Tu sei abate e ti tirano le pietre (Walter Map 2/2)

(la prima parte è qui)

Nei confronti del grande abate cisterciense Walter Map si trattiene, comprensibilmente, dall’insistere su accuse specifiche (non dalle battutacce, tuttavia) e introduce una categoria di narrazione agiografica insolita, beffarda e un po’ irriverente: il miracolo mancato – anche l’eminentissimo «don Bernardo» (dompnus Barnardus) ogni tanto faceva cilecca.

«Mi trovavo una volta alla mensa del beato Tommaso, allora arcivescovo di Canterbury», racconta Walter, riferendosi proprio a quel Tommaso, Becket, quando un commensale, stufo delle lodi sperticate che due abati «bianchi» stavano tessendo di Bernardo di Chiaravalle, intervenne per ricordare un caso singolare. Un giorno, a Montpellier, un indemoniato venne portato al cospetto dell’abate, che, «seduto su una grande asina, impartì ordini allo spirito immondo» di uscire immantinente da quel corpo. La cosa sembrava sistemata. Peccato però che, una volta lasciato libero, il disgraziato «si mise a scagliare sassi come poteva contro l’abate, inseguendolo con insistenza mentre fuggiva per le vie». «Questo racconto spiacque all’arcivescovo», commenta Walter: be’, non si stenta a crederlo, ma il commensale impertinente non si fece intimidire e aggiunse: «Quelli che furono presenti dicevano che si trattava di un miracolo degno di essere ricordato, poiché il posseduto dal demonio era con tutti mite e benevolo, e molesto solo verso gli impostori».

«È di dominio pubblico» (publicatum est autem), aggiunge poi Walter, che non fu l’unica volta che a Bernardo mancò la grazia del miracolo, ne occorsero altre, ahimè. Ad esempio quando Guglielmo di Nevers era morto, penitente, alla Grande Chartreuse, nel 1148, e Bernardo era accorso per partecipare ai riti funebri. Walter riferisce l’episodio in maniera concisa ed efficace, ma la scena è così vivace e simpatica che merita una minima dilatazione (con qualche licenza di fantasia).

Bernardo è disteso davanti al sepolcro di Guglielmo (che Walter chiama, erroneamente, Gualtiero), profondamente assorto in preghiera. Il priore certosino occhieggia dall’esterno della cappella, incerto: ma da quanto tempo è lì sdraiato padre Bernardo? Infine si decide: si accosta all’abate, si china e «lo pregò di andare a pranzare dato che era l’ora» – padre, scusate, sarebbe pronto in tavola…

Non se ne parla nemmeno! Bernardo si inalbera. Sembra di vedere un grande attore che si erge in tutta la sua potenza, di voce e di gesto: «Bernardo gli rispose: “Non mi smuoverò da qui finché frate Gualtiero non mi parlerà” ed esclamò a voce alta [così se c’è qualcun altro nelle vicinanze sente chiaramente]: “Gualtiero, vieni fuori!”», Galtere, veni foras!

Ahia. «Ma Gualtiero, che non sentiva la voce di Gesù, non ebbe le orecchie di Lazzaro, e non uscì.»

(2-fine)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 127-129.

 

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Il mistero delle galline dei cisterciensi (Walter Map 1/2)

L’ho tenuto lì a ingiallire per venticinque anni, anzi: li ho tenuti lì, perché la meritoria edizione Pratiche del 1990 degli Svaghi di corte di Walter Map è in due volumi: presi e messi da parte come tante altre opere importanti che prima o poi dovrò aver letto. Poi, appunto, leggendo i saggi di Raoul Manselli sulle eresie medioevali, ho trovato Walter Map citato un paio di volte e accompagnato da espressioni e aggettivi fatti apposta per incuriosire: beffardo, tagliente, acre spasso, vivacissimo racconto. E così è venuto anche il turno del De nugis curialium, opera singolarissima dello scrittore gallese – ecclesiastico, poeta, conteur, diplomatico, uomo di giustizia alla corte di Enrico II Plantageneto e di Eleonora di Aquitania – circolata solo dopo la sua morte, avvenuta intorno al 1210.

Un gran simpatico, tra l’altro, uno che, lamentandosi del fatto che solo gli autori antichi hanno successo, scrive: «Il mio solo torto è questo: sono vivo. Ciò nonostante non ho intenzione di porvi rimedio morendo. […] So cosa accadrà dopo la mia scomparsa: quando incomincerò a putrefarmi, allora l’opera acquisterà sapore, il mio decesso sanerà tutti i difetti, e in una posterità lontanissima la mia antichità mi renderà un’autorità».

Un’ampia parte del primo capitolo degli Svaghi è dedicata a storie di monaci: paragrafi più o meno estesi ricchi di aneddoti, storielle, battute, informazioni, racconti fantastici, invettive, «in modo che l’esposizione avvinca e l’insegnamento tenda a migliorare i costumi». Walter Map parla di cluniacensi, templari, ospitalieri, grandmontani, certosini; di questi ultimi cartusiani dà un ritratto succinto e molto gustoso, dal quale emerge uno dei tratti caratteristici del suo sguardo: «Non tramano contro i vicini, non fanno pettegolezzi [non cavillant], non rubano; nessuna donna entra da loro, ed essi non escono per cercarne». Non è mai particolarmente benevolo, ma la sua bestia nera sono in assoluto i cisterciensi, spuntati «dall’Inghilterra, da un luogo chiamato Sherborne» (che in realtà è il luogo di provenienza di Stefano Harding, terzo abate di Cîteaux). Con i monaci bianchi ci va giù davvero pesante: avidi, avari, falsi, subdoli, truffatori, superbi, privi di carità… forse persino assassini!

Pare che ci fosse un problema particolare con la pancetta, sì, la pancetta, poiché sebbene i cisterciensi abbiano rinunciato alla carne, «nutrono tuttavia diverse migliaia di maiali, vendendone poi la pancetta, forse non tutta; le teste, le zampe, i piedi non li danno, né li vendono, né li gettano; dove vadano a finire lo sa Dio. Similmente rimane tra Dio e loro cosa facciano delle galline, di cui abbondano assai». Scherzi a parte, viene da dire, le accuse di Walter Map sono pesanti e riguardano soprattutto la sete di ricchezza dei monaci bianchi, capaci di spostare nella notte un albero di confine, di falsificare un documento, di deportare famiglie, di far sparire un’intera cascina con alberi e recinti pur di ingrandire le loro terre. Siate avvertiti: «Quelli che invece vengono sorpresi da un’invasione dei Cistercensi sappiano che li aspetta un esilio perpetuo» (dove, al di là della polemica, si sente anche un’eco della poderosa spinta di lavoro del nuovo ordine).

E quando sono colti sul fatto e messi di fronte alle loro responsabilità, questi nuovi monaci, pusillanimi, danno la colpa ai conversi, come dimostra un abate citato da Walter: «Non sappiamo nulla di ciò che avviene nelle parti più riposte della nostra casa; tutto questo è stato fatto senza che noi ne fossimo a conoscenza; i contadini che vivono fuori del chiostro e lavorano con noi hanno commesso questa mancanza senza sapere quel che facevano, e saranno battuti». Sì, battuti, e magari impiccati.

«Ecco come se ne vanno elegantemente scusati!», commenta Walter, che non si ferma nemmeno davanti a Bernardo di Chiaravalle…

(1-continua)

Walter Map, Svaghi di corte, a cura di F. Latella, 2 voll., Pratiche Editrice 1990, pp. 121-167.

 

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«I puttini scherzano tra grappoli d’uva»

GuidaVallombrosaGuidaVallombrosaRetro«E quando finalmente, attraverso il cancello in ferro battuto si giunge a vedere completamente la facciata del monastero, ci soffermiamo in ammirazione di quella che, forse, non è un’alta opera d’arte, ma certo è il tangibile risultato di tanti e tanti secoli di pace, di preghiera, di silenzio, di misura, di forza morale nell’isolamento maestoso della montagna, resa solenne dal cupo manto di abeti» (Carlo A. Kovacevich, 1951). Ad accompagnare il mio interesse per le cose monastiche non poteva mancare una passione contenuta per le guide turistiche dedicate alle abbazie. Come tutti, le prendo alla fine della visita, in loco, come souvenir, ma compro anche quelle che trovo sulle bancarelle e nei remainders. Non importa se sono dedicate a posti che non ho visitato e meglio ancora se non sono recenti – il top sono quelle pubblicate nella prima metà del XX secolo.

Mi piacciono molto perché il più delle volte sono scritte bene, spesso con modi un po’ arcaizzanti; talvolta è palese come siano state affidate dall’editore locale allo storico locale, a un professore che finalmente ha potuto vedere il suo nome su un frontespizio, e sono tutte ingessate, con la voce impostata; a volte sono opera di residenti dell’abbazia, come le Révérendissime Père dom Gabriel Gontard, che comincia così la sua guida dell’abbazia di Saint-Wandrille (1954): «Fino all’ultima svolta della strada si susseguono piacevoli paesaggi, ma soltanto coloro che già sanno riconoscono, sulla sinistra, sulla collinetta ombrosa, il muro della clausura che sale il pendio e si perde tra gli alberi. All’improvviso, ecco il monastero, con i suoi alti tetti, a sbarrare la vallata»; a volte ancora sono testi di oscuri e preparatissimi specialisti che vengono ristampati da decenni. Spesso insomma c’è un’aura poetica, ricercata o involontaria, una sensibilità da narrativa fantastica, che deriva dal quasi immancabile contatto tra l’edificio monastico e la natura, la foresta in primis, e ci sono i gusti di chi scrive, senza uno stile personale, ma con quello delle proprie letture preferite.

Come in questa ispirata descrizione del luogo dove sorge l’oratorio (ricostruito) dell’eremita irlandese san Finn Barr, sull’isola di Gougane Barra: «La natura è stata generosa qui e pochi luoghi possono dirsi superiori per luminosità e grandiosità. Lo sfondo del cielo blu, al mattino, o cremisi, al tramonto, il grigio delle rocce e il violetto dell’erica, interrotto da macchie di verde, il gioco di luci e ombre sulla collina e lungo la valle, il riflesso degli alberi nelle acque del lago, che scintillano nello splendore mattutino o brillano ai raggi rossastri del sole che se ne va – cos’altro può desiderare uno spirito artistico?» (rev. C.M. O’Brien, 1902).

GouganeBarra

L’oratorio (ricostruito) di Finn Barr a Gougane Barra (foto Potts)

I «dati tecnici», le informazioni e i fatti sono esposti con stile fermo e severo, ma soprattutto preciso e misurato: stiamo descrivendo, ma non siamo immuni al fascino di ciò che descriviamo. Come in questo paragrafo dedicato alle decorazioni del chiostro piccolo della Certosa di Pavia: «Ammirevoli, come s’è detto, sono le terracotte, che ornano le arcate: in ciascun pennacchio un angioletto sostiene una mensola con un vaso fiorito, da cui escono tralci di vite che girano intorno agli archi, formando un leggiadrissimo fregio; i puttini scherzano tra grappoli d’uva, con gli uccelli che ne beccano i chicchi: una corda a festoni di frutta forma il pennacchio che racchiude il medaglione figurato tra arco e arco. Da esso sporge il busto del Santo, del Profeta, del frate, modellati con stupendo senso realistico e poderoso impeto statuario» (Antonio Morassi,1966).

E poi c’è il corredo iconografico, che può essere molto prezioso, a causa della sua provenienza pre-Internet: cartine, ricostruzioni, mappe, stampe, incisioni e vecchie foto, splendide, come questo set ancora da Saint-Wandrille.

da "L'Abbaye Saint-Wandrille de Fontelle", 1954

da “L’Abbaye Saint-Wandrille de Fontenelle”, 1954

Il Tempo scorre potente in queste pubblicazioni, e ogni suo segno – la macchia, il sottile odore di muffa, il punto metallico arrugginito – non fa che aumentare il fascino se vogliamo un po’ «escapista» che promanano. Pazienza. Se mi vedete chino a frugare nello scaffale basso di una bancarella, è possibile che abbia trovato un piccolo tesoro: un giacimento di quei meravigliosi (anche da un punto di vista tipografico) volumetti azzurrini del Ministero della Pubblica Istruzione, gli «Itinerari dei musei e monumenti d’Italia».

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Il collo di san Bernardo

C’è un piccolo episodio della vita di Bernardo di Chiaravalle in cui mi sono già imbattuto più volte, senza poterne però apprendere ancora la fonte. Mi piace molto per la sua potenza, diciamo così, teatrale. È un episodio avvenuto a Verfeil (Viridi-folio), probabilmente intorno al 1145, quando in effetti Bernardo si trovava nel sud della Francia, su invito del cardinale Alberico, legato di papa Eugenio III, per combattere gli eretici seguaci del monaco Enrico.

In quegli anni Bernardo si allontana da Clairvaux sempre più malvolentieri, non soltanto per motivi di salute. È ragionevole pensare che viaggi con un piccolo corteo di confratelli, dotato di varie cavalcature. A 55 anni il grande abate è un uomo vecchio, ampiamente provato nel fisico, malato, stanco; ma è comunque Bernardo di Chiaravalle, il padre del ricco e potente ordine cisterciense, una delle figure più rispettate della cristianità, della quale si dice che sia il vero papa, e non il suo ex confratello e discepolo Eugenio.

Uno dei punti cruciali della predicazione eretica è proprio la ricchezza ecclesiastica e il richiamo alla povertà di ispirazione evangelica. Quando Bernardo attacca il suo sermone, forse sul sagrato della chiesa principale, «un eretico gli fece notare, ironicamente, quanto grasso e ben pasciuto fosse il mulo ch’egli cavalcava» (anche l’impertinente Walter Map, tra l’altro, nel parodiare un miracolo del santo fa menzione della sua «asinam magnam»).

Ed ecco la scena madre, che mi piace immaginare preceduta e seguita da un silenzio teso e profondissimo: Bernardo non risponde, lo sguardo fisso nella direzione donde è venuta la voce. Un suo monaco gli si avvicina lentamente, con due dita prende il cappuccio del saio del suo abate e lo tira, scoprendo il capo e soprattutto il collo di Bernardo.

Un collo magro e segnato da oltre vent’anni di digiuni e penitenze.

(L’ultimo incontro con questo episodio l’ho avuto grazie a Raoul Manselli, Evangelismo e povertà, in Il secolo XII: religione popolare ed eresia, Jouvence 1995, pp. 47-66.)

 

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Due (o più) note francescane

A un certo punto del suo carteggio con il servita Giovanni Vannucci, sorella Maria del Campello ritorna sulla sua decisione di dare del tu al giovane sacerdote di cui già apprezza la spiritualità, l’attività, l’attenzione verso la sua comunità, il complicato rapporto con le strutture ecclesiastiche. È il gennaio del 1949, i due si conoscono e si scrivono da poco più di un anno, lei ne ha 74, lui ne ha appena compiuti 35, e la lettera di Maria del 17 è tra le più lunghe e dense di quelle pubblicate (125 su 525, tanto per concludere un periodo pieno di numeri…). È un epistolario di notevole intensità, interessante di suo, si potrebbe dire, al di là della luce che getta sulle personalità dei due corrispondenti, sull’eco lasciata dalla figura di Ernesto Buonaiuti, sulla chiesa di quegli anni, sulle vicende di Nomadelfia, sull’astro di David M. Turoldo, ecc. – tutte cose di cui non so quasi niente e che è a suo modo più stimolante avvicinare attraverso le testimonianze degli individui che tramite le ricostruzioni storiche.

Per intanto, tuttavia, c’è quel «non si stupisca del Lei cui sono ritornata. Forse è meglio così, riflettendo. E forse verrà tempo d’una comunione più trasparente» (e infatti verrà). La nota suscita in Maria, la «Minore», come si autodefinisce, una riflessione sulle difficoltà dei rapporti: «Non è facile il passo avanti nel conoscimento di noi stessi e degli altri, anche se carissimi e consoni» (il corsivo è mio); lei si sente manchevole anche nei confronti delle sue compagne, che condividono quella singolare esperienza dell’eremo di Campello dal 1926, e aggiunge: «Quanto è nebuloso l’animo umano, anche dopo lunghi anni di convivenza fraterna!»; lo raccomandava anche Francesco, nella Regola non bollata: «”Si guardino i frati dal mostrarsi nebulosi…”».

È solo un lieve slittamento di significato, da nuvoloso a nebuloso, forse relativo soltanto all’italiano. Le Fonti francescane, al Capitolo VII, 16 della Regola non bollata, riportano infatti: «E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente amabili», che viene dal latino: «Et caveant sibi, quod non se ostendant tristes extrinsecus et nubilosos hypocritas; sed ostendant se gaudentes in Domino et hilares et convenienter gratiosos»); passo che riceve testimonianza da un brano (XCI) della Vita seconda di Tommaso da Celano: «[Francesco] Amava poi tanto l’uomo pieno di letizia spirituale, che per ammonimento generale fece scrivere in un capitolo queste parole: “Si guardino i frati di non mostrarsi tristi di fuori e rannuvolati come degli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e convenientemente graziosi”».

Ma il titolo parlava di due note, almeno. Sì, perché, andando a vedere il passo di Tommaso da Celano, mi è cascato l’occhio, nella pagina a fronte, su un’immagine di Francesco così bella che con essa mi piace chiudere gli appunti di quest’anno:

«Talora – come ho visto con i miei occhi – raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti, come fosse una viella, e cantava in francese le lodi del Signore.»

Francesco che suona e canta.

Sorella Maria, Giovanni M. Vannucci, Il canto dell’allodola. Lettere scelte (1947-1961), a cura di P. Marangon, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2006 (la lettera citata è la 23); Tommaso da Celano, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, XC.

 

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Otto buoi (Dice il monaco, XXVII)

Scrive Isacco della Stella, cisterciense, abate di Notre-Dame de l’Étoile, in una lettera a Giovanni de Bellesmains dopo il 1150:

Ma ecco, mentre eravamo felici di scrivervi queste cose, sia per la materia, sia per la persona, affinché non oltrepassassimo la misura di una lettera, ci ha pensato il vostro Ugo di Chauvigny, che con un attacco improvviso si è lanciato su di noi, e di sua propria mano ha percosso in modo aspro e crudele alcuni nostri conversi; ha ferito in modo vergognoso alcuni famigli; ha vomitato contro la nostra persona, al momento assente, numerosi insulti e minacce; ha rapito otto buoi e pensiamo li abbia già venduti [De bobus octo rapuit, et, ut putamus, iam vendidit]. E la sua mano è ancora tesa all’attacco! Sui tetti va già dicendo che in me si vendicherà di tutti gli inglesi. Volesse il cielo che non fossi inglese, o che qui, dove sono in esilio, non avessi mai visto inglesi! [Utinam aut Anglus non fuissem, aut, ubi exsulo, Anglos numquam vidissem!].

(La citazione è un promemoria per il monaco, filosofo e scrittore che è stato definito «il grande mistero di Cîteaux», i cui Sermoni saranno una delle prime letture del prossimo anno; Isacco della Stella, I sermoni, vol. I, a cura di D. Pezzini, Edizioni Paoline 2006, p. 13).

 

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Le fotografie di Guiberto di Nogent, 1115

SogniEMemorieForse la cosa che mi ha colpito di più durante la lettura del De vita sua di Guiberto di Nogent è stata la straordinaria immediatezza di alcuni episodi che vi sono raccontati, di alcuni particolari direi addirittura. Il libro, composto tra il 1114 e il 1117, e che ho letto in traduzione italiana, è molto frequentato dagli storici, da quelli delle eresie medievali, per un paio di notevoli resoconti che contiene, da quelli delle vicende politico-ecclesiastiche francesi, da quelli «della mentalità» (o della «psicostoria», come la chiama Cardini nella postfazione), da quelli dell’agiografia, da quelli infine attenti alla ricostruzione medievale del concetto e della pratica dell’individualità – uno dei temi storiografici più appassionanti che conosca. Insomma, è una classica miniera, che può essere esplorata con strumenti diversi e riservare ogni volta diverse sorprese. Da un certo punto in poi l’ho sfogliato come un album fotografico, che avendo il vantaggio paradossale di essere privo di immagini, restituisce ancora più intensamente alcune situazioni. Ne ritaglio qualche esempio.

Cominciamo da Guiberto bambino, che ama moltissimo, riamato, la madre, che, vedova, lo affida alle cure di un maestro rigido e ottuso, benché santo. Il piccolo è trattato come un monaco in pectore; l’anziano Guiberto che ne scrive non rimprovera il rozzo chierico, che tra l’altro picchiava come un fabbro, ma una punta di strazio affiora: «Mentre i ragazzi della mia età correvano qua e là a piacere… io invece, inibito da continue coercizioni, vestito da pretino [clericaliter infulatus], stavo seduto a guardare dall’alto le bande dei ragazzi impegnati nel giuoco».

Il giovane Guiberto rischia di perdersi, ma poi un giorno, entrando nella chiesa di un monastero, vede un gruppo di monaci seduti in coro e ha la certezza della sua vocazione. Vestito infine l’abito, «mi prese d’un tratto una così grande passione di imparare che mi ci dedicai interamente […]. Quante volte credevano che dormissi e scaldassi sotto la coperta il mio corpo ancora delicato [et corpus sub pannulo fovere tenellulum], mentre invece costringevo la mia mente a formulare pensieri, oppure leggevo qualcosa nascondendo il libro sotto la coperta per timore del giudizio altrui».

Veglia pasquale a Soissons, anche il conte Giovanni è in chiesa per la cerimonia. Si annoia, è evidente, e chiede a un chierico di spiegargli un po’ la faccenda. Il religioso racconta la passione del Signore, la sua risurrezione, e il conte «disse come in un sibilo: “Ma questa è una favola, è una sciocchezza!” L’altro rispose: “Se tu ritieni tutto ciò vanità e favola, perché vieni qui alla veglia?” Egli rispose: “Provo piacere a vedere le belle donne che stanno qui a vegliare”».

Dopo i fattacci di Laon, i chierici della cattedrale «per raccogliere denaro, cominciarono a portare in giro le reliquie, com’è d’uso», un vero e proprio tour che si spinse anche in Inghilterra, a Winchester, a Essex. Una sera «un inglese fermo dinanzi alla chiesa disse a un amico: “Andiamo a bere”. E l’altro: “Ma non ho denaro”». Nessun problema, ci sono le offerte per le reliquie di quel santo francese. «Detto questo entrò in chiesa, si avvicinò al concistoro dove si trovavano le reliquie e fingendo di volerle baciare con venerazione, appoggiata la bocca, aspirò con le labbra aperte i denari che erano stati offerti». Bravo, complimenti, bevi, bevi: tre ore dopo «si impiccò ad un albero dove, con una morte orrenda, pagò il castigo della bocca sacrilega».

Laon città funestata, peraltro, dai delitti. «Un prete, mentre in casa sua sedeva dinanzi al fuoco, fu colpito alle spalle da un ragazzo col quale viveva in modo eccessivamente familiare e morì.» Il giovane prova a occultare il cadavere. Dov’è andato il don? Niente, è fuori città per affari. Ma il fetore, oltre a essere insopportabile, rischia di tradirlo, sicché il ragazzo «riunì i beni del padrone, depose il suo corpo nel caminetto con il volto poggiato sulle ceneri, gli appoggiò sopra, inclinato, un arnese chiamato essiccatore per fare credere che cadendo lo avesse colpito [et instrumentum desuper pendens, quod siccatorias vocant, super eum dejecit], poi fuggì con il denaro». La scena del crimine è così interessante per Guiberto, che si dimentica persino di citare il castigo del colpevole.

Potrei andare avanti tutta la sera…, come d’altra parte lo stesso Guiberto: «Dovunque si raccontano un’infinità di casi di diavoli che si fanno amare dalle donne e riescono a dormire nei loro letti e se la decenza me lo permettesse ne potrei raccontare molti».

Sogni e memorie di un abate medioevale. La «Mia vita» di Guiberto di Nogent, a cura di F. Cardini e N. Truci Cappelletti, Europìa 1986 (il testo latino può essere consultato qui).

 

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Monachesimo georgico (Il san Benedetto del cardinale Newman, pt. 2/2)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol.15, 1891)

John Henry Newman (American Annual Cyclopaedia and Register of Important Events, Vol.15, 1891)

(la prima parte è qui)

Nel suo volo sulle ali della «poesia benedettina» sembra quasi che il cardinale Newman alterni ampi sguardi panoramici, dall’alto, che mostrano un vasto territorio in prevalenza cupo e punteggiato di piccole isole di armonia, a improvvise zoomate sul singolo particolare – come sui vivai ittici dell’abbazia cisterciense di Beaulieu, nello Hampshire, e sugli incantevoli dintorni. Già, «i monaci sono stati accusati di scegliere per le proprie abitazioni dei posti incantevoli» (e questa osservazione mi ricorda che purtroppo ho detto qualcosa del genere, in un post di qualche anno fa, in realtà riferito ai nuovi eremiti), ma non dimentichiamo che lavorarono duramente per renderli abitabili: «Se i loro terreni sono pittoreschi, se i loro panorami sono ricchi, furono essi a renderli tali, e presumiamo ebbero il diritto di godere del lavoro delle proprie mani». Il grande lavoro di bonifica dei monaci neri, che conquistò alla luce spazi sempre più ampi di territorio tenebroso (grazie a loro «l’oscurità della foresta cedette il passo, e il sole per la prima volta dal diluvio splendette sulla terra umida»), venne intrapreso non per afflato poetico, né per utilità sociale, bensì per penitenza. Nondimeno gli effetti di quell’attività furono anche poetici e utili; e se l’utilità è stata ampiamente sottolineata dagli storici, il cardinale si riserva di evidenziarne la poesia: «Quanto è romantica dunque la loro storia, e al tempo stesso utile, quanto è vivace, e al tempo stesso seria, coi suoi episodi di avventura e prodezza personale, le sue figure di allevatori, cacciatori, coltivatori, ingegneri civili ed evangelizzatori fusi in un’unica persona».

Newman addita alla nostra ammirazione i monaci che si inoltrarono nel fitto dei boschi, che scelsero i sentieri più impervi, che non si fermarono alla prima radura, che andarono avanti, e avanti ancora, fino a un «locum silvaticum in eremo, vastissimae solitudinis», dove nel volgere di qualche decennio sarebbe fiorita l’abbazia di Fulda, tanto per dirne una. Per darci un’idea di questi uomini tanto vicini a Dio, quanto pratici con le mani, il cardinale va a scovare «fotografie» suggestive e divertenti, come questa di Erluino, fondatore di Notre-Dame du Bec, che «concluso l’ufficio in chiesa, vedevi uscire diretto ai suoi campi, alla testa dei suoi monaci, con al collo la sacca da seminatore e in mano il rastrello o la zappa»; o questa di Easterwine, abate a Wearmouth, che «in tutto simile ai suoi fratelli, con loro spulava il grano con grande gioia, mungeva le pecore e la vacche, e al forno, nell’orto, in cucina, e in ogni incombenza domestica [era] allegro e obbediente».

Così, in uno spirito che potremmo definire di rude e avventurosa serenità, tra la carovana di pionieri e il campeggio, i monaci compirono la loro opera silenziosa e umile di restauro, e «a poco a poco la palude boscosa divenne un romitaggio, una casa religiosa, una fattoria, un’abbazia, un villaggio, un seminario, una scuola di cultura, e una città… ciò che l’altezzoso Alarico o il feroce Attila avevano fatto a pezzi, questi pazienti uomini di meditazione l’avevano rimesso insieme e l’avevano fatto rivivere di nuovo». Unico rammarico, concede il cardinale, è che costoro non abbiano avuto il loro Virgilio a dirne in versi le gesta, o semplicemente i gesti quotidiani, poiché proprio l’autore delle Georgiche avrebbe potuto capire fino in fondo il loro spirito. Ma, come ho già detto, anche se non abbiamo un poeta dei monasteri altomedioevali, Newman non ce ne fa sentire la mancanza.

(2-fine)

John Henry Newman, La missione di san Benedetto («Atlantis», gennaio 1858), in Benedetto, Crisostomo, Teodoreto: profili storici, traduzione di S.M. Malaspina, Jaca Book 2009, pp. 141-193.

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Urca se scottano ‘ste lasagne!

Oggi ci divertiamo con una novella del notaio bolognese Giovanni Sabbadino degli Arienti, la 46ª delle sue Porretane, date alle stampe nel 1483. L’altro giorno, scorrendo un indice bibliografico, ne ho letto il titolo-argomento, e non ho potuto resistere: «L’abbate de Sancto Proculo, mangiando cum li soi monaci lasagne, se scotta la boca: dove l’uno de l’altro se trova ingannato».

Nel 1388 l’abate dell’abbazia di san Procolo a Bologna, «officiata da’ devotissimi religiosi negri de san Benedecto», in seguito a una terribile pestilenza si ritrova solo con due monaci, Domizio e Martino. «Or avvenne che, avendoli fatto uno venerdì, giorno di passione, il cuoco loro uno buono catino de lasagne cum buono caso gratusato a disenare», l’abate non riesce a trattenersi, tanto è invitante il profumino, e ne prende subito un boccone. Si scotta, ovviamente, e si trattiene dal rigettarlo per non dare cattivo esempio agli altri. Solo che nello sforzo, gli viene da piangere, «la qual cosa vedendo don Domizio e credendo che l’abbate se fusse dato qualche ambascia», gli getta in faccia «megio bichiero de vino bianco dolce» e gli chiede: «Oimè, patre mio, che aveti voi? Che doglia ve tormenta ora, che cusì piagneti?»

L’abate, colto in contropiede, butta giù le lasagne roventi e, con gli occhi che gli bruciano per il vino, risponde che gli sono venuti in mente i confratelli morti: «Figliuol mio, el m’è venuto or ora una tenerezza de cuore, che giamai non ebbi la magiore, essendome ramentato che, mangiando altre volte lasagne qui, le mense de questo refettorio erano tutte piene de’ nostri fratelli, che testé non siamo se non tre». Domizio lo invita alla pazienza e si serve delle lasagne. Anche lui si scotta e mentre anche a lui scappa la lacrimuccia, capisce perché piangeva l’abate (ah, ecco perché…), che «avidutosene, li disse: “Perché piangeti vui, don Domizio?” A cui esso rispose: “Patre mio, piango io ancora de quello aveti pianto vui”», oh, ma per chi m’hai preso?.

È la volta di Martino, che, «posto lui ancora il cochiaro nel catino, ne prese una bona menata», e si scotta, e piange e si mette a soffiare, «il che vedendo l’abbate, cum suo gran piacere disse: “Che v’è intravenuto, don Martino, che sì soffiati?” E lui gettando presto fuori el boccone, respose: “Io piango che Dio se ha tolto i buoni e lassato li cativi, poiché l’uno de l’altro siamo traditori”». E dà una manata nel piatto, facendo schizzare il sugo in faccia all’abate. Il momento è teso, ma poi Domizio, «essendo giovene e de piacevole natura» scoppia a ridere, e l’abate, sapendosi in cuor suo colpevole per primo, si limita a un rimprovero: «Don Martino, a’ religiosi non conviene scandeligiarse; la nostra professione rechede pazienzia, e l’abito umiltà: e voi avete questa sancta virtù preterito, dove sieti degno de grave penitenzia. Ma voglio più sia la mia clemenzia che ‘l vostro peccato, il quale ve perdono: ma per l’avenire guardativene».

Detto questo, chiama il cuoco, «che era tedesco», e gli ordina altre lasagne. Cavoli, commenta il cuoco, vi siete già spazzati la prima portata? «”Che ve venga el cacasangue!”, prima blastema che imparano li alamanni quando in Italia vengono». I tre monaci allora si mettono a ridere e «dimenticandose la scotatura e l’occorso scandolo, insieme cum li compagni cum piacere mangiarono il secundo catino de lasagne».

(Ho letto, e citato, il testo da Novelle del Quattrocento, a cura di G.G. Ferrero e M.L. Doglio, UTET 1981, pp. 263-66; ma la si può agevolmente trovare, ad esempio qui e qui: merita!)

 

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Cavalca, Cavalca, Cavalca

CavalcaQualche giorno fa, con la complicità di un pomeriggio piovoso, ho dedicato alcune ore a una libreria di remainders (una delle attività più belle, e al tempo stesso tristi, che conosca). Il risultato più notevole dello scavo sono stati i due volumi delle Vite dei S.S. Padri volgarizzate da Domenico Cavalca, pubblicati presumibilmente nel 1915 dall’Istituto Editoriale Italiano, nella collana dei Classici Italiani, serie III, voll. LIV-LV. Non si tratta di una rarità editoriale, e sono pressoché certo che siano disponibili in rete (anche se non le ho cercate), ma non potevo esimermi dal dare ricetto ai due suddetti volumi, il primo dei quali è introdotto con perizia da Massimo Bontempelli, che così presenta l’autore: «Domenica Cavalca nacque, circa il 1270, a Vico Pisano, e fu della regola di San Domenico. La sua vita è semplice, e si compendia tutta nelle sue opere ascetiche, e nella fondazione del monastero di Santa Marta in Pisa, ov’egli raccoglieva le donne di mala vita che riusciva a convertire. Morì nel 1342». E aggiunge un’osservazione sul genere frequentato dal Cavalca che merita di essere riportata: «La letteratura ascetica di quel tempo può dirsi impersonale: è un poco come gran parte della letteratura giornalistica del nostro».

È lo stesso Bontempelli a dar conto di quella che, seppur ampia, è comunque una scelta dai testi originali, che tra l’altro sono stati riproposti recentemente nell’«originaria forma linguistica pisana» dalle Edizioni del Galluzzo. Ma non si tratta qui di filologia né di bibliografia, che pure nel caso delle Vitae Patrum (del Vitapatrum) sarebbe molto interessante, bensì di un mero pretesto introduttivo per annotare una piccola scelta dei fantastici titoletti che accompagnano i paragrafi delle storie, e che già di per sé, anche fuori contesto, raccontano una storia.

  1. Come, entrando più addentro nel diserto, fu battuto e in diversi modi tentato dalle demonia.
  2. Di uno esempio che diede d’uno eremito che fu ingannato da un demonio che gli apparve in ispezie di una femmina smarrita.
  3. Come liberò una giovane che era ammaliata e impazzava d’amore, e d’altri indemoniati che liberò, e come visitava i frati una volta l’anno.
  4. Come tornando coi monaci al primo abitacolo, venendo tutti quanti meno di sete neL diserto, gittandosi in orazione, impetrò da Dio una fonte, e poi come ritornò al monte.
  5. De’ filosofi, i quali convinse.

 

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