sempre e portare attenzione alle astuzie del demonio, per paura che la nostra regola sia distrutta dal mutamento di luogo. Un albero continuamente trapiantato non può fruttificare: allo stesso modo un monaco non porta frutto se passa da un luogo all’altro. Se dunque si cercano i mezzi di ben fare nel luogo in cui si è, e non ci si riesce, non si creda che si possa riuscirvi altrove: ciò che è in questione non è il luogo, ma le disposizioni del volere.

Vita di Eutimio, XIX, in Cirillo di Scitopoli, Storie monastiche del deserto di Gerusalemme, Edizioni scritti monastici Abbazia di Praglia 2012, p. 145.

 

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«È stato il soldato» (Vita di Maria-Marino)

Rimasto vedovo, il buon Eugenio così si rivolge alla figlia Maria: «Figlia mia, ecco metto nelle tue mani tutto quello che possiedo, perché io me ne vado a salvarmi l’anima». Allevata secondo i principi della santa religione, Maria non è proprio entusiasta: Ma come? E la mia, di anima? Il padre si commuove, ma non sa che cosa fare: vuole entrare in un monastero – ovviamente maschile – e non c’è modo che la figlia (ianua diaboli) lo possa seguire. «All’udire queste parole la figlia gli disse: “No, mio signore, non ci entrerò come tu dici, ma t’accompagnerò in monastero dopo essermi tagliata i capelli e aver indossato un abito maschile”.»

Nel bel volume Donne di comunione, curato da Lisa Cremaschi, e nel quale ho letto la storia di amma Sincletica, c’è un’altra storia molto interessante e caratteristica del fenomeno (il «sotterfugio») delle donne che si travestivano da uomini per entrare in monastero. È un fenomeno ampiamente attestato dalle fonti, come ci informa la curatrice, al punto da essere oggetto di specifiche proibizioni da parte dei concilii della tarda antichità («Se una donna, per presunta ascesi, muta l’abbigliamento e, al posto del consueto abito femminile, indossa quello maschile, sia anatema» Concilio di Gangra, 435, can. 13). La Vita di Maria-Marino, di area greca e anonima, ebbe vastissima diffusione, fu tradotta e finì addirittura, in forma sintetica, nell’opera di Iacopo da Varagine. Vi si può leggere una forma di rifiuto verso il modello dominante della femminilità, per quanto «questo tentativo di rottura… non riesca a proporre altra alternativa se non l’imitazione del modello maschile».

E così Maria diventa Marino, segue il padre (una figura molto dolce, che asseconda e copre lo stratagemma della figlia – i capelli glieli taglia lui, ad esempio) e si fa monaco. Tutto va per il meglio. Passa il tempo. Eugenio muore. Marino progredisce nella virtù. Non gli cresce la barba, ma i confratelli non ci badano (per forza, non mangia mai!). Un giorno l’abate (l’«igumeno» per la precisione) ordina a Marino di unirsi agli altri monaci che ogni tanto escono dal monastero per «sbrigare commissioni». Se devono passare fuori la notte, si fermano presso un’«osteria» dove vengono trattati con riguardo. Qui avviene il fattaccio. Una notte un soldato violenta la figlia dell’oste, la mette incinta e la minaccia: «Se tuo padre lo viene a sapere digli: “È stato il giovane monaco ad andare a letto con me”». Così accade. L’oste, imbufalito, va al monastero e reclama giustizia. L’igumeno non perde tempo e sbatte fuori Marino, il quale tace e «si mise a sedere fuori dal portone del monastero e se ne stava lì sopportando il gelo e la calura».

Quando nasce il bambino, l’oste ne fa un fagotto e lo getta in grembo a Marino, che continua a tacere e s’ingegna per accudire il neonato (il latte se lo fa dare dai pastori). Passano tre anni e i monaci, mossi a compassione, implorano l’igumeno di perdonare Marino e di riaccoglierlo. L’igumeno alla fine cede: «Per l’amore dei fratelli ti accolgo come ultimo di tutti». Marino, felice, ringrazia, rientra nel monastero con il piccolo e si sottomette senza fiatare ai lavori più umili. Il bambino – «che gli correva dietro piangendo e dicendo “tata, tata”, e altre espressioni che dicono i bambini quando vogliono mangiare» – cresce, è bravo, diventa monaco.

«Il tempo passò.» Un giorno l’igumeno chiede ai fratelli: «Dov’è Marino? È tre giorni che non lo vedo…» Marino è morto, nella sua cella. Chissà se se n’è andato in pace, quel grande peccatore? si chiede l’igumeno, e quando dà le disposizioni per il lavacro e la sepoltura… costernazione generale: «Fratel Marino è una donna!» Senso di colpa senza limiti. Viene fatto venire l’oste che, sconvolto, «cominciò anche lui a gemere e a stupirsi per l’accaduto». Giunge anche la figlia dell’oste – nel frattempo, ovviamente, posseduta da un demonio – che confessa infine la verità: «È stato il soldato a sedurmi».

«E subito fu guarita al ricordo della santa Maria e tutti glorificarono Dio per il prodigio accaduto e per la pazienza di Maria, perché aveva perseverato fino alla morte senza rivelare la sua identità.»

Vita di Maria-Marino, in Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2013, pp. 147-54.

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Sincletica, perla ignorata da molti

C’è un episodio dell Vita di Sincletica che mi ha colpito molto. In primo luogo per l’accento macabro, che, seppur non alieno al registro agiografico, mi è parso particolarmente acuto; inoltre per l’apparizione di un personaggio eccentrico e per la svolta che esso produce.

La Vita di Sincletica, amma del deserto, è stata a lungo attribuita ad Atanasio, l’autore della Vita di Antonio (ca. 355), con la quale presenta ampi parallelismi; ora non più, e si ritiene che sia un testo di origine egiziana da datarsi al V secolo. È un racconto dallo stile «faticoso, ridondante, ripetitivo, ma…, a differenza delle successive produzioni dell’agiografia orientale, lascia poco spazio al meraviglioso» (Lisa Cremaschi).

E infatti. Siamo alla fine della vita dell’amma, Sincletica ha ottant’anni, e il diavolo, che nulla ha potuto contro di lei «dall’esterno», la attacca dall’interno. Sincletica si ammala, prima ai polmoni, poi alle corde vocali: emottisi, febbri, perdita della voce – «[il Nemico] al pari di una lima, consumava senza sosta il suo corpo». Ma la donna non tentenna e continua la sua battaglia, con l’esempio della sopportazione, tanto che le sue compagne ne sono vieppiù edificate. Allora il diavolo attacca i denti: «Avendole guastato un molare, subito deteriorò la gengiva; l’osso si mosse, l’infezione si estese a tutta la mascella e intaccò le parti vicine; in quaranta giorni l’osso si consumò e dopo due mesi era forato. Erano annerite tutte le parti all’intorno; anche l’osso era corroso e a poco a poco si frantumava. Tutto il suo corpo era putrefatto e maleodorante tanto che quelle che la servivano soffrivano più di lei» (non sono in grado di citare l’originale greco, ma anche la versione latina è impressionante: «Tunc omnia circum putredine nigricantia, caro gangrena, ossa sphacelo paullatim, per se ipsa labem contrahentia absumebatur: exinde putredo: graveolentia totus corpus occupaverat»).

Le consorelle non ce la fanno, provano a bruciare incensi, «ma subito si ritraevano per l’odore spaventoso» («horribilem et cadaverosum odorem»); le suggeriscono di «spargere aromi» sulle parti lese, ma lei non vuole rinunciare alla sua «lotta gloriosa». La svolta si ha con l’arrivo di un medico, chiamato dalle compagne dell’amma affinché provi a convincerla. Lei, di nuovo, si ribella: Perché mi volete strappare a questo combattimento? Perché vi preoccupate della cose sensibili e non di quelle spirituali?

Il medico, pacato e razionale (lo ammetto, mi è piaciuto molto), trova le parole e la motivazione giuste: «Non ti offriamo un farmaco per curarti o recarti sollievo, ma per seppellire, secondo gli usi, quella parte corrotta e morta perché i presenti non siano contaminati. Ti faccio quello che si fa ai morti; ti applico una miscela di aloe, di mirra e di succo di mirto» (nella versione latina: «aloen ecce cum myrrha et myrto in vino maceratam applico»).

E Sincletica accetta il consiglio.

Vita di Sincletica, in Donne di comunione. Vite di monache d’oriente e d’occidente, a cura di L. Cremaschi, Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose 2013, pp. 79-146 (l’appellativo di «perla ignorata da molti» dato a Sincletica si può trovare negli Acta Sanctorum, nel primo volume, al 5 gennaio).

 

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Tre storie di san Saba

1. Saba molto giovane (era nato nei pressi di Cesarea nel 439), e già in forze al monastero di Flaviana, un giorno vide una mela «bella d’aspetto e veramente dilettevole». Quasi vinto dall’impulso, la staccò dall’albero e fece per addentarla, ma poi gli sovvenne Adamo, colui che introdusse la morte nel mondo, e si bloccò: che io non segua la soddisfazione del ventre a scapito dei godimenti spirituali. «E così, vinto il suo desiderio con un ragionamento più forte, gettò la mela a terra e la calpestò, calpestando, con la mela, il suo stesso desiderio. E da quel giorno si dette questo precetto, di non mangiare mai mele fino alla morte.»

2. Saba, ancora adolescente, era già chiamato il «giovane vegliardo» ed era capace di grandi gesti. Un giorno d’inverno, nuvoloso e umido, il monaco addetto alla panificazione pensò bene di stendere il suo bucato nel forno. Poi se ne dimenticò, e il giorno dopo, intento alla cottura del pane, «si ricordò dei suoi abiti e fu in gran turbamento a loro proposito». Nel trambusto generale, nessuno sapeva cosa fare, tranne Saba, che «sostenuto da una fede inaccessibile al dubbio, dopo essersi armato del segno della croce, balzò nel forno, vi prese gli abiti e ne uscì indenne». Gli anziani del monastero ne furono molto impressionati.

Il monastero di Mar Saba

Il monastero di Mar Saba

3. Saba ormai anziano, e carico di gloria per la santa vita e le molte fondazioni monastiche, soffrì la contestazione dei suoi confratelli. Il sant’uomo, «combattivo contro i demoni, [ma] dolce verso gli uomini», si allontanò di sua volontà dal monastero e si diresse nella regione di Scitopoli, dove si esiliò per qualche tempo in una grotta abitata da un leone. Già la prima notte, l’animale, trovato il vecchio monaco addormentato, lo afferrò per la tunica e cercò di trascinarlo fuori. Ma Saba, destatosi, cominciò a recitare l’ufficio notturno, e il leone uscì dalla grotta ad aspettare. Conclusa la salmodia, Saba si distese di nuovo, e di nuovo il leone provò a spingerlo fuori. Al che Saba gli si rivolse: «La caverna è abbastanza vasta per contenerci largamente ambedue», siamo entrambi figli di Dio; se ti va, resta con me, se no, ciao. «A queste parole, colto in qualche modo da reverenza, il leone se ne andò.»

Cirillo di Scitopoli, Vita di Saba, III, V, XXXIII, in Storie monastiche del deserto di Gerusalemme, traduzione di R. Baldelli e L. Mortari, note a cura di L. Mortari, Edizioni Scritti Monastici Abbazia di Praglia 2012, pp. 223, 224, 259-60.

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