Fratelli, il ciuffo non si addice

Sul finire del Cinquecento papa Clemente VIII (quello di Giordano Bruno) spedisce d. Domenico Boerio, chierico della Congregazione di San Paolo (i Barnabiti) a visitare l’abbazia cisterciense di Santa Maria di Staffarda. Il barnabita, «uomo grandemente pratico di dare incamminamento sodo alle nuove fondazioni», come apprendiamo altrove, va e relaziona. Le sue note si sono conservate dentro gli «enormi faldoni» che raccolgono le carte dell’erudito cisterciense Ferdinando Ughelli, cioè i manoscritti latini 3204-3249 del fondo Barberini presso la Biblioteca Vaticana. Grazie a un articolo di Stefano Pagliaroli, che ne ha condotto uno «spoglio sistematico – foglio per foglio e linea per linea», possiamo avere un assaggio, assai gustoso, di queste note. (Tutto l’articolo peraltro è molto interessante.)

La situazione a Staffarda è molto compromessa. Tanto per cominciare non c’è una biblioteca, soltanto un paio di casse di libri («malissimamente tenuti, carichi di terra») abbandonate in una stanza. C’è qualche scaffale nel chiostro, «luogo assai humido», e i monaci «dicono che ivi si studia: Dio sa come studiano».

Nella cucina regna il caos, ogni osservanza è saltata. Tutti i monaci vi entrano a piacimento, anche per scaldarsi, mentre non dovrebbero, e vi perdono tempo «in ciancie, burle et troppo inutilmente». La preparazione del cibo è affidata a un laico, pagato dall’abbazia, «et, nell’hora di pranzo, quando si magna, molti de’ monaci stanno in cucina a farsi cuocere chi una cosa et chi un’altra in particolare oltre quello che si dà in comune». Il «cucinaro… sa molto bene i portamenti de’ monaci et frati», ma tiene la bocca chiusa. Non parliamo delle cantine! Oltre alla comune, l’abbazia ospita quella di un oste e quella del fittavolo, e poi c’è quella del priore, che ci tiene il vino prodotto da «due vigne del suo beneficio» e di cui fa commercio.

L’archivio è chiuso, e il priore non ricorda nemmeno se ne esistano le chiavi. I «disordini» non si contano. Troppi secolari entrano ed escono dal monastero. Persino l’officina tonsoria è fuori controllo – e qui la citazione estesa è inevitabile…

«Hanno un luogo deputato all’officio della barbaria, assai sordido, ma fra di loro non ci è chi esserciti l’officio di barbiere et si servono di secolari a i quali danno certo salario l’anno. Et, facendosi a’ monaci et a’ frati la corona, non s’adopra rasoio, ma si tagliano i capelli con forbici, in modo che la corona non si fa così bene. Anzi, quando l’habbiamo visitati, pochi l’havevano et molti havevano capelli longhi, massime sopra il fronte, che “facevano”, come si dice, “il ciuffo”: et stava male. Se gli comandò si facesse la corona: et fu fatto.»

(Da: Stefano Pagliaroli, Spigolature ughelliane, in «Rivista Cistercense» XXIX [2012], 3, pp. 275-297.)

 

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