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Stai qui e cambia

Penso spesso [sic] ai tre voti monastici della tradizione benedettina. Non quelli, più esattamente «consigli evangelici», sanciti infine dal canone 573 del Codice di diritto canonico, di castità, di povertà e di obbedienza, bensì quelli per così dire originari che si leggono nel capitolo LVIII della Regola di Benedetto: «Il novizio, poi, al momento della professione prometta nell’oratorio, davanti a tutti, stabilità, cambiamento del modo di vivere e obbedienza». Tre concetti – stabilitas, conversatio morum, oboedentia – che sono stati, e sono tuttora, analizzati e commentati sino all’inverosimile, ma che d’altra parte hanno sempre dovuto, e devono tuttora, trovare una realizzazione pratica, devono trasformarsi in «scelte di vita». (Tra parentesi, il mio preferito è il primo.)

Di vita non soltanto monastica in senso stretto, si deve dire, considerando per esempio il vasto e molto significativo fenomeno degli oblati, cioè di color che «attraverso l’associazione con una precisa comunità monastica pongono la loro vita al servizio di Dio, mantenendo la loro casa nel mondo e adempiendo ai loro obblighi nei confronti delle proprie famiglie e delle proprie attività lavorative». Un movimento, numericamente assai rilevante (nel 2005, all’epoca del primo Congresso mondiale degli oblati, si stimava che contasse circa 25.000 individui, più o meno tre volte il numero delle monache e dei monaci benedettini nello stesso anno), la cui «funzione» è quella di «portare il messaggio benedettino nel vasto mondo al di fuori del monastero», «vivendo la Regola nella misura che la propria condizione secolare consente».

In questa «sfida» c’è forse l’aspetto che più colpisce e interessa del fenomeno, in questa tensione tra spiritualità e pragmatismo quotidiano, della quale ho colto un primo scorcio nel volume The Oblate Life, un’antologia (un «manuale», lo chiama il suo curatore) di contributi di autori di area anglosassone che affrontano e raccontano gli aspetti ideali e pratici della vita degli oblati benedettini. Un volume ricchissimo di spunti, sul quale tornerò, in cui, un po’ a sorpresa, ho trovato il riassunto più conciso ed efficace del programma rappresentato dai tre voti.

Sono quattro parole contenute nel breve testo di Susan Sink, intitolato Life Choices, che racconta le vicende che l’hanno condotta a diventare oblata della St John’s Abbey di Collegeville, nel Minnesota. Quattro parole in risposta alla domanda: «Che cosa esattamente mi viene chiesto?»

Stay here and change.

The Oblate Life, a cura di Gervase Holdaway, o.s.b., Canterbury Press 2008.

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Scurrilitas

Sì, lo ammetto, ho un debole per la scurrilità, il turpiloquio. Benedetto, tanto per fare un nome a caso, disapproverebbe, lo so (senza contare che la scurrilitas che lui condanna va intesa più come «buffoneria» che come vera e propria «volgarità» in senso moderno).

Il termine ricorre tre volte nella sua Regola, ed è interessante notare come, anche in questo caso, l’affermazione del principio non sia disgiunta dalla considerazione realistica di «come vanno le cose», uno dei tratti più evidenti del testo di Benedetto. La prima occorrenza (cap. VI) è l’occasione per una censura netta: «Le volgarità, le scempiaggini e le buffonerie [scurrilitates, verba otiosa et risum moventia] noi le condanniamo a una reclusione perpetua, in ogni luogo, e non permettiamo che il discepolo apra la bocca per discorsi di tal fatta». La seconda è all’inizio del capitolo XLIII, nel quale Benedetto prescrive che i monaci abbandonino istantaneamente ciò che stanno facendo quando scocca l’ora dell’ufficio divino: devono scattare al richiamo, con «una fretta tuttavia mai disgiunta da gravità, sicché non trovi alimento la scompostezza [ut non scurrilitas inveniat fomitem]». E già qui sorge qualche perplessità: si tratta infatti proprio di «scompostezza», dovuta ai movimenti concitati di chi molla tutto e corre via, e che potrebbero suscitare il riso dei confratelli, o forse di qualche parolina sfuggita dalla bocca di chi è costretto a interrompersi, magari in un momento cruciale della propria attività?

La terza evenienza è la più interessante. Nel capitolo XLIX Benedetto affronta l’«osservanza della Quaresima» e invita i suoi monaci penitenti a offrire al Signore «qualcosa in più della misura impostagli, rinunciando a un po’ di cibo, di vino e di sonno, nonché al desiderio di chiacchierare e di scherzare [de cibo, de potu, de somno, de loquacitate, de scurrilitate]». Ah! Dunque parlare e scherzare fanno parte delle attività primarie dell’essere umano, come mangiare, bere e dormire?

Tra l’altro, le citazioni in traduzione sono prese dalla versione, molto bella, di Giovanni Bellardi che, come si è visto, opta per tre diverse accezioni di scurrilitas: buffoneria, scompostezza e desiderio di scherzare. Oscillazione, certo motivata dal contesto, che si ritrova anche in altre soluzioni. Salvatore Pricoco, ad esempio, risolve le tre occorrenze con volgarità, scompostezza e frivolezza; mentre Cecilia Falchini sceglie volgarità, dissipazione (?) e scherzo grossolano. Quale che sia la resa in italiano, non ho molti dubbi su cosa Benedetto intendesse, e mi conforta il suo consueto… come lo vogliamo chiamare: pragmatismo, saggezza, comprensione? Mi sembra quasi di indovinare il suo pensiero, tra lo sconsolato e il divertito: sì, lo so che ridere e scherzare è peccato, che prima l’ho condannato, ma tanto lo facciamo lo stesso, quindi vediamo di trattenerci, soprattutto col turpiloquio e soprattutto durante la Quaresima, okay?

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Quasi naturalmente e per abitudine

Il capitolo VII della Regola, il più ampio, «più che doppio rispetto al pur lungo capitolo IV sulle buone opere», è considerato la sintesi della parte spirituale e dottrinale dell’opera di san Benedetto (come scrive Salvatore Pricoco, «da esegeti antichi e moderni è sempre stato considerato, con il Prologo, il brano più importante dell’intero testo, l’espressione più piena e solenne della dottrina ascetica e della spiritualità monastica benedettina»). Tratta dell’umiltà e dei dodici gradini della sua «scala» («Questa scala che si rizza è la nostra vita nel secolo… [e] i lati di questa scala diciamo che sono il nostro corpo e l’anima»), ed è anche il brano in cui, in maniera velata, Benedetto prende congedo dalla sua fonte principale, la Regola del Maestro. Lo fa, tra l’altro, con una mossa che dimostra il suo prezioso pragmatismo. Ma di questo un’altra volta.

Proprio nelle parole conclusive di questo brano semplice e bello, c’è una nota che mi colpisce, sia per il suo gusto psicologico prima dell’avvento della psicologia, sia per la concretezza, sia infine per una certa assonanza con alcuni cascami contemporanei da «pensiero positivo». Infatti, quando il monaco, l’uomo, avrà salito tutti i gradini della scala dell’umiltà, arriverà finalmente all’amore divino, e «per esso egli comincerà a custodire senza sforzo alcuno, quasi naturalmente e per abitudine, tutto ciò che prima osservava non senza paura». L’adesione alla Regola, l’obbedienza, la vita santa non saranno più il risultato del timore del castigo, terreno e infernale, e il bene verrà perseguito «per la consuetudine stessa al bene e il gusto delle virtù».

In secondo piano rispetto alla dimensione spirituale, quindi, forse c’è anche questa semplice manovra, tratta si direbbe dall’esperienza: fai bene, insisti, perché dai e dai ti verrà naturale, e la virtù diventerà un’abitudine. Anche per un miscredente come me, corazzato tuttavia di abitudini, c’è speranza. O almeno quasi.

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Dagli al traduttore!

Dopo aver letto la lettera di Gerolamo sui monaci egiziani sono andato avanti e ho scoperto altre lettere, non strettamente monastiche, ma ugualmente interessanti e curiose. Per esempio quella A Pammachio sul miglior modo di tradurre, la LVII, scritta intorno al 396. Be’, fa impressione leggere un traduttore di milleseicento anni fa che si difende dalle critiche che gli hanno rivolto per una cattiva traduzione: «Essi vanno dicendo tra gli ignoranti che io sono un falsario, che non ho tradotto parola per parola, che ho detto “carissimo” invece di “onorevole” e che, traducendo in malafede – abominio a dirsi –, non ho voluto riportare αιδεσιμώτατος [= reverendissimo]. Questa e altre bagatelle del genere sono le mie colpe!»

Le cose erano andate così. Eusebio di Cremona, suo confratello, aveva chiesto con insistenza a Gerolamo di tradurgli in latino una corrispondenza in greco tra due vescovi della quale molto si discuteva. Gerolamo l’aveva fatto, «in fretta e furia» ammette, e aveva pregato Eusebio di tenere per sé la versione, e «così fu per un anno e sei mesi, fino a che la suddetta traduzione dalle sue casse, per uno straordinario gioco di prestigio [novo praestrigio], si trasferì a Gerusalemme». Era scoppiato un pieno: tutti addosso a Gerolamo che non sa tradurre, che omette, è un ignorante, mistifica, falsifica, ecc.

Gerolamo, ovviamente, non ci sta; è un asceta, sì, ma il carattere non è il corpo… Anzitutto se la prende con la privacy: l’avevo detto che quel testo non doveva circolare, diamine! «Cosa sarà sicuro presso gli uomini, se non possiamo nascondere i nostri segreti neppure tra le pareti e nelle casse?» È alterato: essere accusato da ladri non gli va. Poi rivendica un diritto, che vale la pena di essere riportato: «Voglio essere padrone, nelle mie carte, di scrivere qualsiasi stupidaggine, di far note sulle Scritture, di mordere a mia volta chi mi insulta, di digerire la mia bile, di esercitarmi nei luoghi comuni e di metter da parte, per così dire, delle frecce appuntite per combattere: finché non divulgo i miei pensieri, anche le ingiurie non costituiscono misfatto, anzi non sono neppure ingiurie, dato che le orecchie del pubblico non le conoscono».

A questo punto è proprio fuori di sé. La volete capire che io non sono come quei traduttori zotici e incapaci che mettono giù un termine dopo l’altro (la putida rusticorum interpretatio), io «non rendo la parola con la parola, ma il senso con il senso»! E, dopo aver coinvolto anche il suo amato Cicerone, parte con una tirata di dieci e più pagine di esempi tratti dalla Bibbia, con i quali mette a confronto il testo ebraico, la versione dei Settanta e la sua nuova traduzione, le interpretazioni eretiche o quelle di altri «colleghi»: un tour de force che lascia senza fiato per intensità, passione e dettaglio («Se si vuol cavillare sulle parole non sono certo la stessa cosa “avrà” e “riceverà”…»).

Il senso, il senso! continua a ribadire Gerolamo. È sul senso, chiaro e correttamente trasferito da un idioma all’altro, che si fonda la stabilità di un testo, soprattutto se parliamo di sacra scrittura. Io mi sono spaccato la testa sugli originali! E poi, persino i Settanta ogni tanto hanno aggiunto una parola: criticheranno anche loro? Anche a loro faranno le pulci? Be’, «mi lascino dire che anch’io non ho messo a repentaglio la stabilità della Chiesa, se, dettando di fretta, ho dimenticato qualche parola».

Vabbè, caro Pammachio, scusa se mi sono dilungato, conclude Gerolamo. Cerca di capirmi, mi hanno «fatto a brandelli», mi hanno «sbranato», «calunniato per delle sillabe». Guarda tu stesso le due versioni e fai le tue valutazioni, «per il resto, mi contento di aver informato un amico carissimo e di aspettare, nascosto nella mia celletta, soltanto il giorno del giudizio».

San Gerolamo, Lettera a Pammachio sul miglior modo di tradurre (LVII), in Lettere, a cura di R. Palla, introduzione di C. Moreschini, BUR 1989.

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C’era una volta un uomo

«In principio vi fu Antonio.»

Comincia così Il monachesimo prima di san Benedetto, di Adalbert de Vogüé, benedettino della Pierre-qui-Vire e grandissimo erudito. Ed è proprio su questo incipit fulminante che mi sono fermato un momento, prima di proseguire la lettura. Perché sono cinque parole scelte non a caso, che forse dicono qualcosa di più di quanto dicano.

Perché non può sfuggire il riferimento altissimo all’altro testo che comincia così. Come se ci trovassimo alla prima riga del vangelo del monachesimo, come se prima di esso non vi fosse nulla… Sorprende, un po’, questo inevitabile sottotesto nelle parole di uno studioso sempre tanto misurato, un sottotesto che evoca certo un’adesione completa alla materia trattata, ma anche una punta di esaltazione a stento trattenuta.

Perché questa frase dà per scontato che già si sappia. Certo, se prendi in mano questo libro hai precise aspettative e sai perfettamente di cosa stai per leggere. Nondimeno, è più un tema musicale che l’incipit canonico di un saggio; è l’eco di un’erudizione, appunto, con radici lontane, è l’ennesima ripresa di un discorso che abbiamo già fatto e che ci apprestiamo a pronunciare di nuovo con un passo diverso: “Siamo tra noi, possiamo anche rinunciare alle consuete cautele”.

E soprattutto perché all’inizio di questa storia, dunque, c’è un essere umano. Non c’è una rivelazione, un profeta, un testo ispirato, la Divinità stessa. No, c’è proprio Antonio, «un giovane uomo egiziano di campagna», che intorno ai vent’anni si converte e fa alcune scelte: «Il suo primo programma riguarda due punti: l’attenzione a se stesso e la capacità di sopportazione. Il successivo programma ne comporta tre: lavoro, preghiera e lettura. L’ultimo, poi, ne contempla quattro: veglie e digiuni, dormire sul duro e assenza di unzioni». Deriverà quasi tutto da qui, una lunga storia fatta nonostante tutto di uomini e donne. Antonio morirà (intorno al 356) e la sua vita verrà messa per iscritto (da Atanasio, in greco) e poi tradotta e di nuovo redatta (da Evagrio). Sarà pronta così per essere diffusa ovunque nel mondo antico più o meno a ovest del Giordano (Agostino, per esempio, la leggerà nel 386, a Milano) e «servirà da prototipo a tutto il monachesimo, sia orientale che latino».

Adalbert de Vogüé, Il monachesimo prima di san Benedetto, Abbazia San Benedetto di Seregno 1998.

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Ciliegie

Lo ammetto senza difficoltà. In tutto questo mio interesse per le «cose monastiche» sono presenti anche aspetti molto leggeri, ossessioni che riconosco essere risibili. I nomi, ad esempio, che per me sono come le ciliegie.

1. Incmaro di Reims
2. Amalario di Metz
3. Godescalco di Orbais
4. Lupo di Ferrières
5. Adomnano di Jona
6. Capreolo di Cartagine
7. Gundlando di Saint-Riquier
8. Marcardo di Prüm
9. Ratramno di Corbie
10. Leidrado di Lione
11. Engelmodo di Soissons

Questa bella squadretta benedettina, più o meno del IX secolo, si ricava facilmente da una breve introduzione alla vita e alle opere di Pascasio Radberto.

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Giovanni the terminator

Si sa che le agiografie sono piene di curiosità, spesso molto divertenti se decontestualizzate (il che non sarebbe corretto, lo so, ma pazienza). Così non se la prenderanno i vallombrosani se ironizzo su questa storiella che riguarda il loro padre (e che è raccontata da Andrea di Strumi nella sua Vita di Giovanni Gualberto, probabilmente del 1092); ci sarà modo di tornare sui temi seri e importanti della spiritualità di Vallombrosa (tra parentesi, uno dei nomi più belli della tradizione monastica).

Un giorno Giovanni Gualberto si trova davanti al suo monastero e vede una mandria di mucche. Idea: un po’ di cibo per i poveri! A chi chiedere? A san Paolo: «Oh, san Paolo, se tu me ne dessi una per questi poveri!» Detto fatto, una mucca crolla al suolo, stecchita.
Uhm, una però non basta… Zac! Altre tre, in rapida successione.
I pastori, «diventati per ciò tristi», spostano la mandria.
Giovanni, imperterrito, tira di nuovo in ballo l’apostolo: «San Paolo, essi sono fuggiti cambiando luogo, e tuttavia non possono sfuggire te, che sei il patrono di questo luogo». Risultato: quinta, sesta, settima, ottava e nona mucca.
Una mandria sterminata.
Umilmente, i pastori si lamentano: «[Scusa, Giova’] è meglio che te ne stia nel tuo cenobio di Vallombrosa piuttosto che venire qui a uccidere tanti animali!»
Ma Giovanni li rassicura subito: «So che siete tristi… ma non temete, poiché per il momento non ne morirà più neanche una».
E così avvenne.
Pare che un pastore meno rispettoso abbia borbottato: «Be’, grazie, ce le hai ammazzate tutte…»

(Nota saccente. Nella sua Vita del santo Giovanni, primo abate di Vallombrosa, composta una trentina di anni dopo quella di Andrea, Attone di Pistoia trascrive pari pari l’episodio, con una piccola, significativa variante. Là dove Andrea, alla fine del massacro, diceva: «Consumata però l’ultima, i pastori, rattristati dalla perdita subita, vennero da lui…», Attone scrive: «Allora i pastori, estremamente turbati per la perdita di nove animali, venendo verso di lui…» Come dire, non è che gliele ha ammazzate tutte, eh.)

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Paura e amore

1. Una storia de’ paura. Deciso ad abbandonare il mondo, un anacoreta si addentrò nel deserto del Sinai. Arrivato a una grotta, vide all’interno un uomo seduto. Bussò, «secondo l’usanza dei monaci», e aspettò che l’altro uscisse a salutarlo. Niente. Allora, «senza esitare, entrò e lo prese per una spalla; egli subito si dissolse e divenne polvere».

2. Una storia d’amore. Dopo qualche giorno, il suddetto anacoreta incontra  un altro sant’uomo. Gli chiede come va e costui gli racconta la storia della sua fuga dal mondo. Stava in un cenobio e tesseva il lino. Guadagnava bene e dava tutto in beneficenza. Poi aveva fondato un monastero suo e l’attività era cresciuta. Finché un giorno era arrivata una vergine e gli aveva commissionato un lavoro. E poi un altro, e un altro ancora. In breve, «ne derivò una consuetudine, quindi una maggior confidenza, infine anche il contatto delle mani, il riso e il mangiare insieme».

Io mi fermo qui. L’anacoreta non può, perché ovviamente c’è di mezzo il diavolo, e perciò, «dopo aver portato in seno la passione, partorimmo l’iniquità».

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Elia on drums

Nelle Istituzioni e gesta dei primi monaci del carmelitano Filippo Ribot si legge questa testimonianza sui cori monastici delle origini, tratta dall’opera di un tal «Giovanni, XLIV vescovo di Gerusalemme»: «Si radunavano infatti in quel luogo [il monte Carmelo] per cantare a lode di Dio salmi, cantici e inni con il cuore e con la bocca, accompagnandosi con strumenti musicali». Il corsivo, come si suol dire, è mio.

Filippo Ribot, Istituzioni e gesta dei primi monaci (III, 3), Libreria Editrice Vaticana, 2002.

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Comfort

Secondo il Crisostomo il peccato di adulterio (in realtà il semplice desiderare una donna) in fondo è più grave se viene commesso da un secolare che da un monaco: «infatti non è uguale la colpa di chi, pur avendo moglie e godendo di tale conforto, resta sedotto dalla bellezza d’una donna, e di chi, essendo del tutto privo di quell’ausilio, si lascia vincere da quella funesta attrattiva».

Conforto, ausilio? Quale visione della vita di coppia, del matrimonio, si nasconde dietro la scelta di questi termini?

Giovanni Crisostomo, Contro i detrattori della vita monastica (III, 14), Città Nuova, 1996.

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