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Il contemporaneo di tutti (Giovanni Vannucci e il significato del monachesimo)

PellegrinoDellAssolutoUno dei vantaggi che mi concedo, in questo avvicinamento alle cose monastiche da interessato e non da studioso, è quello di non tenere sempre in considerazione l’aspetto cronologico, ma di ascoltare cosa dicono i monaci e le monache come se fossero tutti eternamente presenti. Forse non è nemmeno una cosa tanto assurda e credo sia provocata da quell’attitudine del monachesimo cristiano di costante «ritorno alle origini». Lo sguardo rivolto all’origine (cioè a Gesù Cristo e alla comunità apostolica) direi che è, a sua volta, all’origine del fenomeno monastico e, unito all’inesausta riflessione sulla propria condizione, rende un po’ tutti, in un certo senso, contemporanei: Barsanufio di Gaza, Aelredo di Rievaulx e Thomas Merton (tutti, a eccezione dei monaci di alcuni determinati periodi storici, si sa).

Mi ha colpito molto, quindi, leggere questa frase di Giovanni Vannucci: «Il monaco non è l’uomo del passato e neppure l’uomo del futuro, è interamente l’uomo del presente. Ha una vocazione trans-temporale che non nega il tempo, che non cerca di sfuggirlo, ma una vocazione che non si lascia chiudere nel tempo. La vocazione trans-temporale libera il monaco dal fardello del passato e dal timore di future responsabilità. Libero da tutte le costrizioni, può immergersi nel presente: è il contemporaneo di tutti».

È un passo tratto da un articolo del 1980 che ho letto in Pellegrino dell’Assoluto: un’antologia di scritti, apparsi sulla rivista «Servitium», che coprono un arco temporale che va dal 1968 al 1982. Dopo averla soltanto intravista, grazie alla lettura del carteggio con Maria del Campello, ho voluto conoscere un po’ di più la figura del servita Giovanni Vannucci (1913-1984), e l’ho fatto in piccola parte con questa raccolta che, tra le altre, contiene una sezione molto interessante dedicata al tema «Chi è il monaco?»

C’è un testo in particolare, intitolato La comunità monastica (1972), che torna sulla questione delle origini e spicca per concisione, chiarezza e forza di convinzione. In esso Vannucci riflette su tre punti: il significato del monachesimo, il valore della comunità e la funzione delle regole – un programma ambiziosissimo per sette brevi pagine, che tuttavia riescono a condensare un pensiero limpido, vasto e articolato, che non può essere ulteriormente riassunto e andrebbe citato per intero.

«Il significato del monachesimo è quello di ritrovare, mediante una radicale trasformazione personale, il fuoco ardente delle origini, di riporre in discussione tutti gli addomesticamenti ai quali il logorio del tempo e la pigrizia umana hanno sottoposto la parola evangelica.» Il monaco sperimenta «nel vivo della propria carne» la ricerca del «senso religioso» della vita, non lo fa soltanto per sé e soprattutto lo fa nell’ambito di una comunità, le cui dimensioni non contano. Nella comunità, a differenza della collettività e del gruppo («basati sull’atrofizzazione organizzata dell’esistenza personale» – non male per il 1972…), non si è uno vicino all’altro, non si è uniti da un generico amore fraterno: «Nella comunità non è l’amore che conta, ma l’incontro reale con l’altro, il cammino insieme all’altro, il più profondo rispetto dell’altro» – un altro programma da far tremare le vene ai polsi.

In questa prospettiva, i «regolamenti» rischiano di diventare in un intralcio, trasformando la vita in monastero in «una recitazione a soggetto nella quale il singolo fa il monaco ma non è il monaco». Le regole, che cristallizzano l’«ideale del monaco», mettono per così dire il carro davanti ai buoi e finiscono con l’essere una specie di «stampo» in cui «si tenta di colare l’impasto vivente dei monaci e delle monache». Ma qual è il prezzo di questa astrazione, di questo strumento di evasione dai problemi concreti? «Personalmente, per un’esperienza ormai lunga, ritengo che le regole favoriscano uno stato di puerizia nei frati e nelle suore, che non ha nulla a che fare con il “siate come questi piccoli” evangelico.» È abbastanza insolito sentire un monaco sostenere che l’osservanza crea «un possente meccanismo di difesa contro gli insopportabili richiami dell’impegno cristiano»; è sorprendente sentire un monaco affermare che «il chiostro sarà uno spazio profano come tutte le case degli uomini» e che «la sacralità gli verrà conferita dalla comunione e dall’attenzione che ogni singolo membro avrà verso gli altri»; è impressionante sentire un monaco dire che «forse il monachesimo completerà la formula benedettina con la quale è stato definito fino a oggi: non sarà più soltanto schola divini servitii, ma schola humani et divini servitii».

Giovanni Vannucci, La comunità monastica, in Pellegrino dell’Assoluto, Servitium Editrice 2005³, pagg. 161-167.

 

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Due (o più) note francescane

A un certo punto del suo carteggio con il servita Giovanni Vannucci, sorella Maria del Campello ritorna sulla sua decisione di dare del tu al giovane sacerdote di cui già apprezza la spiritualità, l’attività, l’attenzione verso la sua comunità, il complicato rapporto con le strutture ecclesiastiche. È il gennaio del 1949, i due si conoscono e si scrivono da poco più di un anno, lei ne ha 74, lui ne ha appena compiuti 35, e la lettera di Maria del 17 è tra le più lunghe e dense di quelle pubblicate (125 su 525, tanto per concludere un periodo pieno di numeri…). È un epistolario di notevole intensità, interessante di suo, si potrebbe dire, al di là della luce che getta sulle personalità dei due corrispondenti, sull’eco lasciata dalla figura di Ernesto Buonaiuti, sulla chiesa di quegli anni, sulle vicende di Nomadelfia, sull’astro di David M. Turoldo, ecc. – tutte cose di cui non so quasi niente e che è a suo modo più stimolante avvicinare attraverso le testimonianze degli individui che tramite le ricostruzioni storiche.

Per intanto, tuttavia, c’è quel «non si stupisca del Lei cui sono ritornata. Forse è meglio così, riflettendo. E forse verrà tempo d’una comunione più trasparente» (e infatti verrà). La nota suscita in Maria, la «Minore», come si autodefinisce, una riflessione sulle difficoltà dei rapporti: «Non è facile il passo avanti nel conoscimento di noi stessi e degli altri, anche se carissimi e consoni» (il corsivo è mio); lei si sente manchevole anche nei confronti delle sue compagne, che condividono quella singolare esperienza dell’eremo di Campello dal 1926, e aggiunge: «Quanto è nebuloso l’animo umano, anche dopo lunghi anni di convivenza fraterna!»; lo raccomandava anche Francesco, nella Regola non bollata: «”Si guardino i frati dal mostrarsi nebulosi…”».

È solo un lieve slittamento di significato, da nuvoloso a nebuloso, forse relativo soltanto all’italiano. Le Fonti francescane, al Capitolo VII, 16 della Regola non bollata, riportano infatti: «E si guardino i frati dal mostrarsi tristi all’esterno e oscuri in faccia come gli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore e giocondi e garbatamente amabili», che viene dal latino: «Et caveant sibi, quod non se ostendant tristes extrinsecus et nubilosos hypocritas; sed ostendant se gaudentes in Domino et hilares et convenienter gratiosos»); passo che riceve testimonianza da un brano (XCI) della Vita seconda di Tommaso da Celano: «[Francesco] Amava poi tanto l’uomo pieno di letizia spirituale, che per ammonimento generale fece scrivere in un capitolo queste parole: “Si guardino i frati di non mostrarsi tristi di fuori e rannuvolati come degli ipocriti, ma si mostrino lieti nel Signore, ilari e convenientemente graziosi”».

Ma il titolo parlava di due note, almeno. Sì, perché, andando a vedere il passo di Tommaso da Celano, mi è cascato l’occhio, nella pagina a fronte, su un’immagine di Francesco così bella che con essa mi piace chiudere gli appunti di quest’anno:

«Talora – come ho visto con i miei occhi – raccoglieva un legno da terra, e mentre lo teneva sul braccio sinistro, con la destra prendeva un archetto tenuto curvo da un filo e ve lo passava sopra accompagnandosi con movimenti adatti, come fosse una viella, e cantava in francese le lodi del Signore.»

Francesco che suona e canta.

Sorella Maria, Giovanni M. Vannucci, Il canto dell’allodola. Lettere scelte (1947-1961), a cura di P. Marangon, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2006 (la lettera citata è la 23); Tommaso da Celano, Vita seconda di San Francesco d’Assisi, XC.

 

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