Monache poetesse, poetesse monache (pt. 2)

(la prima parte è qui)

Là dove il nome di qualche autrice riemerge, si può osservare un fenomeno parallelo di «testualità debole»: monache le cui opere sono andate distrutte, o disperse, o soltanto casualmente si sono conservate. Nulla è rimasto, ad esempio, della carmelitana Maria Maddalena Sanguinetti, della domenicana Pentesilea Lanzi, della francescana Teresa Zais, e così via. Della domenicana Lorenza Strozzi (indicata come «Lorenzo» ancora in una bibliografia recente) sono sopravvissuti gli Inni (1588), ma della sua vita non si sa quasi niente (se non che, autodidatta, «i di lei componimenti in versi latini hanno meritato l’approvazione de’ dotti»). D’altra parte «la pubblicazione e la memoria storica delle scritture di queste monache, di tutte le monache,  erano saldamente nelle mani maschili di raccoglitori, editori, censori», e il vincolo dell’obbedienza, se da un lato poteva portare all’obbligo di scrivere, dall’altro poteva anche sfociare nel comando di distruggere quanto si era scritto.

Molto di ciò che è rimasto è disperso, in pubblicazioni minori e d’occasione, di minima circolazione e che sfuggono facilmente alle ricerche. Tuttavia «quello che pare straordinario, davanti a questo naufragio di testi, è non il silenzio dei chiostri, ma che nei chiostri si continuino a scrivere rime che rimangono nel cassetto, in assenza di motivazioni esplicite e di un pubblico di destinazione, e nonostante i divieti». Già, «perché dunque scrivevano queste monache?» Talvolta per un accenno di fama locale, più spesso «per costruire un’identità di gruppo o di famiglia monastica» (è il caso della clarissa romana Francesca Farnese, autrice delle Pie e divote poesie, del 1564, o ancora dei «poemetti di carattere visionario» della benedettina Maria Crocifissa Tomasi, del monastero di Palma di Montechiaro), e per additare modelli di comportamento, di devozione, addirittura di sentimento: «attraverso queste canzonette venivano modellati non solo gli slanci devoti ma anche gli affetti umani che poi entravano in opera nel convento come famiglia allargata».

Al di là della pedagogia e dei doveri, si fanno strada, seppur timidamente, altri temi come la consolazione, l’amicizia, l’affetto, e la poesia delle monache diventa un luogo, intimo, protetto e ignoto al mondo, dove esprimere ciò che… tutti gli esseri umani hanno sempre avuto bisogno di esprimere, ad esempio il dolore per la morte di un’amica. Così Annalena Aldobrandini (alla fine del XVI) consola la consorella Felice Vecchietti per la morte di un’altra consorella:

Se la mia bassa musa alcun favore

già mai di cosa allegra

ti fece o suora, hor nel maggior dolore

con teco benda negra

al capo advolge e poi ti prega e dice:

poi che hai nome Felice

felice è anco sul nel regno santo

la tua Cornilia. Frena il grave pianto

che il soverchio dolersi il cielo annoia

ché chi nasce mortal, convien che muoia.

«Nessuno può sostenere», chiosa Graziosi, «che siamo in presenza di capolavori (non lo sono neache molti dei componimenti di mano maschile che con pietas storica i ricercatori vanno riesumando da stampe di tanto più facile accesso). Bisogna però riconoscere che questa in versi è un’altra maniera di dire tanto più interessante quanto è più lontana da una pratica disadorna e colloquiale del dire.» Nella «perenne carenza affettiva» dello stato claustrale, questi versi dimenticati rievocano e conservano il tessuto delle emozioni quotidiane, piccolo spazio di «libertà minimale», e ribadiscono la capacità costitutiva della poesia di «aiutare chi la legge e chi la scrive a vivere qui e adesso. Anche le monache. Mistiche, sante, devote, tiepide o fervorose che fossero. Placate o ribelli al proprio destino».

Ancora un sonetto di Annalena Aldobrandini:

Dolce compagna mia, diletta suora

ahi, che sì tosto giunta al punt’estremo

ti veggo e perciò dentro e di fuor tremo,

mancan le forze e il volto si scolora.

So ben che la tua anima decora

volata è in cielo e di lei nulla temo,

ma dell’altra e di me che privi semo

di vedervi e parlarvi, il che m’accora.

Dunque a noi resterà la doglia e il pianto

che siam restate in questa vita ria

e a quei lassù la gioia e il canto?

Beata te che ti partisti pria.

Dico suor Porzia, che nel regno santo

si gode la celeste melodia.

(2-fine)

Elisabetta Graziosi, Arcipelago sommerso. Le rime monacali tra obbedienza e trasgressione, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 145-73.

 

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