«Che male c’è?»

Sto leggendo con grande piacere gli Esempi e parole dei santi Padri teofori di Paolo Everghetinós, per la precisione il primo volume, dei quattro previsti, da poco pubblicato dalle Edizioni Scritti Monastici dell’Abbazia di Praglia, per la cura di M. Benedetta Artioli. È un’«amplissima antologia di… indicazioni spirituali concrete» redatta intorno al 1050 dal monaco bizantino Paolo, fondatore del monastero della Madre di Dio Benefattrice, presso Costantinopoli, e che finì con l’essere identificato con la sua opera; ebbe larghissima diffusione manoscritta, successivamente s’inabissò, per poi riemergere nel 1783, a Venezia, con la prima edizione a stampa a cura degli stessi editori della Filocalia. Alla quale Filocalia può essere accostata, a un livello decisamente più pratico: cosa deve fare un giovane monaco che voglia progredire sulla via della virtù? I dubbi e le domande che possono sorgere sono infiniti, e Paolo vi dedicò un altrettanto infinito prontuario di risposte, ordinate per argomento, traendolo senza scopi filologici, bensì puramente pedagogici, dalle opere e dalle testimonianze dei Padri del deserto e di altre autorità riconosciute, come dice il titolo originale che merita di essere riportato: Everghetinós, ovvero Raccolta delle parole ispirate e degli insegnamenti dei santi Padri teofori, raccolti da tutti i loro scritti ispirati, disposti in modo semplice e utile dal santo monaco Paolo, soprannominato Everghetinós.

Credo che la leggerò tutta perché, come dicevo, la lettura è molto piacevole e si ripassano pagine importanti del monachesimo delle origini, che trasudano di riferimenti alla vita quotidiana di anacoreti e comunità. Il motivo di questa prima tappa, tuttavia, è un altro, è l’Argomento 15: «È necessario che quanti hanno rinunciato al mondo non abbiano rapporti con i parenti secondo la carne e non abbiano attaccamento per loro». Una manciata di testi che sviluppano il tema della xenitía (l’essere stranieri a questo mondo) in riferimento ai rapporti di parentela: oggi suonano durissimi, per non dire feroci, ma forse anche allora, per quanto coerenti, suscitavano per lo meno qualche tentennamento.

Mi pare lo dimostrino in particolare alcune frasi e atteggiamenti delle donne, madri e sorelle, che alla fine comprendono la scelta di figli e fratelli, ma che in un primo momento esprimono il proprio sconcerto con accenti toccanti. Come la sorella di Pior, che «già vecchia, saputo da qualcuno che il fratello era ancora in vita [dopo cinquant’anni che se n’era andato], quasi impazziva dal desiderio di vederlo»; o la sorella di Pacomio che bussa al monastero chiedendo di vederlo e si sente rispondere dal portinaio mandato dal fratello: «Ecco, hai saputo di me che sono vivo. Vattene, dunque, e non rattristarti se non ti vedo», se vuoi ti faccio costruire qui una cella dovre potrai salvarti, eccetera, «ricevuta questa risposta, la sorella si mise a piangere, poi, presa da compunzione…»; o la madre di Teodoro che, ricevuto dal figlio il rifiuto di incontrarla, si ferma presso il monastero, unendosi alla comunità femminile e «pensando che certamente, se era volontà di Dio, lo avrebbe visto con gli altri fratelli e, grazie a lui, avrebbe guadagnato la sua anima» (e il commento è assai indicativo: «Così bisogna che, quando sopravviene qualcosa di austero a gloria di Dio, per quelli a cui capita divenga occasione di profitto, anche se appare un po’ penoso», e direi!).

C’è poi la madre di abba Poemen, chiusa fuori dalla chiesa: «Che io vi veda, miei amati figli!» Poemen, con i fratelli, non molla: «Perché, vecchia, gridi così?» Perché!? «Voglio vedervi, figli! Che male c’è se vi vedo? […] permettetemi di vedervi appena un momento». Già, che male c’è? Il braccio di ferro si conclude con la promessa del figlio: «Vuoi vederci qui o nell’aldilà? … Se ti sforzi per non vederci qui, di là ci vedrai».

E infine la madre di Simeone lo Stilita, «che ancora recava profondamente nelle viscere il naturale fuoco dell’affetto, [e] non potendo in altro modo spegnere questa fiamma, se ne andò da quel figlio che viveva nella carne come se non avesse carne». L’anacoreta rifiuta di incontrarla: tratteniamoci, serbiamo il nostro incontro «per il secolo futuro», se saremo graditi a Dio. La madre non capisce (più esattamente, il suo amore non le permette di capire) e insiste, Simeone allora, tutto rigido, le fa la lezione ma infine acconsente: «Dio ha giudicato che, tra poco, io ti veda». «La madre, dunque, ricevendo questa dolcissima e desideratissima promessa ne ebbe l’anima sollevata e con queste speranze riprendeva coraggio e gioia, ed era tutta proiettata nel futuro, quasi vedesse il figlio presente, lo abbracciasse, lo stringesse, e le sembrava di sentirne la voce.» Ma… «ma in quel mentre, così si misero le cose: all’improvviso la madre giunse al termine della sua esistenza». L’anima di lei è salva, e anche la virtù di Simeone, e persino l’onore, perché lo Stilita si avvicina infine al cadavere della madre e «la contemplò, come aveva promesso». No comment.

Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, pp. 129-139.

 

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