Clausura e cardiochirurgia

Sul numero 1/2015 di «Forma Sororum» si è concluso un ciclo di «Riflessioni sulla clausura» di m. Elena Francesca Beccaria, clarissa. Sono testi tratti da incontri di formazione tenuti in un monastero di clarisse, origine che li rende di particolare interesse: sono, se così si può dire, la relazione di un chirurgo cardiaco, che ha riflettuto a lungo sulla propria pratica, fatta a un convegno di colleghi. Certo che, se così è, che cosa ci vado a fare a un congresso di cardiochirurgia? Che cosa penso di poter capire della materia esposta? La risposta è: niente.

Una cosa, forse, posso dire di averla capita, e cioè che il cuore è un organo complesso e dall’equilibrio delicato. Anzi, lasciamo da parte subito la metafora: la clausura è un meccanismo, no, una condizione complessa e dall’equilibrio delicato; che ha una sua storia, che non è uguale per tutti i monaci e le monache che vi hanno aderito, che anche per chi la sceglie oggi è una strada ardua, priva di automatismi e scorciatoie – forse ancor più per chi oggi vi è chiamato. È la stessa m. Beccaria a parlare di «crisi della clausura», della necessità di ripassarne le strutture fondamentali, ben al di là della «poesia» del fenomeno. Mi pare che dalle sue parole traspaia una tensione accesa, seppure ben dissimulata, tra quello che viene interpretato come un scivolamento sempre più deciso del mondo verso una «antropologia non cristiana» e la costante del significato primo della clausura. Se infatti la clausura è anzitutto una risposta particolare a una particolare chiamata, le conseguenze di questa risposta «sono concrete e costose, non così romantiche», e se non sono ricondotte sempre al suo centro (l’amore di Gesù, una «cosa» davanti alla quale faccio completo silenzio) possono rendere la situazione «intollerabile».

Il mondo, sembra dire m. Beccaria, va da una parte, noi claustrali dall’altra, e ciò nonostante da esso non siamo sganciate, soprattutto da chi lo popola, con un movimento paradossale che ricorda le beatitudini: gli ultimi saranno i primi…, chi si nasconde è tanto più «presente». In fondo un’aria di paradosso, che voglio credere assai proficua per chi la respira, c’è anche, ad esempio, per ricordare un emblema della clausura, nel «valore della grata», che separa per, prima ancora da; o ancora nel fatto che la reclusione ponga un accento fortissimo sulle relazioni fraterne: «Siamo come inchiodate al fianco della sorella, di ogni sorella». La relazione viene vissuta, così, in maniera molto più radicale che nelle situazioni cosiddette normali: la monaca di clausura sta, sta dentro, costantemente, il luogo, la relazione, la preghiera, ecc. Sta lì, credo si possa aggiungere, in attesa.

Io non capisco quando un cardiochirurgo parla di cardiochirurgia, ma in linea di principio credo che sappia di cosa stia parlando, a maggior ragione se ne va della vita di qualcuno. Magari, talvolta, mi disturba un po’ quando suggerisce velatamente che la sua percezione delle cose, da quello che sarebbe il suo punto di vista privilegiato, è più profonda delle altre. La questione qui non è semplice, ma diciamo che se l’affermazione è fatta insieme con passione e con garbo la mia irritazione non dura molto.

m. Elena Francesca Beccaria, o.s.c., Per amore dello sposo celeste. Riflessioni sulla clausura, in «Forma Sororum», 4/2014, 5-6/2014, 1/2015.

 

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