Vai, vai, brilla nelle riunioni (Reperti, 26: Kierkegaard)

Nel brillante e tortuoso Giudica da te!, seconda parte pubblicata postuma (1876) di Per provare se stesso. Raccomandato ai contemporanei, Søren Kierkegaard sta svolgendo parallelamente il tema del Cristo come modello e quello dell’impossibilità di «servire due padroni» quando, un po’ a sorpresa, spunta un riferimento monastico. È un po’ che sta colpendo con decisione chi sta «abbassando il prezzo» del cristianesimo e ricorda come Gesù non abbia voltato le spalle al mondo benché sapesse che ne avrebbe sofferto l’irrimediabile condanna: «E rimase nel mondo, non si ritirò dal mondo, ma vi rimase per soffrire».

Attenzione, non è un argomento che Kierkegaard intende concedere ai predicatori che accusano di viltà «un certo genere di pietà […] che cerca un rifugio nascosto, lontano dal chiasso dei piaceri e dei pericoli del mondo, per servire, se possibile, solo Dio in profondo silenzio». Anche se non ce ne sono quasi più, non prendiamo in giro i monaci, noi che «rimaniamo nel mondo e facciamo carriera nel mondo, brilliamo nelle riunioni, sfoggiamo la mondanità»: la nostra cosiddetta pietà «non è davvero superiore a quella del monastero!»

Noi due padroni li serviamo in continuazione, senza tanti problemi, e vogliamo pure la medaglia. Chiudersi in un monastero, al riparo dal mondo, non è quello che ha fatto Gesù, non è «imitazione di Cristo» se si considera il modello, «ma, sebbene non sia la cosa più alta, sarà sempre possibile (e allora cosa importa in fondo che questa cosa non è la cosa più alta?), sarà sempre possibile che neppure uno di noi in questa generazione viziata e mondanizzata sia in grado di farlo».

Søren Kierkegaard, Per provare se stesso. Giudica da te!, a cura di M.L. Sulpizi, traduzione di K. Ferlov e M.L. Sulpizi, Ponte alle Grazie 1993, p. 134.

 

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«Il vizio e la grazia», di Hubert Wolf (pt. 2/2)

IlVizioelaGrazia(la prima parte è qui)

Anche nel caso di suor Maria Luisa ammetto che all’inizio mi è sembrata una figura che non emergesse dalla tipologia, se non per una particolare avvenenza, riportata da tutti, che si traduceva spesso in carisma. La stessa Katharina von Hohenzollern, la sua arcinemica, nella sua memoria prende le mosse proprio da lì: «Suor Maria Luisa ha ventisette anni e si trova nel convento dall’età di tredici anni. Ha una fisionomia molto preveniente ed una amabilità quasi irresistibile, la quale però ha più della secolare che della Vergine consacrata a Dio». Il ritratto è un piccolo capolavoro, per quanto viziato dal giudizio retrospettivo: una giovane che piace a tutti, che tutti amano assecondare, una subdola manipolatrice che dispone delle chiavi del monastero e della quale si percepisce la doppiezza, la «massima furberia», lo «spirito d’intrigo»; «tutto questo però», osserva Katharina, ancora incredula, «sembra coperto da un incantesimo misterioso».

A mano a mano che ho appreso la vicenda della vicaria, la sua statura di personaggio è cresciuta, fino a dimensioni, appunto, tragiche; sia per carattere proprio, sia per l’essersi trovata al centro di uno scontro molto più grande di lei. Il processo per lo scandalo di Sant’Ambrogio, e il libro che lo racconta, fissa suor Maria Luisa all’apice della sua «carriera», sulla cima del «sistema» che ha trovato entrando nel monastero e portato a perfezione, un vero e proprio bagliore tra due dense oscurità dolorose: quella della nascita povera e buia da un lato, quella della fine, dopo il processo, dall’altro (non si raccontano i finali dei legal-thriller). Un bagliore luciferino, di cui le testimonianze danno abbondante conto e che ho notato la prima volta durante la deposizione di suor Maria Gesualda, che era stata con lei in noviziato: «Maria Luisa fin da novizia mostrava gran desiderio di comandare, e diceva: “fammi maestra solo per un’ora, e rimedio a tutto”». E la vediamo infatti saldamente al comando, attorniata da una badessa che le deve l’elezione e che si tiene da parte il più possibile, da consorelle che la temono o le sono alleate, da novizie veneranti e pronte a qualsiasi obbedienza, da due padri confessori che l’inquisitore definirà «conniventi, conscii e complici della maggior parte degli addebiti, che si riportano nella presente causa» (il primo maledirà la sua cecità di fronte al peccato e renderà una «confessione completa»; il secondo, l’altra grande e ignobile figura del processo, il gesuita superdotto e iperprotetto, si difenderà fino allo stremo, producendo chilometri di scrittura), e infine da un drappello di ecclesiastici di rango che dalla pubblicità alla causa hanno soltanto da temere e che faranno del processo il campo di un vero regolamento di conti.

Sì, uno dei pregi del volume è quello di allargare progressivamente la visuale fino a offrire un quadro di notevole ampiezza su quanto stava accadendo nella Chiesa in quegli anni cruciali dell’unità d’Italia e della fine dello Stato pontificio. E lì al centro di questo affresco c’è suor Maria Luisa, iperattiva, loquace, instancabile: quando deve smentire una sua disposizione dice che quella che è stata udita era «la voce del Demonio che la imitava e non la sua» («il Demonio ha preso la mia figura in tante altre circostanze»), quando deve rinforzarla dice che ha avuto una visione, o che la Madonna le ha scritto, come dimostra la letterina (in francese) che può essere rinvenuta nella tal cassettina sigillata; «fa intravedere che passa le notti in orazioni, meditazioni e orrende austerità e sofferenze, talmente che sorte sovente di questi misteriosi combattimenti notturni colla lingua gonfiata e di vari colori»; non partecipa ai riti comuni, va in chiesa quando vuole, mangia carne quando le pare (lo testimoniano le novizie) e si fa fare dei gioielli che paga con i fondi del monastero (testimonianza dell’orefice); sta delle ore in parlatorio e si profuma la tonaca in modo che le consorelle sentano olezzo di rosa al suo passaggio (testimonianza del profumiere); «a Maria Luisa veniva poi il solito mal di capo ultraterreno, sempre foriero delle successive estasi e lotte con i demoni, cui seguiva subito la chiamata del confessore, che in questo caso era autorizzato a entrare nella clausura»; quando si stanca di una novizia, la allontana in maniera radicale… È il caso di dire: eccetera.

Come dicevo, il libro è costruito in modo tale che non mi sembra il caso di accennare alla conclusione, dirò soltanto – perché di conclusione non si tratta – che alla fine dell’ultimo interrogatorio, ormai sola e, bisogna dirlo, donna di fronte alla gigantesca machina maschile dell’Inquisizione, Maria Luisa china il capo, «e il commento del notaio fu che “flebat et suspirabat vehementer“»: piangeva e sospirava forte.

(2-fine)

Hubert Wolf, Il vizio e la grazia. Lo scandalo delle monache di Sant’Ambrogio, Mondadori 2015 (traduzione di F. Gimelli di Die Nonnen von Sant’Ambrogio, C.H. Beck 2013).

 

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«Il vizio e la grazia», di Hubert Wolf (pt. 1/2)

IlVizioelaGraziaDevo confessare che mi sono accostato a Il vizio e la grazia di Hubert Wolf pensando: le monache del monastero di Sant’Ambrogio di Roma si conquistano un librone di tal fatta solo perché il loro «scandalo» è di natura sessuale. Mi sbagliavo clamorosamente: il libro riguarda anche quello, ma è un eccellente volume di ricerca storiografica che dell’episodio ricostruisce la sorprendente complessità, allargando progressivamente il quadro dell’indagine. È inoltre un libro che pullula di figure notevoli e di due (o tre) personaggi di altezza tragica. Ma prima di avvicinare almeno uno di essi, scorriamo la vicenda, che si svolge principalmente tra il 1859 e il 1862.

Una giovane principessa tedesca, Katharina von Hohenzollern-Sigmaringen, due volte vedova e accesa di religioso ardore, chiede al cugino arcivescovo, di stanza a Roma, di aiutarla a coronare il suo sogno di vita claustrale. Il cugino aiuta e indirizza, e Katharina diventa terziaria francescana in un famoso monastero romano. All’inizio tutto bene, in breve tutto storto, non appena la principessa conosce a fondo il «sistema» sul quale si basa Sant’Ambrogio, che anzitutto mantiene vivo il culto della fondatrice, ancorché condannata dall’Inquisizione per affettata santità; ruota poi intorno alla figura della giovane vicaria e maestra delle novizie; vede infine la presenza di due padri confessori, gesuiti e apparentemente succubi della vicaria. Sullo sfondo cardinali e protettori non di basso rango del monastero. Le cose precipitano quando la principessa invita a emendarsi la vicaria, che, per il timore che la tedesca divulghi all’esterno i segreti del monastero, dapprima accusa Katharina di squilibrio psicologico e poi tenta, più concretamente, di avvelenarla, con la complicità di alcune consorelle. In una notte drammatica la principessa riesce a far pervenire un biglietto al cugino, un vero e proprio SOS; il cugino, che in precedenza aveva minimizzato, accorre e la porta in salvo in una villa nella campagna romana. Qui Katharina, dopo essersi ripresa, viene convinta dal nuovo confessore, un benedettino tedesco, a denunciare fatti e circostanze all’Inquisizione. Sebbene il papa, Pio IX, sia molto riluttante, il processo si rivela in poco tempo inevitabile (ed è il sospetto di eresia a rendere inevitabile l’intervento dell’Inquisizione, altrimenti sarebbero stati sufficienti dei provvedimenti disciplinari e un tribunale laico per l’eventuale reato penale).

Le carte – la montagna di carte – del procedimento sono diventate accessibili nel 1998, grazie all’apertura dell’archivio della Congregazione per la Dottrina della Fede disposta da Giovanni Paolo II, e ciò ha consentito a Hubert Wolf di ricostruire, con gran piglio narrativo (e tanto di passaggi da vero legal-thriller) una vicenda e un processo «nascosti da un secolo e mezzo nel più segreto di tutti gli archivi ecclesiastici»: «Alla fine il mistero è stato svelato. E quella che pareva una scandalosa fantasia è risultata essere storia vera».

Lo «scandalo» è esattamente come ce lo si può immaginare, e lascerò le estesissime citazioni dalle deposizioni a chi vorrà leggere il volume; quella che vorrei ricordare qui è la figura della principale accusata, la madre vicaria e maestra delle novizie, la bella e carismatica suor Maria Luisa di san Francesco Saverio.

(1-continua)

Hubert Wolf, Il vizio e la grazia. Lo scandalo delle monache di Sant’Ambrogio, Mondadori 2015 (traduzione di F. Gimelli di Die Nonnen von Sant’Ambrogio, C.H. Beck 2013).

 

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«Persone tristemente famose» (La Visitazione di Salò, pt. 3/3)

AllePorte(la prima parte è qui, la seconda qui)

Ecco quindi una personalissima «top ten» di circostanze, fatti e cose che mi hanno colpito della plurisecolare cronaca del monastero della Visitazione in Fossa.

  1. Il primo cantiere di ampliamento viene affidato all’architetto comasco Antonio Spazzi, già molto vicino alla Visitazione. Ne fa l’opera della sua vita, tanto che portati a termine i lavori, con amorevole dedizione («non c’era mai nulla da rifare»), chiede alle monache di restare. Si occuperà della manutenzione e dei «complessi meccanismi degli orologi a pendolo» e morirà in pace, nel gennaio 1733, «nel suo alloggio presso il monastero, non senza aver mandato prima “la buona sera” alle sorelle».
  2. Il monastero viene benedetto, «al basso et all’alto», dal cardinale Giovanni Francesco Barbarigo, vescovo di Brescia, la sera del 28 gennaio 1719: «Le sorelle arrivano a contare ben “centoquattro benedizioni che fece con sua grande fatica per essere parato pontificalmente”».
  3. Il complesso del monastero è completato nel 1728, «la comunità risulta composta di trentatré sorelle coriste, cinque sorelle converse, due novizie e tre toriere», cioè le soeurs tourières, che stanno presso la tour, cioè la ruota (suora rotara), per estensione le sorelle non di clausura incaricate dei rapporti con l’esterno.
  4. Nel 1796 la guerra tra francesi e austriaci lambisce Salò e, come riporta la cronaca del monastero, «un colonnello dell’armata francese fu alloggiato presso la famiglia d’una nostra or defunta consorella». Una circostanza che sarà di singolare aiuto negli anni successivi e che garantirà alle monache una sorta di protezione dalle pretese delle amministrazioni municipali. Anche perché, «concedendo a madre Dossi [che redigeva al tempo la cronaca] di non saper distinguere i gradi militari, non è da escludere che quel “colonnello” fosse appunto lo stesso Napoleone», presente a Salò il 17 agosto, ospite della famiglia Lanfranchi.
  5. Ancora guerra, 13 aprile 1797: «Questi sono stati veri giorni di tenebre: il nostro povero monastero tutto attorniato da fuochi e da quantità di armati, lo scopio delle bombe delle quali cadevano i grossi pezzi sopra i nostri tetti e nell’ortaglia, i sbarri di cannoni, le cui balle di piombo al peso di libre sette in otto cadute ai piedi d’alcuna delle nostre sorelle senza nepur tocarla non che fare il minimo danno ad alcuna; si scuoteva il nostro monastero per lo rimbombo de sbarri e la veduta del fuoco metteva in tutte noi terrore e spavento». È soltanto l’inizio, ma la Provvidenza non distoglie lo sguardo dalla piccola comunità, che fu sempre «prodigiosamente preservata da qualunque disgrazia ad onta delle grossissime palle penetrate fin entro le muraglie e che conserviamo a perpetua memoria della divina protezione».
  6. La storia della Visitazione di Salò è anche la storia di un ininterrotto tentativo di espropriazione da parte delle varie autorità laiche, storia che, intrecciandosi con quella delle soppressioni degli istituti religiosi, potremmo riassumere così: ma possibile che quattro monache di clausura debbano disporre di uno spazio così bello, grande e centrale? Non potrebbero andarsene da qualche altra parte, così ci facciamo una scuola, ci mettiamo il municipio, una caserma? Sì, una caserma, come in molti altri casi: «Non troverebbesi nella nostra città fabbricato più acconcio a detto scopo di quello occupato dalle consorelle del soppresso monastero della Visitazione di Santa Maria», come si legge in una lettera del 30 gennaio 1873 del sindaco di Salò alla superiora. Okay, i periti devono effettuare un sopralluogo. Okay niente, non se ne parla proprio. Si arriva al 4 aprile: sindaco, ingegnere e aiutante si presentano alla porta del monastero; la superiora («la prelodata signora Rosa, in religione Angela Domenica Larcher») sbarra il passaggio; Torneremo! e «ove si trovasse ancora opposizione verrà senz’altro forzato l’ingresso della casa»; Liberissimi, ma «avverto vostra signoria che gli ingegneri incaricati potranno entrare in convento soltanto coll’abbattere l’entrata. Tanto mi è imposto dal dovere e dalla coscienza». E così accadde, ma niente caserma per fortuna.
  7. Nel 1899 arriva, in regalo, una cucina economica, «fatta venire appositamente da Innsbruck». Nello stesso anno viene installata la corrente elettrica (il telefono nel 1961).
  8. In seguito ai Patti Lateranensi del 1929 vengono avviate le pratiche per il riconoscimento della personalità giuridica del monastero, che dall’unità d’Italia risultava intestato alle «signore Migliavacca e Bersani», cioè suor Maria Annunziata e suor Angela Teresa. Il pretore chiede «scopi e attività» del monastero, risposta: «Sono semplicemente il ritiro e la vita in comune per il lavoro e le pratiche religiose».
  9. Il pretore ha chiesto anche dei mezzi di sostentamento, che sono sempre stati una croce, sin dalla fondazione. Senza le generose donazioni la Visitazione non sarebbe sopravvissuta, ma è vero anche che le monache non si sono mai concesse nulla, né si sono sottratte al lavoro, con l’educandato, con lavori di cucito e ricamo, con la confezione delle particole; hanno venduto tutti gli oggetti di valore, hanno venduto anche i capelli. Poi, «nel 1937 le monache inizieranno anche a lavorare per la locale ditta Cedrinca confezionando sacchetti di caramelle».
  10. «Anche per noi il pericolo è stato reale, minaccioso, soprattutto dopo l’8 settembre 1943, [quando] Roma si era riversata in Salò.» Le Visitandine sopravvivono, relativamente indenni, anche ai repubblichini e ai bombardamenti della fine del 1944, protette, dicono, dalla loro stessa povertà. «Quando la storia avrà già girato pagina, le monache scriveranno con molta discrezione: “La presenza di tutti questi uomini dei ministeri e di persone tristemente famose, ora sparite dalla scena di questo mondo, sembrava dover compromettere la relativa sicurezza della nostra piccola città”».

(3-fine)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012.

 

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«Nella posizione migliore» (La Visitazione di Salò, pt. 2/3)

AllePorte(la prima parte è qui)

È il 4 dicembre 1712 quando le tre monache della Visitazione di Arona designate dal capitolo partono alla volta di Salò, dove le attende la fondazione del nuovo monastero finalmente deliberato. Per coprire i circa 180 chilometri che separano le due località, tra una cosa e l’altra, ci impiegano diciassette giorni, ma quando finalmente giungono sul Lago di Garda l’accoglienza è imponente: ci sono persino dei soldati a cavallo schierati che fanno gli onori. La processione del 20 dicembre, organizzata per la consegna della «casa provvisoria» è impressionante (ed è aperta, curiosamente, dalle «zitelle e dalle dimesse»), segue la messa solenne, la consegna delle chiavi, e poi, commenta l’autrice con afflato non insolito, «la rapida sera invernale pone fine a quella giornata memorabile. I visitatori uno dopo l’altro se ne vanno, le voci e i suoni della festa si smorzano mentre il lago raccoglie gli ultimi riflessi del crepuscolo. Le tre fondatrici si ritrovano sole con il loro Signore in quella che è ormai la loro terra promessa».

E adesso? E adesso, «il 21 dicembre, con il passo dei giorni feriali, inizia dunque la vita vera e propria della Visitazione di Salò, 148ª casa dell’Ordine. Una vita di silenzio orante e di lode in comune, di dolce e cordiale fraternità, in umiltà, modestia, semplicità, povertà: questa nell’intenzione dei fondatori la vita di una Visitazione».

Le premesse sono buone, a giudicare da una lettera di qualche anno dopo: «Salò è a capo di 36 comunità abbastanza numerose, che tutte insieme compongono un corpo che porta il nome di Patria della Riviera di Salò. Il numero dei suoi abitanti è considerevole, molte famiglie sono assai civili e ricche. Dal punto di vista spirituale è soggetto al vescovato di Brescia […]. Vi sono anche religiosi regolari, cioè cappuccini, carmelitani, cordiglieri, minimi, preti regolari somaschi […]. Vi è anche un monastero di religiose agostiniane oltre la nostra piccola Visitazione, un collegio di orsoline, un ricovero per ragazze povere. [È] situato in riva al lago, che si chiama di Garda, l’aria è buona, dista tre giorni da Venezia, tre giorni da Arona, due da Milano. La strada è abbastanza buona tranne qualche passaggio pietroso. Il nostro monastero è situato nella posizione migliore del luogo». Una storia di tenacissima fedeltà alla «posizione» e di ininterrotta allerta nei confronti della «rude concretezza» di ogni giorno. Una storia che, già così bene riassunta da Maria Grazia Franceschini, non mi sembra il caso di comprimere ulteriormente. E allora, prima di scorrere soltanto alcuni degli episodi che più mi hanno colpito, faccio un salto di 256 anni, al 1968, quando «il 24 giugno la comunità, trentasei sorelle, lascia il monastero in Fossa» (così veniva chiamato) e si sposta in una sede temporanea, in attesa che la nuova «casa», a Versine, poco sopra Salò, venga eretta.

La nuova Visitazione è inaugurata il 2 luglio 1971, in letizia, certo, ma anche nella consapevolezza delle difficoltà, che non arretrano mai. Il noviziato è chiuso da quattro anni, la costruzione, realizzata in estrema economia, va accudita da subito, «gli anni trascorrono nella normalità: molte sorelle passano dalla cella al cielo e lasciano le altre nella stanchezza». Nondimeno i rapporti con la popolazione non si spengono, viene allontanato il fantasma della fusione con un’altra comunità, si mette a posto la foresteria, per offrire più possibilità di accoglienza e, «nella circolare dell’8 dicembre 1992, si trova infine questa sobria annotazione: “Entrata di una giovane in postulato: siano grazie a Dio”».

La conclusione della storia – anzi del libro, perché la storia continua – è quella che deve essere: «L’alba del nuovo secolo, come già quella del precedente, trova deste in preghiera le sorelle che hanno vegliato tutta la notte». Lo ammetto, al cospetto di una tale continuità, esaltata in qualche misura dall’inserto fotografico che chiude il volume, ho provato, e provo, un sentimento che credo sia di nostalgia e di mancanza. Non tali da agire per porvi rimedio – proprio no –, e tuttavia non mistificabili.

Ma vediamo, come dicevo, i miei highlights di questa bella storia.

(2-continua)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012.

 

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Tutti monaci! (Dice il monaco, XXIX)

Dice Giovanni Crisostomo, intorno al 385:

Una volta ammesso dunque che Paolo comanda, e non solo ai monaci, di imitare i discepoli e perfino lo stesso Cristo, e in più che egli propone un supremo castigo per coloro che rifiutano quell’imitazione, con quale pretesto intendi tu affermare che il traguardo imposto ai monaci è ben più elevato? È necessario invece che tutti gli uomini tendano alla stessa meta. Quello che sovverte il mondo intero è proprio questo, il fatto che noi siamo persuasi che soltanto i monaci debbano occuparsi di quell’impegno, e che gli altri uomini possano vivere del tutto liberamente. Non è dunque così, non lo è affatto; ma a tutti, e così egli infatti afferma, è richiesto di raggiungere quella saggezza, ed io perciò intendo dichiarare con fermezza questo principio; in realtà, non io, ma proprio Colui che ci dovrà giudicare.

Giovanni Crisostomo, Contro i detrattori della vita monastica, III, 14, a cura di L. Dattrino, Città Nuova 1996, p. 188.

 

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«Donne che vorranno monacare» (La Visitazione di Salò, pt. 1/3)

AllePortePer chi è appassionato di storie di monasteri la lettura del volume di Maria Grazia Franceschini, dedicato alla Visitazione di Salò, è di grande soddisfazione. Non soltanto l’autrice si è passata con pazienza tutte le carte d’archivio (tra gli altri, i fondamentali «libri cassa», con tutte le distinte di spesa!), ma ha saputo raccontare con gusto e sensibilità il materiale di oltre trecento anni di storia. E pazienza se si avverte una punta di apologia – l’autrice è suora visitandina della stessa comunità –, le vicende narrate in fondo lo meritano.

Perché, oltre che ovviamente di fede, è una grande storia di tenacia, di stabilità, di resistenza, di testimoni passati su tempi lunghi. Molto lunghi, se si considera che l’atto di nascita della comunità è un testamento del 1591, di tale Bartolomeo Pedretti, che legava la sua eredità (terreni e capitali), al venir meno dei legittimi eredi, alla cittadinanza di Salò per la costruzione di un monastero di clausura femminile, «sotto la regola di san Benedetto». I legittimi eredi vengono effettivamente meno e comincia una prima fase di burocrazia, protagonista della quale sono il Consiglio generale del comune salodiano (sì, ho imparato l’aggettivo), un esercito di periti e le autorità competenti della Repubblica di Venezia, di cui Salò all’epoca fa parte. Tra parentesi, la storia del monastero è anche una storia della burocrazia, da quella della Serenissima, appunto, a quella della attuale Repubblica, passando per francesi, austriaci, piemontesi, fascisti e repubblichini, tanto che la comunità sarà costretta giocoforza a maturare una notevole competenza in materia di regolamenti e certificati: in particolare le superiore, una processione di donne di profonda spiritualità, ma anche di indubitabile senso pratico.

Il decreto veneziano si fa attendere undici anni, ma finalmente nel 1626 arriva e concede «di poter a gloria del Signore Dio erigere nella terra di Salò […] un monasterio per introdurvi donne che vorranno monacare, con una chiesa per celebrare li divini uffici, et siano figliole di cittadini et abitanti in detto luogo in quel numero che sarà stimato bastare». Il legame tra l’istituzione e il luogo e la sua popolazione comincia da subito a delinearsi, ma una guerra, quella per la successione del ducato di Mantova – la prima delle tante di cui il monastero sarà testimone –, per così dire, blocca la pratica.

Passano gli anni, oltre sessanta: bisogna riprendere le carte, rifare tutto da capo, preoccuparsi soprattutto della dotazione economica dell’impresa, ma nel 1698 parte la nuova petizione, questa volta per la costruzione «di uno monastero di monache dell’istituto della Visitazione di Santa Maria sotto li auspici del glorioso san Francesco di Sales», istituto ritenuto più adatto date le condizioni di povertà del paese, sia per la moderazione della regola, sia per la misura della dote richiesta alle postulanti. Contro le visitandine di Arona, possibili fondatrici e sostenute dalle famiglie nobili bresciane, si levano le benedettine di Piacenza, che si richiamano al testamento originario. Ci vogliono ancora dodici anni, di carte, garanzie, trattative, perorazioni, provvidenziali uscite di scena, rogiti e «solenni instromenti», e finalmente l’11 giugno 1712 il vescovo di Brescia «erige formalmente il monastero».

La fondazione è affidata alle monache di Arona, che già nell’ottobre si riuniscono per stabilire chi deve partire per Salò.

(1-continua)

Maria Grazia Franceschini, Alle porte della città. Il monastero della Visitazione di Santa Maria di Salò, introduzione di G. Archetti, Studium – Associazione per la storia della Chiesa bresciana 2012 (il volume può essere letto anche qui).

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Clausura e cardiochirurgia

Sul numero 1/2015 di «Forma Sororum» si è concluso un ciclo di «Riflessioni sulla clausura» di m. Elena Francesca Beccaria, clarissa. Sono testi tratti da incontri di formazione tenuti in un monastero di clarisse, origine che li rende di particolare interesse: sono, se così si può dire, la relazione di un chirurgo cardiaco, che ha riflettuto a lungo sulla propria pratica, fatta a un convegno di colleghi. Certo che, se così è, che cosa ci vado a fare a un congresso di cardiochirurgia? Che cosa penso di poter capire della materia esposta? La risposta è: niente.

Una cosa, forse, posso dire di averla capita, e cioè che il cuore è un organo complesso e dall’equilibrio delicato. Anzi, lasciamo da parte subito la metafora: la clausura è un meccanismo, no, una condizione complessa e dall’equilibrio delicato; che ha una sua storia, che non è uguale per tutti i monaci e le monache che vi hanno aderito, che anche per chi la sceglie oggi è una strada ardua, priva di automatismi e scorciatoie – forse ancor più per chi oggi vi è chiamato. È la stessa m. Beccaria a parlare di «crisi della clausura», della necessità di ripassarne le strutture fondamentali, ben al di là della «poesia» del fenomeno. Mi pare che dalle sue parole traspaia una tensione accesa, seppure ben dissimulata, tra quello che viene interpretato come un scivolamento sempre più deciso del mondo verso una «antropologia non cristiana» e la costante del significato primo della clausura. Se infatti la clausura è anzitutto una risposta particolare a una particolare chiamata, le conseguenze di questa risposta «sono concrete e costose, non così romantiche», e se non sono ricondotte sempre al suo centro (l’amore di Gesù, una «cosa» davanti alla quale faccio completo silenzio) possono rendere la situazione «intollerabile».

Il mondo, sembra dire m. Beccaria, va da una parte, noi claustrali dall’altra, e ciò nonostante da esso non siamo sganciate, soprattutto da chi lo popola, con un movimento paradossale che ricorda le beatitudini: gli ultimi saranno i primi…, chi si nasconde è tanto più «presente». In fondo un’aria di paradosso, che voglio credere assai proficua per chi la respira, c’è anche, ad esempio, per ricordare un emblema della clausura, nel «valore della grata», che separa per, prima ancora da; o ancora nel fatto che la reclusione ponga un accento fortissimo sulle relazioni fraterne: «Siamo come inchiodate al fianco della sorella, di ogni sorella». La relazione viene vissuta, così, in maniera molto più radicale che nelle situazioni cosiddette normali: la monaca di clausura sta, sta dentro, costantemente, il luogo, la relazione, la preghiera, ecc. Sta lì, credo si possa aggiungere, in attesa.

Io non capisco quando un cardiochirurgo parla di cardiochirurgia, ma in linea di principio credo che sappia di cosa stia parlando, a maggior ragione se ne va della vita di qualcuno. Magari, talvolta, mi disturba un po’ quando suggerisce velatamente che la sua percezione delle cose, da quello che sarebbe il suo punto di vista privilegiato, è più profonda delle altre. La questione qui non è semplice, ma diciamo che se l’affermazione è fatta insieme con passione e con garbo la mia irritazione non dura molto.

m. Elena Francesca Beccaria, o.s.c., Per amore dello sposo celeste. Riflessioni sulla clausura, in «Forma Sororum», 4/2014, 5-6/2014, 1/2015.

 

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Docile

La maggior parte delle traduzioni, arrivata a LXIV, 9 della Regola, là dove Benedetto comincia a illustrare le qualità del buon abate, dice più o meno: «Bisogna dunque che egli sia dotto nella legge divina, affinché sappia e abbia donde trarre il nuovo e il vecchio»; Oportet ergo eum esse doctum lege divina, ut sciat et sit unde proferat nova et vetera.

È una reminiscenza diretta di Matteo, 13, 52, che suggella il lungo resoconto sulle parabole del Regno di Gesù, il quale così conclude: «”Avete capito tutto questo?”. Rispondono “Sì”. Egli disse loro: “Per questo ogni scriba istruito [doctus] nel Regno dei cieli è simile a un padre di famiglia [homini patrifamilias, cioè un abba] che trae fuori dal suo scrigno cose nuove ed antiche [qui profert de thesauro suo nova et vetera]”».

Già è interessante notare che in altre traduzioni del Vangelo quel doctus diventa, ad esempio, «divenuto discepolo»; mentre in alcune versioni della Regola lo stesso doctum diventa «profondo conoscitore».

Ancor più interessante mi pare la sfumatura che Maria Ignazia Angelini, madre benedettina e badessa di Viboldone, introduce in uno dei suoi commenti alla Regola, raccolti nel volume – superdenso – Niente è senza voce. Ragionando proprio sul capitolo LXIV, m. Angelini osserva: «Quando Benedetto dice che l’abate deve essere “docile” (“doctum” deriva, come participio passivo, da doceri) alle Scritture, “ut sciat et sit unde proferat nova et vetera”, “perché sappia e abbia donde attingere cose antiche e nuove”, gli consegna un compito immane. Solo come discepolo delle Scritture, l’abate può “sapere ed essere” (il riferimento è a Mt 13, 52) l’oikodespotés, il “padrone di casa”».

Bello: doctus inteso non come dotto, che ha in sé, oggi, una staticità polverosa e immutabile, bensì come docile. E, giusto per il piacere di voltolarsi nelle parole, non il «docile» più comune, «di persona che si piega facilmente alla volontà di chi ha il compito di guidarla» (Treccani), ma quello dell’altroieri, cioè «disposto ad apprendere quel ch’altri insegna, e approfittarne. Aureo latino, ch’è contratto di Docibilis. Concerne la mente segnatamente; ma perchè la docilità esercita l’attenzione, non può la volontà non ci avere gran parte: onde nel docile è non solo disposizione naturale, ma merito» (Tommaseo).

Maria Ignazia Angelini, Niente è senza voce. La vita monastica oggi, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007, pp.67-68.

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Quella specie di centro vuoto (Dice il monaco, XXVIII)

Dice Timothy Radcliffe, domenicano, a un convegno di abati benedettini, nel settembre 2000:

Perché le persone sono attirate dai [vostri] monasteri? Vorrei condividere oggi con voi alcune idee che mi sono fatto a proposito. Potreste pensare che io sia completamente pazzo: è un domenicano, cosa può capire della vita benedettina? In tal caso, vi prego di perdonarmi. Vorrei sostenere che nei vostri monasteri Dio si rivela non per qualcosa che voi fate o dite, ma forse perché la vita monastica al suo centro ha uno spazio, un vuoto, nel quale Dio può mostrarsi. E voglio anche provare a dimostrare che la regola di san Benedetto crea proprio quella specie di centro vuoto nelle vostre vite, all’interno del quale Dio può abitare ed essere scorto.

Timothy Radcliffe, Il trono di Dio. Discorso al Congresso degli abati benedettini, Roma, Sant’Anselmo, settembre 2000; il testo inglese del discorso può essere letto qui.

 

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