Deficit di attenzione e iperattività (Dice il monaco, XIX)

Dice Giovanni Cassiano del monaco superbo, intorno al 420:

A tal punto s’accresce nel suo animo il fastidio per ogni parola di sapore spirituale che, ogni qualvolta viene tenuta una conferenza di tal genere, il suo occhio non riesce a fermarsi in un punto solo e il suo sguardo s’aggira incerto qua e là, a destra e a sinistra, più di quanto avvenga di solito. Invece di sospiri salutari, egli si mette a schiarirsi la gola, pur avendola secca; finge emissioni catarrose senza alcuna provocazione reale; le sue dita si mettono a giocherellare e le muove alla maniera di chi sta scrivendo o dipingendo; tutte le sue membra si agitano da una parte e dall’altra in maniera tale da far pensare che, finché dura la conferenza spirituale, egli sia seduto sopra uno strato brulicante di vermi o sopra un cumulo di chiodi acutissimi.

Giovanni Cassiano, Istituzioni cenobitiche, XII, 27, 2-3, a cura di L. Dattrino, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 1989, p. 307.

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Il fumo delle cucine (Cluny vs Cîteaux, 1)

Come dicevo, la lettura di Sotto la guida del Vangelo, dedicato alla controversia tra Cluny e Cîteaux mi ha appassionato, e ora che l’ho praticamente terminata non so da dove cominciare, tante sono le cose interessanti e che mi hanno colpito. Vi dedicherò quindi una serie di appunti non ordinati, saltando da un punto all’altro.

L’argomento centrale della polemica, in estrema sintesi, è quale sia la «vera» forma di vita monastica, incorporato nel tema dell’osservanza alla Regola di Benedetto, che viene letta e riletta fino alle virgole (dice ad esempio Guglielmo di Malmesbury a proposito dei cisterciensi che «si attengono talmente alla Regola da ritenere di non doverne tralasciare nemmeno uno iota o un trattino»). Strumento di appoggio primario dei contendenti, nella interpretazione, sono ovviamente le Sacre Scritture: alla Bibbia, opportunamente citata, si può far dire tutto. La cosa non sorprende, certo, ma un conto è averne nozione in astratto, un altro discorso è vedere il fenomeno in atto in un corpus coerente e connesso di testi. Grazie all’accurato «Indice biblico» (a me è sempre piaciuta la variante «Indice scritturistico»), scopriamo che sono citati 33 dei 46 libri dell’Antico Testamento e ben 24 dei 27 testi del Nuovo Testamento. Le fonti extrabibliche, nel complesso, non sono molte: quelle classiche meritano un approfondimento a parte, mentre quelle monastiche sono davvero poche.

Di queste ultime, una è molto divertente. Si tratta della Vita di Odone, secondo, grande, abate di Cluny dal 927 al 942. A citarla è Pietro il Venerabile, successore di Odone, in una lettera ai priori e sottopriori cluniacensi, databile tra il 1144 e il 1156, cioè ben oltre il divampare della controversia e quando lo stesso Pietro ha da tempo avviato un tentativo di riforma del suo Ordine. È una specie di circolare diretta ai «quadri», nella quale Pietro torna su un argomento in apparenza marginale, cioè il cibo, e nello specifico la carne. Il tema è stato dibattuto fino alla nausea, Pietro si è anche già pronunciato chiaramente in materia, ma lui continua a ricevere segnalazioni («mi è stato riferito, e questo non da persone superficiali o da poco») di comportamenti reprensibili da parte dei confratelli. I monaci cluniacensi, gli hanno detto, «passano di luogo in luogo e, come uno sparviero o un avvoltoio, dove vedono il fumo delle cucine, dove con le loro narici sentono l’odore della carne arrosto o cotta, rapidamente volano là». E poiché sta parlando ai suoi tira fuori Odone, «il primo padre dell’ordine cluniacense», il quale era per così dire intervenuto sulla questione con questa storia.

Un giorno, di buon mattino, un monaco era andato dai suoi parenti e aveva preteso un buon pasto. Ma non è ora di pranzo, gli obiettano, e lui irritato: Che diamine, ho cavalcato tutta la notte, per obbedire a un comando, e ora volete che digiuni? Di pronto c’è del pesce, gli rispondono, e lui ancora più irritato, si guarda intorno, adocchia una gallina, la tramortisce con un colpo di bastone e sbotta: «Ecco, questa, questa oggi sarà il mio pesce!» I parenti azzardano un «ma, padre, ti è consentito mangiare carne?» È davvero troppo, bisogna metterli al loro posto, ignoranti che sono: «I volatili non sono carne», sentenzia il monaco. «Volatili e pesci, infatti, hanno la stessa origine e sono creati allo stesso modo, sicut noster hymnus continet.» In un attimo la gallina è sul fuoco, ma «quand’era già un buon tempo che la stavano arrostendo egli, impaziente, per lo stimolo della gola e come mosso dalla frenesia, si gettò sulla gallina, ne estrasse un boccone e se lo infilò in bocca. E subito, dopo averla masticata, provò a ingoiarla, ma non vi riuscì». Il boccone non va né su né giù, altri accorrono, grandi pacche sulla schiena e sul collo («pugnos tamen et cervicatas»), «ma non vi fu nulla da fare», e il monaco, senza nemmeno poter confessare i propri peccati, «in un istante morì».

Vedi cosa accade a mangiare carne quando non si deve…

Pietro il Venerabile, Lettera 161, in Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia, a cura di Cecilia Falchini, Edizioni Qiqajon 2013, pp. 465-76; la Vita di Odone si può leggere in PL 133, l’episodio è raccontato in III, 4.

 

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Una gradevole villeggiatura (Patrick Leigh Fermor, pt. 2)

ATimetoKeepSilence(la prima parte è qui)

Abbiamo lasciato Patrick Leigh Fermor nella sua cella benedettina, solo e depresso, ma i suoi sentimenti cambiano, se non proprio al risveglio, abbastanza in fretta. La transizione dura all’incirca quattro giorni, durante i quali l’autore osserva che «i pensieri, i desideri, i suoni, le luci, il tempo e l’umore» che circondano la popolazione del chiostro di Saint-Wandrille non soltanto sono diversi, ma sembrano «proprio l’opposto» della vita cui è abituato. Il sonno, in un primo momento, dilaga, poi si ritira. Il bisogno di muoversi e di parlare si estingue, quindi «il terribile accumulo di stanchezza che pare essere il bene comune di tutti noi» emerge e si scarica: la giornata non prevede alcun prelievo automatico di energia e si trasforma «in diciannove ore di assoluta e divina libertà».

Anche l’immagine dei monaci muta. Due parole ogni tanto si scambiano, soprattutto con il fratello addetto agli ospiti, «un compendio di carità e altruismo, la cui dedizione sembra unicamente rivolta alla felicità e al comfort di chi gli è affidato». Nessuna traccia di Medio Evo, bensì rispetto, gentilezza, equilibrio e una totale assenza di fretta. E una fede indefettibile nella necessità e nell’efficacia della preghiera: a Saint-Wandrille si prega, al cospetto dell’eternità, «per aiutare i propri simili e se stessi a raggiungerla». Qualunque possa essere il proprio credo, nota PLF, le accuse ai monaci di ipocrisia, oziosità, egoismo e fuga dal mondo suonano improvvisamente ridicole. Anzi, «io, e non i monaci, sono in fuga da qualcosa».

La tappa successiva del viaggio monastico di Patrick Leigh Fermor, dopo un breve soggiorno a Solesmes, è il monastero di La Trappe, la Grande Trappe, modellata dalla riforma dell’abate Rancé. Un’altra sera, un’altra cella, ancora più spoglia, un altro foglietto appeso alla porta, che recita: «Il monaco è un uomo spogliato. Più si è morti, più si è vivi. Il monaco è un uomo crocifisso. Bisogna diventare come del buon pane. Il monaco è un uomo mangiato». Se infatti a Saint-Wandrille si prega, alla Trappa si fa penitenza, e se «il programma di un’abbazia benedettina poteva sembra inizialmente proibitivo, paragonato agli orari trappisti è una gradevole villeggiatura» (in italiano nel testo). I cisterciensi della stretta osservanza meditano la passione, la crocifissione, l’agonia, la morte, e i loro chiostro è «un laboratorio di intercessione, una landa dolente [a bitter cactus-land] di espiazione per le montagne di peccati che si sono accumulate dalla Caduta».

Leigh Fermor mangia da solo, non parla con i monaci, ne osserva gli interminabili uffici a lume di candela e la silenziosa lotta contro le tentazioni, i «pensieri», incerto sugli esiti di salute mentale di una battaglia che dura una vita intera: «Se i princìpi della psichiatria sono corretti, questi uomini sono vasi di Pandora che nessuna fede, forza di volontà o pratica di preghiera può salvare dall’eruzione; e tali teorie traducono un esercito di santi e di martiri in un mucchio di potenziali alienati. E tuttavia nulla accade». Il nostro inviato non sa cosa pensare e ammette che i pochi contatti, tre, che ha aumentano la sua perplessità: l’immagine di «tristezza sepolcrale» si scontra infatti con la realtà di tre individui di «sconcertante normalità», calmi, amichevoli, pure ridanciani. È conquistato dal «fascino mesto» dell’abbazia, e si arrende all’evidenza: non ha gli «strumenti concettuali» per capire.

«Questo mio resoconto, perciò, non può che concludersi nel dubbio. Sono incerto e perplesso ora, come lo ero la prima sera dopo aver lasciato la Trappa, mentre mi avvicinavo all’umido e macchiato splendore del Boulevard Saint-Germain, privo delle competenze per giudicare della condizione e della possibilità stessa di vita in quella muta e gelida solitudine.»

(2-fine)

Patrick Leigh Fermor, A Time to Keep Silence (1957), John Murray 2004.

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La grande rissa (premessa leggera alla lettura di un gran libro)

SottoLaGuidaDelVangeloAnche se può suonare ridicolo, o sembrare snob, dirò che mi sono appassionato molto alla lettura di Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia.

Anzitutto perché è l’ennesimo prodotto eccellente dell’officina editoriale e di studio che sono le Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose. Un libro di oltre seicento pagine, meditato, argomentato e ben realizzato, che contiene tutti i testi rilevanti per un serio tentativo di comprensione del grande scontro ideale e retorico tra cluniacensi e cisterciensi (prima metà del XII secolo) sull’osservanza della Regola di Benedetto, soprattutto in relazione ai due grandi protagonisti della vicenda: alla vostra destra, nella consueta casacca nera di Cluny, Pietro il Venerabile, e alla vostra sinistra, in maglia bianca, il figlio di Cîteaux, Bernardo di Chiaravalle.

L’introduzione della curatrice, Cecilia Falchini, è più propriamente un saggio, cui non si potrebbe chiedere di più. (E per dare un’idea del tono sempre preciso e misurato di queste pagine introduttive, opera, va ricordato, di una studiosa che è anche monaca a Bose, mi permetto di citare la più proverbiale delle note a pie’ di pagina, anzi l’ultimo inciso di una di quelle note in corpo 8 che bisogna aver proprio voglia di leggere. Per giustificare l’esclusione di due testi genericamente ascrivibili alla controversia, la curatrice si appella alla loro «dubbia autenticità storica»: il primo di essi è tardo e, nelle parole di un altro studioso, contiene una «piccola scena edificante, inventata senza dubbio di sana pianta dall’agiografo»; «quanto poi al secondo – conclude Falchini – «che narrerebbe l’apparizione della Vergine a un novizio per confermarlo nella sua adesione ai cistercensi, l’episodio non è storicamente verificabile». Che stile.)

Va detto, inoltre, che la vicenda, anche per chi è semplicemente interessato alla materia, è avvincente, per il succedersi dei documenti – quelli sopravvissuti –, per il sontuoso dispiegamento di armi retoriche: sono testi belli, cesellati, vibranti, e, pur ricordando che di storia si tratta, e non di un gioco, diciamolo: cluniacensi e cisterciensi se le danno di santa ragione.

C’è infine un aspetto più personale, ed è il fatto che uno dei testi che, tempo fa, mi fece avvicinare alle cose monastiche, fu proprio l’Apologia all’abate Guglielmo di Bernardo, opera chiave della controversia. Purtroppo non ricordo più perché decisi di leggerla, ma ricordo bene l’impressione che ne trassi, e che soprattutto mi fece il suo autore. Bernardo, il corrusco, l’impulsivo, talvolta aggressivo, ispirato, massimalista, infaticabile, incapace di rinunciare a un bel giro di frase e capace di grandi dolcezze, e sofferente di stomaco Bernardo di Chiaravalle, è stato la mia porta d’ingresso in questo mondo di letture. Ebbene, non avevo mai letto la Lettera 28 di Pietro, che si ritiene essere l’immediato precedente dell’Apologia: questo libro me ne ha data l’opportunità. E Pietro, il diplomatico, il riflessivo, uomo dei tempi lunghi, triste e compassionevole, capace di avvolgere una spina appuntita in quattro paragrafi di bambagia, lo stanco ma non arreso Pietro il Venerabile, sta conquistando terreno. Insomma, sto per cambiare tifoseria, cosa che, come ben si sa, è considerata quasi inammissibile.

Prossimamente qualche considerazione un po’ più seria, speriamo, su questo prezioso volume.

Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia, a cura di Cecilia Falchini, Edizioni Qiqajon 2013.

 

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Un tempo per fare silenzio (Patrick Leigh Fermor, pt. 1)

ATimetoKeepSilence«Un tentativo perfettamente riuscito di esprimere le reazioni di un uomo di mondo (nel senso letterale) al cospetto della vita monastica.» Così la frase del Daily Telegraph riportata sulla quarta di copertina di A Time to Keep Silence di Patrick Leigh Fermor, e perché non ammettere, per una volta, che sia vero quanto riportato a scopi promozionali? Di questo scrittore inglese (1905-2011), di origini irlandesi, non sapevo nulla: viaggiatore, a piedi, nell’Europa tra le due guerre, ufficiale durante la seconda guerra mondiale, distintosi a Creta, dove era stato mandato per la sua conoscenza del greco moderno, per l’organizzazione della resistenza locale, di nuovo viaggiatore e scrittore di viaggi molto apprezzato.

Alla metà degli anni ’50, mentre si trova a Parigi, un amico gli parla dell’abbazia benedettina di Saint-Wandrille de Fontenelle, in Normandia, e lui, che in effetti era alla ricerca di «un posto tranquillo ed economico dove lavorare a un libro» che stava finendo, decide su due piedi di andarci e di chiedervi ospitalità. Ci arriva di domenica: «All’ingresso c’era una folla di visitatori che erano appena usciti dalla messa e stavano comprando immagini, medaglie, rosari e altri oggetti di devozione» («assorted bondieuserie», li chiama PLF, e io ho sorriso perché proprio allo shop di Saint-Wandrille, qualche anno fa, ho fatto il pieno). Dopo qualche tempo si rivolge a un monaco, che in breve ritorna, sorridendo: «Il reverendissimo padre abate la può ricevere, e le dà il benvenuto». Leigh Fermor non fa in tempo a dare un’occhiata alla cella che gli viene assegnata che è ora di unirsi alla comunità per il pranzo in refettorio: zuppa di verdure, due uova sode con patate e lenticchie, un’insalata verde e due spicchi di camembert, pane (l’ottimo pane del forno dell’abbazia) e acqua («nutrito probabilmente dalle stereotipate immagini vittoriane, mi aspettavo fiumi di vino rosso…»). Intanto il lettore sul pulpito alterna passi di opere in latino, che PLF non riconosce, a un libro sulla storia francese dell’800.

Rientrato in cella, il nostro si siede allo scrittoio, davanti a una risma di fogli bianchi: «Volevo pace e solitudine, eccomi servito; non mi restava altro che scrivere». Passa un’ora, e niente da fare, «una sensazione di depressione e indicibile solitudine mi colpì come una martellata». Si alza, scorre gli orari della vita del monastero, riportati su un foglietto: pazzeschi; legge le Regole per gli ospiti: si mangia in silenzio, non si gira per l’abbazia facendo rumore, non si parla ai monaci, non si fuma nel chiostro: «Quanto silenzio, quanta sobrietà! Il luogo mi parve assumere l’aspetto di un’enorme tomba, una necropoli nella quale ero l’unico vivo residente».

Lo spettacolo dei Vespri e di Compieta è solenne, ma i monaci gli sembrano «disperatamente tristi», «straordinariamente pallidi, alcuni di essi quasi verdi», i loro crani appena ricoperti di un leggero strato di epidermide, senza una ruga: «Una tranquillità lungamente coltivata, ritiro in se stessi e mansuetudine e, talvolta, il fantasma di una remota e spenta malinconia». Concluso l’ufficio, i monaci si ritirano ed «ebbi la sensazione che la temperatura della vita precipitasse verso lo zero, che il sangue scorresse ogni secondo più lentamente, come se il cuore potesse, da un momento all’altro, impercettibilmente, smettere di battere».

L’abbazia dorme, per quanto sia scandalosamente presto («a quest’ora i miei amici a Parigi stanno decidendo dove cenare»), Leigh Fermor si siede al tavolino nella cella, sopraffatto dalla tristezza e dall’accidia. A Rouen, prima di arrivare a Saint-Wandrille, si era comprato una bottiglia di calvados, e se la finisce.

(1-continua)

Patrick Leigh Fermor, A Time to Keep Silence (1957), John Murray 2004.

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Bianchi e come nuovi (Dice il monaco, XVIII)

Dice Sincletica, madre del deserto, in Egitto, intorno al IV secolo:

Chi la deve sopportare [la povertà volontaria], subisce patimenti nella carne ma trova sollievo nell’anima. Come infatti abiti resistenti vengono lavati e sbiancati, strofinandoli con i piedi e torcendoli energeticamente, così pure un’anima forte acquista maggior vigore per mezzo della volontaria indigenza. A quelle che sono piuttosto deboli interiormente capita di dover patire il contrario delle prime. Infatti se soffrono per un po’, come delle vesti sgualcite, si rovinano, non sopportando il lavaggio [che avviene] mediante la virtù. Unica per entrambe è la tecnica di lavaggio e uno è l’operatore, differente è invece il risultato per gli abiti: gli uni infatti si rovinano e si distruggono, gli altri invece tornano bianchi e come nuovi.

Pseudo-Atanasio, Gli insegnamenti spirituali di una Madre del deserto. Vita di Sincletica, a cura di L. Coco, San Paolo 2013, p. 42.

 

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Appunti sulla clausura

La clausura è uno degli aspetti del monachesimo meno accessibili dalla mia posizione, nondimeno ne osservo sempre con interesse vivo e massima cautela le tracce – documenti, scritti, testimonianze –, evitando la frusta curiosità dei laici che chiedono: «Com’è possibile?» e cercando di non spostarla dal suo contesto proprio. Ho letto, ad esempio, la Verbi Sponsa, cioè l’«Istruzione sulla vita contemplativa e la clausura delle monache» della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (1999), e ho preso qualche appunto.

1. Il fondamento evangelico della clausura è Gesù che si ritira a pregare «sul monte», «o, comunque, in luogo solitario, non accessibile a tutti, ma soltanto a quelli che egli chiama a sé, in disparte» (VS, 3). Ora, non posso non osservare (è una semplice osservazione non una ricerca di contraddizione) che Gesù, tuttavia, dal monte, dopo la preghiera, discendeva, tornava nel mondo. Se prendiamo alcuni dei passi citati dal documento della Congregazione, possiamo leggere infatti: «E mentre discendevano dal monte, Gesù ordinò loro…» (Mt 17,9); «Disceso con loro, si fermò in un luogo pianeggiante…» (Lc 6,17). Le claustrali no, «rimangono sempre “con Lui sul monte santo”», tanto che Giovanni Paolo II, che a loro spesso si è rivolto con particolare attenzione, precisa che «nella vostra vita di preghiera si prolunga la lode di Cristo al suo eterno Padre» («Alle claustrali di Nairobi, maggio 1980). Ecco, si prolunga, a tempo indeterminato.

2. «La clausura, anche nel suo aspetto concreto, costituisce… una maniera particolare di stare con il Signore, di condividere “l’annientamento di Cristo, mediante una povertà radicale, che si esprime nella rinuncia non solo alle cose, ma anche allo spazio, ai contatti, a tanti beni del creato”» (VS, 3). Qui, il riferimento alla povertà radicale mi rimanda inevitabilmente a Chiara d’Assisi e al dibattito piuttosto acceso che ho scoperto essere in corso sulla riconducibilità o no della clausura al suo carisma originario. Alcuni studiosi, infatti, si interrogano se la clausura per Chiara sia stata un ripiego, o meglio un compromesso necessario tra l’adesione totale al messaggio di Francesco, nel mondo, e l’esigenza primariamente istituzionale di spostare fuori dal mondo certe forme di religiosità femminile. Va detto che proprio altre studiose clarisse respingono questa linea di pensiero e rileggono le fonti ricordando la particolare posizione del luogo di reclusione della comunità clariana, cioè nella città, e trovandosi in linea con le parole del documento vaticano: «L'”altissima povertà” è ancora più radicale perché associata alla reclusione in un piccolo luogo che rendeva le sorelle totalmente dipendenti dal proprio lavoro e dalla provvidenza del Padre celeste: la reclusione clariana è espressione estrema del “non volere altro sotto il cielo”» (s. Chiara Agnese Acquadro, osc). Su questo punto, altre letture in corso.

3. Di grande interesse, poi, come in molte altre «cose monastiche», è il passaggio dal significato teologico di un determinato atteggiamento, di una certa «forma», alla sua attuazione pratica, e il testo della Congregazione ne rappresenta il paradigma. La sua seconda parte, «La clausura delle monache», merita un discorso a parte; mi limito a riportare questo snodo, molto significativo: «Di conseguenza [data la sua specificità] anche la disciplina della clausura, nel suo aspetto pratico, dev’essere tale da permettere la realizzazione di questo sublime ideale contemplativo, che implica la totalità della dedizione, l’interezza dell’attenzione, l’unità dei sentimenti e la coerenza dei comportamenti» (VS, 5). È di fronte a una quaterna del genere, molto più che davanti alla reclusione, che magari mi scappa un «com’è possibile?»

(L’Istruzione Verbi Sponsa si può leggere qui.)

 

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Già noto e familiare (Reperti, 19: Etty Hillesum)

Nelle lettere di Etty Hillesum sul e dal campo di concentramento e transito di Westebork fa la sua comparsa anche un monaco. In verità più d’uno, ma su uno solo di essi si fissa lo sguardo impareggiabile di EH. Il riferimento si trova nella lettera «A due sorelle dell’Aia», del dicembre 1942, per la quale non è il caso di trovare aggettivi.

La lettera, composta ad Amsterdam, al ritorno da un periodo passato nel campo, è il tentativo di rispondere alla richiesta del dottor K. (probabilmente l’ebreo tedesco Herbert Kruskal, con lei al campo) di scrivere «qualcosa sulla vita a Westerbork» e venne pubblicata già nell’autunno del 1943, poco dopo la morte di EH e della sua famiglia ad Auschwitz, insieme con un’altra lettera inaggettivabile, da Westerbork, del 24 agosto 1943, in un’edizione clandestina e dissimulata sotto il titolo di Tre lettere del pittore Johannes Baptiste van der Pluym (1843-1912).

Hillesum vi ricorda, tra le altre cose, l’arrivo al campo, nell’agosto del 1942, di un gruppo di ebrei cattolici – «o se si preferisce di cattolici ebrei» – tra i quali vi sono anche dei monaci. «Ricordo due giovani gemelli dagli identici, bei visi scuri del ghetto e dagli occhi calmi e fanciulleschi sotto i loro zucchetti, che raccontavano con garbo e stupore di essere stati portati via dalla messa alle quattro e mezzo di mattina, e di aver mangiato cavolo rosso ad Amersfoort.» I curatori ci informano che, probabilmente, si tratta dei fratelli Georg ed Ernst Löb, monaci trappisti a Tilburg, rispettivamente dal 1926 e dal 1929.

C’è anche un terzo fratello Löb, Rob, anch’egli a Tilburg, dal 1928: «C’era un monaco ancora piuttosto giovane, che per quindici anni non era uscito dal proprio convento e ora si ritrovava per la prima volta nel “mondo”. Mi ero fermata un poco accanto a lui e avevo seguito il suo sguardo, che vagava tranquillo per la grande baracca dove si raccoglievano i nuovi arrivi». Insieme i due guardano poi fuori della baracca il resto del campo e la brughiera, fino a che EH rivolge al monaco una domanada: «E allora, cosa gliene pare del mondo?»

Fratello Linus, questo il nome che Rob Löb aveva preso diventando trappista, non risponde, e «il suo sguardo rimane tranquillo e amichevole sopra la tonaca marrone, come se tutto ciò che lo circonda gli fosse noto e familiare già da molto tempo».

«Più tardi qualcuno mi raccontò che quello stesso giorno aveva visto alcuni monaci camminare in fila tra due baracche scure nel crepuscolo, mentre dicevano il rosario con la stessa imperturbabilità con cui avrebbero recitato le preghiere nei corridoi del loro convento.»

(Etty Hillesum, Lettere 1941-1943, a cura di K.A.D. Smelik, G. Lodders e R. Tempelaars, traduzione di C. Passanti, T. Montone e A. Vigliani, Adelphi 2013, pp. 55-56.)

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All’undicesima ora

Il bel libro di Grado Giovanni Merlo dedicato a Francesco d’Assisi mi ha fatto scoprire, tra le altre cose, una curiosa immagine monastica. Nella sua ottava visione Zaccaria (6:1-8) vede «quattro carri uscire in mezzo a due montagne»: sono i quattro venti del cielo che scendono a percorrere la terra, «dopo essersi presentati al Signore». Ogni carro è trainato da cavalli di colore diverso: bai, neri, bianchi e pezzati; non se ne precisa il numero, ma la versione che si affermerà successivamente prevederà quattro quadrighe. Proprio a questa immagine fa ricorso Gregorio IX nella sua bolla Fons Sapientiae, con la quale decreta, il 3 luglio 1234, la canonizzazione di Domenico di Guzmán, per illustrare la successione degli eserciti del Signore.

Le quattro quadrighe di Zaccaria, in un'illustrazione di Doré, 1865.

Le quattro quadrighe di Zaccaria, in un’illustrazione di Doré, 1865.

Primi vengono i martiri, i «testimoni della nuova legge», condotti dai bai (equos rufos, rossi come il sangue versato?). Poi, tirati dai cavalli neri, seguono coloro che piangono e che si pentono, e che Benedetto ha raccolto nel deserto del chiostro (claustrale desertum) affinché riscoprissero il bene della vita comunitaria. Quindi, «quasi a rinnovare un esercito stanco e a ripristinare il giubilo dopo il lamento [quasi lassum renovaturus exercitum, et redditurus jubilum post lamentum]», arrivano i monaci bianchi, i cisterciensi (e i florensi) guidati da Bernardo. Infine, come al termine di una giornata fatale (occurrente hora undecima, cum dies jam declinasset ad vesperam), quando la sua «vigna» è pervasa dalle «spine dei vizi» e da «piccole volpi», il Signore manda in battaglia l’ultimo esercito: «le schiere dei frati Predicatori e Minori con i loro comandanti eletti [Praedicatorum et Minorum Fratrum agmina cum electis ducibus]», Domenico e Francesco.

«Con tale accoppiamento», ci ricorda G.G. Merlo, «il papa compie forzature e distorsioni»: Francesco non ha mai lottato contro gli eretici, né ha mai sottolineato la necessità di riforme ecclesiastiche, né si è mai richiamato a Benedetto e a Bernardo, al contrario. Quello che sembra un agilissimo compendio di storia monastica è invece un potente «slogan» di Gregorio IX, che «necessitava di santi nuovi e militanti per sostenere il sogno ierocratico di dominio del mondo avviato da Innocenzo III». Cioè di quell’Ugolino dei conti di Segni, cardinale di Ostia, amico sia di Francesco che di Domenico, e che proprio Francesco nel 1220 aveva richiesto a papa Onorio III come protettore della fraternità, perché «ascoltasse e risolvesse il problemi».

(da Grado Giovanni Merlo, Frate Francesco, il Mulino 2013, pp. 153-54.)

 

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The Monk Club

Sono molto contento di aver scoperto «Vita Nostra», la rivista dell’Associazione «Nuova Cîteaux» che ha avviato una nuova serie nel 2011, e mi ci sono abbonato subito, perché offre la possibilità di accedere a testi di carattere interno dell’Ordine Cistercense: conferenze, documenti, interventi e dossier, di autori e autrici di diversa provenienza e diversa posizione gerarchica, che, oltre a temi storici, affrontano anche problemi del monachesimo contemporaneo, con salutare chiarezza. Il panorama che se ne ricava è vario, complicato e, appunto, problematico. Non che prima nutrissi la falsa immagine di un Ordine compatto, uniforme e ottusamente unanime, tuttavia leggere direttamente alla fonte quali sono i punti di maggiore attrito e le preoccupazioni più ricorrenti sposta la nozione a un livello di precisa concretezza.

Attriti e preoccupazioni che si concentrano intorno al tema della formazione delle nuove leve – diciamo così –, non a caso posto in apertura dell’editoriale di s. Maria Francesca Righi, sul numero 1, e al quale è dedicata una sezione fissa. «Più visito le comunità», scrive l’abate generale Mauro Giuseppe Lepori (ocist), «e più mi accorgo che il problema della formazione è il problema cruciale del nostro Ordine (e di tutta la Chiesa)». Dopo un passaggio preliminare – ho visto e in parte letto i primi cinque numeri – mi limito a prendere qualche appunto, in vista di successivi approfondimenti.

Le persone che arrivano oggi a un monastero, e chiedono di entrarvi (evento che viene esplicitamente definito «un miracolo»), lo fanno spinte sia da un desiderio positivo di ricerca spirituale ed esistenziale (in risposta alla «chiamata»), sia da un desiderio negativo di alternativa al mondo da cui vogliono distanziarsi e del quale tuttavia sono molto più imbevute rispetto a un tempo (per ragioni anagrafiche e culturali). Se lo portano dietro, il mondo, sotto forma di aspettative, che riversano talvolta impropriamente sulla comunità monastica, andando incontro al più classico dei «bruschi risvegli». Scrive dom Guillaume Jedrezjack (ocso): «Dopo il primo periodo di euforia che segue ogni conversione, si assiste più o meno rapidamente a un cambiamento, nella maggior parte dei monaci e delle monache, spesso dopo la professione solenne. Fino a quel momento essi spendevano ogni energia nello sforzo necessario per appartenere alla comunità […]. E poi arriva la fase delle disillusioni, con la quantità di disintegrazioni».

La preoccupazione dei superiori è che i monasteri siano percepiti come «dei club dove si entra per realizzare la propria vocazione personale di cui la comunità e i superiori devono solo essere i funzionari» (ancora l’abate Lepori). Il monastero come una palestra cui iscriversi per tornare in forma, in preparazione di competizioni future, mentre se c’è una cosa che credo di aver capito è che il monastero è il luogo dove cimentarsi, tra l’altro, con lo scardinamento sistematico  della propria «forma» (mentale, o spirituale, e fisica, mi vien  da dire), per mettersi sulla «via della vita».

Oppure, scrive la badessa di Vitorchiano Rosaria Spreafico (ocso), «ci troviamo di fronte a persone per le quali non è ovvio porsi con profondità – assumendone il rischio – le domande costitutive per cercare il significato unico e unificante dell’esistenza umana.» Sono cariche delle contraddizioni del mondo, e pertanto frammentate e fragili, eppure disponibili ad accettare la sfida della vocazione, anche se non sanno esattamente nemmeno quale sia la posta. «Difficilmente», continua la badessa, «oggi si presentano persone dialettiche, critiche e contestatrici della proposta di vita e di obbedienza che ricevono, ma la loro disponibilità deve essere purificata e trasformata.» E il corsivo è dell’autrice.

«Vita Nostra» – Rivista periodica dell’Associazione «Nuova Cîteaux».

 

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