C’era una volta un uomo

«In principio vi fu Antonio.»

Comincia così Il monachesimo prima di san Benedetto, di Adalbert de Vogüé, benedettino della Pierre-qui-Vire e grandissimo erudito. Ed è proprio su questo incipit fulminante che mi sono fermato un momento, prima di proseguire la lettura. Perché sono cinque parole scelte non a caso, che forse dicono qualcosa di più di quanto dicano.

Perché non può sfuggire il riferimento altissimo all’altro testo che comincia così. Come se ci trovassimo alla prima riga del vangelo del monachesimo, come se prima di esso non vi fosse nulla… Sorprende, un po’, questo inevitabile sottotesto nelle parole di uno studioso sempre tanto misurato, un sottotesto che evoca certo un’adesione completa alla materia trattata, ma anche una punta di esaltazione a stento trattenuta.

Perché questa frase dà per scontato che già si sappia. Certo, se prendi in mano questo libro hai precise aspettative e sai perfettamente di cosa stai per leggere. Nondimeno, è più un tema musicale che l’incipit canonico di un saggio; è l’eco di un’erudizione, appunto, con radici lontane, è l’ennesima ripresa di un discorso che abbiamo già fatto e che ci apprestiamo a pronunciare di nuovo con un passo diverso: “Siamo tra noi, possiamo anche rinunciare alle consuete cautele”.

E soprattutto perché all’inizio di questa storia, dunque, c’è un essere umano. Non c’è una rivelazione, un profeta, un testo ispirato, la Divinità stessa. No, c’è proprio Antonio, «un giovane uomo egiziano di campagna», che intorno ai vent’anni si converte e fa alcune scelte: «Il suo primo programma riguarda due punti: l’attenzione a se stesso e la capacità di sopportazione. Il successivo programma ne comporta tre: lavoro, preghiera e lettura. L’ultimo, poi, ne contempla quattro: veglie e digiuni, dormire sul duro e assenza di unzioni». Deriverà quasi tutto da qui, una lunga storia fatta nonostante tutto di uomini e donne. Antonio morirà (intorno al 356) e la sua vita verrà messa per iscritto (da Atanasio, in greco) e poi tradotta e di nuovo redatta (da Evagrio). Sarà pronta così per essere diffusa ovunque nel mondo antico più o meno a ovest del Giordano (Agostino, per esempio, la leggerà nel 386, a Milano) e «servirà da prototipo a tutto il monachesimo, sia orientale che latino».

Adalbert de Vogüé, Il monachesimo prima di san Benedetto, Abbazia San Benedetto di Seregno 1998.

2 commenti

Archiviato in Libri, Spigolature

2 risposte a “C’era una volta un uomo

  1. perfectioconversationis

    Il tema è fondamentale e, pur evocato con la forza di una frase che presuppone un intero mondo, rimane una delle domande chiave degli studi sul monachesimo: la questione delle origini.
    Che risalgano alla prima comunità cristiana di Gerusalemme o alla fondazione (attorno al 70 d.C.) della chiesa di Alessandria ad opera dell’evangelista Marco, che abbiano radici nella comunità essena e nelle sue pratiche ascetiche, che siano l’opera di pochi uomini mossi dalla sete di Dio, rimane la domanda profonda: come nasce, perché, questo fiume che attraversa i secoli, le nazioni, che rende gli uomini capaci di imprese personali al limite delle possibilità umane e forgia civiltà?
    Volendo, prima di Antonio ci fu Paolo, eremita in Tebe, morto nel 347 e che Antonio fece in tempo a conoscere prima della sua morte, ma –ovviamente – ha ragione De Vogüe: Antonio è lo snodo, la “Vita Antonii” di Sant’Atanasio è il best seller dell’antichità.
    Il testo che citi è un gioiello, da leggersi in coppia con il suo pendant, “San Benedetto. L’uomo e l’opera”, nella stessa collana dei monaci di Seregno.
    Nota caratteristica di De Vogüe mi sembra essere la vastissima conoscenza dei testi antichi unita a una profonda spiritualità monastica, non solo: i due elementi interagiscono. E’ un autore capace di una profonda comprensione del proprio oggetto proprio perché vive con forte spiritualità nella stessa tradizione che commenta ma, cosa rara, è capace di verificare la propria vocazione alla luce di una sempre maggior comprensione dei testi antichi. Mi ha colpito, ad esempio, come altri autori di grande erudizione quando si tratta di temi storici, nei testi sul monachesimo contemporaneo abbraccino i più scialbi luoghi comuni (si veda, ad esempio, Jean Leclercq, che fa un minestrone di asram, monachesimo orientale, aggiornamento post-conciliare… una desolazione). De Vogüe, al contrario, trova nell’approfondimento dei testi nuova linfa spirituale, si vedano le pagine sul digiuno ne “La Regola di S. Benedetto. Commento dottrinale e spirituale”, edito dall’Abbazia di Praglia.

  2. E l’incipit, che afferma nell’io il tutto, il tutto nell’io, e’ un capolavoro biografico-teologico. Intuizione modesta e onesta, confermata in ogni Storia umana ben narrata, confermata sia dall’ esperienza comune quanto dalle più avanzate ricerche neurobiologiche ( il tunnel della mente, per dirne una recente e divulgativa ). Bel pezzo, Mr. Potts, rokka!

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