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«Le mando la schiacciata unta»

A volte – credo di averlo già detto – la lettura di testi di argomento monastico sconfina per me in qualcosa che assomiglia più a un vagabondaggio nel tempo. È un po’, ad esempio, che mi ritrovo a leggere epistolari di monache del Seicento e del Settecento, e riconosco per primo che spesso non si tratta di studio o approfondimento, ma proprio di evasione, di quella sensazione tipica, e per certi versi deprecabile e risibile, che si prova nel riascoltare voci perdute, alimentata anche da una grammatica e da un lessico antiquati. Oggi, poi, è così facile; e sia lode vera per questo agli archivisti e a chi rende il loro lavoro disponibile online. Non è certo una circostanza esclusiva dei fondi monastici, ma questo è il mio spunto di interesse, e questo seguo.

Così, in un censimento intitolato La documentazione femminile dei fondi monastici e conventuali della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, opera di Claudia Borgia, vengo a conoscenza delle lettere indirizzate dalla domenicana suor Anna Vittoria Mini, del convento di San Vincenzo di Prato, allo zio Pietro Bono Doni dal 1775 al 1789, all’epoca dell’ordinanza del granduca di Toscana Pietro Leopoldo che stabiliva la trasformazione di numerosi monasteri in conservatori («La sovrana… ci impose il nuovo metodo, ed il primo capo fu che non ci voleva più monache, come siamo state fin ad ora, ma bensì signore ritirate… Se ella mi vuol vedere monaca faccia presto, se poi mi vuol vedere signora, indugi un poco»). Si tratta di sessantacinque lettere, delle quali viene riportato l’incipit e che, come sottolinea la studiosa, sono prevalentemente «lettere di saluto, con richieste di oggetti o di accompagnamento a regali, a volte anche lettere che parlano di consorelle della suora, ma alcune di esse risultano particolarmente interessanti, perché rivelano in che modo i cambiamenti che si andavano verificando nella società e nelle istituzioni alla fine del XVIII secolo venivano vissuti da chi ne era direttamente investito».

Improvvisamente, tuttavia, questi incipit, letti uno dopo l’altro mi sembrano un romanzo, pieno di buchi che, come tutti i lettori di romanzi, mi diverto a colmare:

«1775. Per il nostro fattore le mando un panierino con un poca di pastina che spero le piacerà… Altro non posso dirle, se non che suor Anna Isabella sta male, e male di molto… Ieri suor Anna Isabella ebbe una grossa febbre, la quale gli si prese, con grandissimo freddo…

«1778. Vengo con questa mia, ad augurarle un nuovo felicissimo anno… Non vedendo alcuna risposta intorno alla proposta ragazza, scrivo in fretta due versi…

«1780. La ringrazio delle polizze, solo mi rincresce che a lei sono tutte le spese… Venga pur liberamente che abbiamo luogo per desinare, e per dormire, solo la prego ad avvisarmi quante persone… Se in casa avesse una chitarra, vorrei che me la mandasse, se non ce la, me ne compri una… Le mando il mazzo richiestomi da lei, e sono andata subito in cerca di fiori da queste monache…

«1782. Le mando conforme ella desidera una mostra di panno… Le mando du paste acciò se le goda in questa Pasqua per amor mio assieme con la signora zia… Ci è la camera preparata per lei, e per i cavalli la stalla ancora, non manca altro che la sua persona…

«1783. Le mando il pan di ramerino e du cantucci e non li lasci ai tarli… Ho sentito dalla sua la spesa della Paladina, la facci pur fare, che non costa poi di più…

«1784. Scrivo in fretta due righe, per accompagnarle questo giovane, da me proposto per ortolano… Le mando la schiacciata unta, che dovevamo fare, avanti Carnevale… Il non vedere risposta alcuna di due lettere mi fa stare in grandissimo timore di sua salute…

«1785. Mi è stata sensibile, la perdita della mia cara zia, alla quale ero tanto obbligata… La ringrazio infinitamente de limoni che molto gli ò graditi e gli goderò per me… Lei non risponde mai alle mie lettere, e mi priva anche di questa consolazione, di sentire il suo sentimento circa la nuova riforma… Non prima d’ora ho potuto scriverle, mediante l’occupazione, che abbiamo avuto, del nuovo vestiario…

«1786. Il garbatissimo Giovannello m’ha portato la lettera, domenica mattina… Ricevei il panierino, e sotto il fieno, ci trovai, di bellissima robba bianca fiorita, con due paia di guanti… Se non avesse ancora spedito per quell’affare che lei sa, scassi dal foglio l’uffizio divino… È un pezzetto che la salsiccia è fatta, ma per essere questo tempo umido non puol rasciugare…

«1787. Non ho potuto prima d’ora mandarle la salsiccia, poiché ci vuol tempo a farla… La gentilissima signora Pitti scrisse subito al padre Pitti per chiederle il medicamento… Le mando la salsiccia, che lei desidera, e se la goda per amor mio…

«1788. È un gran pezzo che non so nuove di lei, ancora io ho tardato a scriverle…

«1789. Ho tardato a scriverle aspettando sempre di vederla di persona, ma siccome vedo la cosa andare molto in lungo, le scrivo… La ringrazio infinitamente della cioccolata che ricevei per mano della Maddalena…»

(La documentazione femminile dei fondi monastici e conventuali della Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze, di Claudia Borgia, si può leggere qui.)

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Il «sicurisimo salvo del niente»

Da qualche tempo sto provando ad approfondire l’argomento del quietismo. Per ora non ho fatto altro che accumulare un po’ di bibliografia, osservando crescere la mia fascinazione per un movimento spirituale probabilmente oggetto ormai soltanto di storiografia. Personaggi e vicende non proprio all’ordine del giorno d’oggi, ma che all’epoca, il Seicento, esplosero con tale forza da scatenare la determinazione assoluta della Sacra Inquisizione, che allestì una serie di inchieste e processi sempre più accaniti e protrattisi ben oltre la morte di quei personaggi e la fine di quelle vicende.

Mi colpisce la figura di Miguel de Molinos, l’autore di uno dei testi fondamentali del movimento, la Guida spirituale, che libera l’anima e la conduce nel cammino interiore per acquistare la perfetta contemplazione e il ricco tesoro della pace interiore (1675), che nel 1687 «per sottrarsi alla tortura ed avere almeno salva la vita, si risolse a confessare non solo i suoi errori dottrinali, ma perfino l’immoralità della sua condotta» (G. Perrotti), e che morirà dopo nove anni di carcere.

Mi colpiscono le indagini minuzione nei monasteri, soprattutto femminili, per scovare lettere, documenti e testimonianze che dimostrassero la diffusione del morbo, da estirpare alla radice: «La maggior parte delle religiose inquisite o chiamate a testimoniare nel corso dei processi per quietismo consegnò, più o meno spontaneamente, un cospicuo numero di lettere e biglietti di istruzione spirituale… Tutti quegli scritti vennero requisiti “a fine che non si diffonda maggiormente il contagio”» (A. Malena). E mi colpisce il fastidio che si confessano a vicenda le monache: «Adesso c’è per confessore straordinario un gesuito che proprio ti costringe a risponderli e dire i fatti tuoi alle interrogationi che ti fa, nondimeno ne cava poco da tutte, per quel che intendo» (lettera della domenicana Maria Geltrude Buoninsegni, 1680).

Mi colpisce il concetto di «quiete» che dà il nome al movimento e che mi pare piuttosto una spettacolare manifestazione di nichilismo, per quanto ancorato alla fede – ma è proprio la debolezza, o quanto meno la particolarità, di quell’ancora che insospettisce gli inquisitori e poi li spinge ad agire senza esitazioni. Un’attrazione per l’annichilimento soprattutto di sé che passa con agilità dagli scritti più elaborati alle lettere delle monache meno avvezze alla scrittura, sollecitate dai direttori spirituali a scrivere scrivere scrivere. Così la terziaria francescana Francesca Toccafondi, morta in odore di santità nel 1685, ad alcune consorelle: «Prima usavo di gridare e di strilare ma ora cercho di iscapare e mi burlo del tuto, però sorele carisime io vi in vito quando sete tentate eprovate dalamore cioè tentate con sentimenti e provate con tormenti a fugire i questo sicurisimo salvo del niente» (riportata da A. Malena).

Mi colpisce la contiguità con il misticismo della stessa epoca, anch’esso scrutato con attenzione dagli inquisitori: «Le visioni spesse volte sono state a molti più tosto di danno, che di giovamento… In alcuni altri poi sogliono a loro le visioni essere messaggio, overo argumenti di prossima pazzia; perciochè essendo ruinato, o indebolito, il cervello, et essendo da fumi oscurato, si confonde la vista de gli occhi, in modo che veramente appaia loro alcuna cosa; la quale però è fantasia, e falsa» (dalle Lettere spirituali di Bartolomeo da Salutio, 1629).

Insomma, mi colpiscono un sacco di cose, e per ora, come dicevo, accumulo senza alcun ordine frammenti disparati, attirato da quel termine che suona incongruo applicato a una materia tanto veemente. Come scrive Massimo Petrocchi, «l’inquietudine da vincere e la quietudine da trovare era un più generale problema del secolo».

 

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Tisane, francobolli e raccolte di saggi

Francobollo Montecassino

Avere un «Google Alert» per «monachesimo», ordinare le cartelle dei siti preferiti – appunto – per Ordine, essere iscritto a un certo numero di newsletter. Spulciare i siti come Quel che passa il convento e Prodotti monastici dall’Italia e dal mondo, e fare confronti tra la «Tisana alle erbe “D”», delle Benedettine di Orte, o la «Tisana LS3», dell’Abbazia di Finalpia; oppure valutare la piccola pasticceria su Monastic – Le Savoir-faire des Monastères. Andare al Salone del Libro di Torino e comprare tutte le novità che hanno «monac*» nel titolo (acquisti interessanti, quest’anno). Passare del tempo (complessivamente saranno decine di ore) su Romanes.com a sfogliare gli album fotografici delle abbazie francesi. Ascoltare tanto gregoriano. Passare ai raggi X una bancarella di libri usati e andarsene tutti contenti con in mano Scottish Abbeys. An Introduction to the medieval abbeys and priories of Scotland, dell’Ispettore per i Monumenti Antichi della Scozia, Stewart Cruden, pubblicato nel 1960 dall’Her Majesty’s Stationery Office. Esplorare Project Gutenberg e scaricare Avvenimenti faceti raccolti da un anonimo siciliano, di Giuseppe Pitrè, perché sicuramente ci sarà qualche bella storiella di monaci (e infatti c’è). Comprare un pacchetto di caramelle solo perché sulla confezione c’è l’immagine di un monaco. Guardare sistematicamente sul canale YouTube di TV2000 i bei documentari della serie «I passi del silenzio», dedicati alle comunità monastiche italiane (ci vuole un po’ di tempo, perché ogni puntata dura circa un’ora, e le stagioni sono già quattro, ma ne vale la pena, perché si possono ascoltare un po’ diffusamente le parole di monaci e monache di oggi, oltre a vederli per così dire in azione). Curare una piccola raccolta di francobolli di soggetto religioso/monastico (il 19 luglio 2012 le Poste Italiane hanno emesso un francobollo da 0,60 della serie tematica «Il Turismo» dedicato a Montecassino, e adesso è frequente trovarlo sulle buste). Eccetera, eccetera.

Ecco, anche questo fa parte del mio «essere appassionato di monachesimo». Non soltanto questo, certo, perché poi ci sono la raccolta dei saggi di Benedetto Calati, l’edizione commentata della Regola del Maestro (due splendidi volumi a cura di Marcellina Bozzi, o.s.b., e Alberto Grilli), le riviste specializzate e un semplice quanto ostinato desiderio di comprensione, ma è giusto che mi chieda se nell’espressione di cui sopra il termine intercambiabile non sia proprio «monachesimo». Perché a volte qui sembra che abbia più importanza il come del cosa. Lo dico soprattutto per prevenire quel sentimento pericoloso che spinge a inorgoglirsi dei propri interessi, a pensare che interessarmi di un argomento piuttosto che di un altro mi renda migliore: attenzione, io non colleziono adesivi e sticker (cosa che peraltro faccio), io m’interesso di monachesimo!

Il mio atteggiamento, la mia passione e i suoi modi sono, appunto, tipici, e ci posso convivere serenamente. Mi illudo che ci sia almeno una qualche forma di ricaduta pratica, sia sul versante del come (cosa significa interessarsi a qualcosa?), sia su quello del cosa: una scelta più sensata magari riesco ad azzeccarla se al momento giusto mi ricordo di quello che dice abba Poemen.

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Tre storie di san Saba

1. Saba molto giovane (era nato nei pressi di Cesarea nel 439), e già in forze al monastero di Flaviana, un giorno vide una mela «bella d’aspetto e veramente dilettevole». Quasi vinto dall’impulso, la staccò dall’albero e fece per addentarla, ma poi gli sovvenne Adamo, colui che introdusse la morte nel mondo, e si bloccò: che io non segua la soddisfazione del ventre a scapito dei godimenti spirituali. «E così, vinto il suo desiderio con un ragionamento più forte, gettò la mela a terra e la calpestò, calpestando, con la mela, il suo stesso desiderio. E da quel giorno si dette questo precetto, di non mangiare mai mele fino alla morte.»

2. Saba, ancora adolescente, era già chiamato il «giovane vegliardo» ed era capace di grandi gesti. Un giorno d’inverno, nuvoloso e umido, il monaco addetto alla panificazione pensò bene di stendere il suo bucato nel forno. Poi se ne dimenticò, e il giorno dopo, intento alla cottura del pane, «si ricordò dei suoi abiti e fu in gran turbamento a loro proposito». Nel trambusto generale, nessuno sapeva cosa fare, tranne Saba, che «sostenuto da una fede inaccessibile al dubbio, dopo essersi armato del segno della croce, balzò nel forno, vi prese gli abiti e ne uscì indenne». Gli anziani del monastero ne furono molto impressionati.

Il monastero di Mar Saba

Il monastero di Mar Saba

3. Saba ormai anziano, e carico di gloria per la santa vita e le molte fondazioni monastiche, soffrì la contestazione dei suoi confratelli. Il sant’uomo, «combattivo contro i demoni, [ma] dolce verso gli uomini», si allontanò di sua volontà dal monastero e si diresse nella regione di Scitopoli, dove si esiliò per qualche tempo in una grotta abitata da un leone. Già la prima notte, l’animale, trovato il vecchio monaco addormentato, lo afferrò per la tunica e cercò di trascinarlo fuori. Ma Saba, destatosi, cominciò a recitare l’ufficio notturno, e il leone uscì dalla grotta ad aspettare. Conclusa la salmodia, Saba si distese di nuovo, e di nuovo il leone provò a spingerlo fuori. Al che Saba gli si rivolse: «La caverna è abbastanza vasta per contenerci largamente ambedue», siamo entrambi figli di Dio; se ti va, resta con me, se no, ciao. «A queste parole, colto in qualche modo da reverenza, il leone se ne andò.»

Cirillo di Scitopoli, Vita di Saba, III, V, XXXIII, in Storie monastiche del deserto di Gerusalemme, traduzione di R. Baldelli e L. Mortari, note a cura di L. Mortari, Edizioni Scritti Monastici Abbazia di Praglia 2012, pp. 223, 224, 259-60.

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Fratelli, il ciuffo non si addice

Sul finire del Cinquecento papa Clemente VIII (quello di Giordano Bruno) spedisce d. Domenico Boerio, chierico della Congregazione di San Paolo (i Barnabiti) a visitare l’abbazia cisterciense di Santa Maria di Staffarda. Il barnabita, «uomo grandemente pratico di dare incamminamento sodo alle nuove fondazioni», come apprendiamo altrove, va e relaziona. Le sue note si sono conservate dentro gli «enormi faldoni» che raccolgono le carte dell’erudito cisterciense Ferdinando Ughelli, cioè i manoscritti latini 3204-3249 del fondo Barberini presso la Biblioteca Vaticana. Grazie a un articolo di Stefano Pagliaroli, che ne ha condotto uno «spoglio sistematico – foglio per foglio e linea per linea», possiamo avere un assaggio, assai gustoso, di queste note. (Tutto l’articolo peraltro è molto interessante.)

La situazione a Staffarda è molto compromessa. Tanto per cominciare non c’è una biblioteca, soltanto un paio di casse di libri («malissimamente tenuti, carichi di terra») abbandonate in una stanza. C’è qualche scaffale nel chiostro, «luogo assai humido», e i monaci «dicono che ivi si studia: Dio sa come studiano».

Nella cucina regna il caos, ogni osservanza è saltata. Tutti i monaci vi entrano a piacimento, anche per scaldarsi, mentre non dovrebbero, e vi perdono tempo «in ciancie, burle et troppo inutilmente». La preparazione del cibo è affidata a un laico, pagato dall’abbazia, «et, nell’hora di pranzo, quando si magna, molti de’ monaci stanno in cucina a farsi cuocere chi una cosa et chi un’altra in particolare oltre quello che si dà in comune». Il «cucinaro… sa molto bene i portamenti de’ monaci et frati», ma tiene la bocca chiusa. Non parliamo delle cantine! Oltre alla comune, l’abbazia ospita quella di un oste e quella del fittavolo, e poi c’è quella del priore, che ci tiene il vino prodotto da «due vigne del suo beneficio» e di cui fa commercio.

L’archivio è chiuso, e il priore non ricorda nemmeno se ne esistano le chiavi. I «disordini» non si contano. Troppi secolari entrano ed escono dal monastero. Persino l’officina tonsoria è fuori controllo – e qui la citazione estesa è inevitabile…

«Hanno un luogo deputato all’officio della barbaria, assai sordido, ma fra di loro non ci è chi esserciti l’officio di barbiere et si servono di secolari a i quali danno certo salario l’anno. Et, facendosi a’ monaci et a’ frati la corona, non s’adopra rasoio, ma si tagliano i capelli con forbici, in modo che la corona non si fa così bene. Anzi, quando l’habbiamo visitati, pochi l’havevano et molti havevano capelli longhi, massime sopra il fronte, che “facevano”, come si dice, “il ciuffo”: et stava male. Se gli comandò si facesse la corona: et fu fatto.»

(Da: Stefano Pagliaroli, Spigolature ughelliane, in «Rivista Cistercense» XXIX [2012], 3, pp. 275-297.)

 

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«Il primiero vomito delle lascivie»

Sto leggendo un libro molto bello di Enrica Viviani Della Robbia, Nei monasteri fiorentini, pubblicato da Sansoni nel 1946, pieno zeppo di informazioni e curiosità sulle comunità monastiche femminili cinque-seicentesche, tratte da fonti d’archivio. Ne parlerò, ma non so resistere a riportare i titoli di due opuscoli inerenti al mondo dei monasteri delle Convertite, separati l’uno dall’altro di qualche mese.

Il primo è questo:

Conversione della Maria Lunga detta Carrettina meretrice famosa in Firenze, la quale essendo stata peccatrice oltre vent’anni per penitenza de’ suoi peccati havendo dato il suo avere ridotto a denari per l’amor di Dio, si è ritirata a servire alle misere Donne del Lazzeretto. Azione dispiegata in tre capitoli con obbligo di descrivere in ogni ternario almeno un verso del Goffredo del Sig. Torquato Tasso. Composizione del Dott. Giulio Guazzini. In Firenze 1633, per Zanobi Pignoni.

E qualche mese dopo:

Palinodia in ritrattazione delle lodi già fatte per la Maria Lunga Meretrice Fiorentina nella sua infruttuosa Conversione, la quale dopo l’essere stata volontaria penitente de’ suoi lussi per dieci mesi a servire nel Lazzeretto, per nuovo esempio d’incontinenza è ritornata al primiero vomito delle lascivie. Il che si ritratta con lo stesso obbligo d’un verso almeno del Goffredo del Sig. Torquato Tasso in ogni ternario, del medesimo Dott. Giulio Guazzini, che ne avea composte le lodi intempestive, le quali è parso bene darsi in luce di nuovo avanti la Palinodia per maggiore intelligenza di essa. In Firenze 1633, per Zanobi Pignoni.

Scopro che la curiosa doppietta aveva già colpito l’avvocato e scrittore toscano Narciso Feliciano Pelosini (1833-1896), che nelle sue Amenità bibliografiche della vecchia Toscana (1871) l’aveva registrata e aveva commentato: «Che ti pare di questo titolo? Doveva essere il gran bell’umore il poeta dottor Guazzini! E mi svaga che il povero Tasso fa le spese alle lodi ed all’invettive; come se a lui importasse un fico e della Maria Lunga che vuole e disvuole, e del dottor Guazzini che loda e vitupera. Il mondo era bellino anche nel 1600, quando il Pignoni (nel 1633) stampava questi libri in Firenze».

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Gli stivali sì, ma non scamosciati

È sempre interessante, e anche divertente, leggere in trasparenza le regole monastiche e concentrarsi su ciò che vi viene proibito e sulle prescrizioni minute. Non è stupida volontà di cogliere in fallo i reverendi padri, è umana curiosità, considerando senza malizia che, tra le mille cose che potevano essere regolamentate, le circostanze e i comportamenti che vengono citati erano evidentemente stati osservati nella realtà e pertanto i suddetti padri avevano ritenuto di doverli espressamente menzionare.

Di particolare interesse è poi il caso di costituzioni di molto successive alla Regola di Benedetto, che la pongono come base e si limitano a integrarla: perché i tempi e le consuetudini sono cambiati, perché circolano più denari e più merci, perché anche le persone si muovono di più e «perché oggi si allarga un poco più la mano». Le Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, ad esempio, nella seconda parte, lo dicono chiaramente: «Ammaestrati dalla santa istruzione della Regola, che l’Abate in tal modo temperi, o disponga le cose… dichiareremo alcuni passi della Regola, modificando quelle cose che a’ tempi nostri sembrano aspre, componendo alcuni modi di vivere, acciocché nella nostra Congregazione si vegga l’uniformità nelle cose esteriori e si conservi la concordia interiore». Le «Dichiarazioni» che seguono fanno riferimento ai capitoli della Regola, il più delle volte citando un passo preciso («Dove dice…»), e i casi curiosi che mi hanno colpito sono numerosissimi.

Là dove Benedetto si limita a vietare scurrilità e parole oziose (Cap. VI), i padri di Vallombrosa prescrivono che «acciocché si levino le occasioni di leggerezza, o buffonerie, … che in qualunque luogo della nostra Congregazione siano vietati i canti e i suoni, eccetto che di tasti, che si permettono per abilitarsi al suono de’ sagri organi in servizio della Chiesa». Parimenti si vietano i giochi di carte, i dadi, le scommesse, quelle fatte da sé o tramite altri. Per quanto riguarda il dormitorio (Cap. XXII), «non si permettano i camini nella camere, né a veruno il dormire accompagnato». Benedetto (Cap. XLII) prescrive che subito dopo cena i monaci si riuniscano per ascoltare una lettura edificante, bene, «dove dice “subito” dichiariamo doversi intendere in largo modo, perché si differisce un’ora, o più, acciò per la cena fresca non sia nocivo entrare a letto» (in realtà, dopo la lettura c’è Compieta). I monaci non devono accettare né ricevere lettere o regali (Cap. LIV), ma «per questo non intendiamo proibire donare cose mangiative, purché non siano in quantità notabile». (Tra parentesi, il commento a questo capitolo è l’occasione per stabilire che «al P. Generale è assegnata la propina di scudi 200 per qualunque bisogno suo, e della famiglia, a ciascheduno de’ Visitatori scudi 60, avendo però vitto e vestito, e servitù per loro, e cavalcature».) Sulle norme per l’abito (Cap. LV) i padri si diffondono: la «gabbanella» sotto la tonaca deve arrivare «a tre dita sotto il ginocchio»; «i calzoni siano semplici e modesti, senza tasche»; le camicie «di color tanè»; niente «giubboni attillati» e nessun indumento di pelle, «se non stivali, quali sempre siano neri, ma non scamosciati». Ah, e «nessun dei nostri Monaci per l’avvenire porti barba o basette». Un discorso a parte andrebbe poi fatto per le chiose ai capitoli sulle colpe (XXV-XXVIII), che vengono distinte minuziosamente in leggiere, gravi, più gravi e gravissime. Per restare sul versante lieve: colpe leggere sono «urtare, spingere, tirare e minacciar fanciullescamente e per giuoco» (cioè, spintonarsi), «bere con ambo le mani», «chiamarsi l’un l’altro con soprannomi, o dicendosi non voi, ma tu», «mangiare cose particolari senza licenza»…

Insomma, la fiducia nel discernimento dell’abate è sempre massima, ma lo sappiamo che siamo vittima del peccato, «dal quale è troppo difficil cosa il potersi guardare in questo Mondo, perché in molte cose offendiamo tutti, e sette volte il giorno cade il giusto, e se pensassimo, o dicessimo, non aver peccato, inganneremmo noi medesimi».

(Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, Parte seconda. Spettante al genere politico. O dichiarazione della Regola di San Benedetto. Si possono leggere qui.)

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Election Day all’abbazia

I Monaci Capitolari, i «Vocali», sono stati convocati secondo la procedura e si sono radunati nel luogo convenuto la terza domenica dopo Pasqua. Sono presenti il Presidente – o Padre Generale, o Abate Generale – uscente, i Definitori, i Visitatori, i Prelati, gli Abati Collegiati, gli Abati e i Priori non Collegiati, gli Abati e i Priori Titolari, i Conventuali, insomma tutti coloro che hanno «voce in capitolo». Celebrata la messa, osservati i Vespri e compiuta una serie di orazioni, i padri si ritirano.

«La mattina immediatamente seguente, coadunati tutti i sopranominati del Capitolo con quelli del Convento, a buonora in chiesa» si celebra un’altra messa, dopodiché, «tutti quelli del Capitolo, a suono della campanella, com’è costume, convengano nell luogo deputato, e si proceda all’elezione del Presidente».

Il Presidente uscente elenca tutti i monaci che possono essere eletti. Quindi l’assemblea provvede all’elezione, «per maggior parte del Capitolo per fave nere», di due «Scrutinatori», che assisteranno il Generale e due Visitatori nelle operazioni.

Il nome di ogni candidato, anzi di ogni monaco eleggibile, sarà già stato scritto o stampato su una «Schedola, che sia lunga poco meno di un palmo, e alta un soldo». Le istruzioni al riguardo sono precise: «si stampi, o si scriva, per lo lungo il nome dell’eligendo, con lasciare di qua e di là per la lunghezza il margine eguale: si pieghi detta Schedola per lo lungo in terzo, talmenteché il nome stampato nell’estremità resti chiuso nella piegatura di mezzo».

Le schede con ciascun nome, in numero pari ai votanti, vengono poste su piccoli piatti, uno per candidato. Chiamati per ordine, i Vocali si accostano alla tavola su cui sono disposti i piatti e prendono una scheda da ciascun piatto. Ogni votante, «separatosi dagli altri fuori della stanza del Capitolo, scelga quella Schedola ove è descritto il nome di chi le piace eleggere per Abate Generale», dopodiché rientra in Capitolo con la scheda scelta bene in vista e la depone in una «borsa da calice» («in cui, scuotendo detta borsa, si possa frammischiare alle altre, acciò non si possa distinguere da quelle, né in qual parte sia collocata»).

A questo punto, pronunciato l’Extra omnes, il Generale e chi lo assiste procedono allo scrutinio: vuotano la borsa, contano le schede, le spiegano e, «fattane la ripartizione, si pubblichi eletto per Abate Generale quello che ha più voti, ed in caso d’egualità de’ medesimi sia Generale chi è maggiore di professione». Si bruciano tutte le altre  schede rimaste in mano ai Vocali, e il Generale uscente proclama il suo successore, specificando se è stato eletto «a voti pieni, e tutti favorevoli», ovvero a maggioranza.

Al nuovo Generale viene dato «l’Abito prelatizio, la Berretta, il libro delle Costituzioni, il Sigillo, e la Gruccia», e infine «si canti l’Inno Te Deum, andando tutti in Chiesa a render grazie a Dio».

(Questa procedura può essere letta nelle Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, nella Parte prima, «spettante al genere politico», al capitolo XVIII, disponibili anche online.)

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Monache poetesse, poetesse monache (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Là dove il nome di qualche autrice riemerge, si può osservare un fenomeno parallelo di «testualità debole»: monache le cui opere sono andate distrutte, o disperse, o soltanto casualmente si sono conservate. Nulla è rimasto, ad esempio, della carmelitana Maria Maddalena Sanguinetti, della domenicana Pentesilea Lanzi, della francescana Teresa Zais, e così via. Della domenicana Lorenza Strozzi (indicata come «Lorenzo» ancora in una bibliografia recente) sono sopravvissuti gli Inni (1588), ma della sua vita non si sa quasi niente (se non che, autodidatta, «i di lei componimenti in versi latini hanno meritato l’approvazione de’ dotti»). D’altra parte «la pubblicazione e la memoria storica delle scritture di queste monache, di tutte le monache,  erano saldamente nelle mani maschili di raccoglitori, editori, censori», e il vincolo dell’obbedienza, se da un lato poteva portare all’obbligo di scrivere, dall’altro poteva anche sfociare nel comando di distruggere quanto si era scritto.

Molto di ciò che è rimasto è disperso, in pubblicazioni minori e d’occasione, di minima circolazione e che sfuggono facilmente alle ricerche. Tuttavia «quello che pare straordinario, davanti a questo naufragio di testi, è non il silenzio dei chiostri, ma che nei chiostri si continuino a scrivere rime che rimangono nel cassetto, in assenza di motivazioni esplicite e di un pubblico di destinazione, e nonostante i divieti». Già, «perché dunque scrivevano queste monache?» Talvolta per un accenno di fama locale, più spesso «per costruire un’identità di gruppo o di famiglia monastica» (è il caso della clarissa romana Francesca Farnese, autrice delle Pie e divote poesie, del 1564, o ancora dei «poemetti di carattere visionario» della benedettina Maria Crocifissa Tomasi, del monastero di Palma di Montechiaro), e per additare modelli di comportamento, di devozione, addirittura di sentimento: «attraverso queste canzonette venivano modellati non solo gli slanci devoti ma anche gli affetti umani che poi entravano in opera nel convento come famiglia allargata».

Al di là della pedagogia e dei doveri, si fanno strada, seppur timidamente, altri temi come la consolazione, l’amicizia, l’affetto, e la poesia delle monache diventa un luogo, intimo, protetto e ignoto al mondo, dove esprimere ciò che… tutti gli esseri umani hanno sempre avuto bisogno di esprimere, ad esempio il dolore per la morte di un’amica. Così Annalena Aldobrandini (alla fine del XVI) consola la consorella Felice Vecchietti per la morte di un’altra consorella:

Se la mia bassa musa alcun favore

già mai di cosa allegra

ti fece o suora, hor nel maggior dolore

con teco benda negra

al capo advolge e poi ti prega e dice:

poi che hai nome Felice

felice è anco sul nel regno santo

la tua Cornilia. Frena il grave pianto

che il soverchio dolersi il cielo annoia

ché chi nasce mortal, convien che muoia.

«Nessuno può sostenere», chiosa Graziosi, «che siamo in presenza di capolavori (non lo sono neache molti dei componimenti di mano maschile che con pietas storica i ricercatori vanno riesumando da stampe di tanto più facile accesso). Bisogna però riconoscere che questa in versi è un’altra maniera di dire tanto più interessante quanto è più lontana da una pratica disadorna e colloquiale del dire.» Nella «perenne carenza affettiva» dello stato claustrale, questi versi dimenticati rievocano e conservano il tessuto delle emozioni quotidiane, piccolo spazio di «libertà minimale», e ribadiscono la capacità costitutiva della poesia di «aiutare chi la legge e chi la scrive a vivere qui e adesso. Anche le monache. Mistiche, sante, devote, tiepide o fervorose che fossero. Placate o ribelli al proprio destino».

Ancora un sonetto di Annalena Aldobrandini:

Dolce compagna mia, diletta suora

ahi, che sì tosto giunta al punt’estremo

ti veggo e perciò dentro e di fuor tremo,

mancan le forze e il volto si scolora.

So ben che la tua anima decora

volata è in cielo e di lei nulla temo,

ma dell’altra e di me che privi semo

di vedervi e parlarvi, il che m’accora.

Dunque a noi resterà la doglia e il pianto

che siam restate in questa vita ria

e a quei lassù la gioia e il canto?

Beata te che ti partisti pria.

Dico suor Porzia, che nel regno santo

si gode la celeste melodia.

(2-fine)

Elisabetta Graziosi, Arcipelago sommerso. Le rime monacali tra obbedienza e trasgressione, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 145-73.

 

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Monache poetesse, poetesse monache (pt. 1)

Senza premeditazione mi sono infilato in una serie di letture sul monachesimo femminile, con un’attrazione forse più spinta per il Seicento, o più esattamente per l’epoca post Concilio di Trento, con tutti i risvolti legati, da un lato alla codificazione della clausura stretta, dall’altro al controllo pressante esercitato sugli istituti femminili da parte delle gerarchie ecclesiastiche. Non c’è mai stata sistematicità nelle mie letture monastiche, tanto che talvolta mi chiedo se non sia il caso di mettere un po’ di ordine, salvo poi ricadere subito nel meccanismo che ben conosco di seguire in maniera erratica suggerimenti il più delle volte prodotti da testo a testo. Il punto di partenza di questo filone di letture è stato sicuramente la superba antologia delle Scrittrici mistiche italiane. Mi rendo conto che del monastero femminile, di quello cinquecentesco o seicentesco, ho un’immagine non priva di molti strati di pregiudizi: un universo chiuso, per così dire, al quadrato rispetto a quello maschile. E se guardo con estrema cautela al mio interesse, riconoscendone i tratti fantastici, mi imbatto poi in studi che già a partire dal titolo non fanno che alimentarlo in una direzione probabilmente scorretta.

Il bel saggio in questione è Arcipelago sommerso. Le rime monacali tra obbedienza e trasgressione, di Elisabetta Graziosi, che per prima mette in guardia su un titolo «forse troppo metaforico, troppo ampio, troppo allusivo». D’altra parte, «anche se è vero che i monasteri femminili furono centri di produzione, diffusione, conservazione della cultura, delle molte rime monacali che vi si produssero poche si sono conservate, altre emergono solo indirettamente per cenni e allusioni, mentre le più sono introvabili o forse distrutte». Qui il «silenziatore» della storia ha agito con particolare efficacia, e la stessa tradizione erudita settecentesca, ricorda l’autrice, si è in gran parte arresa: «Non si può far storia di quello che non si trova». Pure, qualcosa è rimasto, anche se «la ricerca sulle rime delle monache non premia i ricercatori impazienti, ma a volte neppure quelli pazientissimi».

Lo studio di Graziosi procede con ordine. Anzitutto: chi erano queste monache poetesse? Non si sa. In molti casi ci si trova di fronte a testi anonimi, una «autorialità debole» che sfocia in «un fenomeno imponente di postumismo»: solo dopo la morte delle autrici le loro rime vengono raccolte, perché soltanto allora si può aggirare «il potenziale trasgressivo contrario all’umiltà» (chi sarai mai tu, povera monaca, per rivendicare un’opera poetica?) e spostarsi sul terreno più tranquillo dell’edificazione e dell’uso devozionale: da peccatrice d’orgoglio a esempio di virtù. È il caso, davvero rilevante, delle Devotissime composizioni di una clarissa del convento bolognese del Corpus Domini, «uno dei best seller monacali più straordinari», forse il primo libro di poesia totalmente femminile, di cui non si conosce la prima edizione (1498?) ma le numerose successive. (Di un’edizione bolognese del 1558 è riportato il seguente titolo esteso: Devotissime composizioni ritmiche, et parlamenti a Jesu Christo nostro Redentore, de una Suora del Monasterio del Corpo di Cristo di Bologna… quali meditando componeva mentre era occupata nelli manuali esercizj, non avendo lettere ne scientia alcuna, ec.) Sono testi elementari, da recitare ad alta voce, magari durante il lavoro, semplici e ripetitivi, perfetti per essere alterati, variati, imitati, dimenticati e ricomposti, tanto non sono di nessuno, anzi di tutte, «sono testi aperti, di riuso collettivo senza monopolio… l’opposto dei monumenti letterari che restano nelle biblioteche».

E «chi era questa monaca? Per ora non si è trovato modo di appurarlo».

(1-continua)

Elisabetta Graziosi, Arcipelago sommerso. Le rime monacali tra obbedienza e trasgressione, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 145-73.

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