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«Il candido coro degli angeli» (pt. 2)

Talmelli(la prima parte è qui)

Non mi sembra il caso di riportare qui alcuni dei nomi delle monache di Santa Giustina, è più giusto che sia un libro così affettuoso (corredato di tante foto e anche di un cd, perché le agostiniane ferraresi avevano una lunghissima tradizione musicale di alto livello), a portare ampia e precisa testimonianza della loro esistenza. Un libro che riesce anche a unire in un solo filo narrativo abissi e leggerezze, tormenti e ironia.

L’ex ballerina che «si presentò al monastero con i suoi abiti più eleganti: un boa di piume e un cappellino esso pure con piuma» (che saranno conservati in un apposito armadio e riutilizzati anni dopo, un po’ appassiti, per una festa); la badessa che diceva di sé: «Sicuramente ho fatto qualcosa di male anche se non me ne sono accorta» e che per una diagnosi errata fu sottoposta persino all’elettroshock e accusata di «essersi scandalosamente ammalata con la “malattia della vanità femminile”»; la suora quasi completamente sorda che in parlatorio le consorelle tiravano per la manica della tonaca per farle abbassare il tono di voce; la rotara che un giorno preparò un impacco di sterco bollito di mucca (la loro mucca, la «Grigia»), asfissiando tutte quante; la suora che scriveva: «La mia grande ambizione è questa: riuscire con il divino aiuto a far rivivere in me proprio solo Gesù, e piano piano tutto ciò che può essere frutto di natura se ne vada al diavolo»; la reclusa «che si ritirò definitivamente nella sua cella all’inizio degli anni Cinquanta»; la monaca che, «come peraltro buona parte delle consorelle, se la cavava male con il latino della liturgia» e una sera esplose in un potentissimo «Furfum corda»; la suora che non voleva portare gli occhiali e «quando si muoveva era molto decisa, aveva una notevole energia e, non vedendo bene, rischiava di travolgere chi fosse lungo il suo tragitto»; la monaca che «coi conti era rimasta al 1918» e un giorno chiese al muratore: quant’è? «Il brav’uomo non volle dire una cifra e, confidando nel buon cuore delle monache, proferì un generico: “Faccia lei”» e si vide depositare sulla ruota 120 lire; la suora che s’incolpava di tutto e «non poteva permettersi di avere “zone di non amore”»; l’anziana sorella che non vedeva il proprio volto da più di sessant’anni e quando casualmente si specchiò, pensò di avere un’allucinazione: «Ma quella brutta vecchia?! Sono io!!!» E così via.

«Viste in prospettiva», conclude l’autore, «quello che più colpisce è proprio il loro rapporto con “sorella morte corporale”, come avrebbe detto san Francesco. Trascorsero la loro esistenza preparandosi senza cedimenti all’incontro finale con quel Dio che avevano tanto pregato e amato per tutta la vita.» Io non so cosa pensare, in realtà non penso niente, o quasi. Come in tanti altri casi durante le letture di questi anni, resto lì, veramente, in silenzio. Non scuoto la testa, non irrido, ma nemmeno ammiro, né tantomeno provo vaghe forme di invidia o nostalgia. Osservo e ascolto, con una scintilla di comprensione e con il pensiero, che mi è difficile reprimere, che alla base della loro scelta ci fosse anche un disagio potente nei confronti di questo mondo, una difficoltà verso i suoi modi che si stemperò in una soluzione depurata da aggressività e rivendicazione.

(2-fine)

Raffaele Talmelli, Il candido coro degli angeli. Ricordo delle monache agostiniane del monastero di Santa Giustina in Ferrara, Cantagalli 2005.

 

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«Il candido coro degli angeli» (pt. 1)

TalmelliIn questa esplorazione libresca del monachesimo capita talvolta che m’imbatta nella citazione di un libro, lo ordini in un modo o nell’altro e poi, quando tempo dopo mi arriva, non abbia più memoria del perché mi avesse attirato. Parla di qualche monaco, certo, sarà per quello, mi dico. Mi è accaduto qualche giorno fa con Il candido coro degli angeli di Raffaele Talmelli, che reca come sottotitolo Ricordo delle monache agostiniane del monastero di Santa Giustina in Ferrara e ha in copertina una foto in bianco e nero raffigurante un plotoncino di monache, perlopiù anziane e perlopiù sorridenti, che mi ha colpito all’istante.

Be’, l’ho letto di volata, preso pagina dopo pagina neanche fosse un romanzo d’azione, ed è singolare che un miscredente quale sono sia stato in un certo senso conquistato dalle vite di queste suore illetterate, nascostissime e tribolate. Si sa che la polvere della storia ha spesso un buon sapore: è tutto lontano, concluso, in pace, anche quando le vicende narrate sono state tutt’altro che pacifiche. In realtà, lontano fino a un certo punto, giacché queste monache sono in una certa misura mie contemporanee: scorrendo infatti le loro date di morte, si va dal 1976 al 2003 (ho letto la prima edizione, del 2005, ma so che ne esiste una seconda, ampliata e corretta). La comunità agostiniana ferrarese, proveniente attraverso vicissitudini clamorose dal monastero di San Vito, si installa a Santa Giustina nel 1916 e vi rimane, salvo l’intervallo della seconda guerra mondiale, durante la quale il complesso viene bombardato, fino al 2001 «quando, per la mancanza di vocazioni, le ultime due monache si trasferiscono all’Eremo di Lecceto in provincia di Siena».

L’autore le ha frequentate a lungo, le ha assistite, come medico e come sacerdote – lo chiamavano al nôstar putìn (il nostro bambino) – e le ha raccontate con bravura e con minime reticenze, facendo emergere dalla pagina figure vive, intere e non ingessate nel codice pur aggiornato dell’agiografia: «Erano donne schiette e oneste, di cultura assai modesta (nessuna di loro era andata oltre le scuole elementari), parlavano perlopiù in dialetto, ma erano ricche di vita interiore e di quella sapientia cordis che solo Dio può dare».

Donne semplici ma non comuni, e non soltanto in senso religioso, come suggerisce discretamente l’autore stesso parlando di una di esse: «Probabilmente, come tutte le altre donne che fanno questo tipo di scelta, non era una donna ordinaria. C’è sempre qualcosa di particolare che le caratterizza (a volte colorando un po’ meglio le loro virtù e altre volte lasciando intendere che, se il Signore non le avesse chiamate ad un cammino di conversione così particolare, sarebbero potute essere anche persone molto difficili)». Spesso provenienti da famiglie numerose e povere, per le quali la «perdita» di una figlia destinata ad aiutare in casa poteva rappresentare un guaio; alcune ostacolate, altre no; tutte determinate; alcune più riottose alla disciplina monastica, altre pronte da subito – da prima – a qualsiasi sacrificio; alcune robuste e indistruttibili, molte travagliate da disturbi di ogni tipo, aggravati dalle difficoltà volute o subite della laica medicina applicata a monache di clausura.

È un’epica minima, che suscita sentimenti contrastanti. La tentazione di leggere tra le righe è sempre lì, lo dice a suo modo anche l’arcivescovo Bonicelli nella sua Presentazione: «Non si tratta di essere illusi, quasi che dentro le sacre mura di un convento non ci siano fragilità e debolezze», nondimeno non vi è motivo di mettere in dubbio la fede di queste donne, anche se non la si conosce, né si comprende il senso ultimo dell’imitazione di Cristo o della preghiera continua a nome e per conto di un’umanità scivolata o progredita altrove.

(1-continua)

Raffaele Talmelli, Il candido coro degli angeli. Ricordo delle monache agostiniane del monastero di Santa Giustina in Ferrara, Cantagalli 2005.

 

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Tenere in mano del fumo (Cluny vs Cîteaux, 2)

Giovanni Cassiano affronta l’argomento intorno al 420, nelle Istituzioni cenobitiche (IV, 30 e segg.), e lo fa dapprima raccontando la storia dell’abate Pinufio, poi riportando le sue parole. L’argomento è l’ammissione di un novizio al monastero. Siamo in quel periodo di enorme interesse in cui la Regola si sta cristallizzando, in cui mille consuetudini provate sul campo stanno per trasformarsi in una norma prevalente. Rivolgendosi a un giovane, Pinufio dice: «Tu ti sei reso conto di quanti giorni sei rimasto alla porta del monastero per essere oggi ricevuto. Ed ora devi renderti ragione di questa tua attesa». Pinufio, da parte sua, aveva atteso «per un periodo abbastanza lungo» fuori del monastero di Tabennesi, poi aveva passato tre anni al servizio del fratello giardiniere, mentre gli altri monaci si domandavano se lui fosse adatto alla loro forma di vita.

Poco più di un secolo dopo Benedetto sistema la cosa con indicazioni precise. Nel capitolo 58 della Regola colui che bussa alla porta del monastero perché vuole farsi monaco aspetterà fuori «quattro o cinque giorni», poi starà «pochi giorni» nella foresteria, quindi entrerà in noviziato. Qui farà esperienza della forma di vita e verrà istruito, dopo due mesi gli verrà letta la Regola, poi altri sei mesi di noviziato, altra lettura della Regola, altri quattro mesi e terza lettura della Regola. In capo a un anno, quindi, dopo aver riflettuto, provato e capito cosa lo aspetta, sarà accolto.

Passano i secoli e, com’è naturale, secondo alcuni, la regola si allenta. A Cluny pare che accolgano subito chi ne fa richiesta, senza seguire tutta la trafila. I cisterciensi, che si vogliono paladini del ritorno alla vera osservanza, puntano il dito contro i cluniacensi: «Voi non seguite la Regola», fate di testa vostra (ovviamente la vicenda è più sfumata). La polemica va affrontata prima che degeneri e Pietro il Venerabile, abate di Cluny, scrive a Bernardo, ricapitolando i punti della contesa (venti) e rispondendo alle accuse: è la lettera 28 dell’epistolario di Pietro, databile intorno al 1122-23.

È una lettera lunga e mirabile, one hundred percent the Venerable style. Okay, dice Pietro, «tralasciando per il momento quelle cose con le quali potremmo giustamente attaccarvi [gran maestro di tattica], risponderemo alle obiezioni che… ci avete rivolto», e al primo punto c’è proprio la questione dei novizi.

«Nell’accogliere i novizi osserviamo in maniera assoluta la Regola, poiché seguiamo quella parola che dice: Tutto ciò che il Padre mi dà verrà a me, e colui che viene a me non lo respingerò» (Gv 6, 37). La difesa di Pietro è molto interessante ed è basata su una mossa cruciale: osservare la Regola in maniera assoluta non significa osservarla in ogni suo «apice e iota», bensì seguire il Vangelo. La vita monastica non è forse una vita apostolica? E qual è il suo cuore? «Noi professiamo di seguire la regola della madre carità, che rivendica come cosa propria a se stessa il fatto che tutto ciò che avviene nella sua logica è chiarissimamente retto e non distorto, equo e non iniquo, giusto e non ingiusto»: la palla, per così dire, è ributtata in campo cisterciense. E inoltre: perché usare la durezza se con un po’ di condiscendenza possiamo salvare un’anima? Non è forse questo lo scopo di tutto? E ancora: colui che duramente respingessimo, potrebbe tornare nel mondo e perdersi, non è forse meglio evitarlo? E infine: «A tutto ciò aggiungiamo il fatto che in nome di questa considerazione della carità fraterna è lecito, soprattutto ai maestri della chiesa di Dio, trasgredire gli insegnamenti dei padri e, in vista dell’utilità delle anime, temperare i precetti delle diverse regole» – un’ammissione di grande rilievo.

Si noti che Pietro non nega mai i «fatti» di cui vengono accusati i cluniacensi, su questo come su tutti gli altri diciannove punti, tutta la sua difesa è incentrata sul distanziamento dalla lettera della Regola e su una visione più ampia, basata appunto sul comandamento della carità. Poiché tuttavia è intellettualmente onesto, cinquanta pagine dopo (sembra quasi che la sua tattica sia la presa per sfinimento) ammette: sì, voi potete comunque accusarci di trasgredire il voto che abbiamo fatto di osservare la Regola; è vero, i novizi, ad esempio, li accogliamo subito. Per rispondere, l’abate di Cluny si alza in piedi: «A ciò rispondiamo: anche se diceste ciò mille volte, noi mille volte vi risponderemmo: abbiamo fatto voto di osservare la Regola, ma non abbiamo escluso dalla Regola la carità. Se avessimo escluso la carità non si potrebbe dire che abbiamo fatto voto di osservare una regola, poiché se manca ciò che rende una regola retta non si dà più una regola». Vedete voi, commenta l’abate di Cluny con una stoccata da maestro, «o con la rettitudine seguite la regola o, senza rettitudine, seguite la deviazione. Cioè, è inevitabile che o con la carità siate in possesso della Regola, o senza carità teniate in mano del fumo».

Pietro il Venerabile, Lettera 28, in Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia, a cura di Cecilia Falchini, Edizioni Qiqajon 2013, pp. 101-183 (l’episodio precedente della “serie” è qui.)

 

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Chi cerca, cerca

Il dinamismo della vita monastica, e la sua apparentemente paradossale convivenza con una dimensione come quella della stabilità, di cui parlavo negli appunti della settimana scorsa, ha trovato un’interessante eco nella lettura che ho iniziato qualche giorno fa: Il senso della vita monastica, di Louis Bouyer. È un testo di grande rilievo, datato 1950 e opera di colui che è «forse uno dei teologi più importanti del Novecento, sebbene… probabilmente meno conosciuto di altri al grande pubblico».

Scrive infatti Bouyer nel denso capitolo iniziale, «Cercare Dio», che «di questo dinamismo che anima la vita monastica – perché come si può constatare, è essenzialmente un cammino e non uno “stato” – Agostino di Ippona ci ha lasciato un’immagine impareggiabile». L’immagine di Agostino è l’Esposizione sul Salmo 42, «Come il cervo anela alle fonti dell’acqua», ma ciò che mi interessa qui è piuttosto quello che Bouyer dice a proposito del «cammino». Mi attira molto questo paradosso di febbrile stabilità, nella quale la semplicità ottenuta per sottrazione, anche di movimento (il «sacro» movimento della modernità; e soprattutto nella declinazione benedettina) diventa il trampolino di un dinamismo, appunto, cui tra l’altro Bouyer attribuisce il carattere di massima urgenza: «La vocazione del monaco non è altro che la vocazione del battezzato, ma vissuta nella dimensione, si potrebbe dire, della massima urgenza». Esiste forse un luogo nel quale l’urgenza sembrerebbe bandita maggiormente che in un monastero?

Ma di quale urgenza si tratta? Bouyer passa in rassegna alcuni elementi che non sono affatto estranei alla vita monastica, ma che non ne rappresentano l’essenza. Il cammino del monaco non è prima di tutto, o soltanto, contemplazione, o penitenza (che ne è semmai il punto di partenza), o celebrazione, o conoscenza, o apostolato (e tanto meno proselitismo, in singolare assonanza con una delle prime e più decise affermazioni di papa Francesco: «Il proselitismo è una solenne sciocchezza. Non ha senso»). L’urgenza del monaco è la ricerca, e «ciò che egli cerca, se è veramente monaco, non può essere qualcosa, ma Qualcuno», cioè Dio, che va cercato come persona, «come la persona per eccellenza, e non solo come il “tu” sul quale riversare tutto il nostro amore, ma come l'”io” che si è rivolto a noi per primo, colui la cui Parola d’amore rivolta al nulla ci ha tratti dal nulla una prima volta, e rivolta al nostro peccato ci trae fuori dal nulla una seconda volta: essere monaco non è nient’altro che questo».

Una Persona che ha chiamato e poi si è allontanata, si direbbe, stando alla precisazione che Bouyer ricava da Gregorio di Nissa: «Trovare Dio significa cercarlo senza sosta». Il rozzo materialista che è in me segue con attenzione, ma fa molta fatica, ed è giusto così. Diffido un po’, infatti, di quei giochi di parole secondo i quali, ad esempio, il senso della domanda sarebbe la domanda stessa e non la risposta. Il rozzo materialista, se viene chiamato al telefono, dice «pronto», e si aspetta che dall’altra parte qualcuno risponda.

Louis Bouyer, Il senso della vita monastica, prefazione di L. D’Ayala Valva, traduzione di L. Marino, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2013.

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Grattare la corteccia (Le lettere di Gabriel Brasò)

Non avendo da rispondere a obblighi di studioso, mi piace perdere tempo con letture probabilmente marginali, ma dalle quali traggo la sensazione (illusoria?) di ascoltare voci dirette, echi reali di vite monastiche. Come le Lettere ai monaci di Gabriel M. Brasò, del quale so soltanto quello che mi ha insegnato il volume: catalano, classe 1912, monaco benedettino di Montserrat dal 1941, Abate Presidente della Congregazione sublacense dal 1966 fino alla morte, il 1° gennaio 1978. Nate come lettere di auguri ai monasteri della congregazione, quindi di circolazione strettamente interna, si fecero a poco a poco conoscere anche presso altre istituzioni grazie al loro contenuto dottrinale pianamente espresso, per giungere infine alla pubblicazione, preparata dallo stesso Brasò, ma avvenuta dopo la sua scomparsa.

Le lettere sono state scritte in un decennio singolare, 1966-1977, quello successivo al Concilio, ma anche quello del ’68, e riflettono una certa tensione tra spinte al rinnovamento, interne all’Ordine e provenienti dal mondo, e il richiamo alle condizioni, alle «linee maestre» e al «metodo pedagogico» della vita benedettina, che «sono fatti non soggetti ai mutamenti dei tempi». D’altra parte uno dei capitoli più significativi (il libro è stato organizzato raggruppando passi di diverse lettere per temi) si intitola «In continuo rinnovamento», e in esso l’autore aggancia significativamente proprio questo concetto al caposaldo monastico della «conversione». In questa prospettiva il monaco è un individuo che vive integralmente l’esperienza della continua tensione (una paradossale quiete accesa): «Quanto più saremo entrati in questo movimento di conversione, tanto più saremo convinti che il dinamismo del nostro rinnovamento interiore è efficace solo se è sempre in tensione e in movimento» (un paradossale moto stabile).

Ancor più esplicitamente, «essere monaco significa, dunque, essere disposto a divenire monaco». Un atteggiamento di apertura e sottomissione (all’azione divina), di libertà e obbedienza, non privo di difficoltà e rischi (anzi, «la più grande difficoltà e il più grande rischio che minacciano la vita del monaco benedettino»): «Sembra che mantenere una giusta normalità nel vivere e nell’operare, conservando, al tempo stesso, la totale libertà dello spirito per non lasciarsi dominare da nulla, sia la cosa più difficile che si possa domandare a un uomo».

Se la Regola ha una sua coerenza interna inscalfibile, «nell’organizzazione del nostro modo di vivere, non possiamo non tenere conto del ritmo con il quale questo mondo si muove». Tuttavia, a riprova di come il monastero sia – almeno ai miei occhi – un’interessantissima culla di paradossi – non si deve dimenticare che proprio la maniera di vivere è un «carattere secondario e subordinato» rispetto al fine superiore, che è quello di seguire Cristo: un fine individuale perseguito in una comunità, nella quale amare concretamente il prossimo senza distogliersi dal proprio cammino, però al tempo stesso quasi dimenticandosi di se stessi…

Le lettere di Brasò sono piene di spunti da approfondire, ma voglio concludere con un monito che mi riguarda da vicino. «Senza la luce della fede, la vita monastica non può essere capita e molto meno vissuta. Né gli atei, né i cristiani di fede debole, né gli stessi monaci che non si sono dati, con sincerità e fermezza, a realizzare le successive esigenze della fede sotto la Regola e del proprio abate, possono comprendere e apprezzare la vita monastica. Potranno discutere su di essa, potranno giudicarla dalla corteccia, da certi elementi esterni e secondari, dalle strutture che la difendono o forse la opprimono, dalle attività che la manifestano o che la dissimulano e sfigurano; ma difficilmente giungeranno a incontrare ciò che in essa è essenziale.»

Gabriel M. Brasò, Lettere ai monaci (Il nostro umile servizio di monaci), Edizioni Messaggero Padova, Abbazia di Praglia, 1980.

 

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Il fumo delle cucine (Cluny vs Cîteaux, 1)

Come dicevo, la lettura di Sotto la guida del Vangelo, dedicato alla controversia tra Cluny e Cîteaux mi ha appassionato, e ora che l’ho praticamente terminata non so da dove cominciare, tante sono le cose interessanti e che mi hanno colpito. Vi dedicherò quindi una serie di appunti non ordinati, saltando da un punto all’altro.

L’argomento centrale della polemica, in estrema sintesi, è quale sia la «vera» forma di vita monastica, incorporato nel tema dell’osservanza alla Regola di Benedetto, che viene letta e riletta fino alle virgole (dice ad esempio Guglielmo di Malmesbury a proposito dei cisterciensi che «si attengono talmente alla Regola da ritenere di non doverne tralasciare nemmeno uno iota o un trattino»). Strumento di appoggio primario dei contendenti, nella interpretazione, sono ovviamente le Sacre Scritture: alla Bibbia, opportunamente citata, si può far dire tutto. La cosa non sorprende, certo, ma un conto è averne nozione in astratto, un altro discorso è vedere il fenomeno in atto in un corpus coerente e connesso di testi. Grazie all’accurato «Indice biblico» (a me è sempre piaciuta la variante «Indice scritturistico»), scopriamo che sono citati 33 dei 46 libri dell’Antico Testamento e ben 24 dei 27 testi del Nuovo Testamento. Le fonti extrabibliche, nel complesso, non sono molte: quelle classiche meritano un approfondimento a parte, mentre quelle monastiche sono davvero poche.

Di queste ultime, una è molto divertente. Si tratta della Vita di Odone, secondo, grande, abate di Cluny dal 927 al 942. A citarla è Pietro il Venerabile, successore di Odone, in una lettera ai priori e sottopriori cluniacensi, databile tra il 1144 e il 1156, cioè ben oltre il divampare della controversia e quando lo stesso Pietro ha da tempo avviato un tentativo di riforma del suo Ordine. È una specie di circolare diretta ai «quadri», nella quale Pietro torna su un argomento in apparenza marginale, cioè il cibo, e nello specifico la carne. Il tema è stato dibattuto fino alla nausea, Pietro si è anche già pronunciato chiaramente in materia, ma lui continua a ricevere segnalazioni («mi è stato riferito, e questo non da persone superficiali o da poco») di comportamenti reprensibili da parte dei confratelli. I monaci cluniacensi, gli hanno detto, «passano di luogo in luogo e, come uno sparviero o un avvoltoio, dove vedono il fumo delle cucine, dove con le loro narici sentono l’odore della carne arrosto o cotta, rapidamente volano là». E poiché sta parlando ai suoi tira fuori Odone, «il primo padre dell’ordine cluniacense», il quale era per così dire intervenuto sulla questione con questa storia.

Un giorno, di buon mattino, un monaco era andato dai suoi parenti e aveva preteso un buon pasto. Ma non è ora di pranzo, gli obiettano, e lui irritato: Che diamine, ho cavalcato tutta la notte, per obbedire a un comando, e ora volete che digiuni? Di pronto c’è del pesce, gli rispondono, e lui ancora più irritato, si guarda intorno, adocchia una gallina, la tramortisce con un colpo di bastone e sbotta: «Ecco, questa, questa oggi sarà il mio pesce!» I parenti azzardano un «ma, padre, ti è consentito mangiare carne?» È davvero troppo, bisogna metterli al loro posto, ignoranti che sono: «I volatili non sono carne», sentenzia il monaco. «Volatili e pesci, infatti, hanno la stessa origine e sono creati allo stesso modo, sicut noster hymnus continet.» In un attimo la gallina è sul fuoco, ma «quand’era già un buon tempo che la stavano arrostendo egli, impaziente, per lo stimolo della gola e come mosso dalla frenesia, si gettò sulla gallina, ne estrasse un boccone e se lo infilò in bocca. E subito, dopo averla masticata, provò a ingoiarla, ma non vi riuscì». Il boccone non va né su né giù, altri accorrono, grandi pacche sulla schiena e sul collo («pugnos tamen et cervicatas»), «ma non vi fu nulla da fare», e il monaco, senza nemmeno poter confessare i propri peccati, «in un istante morì».

Vedi cosa accade a mangiare carne quando non si deve…

Pietro il Venerabile, Lettera 161, in Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia, a cura di Cecilia Falchini, Edizioni Qiqajon 2013, pp. 465-76; la Vita di Odone si può leggere in PL 133, l’episodio è raccontato in III, 4.

 

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Una gradevole villeggiatura (Patrick Leigh Fermor, pt. 2)

ATimetoKeepSilence(la prima parte è qui)

Abbiamo lasciato Patrick Leigh Fermor nella sua cella benedettina, solo e depresso, ma i suoi sentimenti cambiano, se non proprio al risveglio, abbastanza in fretta. La transizione dura all’incirca quattro giorni, durante i quali l’autore osserva che «i pensieri, i desideri, i suoni, le luci, il tempo e l’umore» che circondano la popolazione del chiostro di Saint-Wandrille non soltanto sono diversi, ma sembrano «proprio l’opposto» della vita cui è abituato. Il sonno, in un primo momento, dilaga, poi si ritira. Il bisogno di muoversi e di parlare si estingue, quindi «il terribile accumulo di stanchezza che pare essere il bene comune di tutti noi» emerge e si scarica: la giornata non prevede alcun prelievo automatico di energia e si trasforma «in diciannove ore di assoluta e divina libertà».

Anche l’immagine dei monaci muta. Due parole ogni tanto si scambiano, soprattutto con il fratello addetto agli ospiti, «un compendio di carità e altruismo, la cui dedizione sembra unicamente rivolta alla felicità e al comfort di chi gli è affidato». Nessuna traccia di Medio Evo, bensì rispetto, gentilezza, equilibrio e una totale assenza di fretta. E una fede indefettibile nella necessità e nell’efficacia della preghiera: a Saint-Wandrille si prega, al cospetto dell’eternità, «per aiutare i propri simili e se stessi a raggiungerla». Qualunque possa essere il proprio credo, nota PLF, le accuse ai monaci di ipocrisia, oziosità, egoismo e fuga dal mondo suonano improvvisamente ridicole. Anzi, «io, e non i monaci, sono in fuga da qualcosa».

La tappa successiva del viaggio monastico di Patrick Leigh Fermor, dopo un breve soggiorno a Solesmes, è il monastero di La Trappe, la Grande Trappe, modellata dalla riforma dell’abate Rancé. Un’altra sera, un’altra cella, ancora più spoglia, un altro foglietto appeso alla porta, che recita: «Il monaco è un uomo spogliato. Più si è morti, più si è vivi. Il monaco è un uomo crocifisso. Bisogna diventare come del buon pane. Il monaco è un uomo mangiato». Se infatti a Saint-Wandrille si prega, alla Trappa si fa penitenza, e se «il programma di un’abbazia benedettina poteva sembra inizialmente proibitivo, paragonato agli orari trappisti è una gradevole villeggiatura» (in italiano nel testo). I cisterciensi della stretta osservanza meditano la passione, la crocifissione, l’agonia, la morte, e i loro chiostro è «un laboratorio di intercessione, una landa dolente [a bitter cactus-land] di espiazione per le montagne di peccati che si sono accumulate dalla Caduta».

Leigh Fermor mangia da solo, non parla con i monaci, ne osserva gli interminabili uffici a lume di candela e la silenziosa lotta contro le tentazioni, i «pensieri», incerto sugli esiti di salute mentale di una battaglia che dura una vita intera: «Se i princìpi della psichiatria sono corretti, questi uomini sono vasi di Pandora che nessuna fede, forza di volontà o pratica di preghiera può salvare dall’eruzione; e tali teorie traducono un esercito di santi e di martiri in un mucchio di potenziali alienati. E tuttavia nulla accade». Il nostro inviato non sa cosa pensare e ammette che i pochi contatti, tre, che ha aumentano la sua perplessità: l’immagine di «tristezza sepolcrale» si scontra infatti con la realtà di tre individui di «sconcertante normalità», calmi, amichevoli, pure ridanciani. È conquistato dal «fascino mesto» dell’abbazia, e si arrende all’evidenza: non ha gli «strumenti concettuali» per capire.

«Questo mio resoconto, perciò, non può che concludersi nel dubbio. Sono incerto e perplesso ora, come lo ero la prima sera dopo aver lasciato la Trappa, mentre mi avvicinavo all’umido e macchiato splendore del Boulevard Saint-Germain, privo delle competenze per giudicare della condizione e della possibilità stessa di vita in quella muta e gelida solitudine.»

(2-fine)

Patrick Leigh Fermor, A Time to Keep Silence (1957), John Murray 2004.

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La grande rissa (premessa leggera alla lettura di un gran libro)

SottoLaGuidaDelVangeloAnche se può suonare ridicolo, o sembrare snob, dirò che mi sono appassionato molto alla lettura di Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia.

Anzitutto perché è l’ennesimo prodotto eccellente dell’officina editoriale e di studio che sono le Edizioni Qiqajon – Comunità di Bose. Un libro di oltre seicento pagine, meditato, argomentato e ben realizzato, che contiene tutti i testi rilevanti per un serio tentativo di comprensione del grande scontro ideale e retorico tra cluniacensi e cisterciensi (prima metà del XII secolo) sull’osservanza della Regola di Benedetto, soprattutto in relazione ai due grandi protagonisti della vicenda: alla vostra destra, nella consueta casacca nera di Cluny, Pietro il Venerabile, e alla vostra sinistra, in maglia bianca, il figlio di Cîteaux, Bernardo di Chiaravalle.

L’introduzione della curatrice, Cecilia Falchini, è più propriamente un saggio, cui non si potrebbe chiedere di più. (E per dare un’idea del tono sempre preciso e misurato di queste pagine introduttive, opera, va ricordato, di una studiosa che è anche monaca a Bose, mi permetto di citare la più proverbiale delle note a pie’ di pagina, anzi l’ultimo inciso di una di quelle note in corpo 8 che bisogna aver proprio voglia di leggere. Per giustificare l’esclusione di due testi genericamente ascrivibili alla controversia, la curatrice si appella alla loro «dubbia autenticità storica»: il primo di essi è tardo e, nelle parole di un altro studioso, contiene una «piccola scena edificante, inventata senza dubbio di sana pianta dall’agiografo»; «quanto poi al secondo – conclude Falchini – «che narrerebbe l’apparizione della Vergine a un novizio per confermarlo nella sua adesione ai cistercensi, l’episodio non è storicamente verificabile». Che stile.)

Va detto, inoltre, che la vicenda, anche per chi è semplicemente interessato alla materia, è avvincente, per il succedersi dei documenti – quelli sopravvissuti –, per il sontuoso dispiegamento di armi retoriche: sono testi belli, cesellati, vibranti, e, pur ricordando che di storia si tratta, e non di un gioco, diciamolo: cluniacensi e cisterciensi se le danno di santa ragione.

C’è infine un aspetto più personale, ed è il fatto che uno dei testi che, tempo fa, mi fece avvicinare alle cose monastiche, fu proprio l’Apologia all’abate Guglielmo di Bernardo, opera chiave della controversia. Purtroppo non ricordo più perché decisi di leggerla, ma ricordo bene l’impressione che ne trassi, e che soprattutto mi fece il suo autore. Bernardo, il corrusco, l’impulsivo, talvolta aggressivo, ispirato, massimalista, infaticabile, incapace di rinunciare a un bel giro di frase e capace di grandi dolcezze, e sofferente di stomaco Bernardo di Chiaravalle, è stato la mia porta d’ingresso in questo mondo di letture. Ebbene, non avevo mai letto la Lettera 28 di Pietro, che si ritiene essere l’immediato precedente dell’Apologia: questo libro me ne ha data l’opportunità. E Pietro, il diplomatico, il riflessivo, uomo dei tempi lunghi, triste e compassionevole, capace di avvolgere una spina appuntita in quattro paragrafi di bambagia, lo stanco ma non arreso Pietro il Venerabile, sta conquistando terreno. Insomma, sto per cambiare tifoseria, cosa che, come ben si sa, è considerata quasi inammissibile.

Prossimamente qualche considerazione un po’ più seria, speriamo, su questo prezioso volume.

Sotto la guida del Vangelo. Cluny e Cîteaux: testi e storia di una controversia, a cura di Cecilia Falchini, Edizioni Qiqajon 2013.

 

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Un tempo per fare silenzio (Patrick Leigh Fermor, pt. 1)

ATimetoKeepSilence«Un tentativo perfettamente riuscito di esprimere le reazioni di un uomo di mondo (nel senso letterale) al cospetto della vita monastica.» Così la frase del Daily Telegraph riportata sulla quarta di copertina di A Time to Keep Silence di Patrick Leigh Fermor, e perché non ammettere, per una volta, che sia vero quanto riportato a scopi promozionali? Di questo scrittore inglese (1905-2011), di origini irlandesi, non sapevo nulla: viaggiatore, a piedi, nell’Europa tra le due guerre, ufficiale durante la seconda guerra mondiale, distintosi a Creta, dove era stato mandato per la sua conoscenza del greco moderno, per l’organizzazione della resistenza locale, di nuovo viaggiatore e scrittore di viaggi molto apprezzato.

Alla metà degli anni ’50, mentre si trova a Parigi, un amico gli parla dell’abbazia benedettina di Saint-Wandrille de Fontenelle, in Normandia, e lui, che in effetti era alla ricerca di «un posto tranquillo ed economico dove lavorare a un libro» che stava finendo, decide su due piedi di andarci e di chiedervi ospitalità. Ci arriva di domenica: «All’ingresso c’era una folla di visitatori che erano appena usciti dalla messa e stavano comprando immagini, medaglie, rosari e altri oggetti di devozione» («assorted bondieuserie», li chiama PLF, e io ho sorriso perché proprio allo shop di Saint-Wandrille, qualche anno fa, ho fatto il pieno). Dopo qualche tempo si rivolge a un monaco, che in breve ritorna, sorridendo: «Il reverendissimo padre abate la può ricevere, e le dà il benvenuto». Leigh Fermor non fa in tempo a dare un’occhiata alla cella che gli viene assegnata che è ora di unirsi alla comunità per il pranzo in refettorio: zuppa di verdure, due uova sode con patate e lenticchie, un’insalata verde e due spicchi di camembert, pane (l’ottimo pane del forno dell’abbazia) e acqua («nutrito probabilmente dalle stereotipate immagini vittoriane, mi aspettavo fiumi di vino rosso…»). Intanto il lettore sul pulpito alterna passi di opere in latino, che PLF non riconosce, a un libro sulla storia francese dell’800.

Rientrato in cella, il nostro si siede allo scrittoio, davanti a una risma di fogli bianchi: «Volevo pace e solitudine, eccomi servito; non mi restava altro che scrivere». Passa un’ora, e niente da fare, «una sensazione di depressione e indicibile solitudine mi colpì come una martellata». Si alza, scorre gli orari della vita del monastero, riportati su un foglietto: pazzeschi; legge le Regole per gli ospiti: si mangia in silenzio, non si gira per l’abbazia facendo rumore, non si parla ai monaci, non si fuma nel chiostro: «Quanto silenzio, quanta sobrietà! Il luogo mi parve assumere l’aspetto di un’enorme tomba, una necropoli nella quale ero l’unico vivo residente».

Lo spettacolo dei Vespri e di Compieta è solenne, ma i monaci gli sembrano «disperatamente tristi», «straordinariamente pallidi, alcuni di essi quasi verdi», i loro crani appena ricoperti di un leggero strato di epidermide, senza una ruga: «Una tranquillità lungamente coltivata, ritiro in se stessi e mansuetudine e, talvolta, il fantasma di una remota e spenta malinconia». Concluso l’ufficio, i monaci si ritirano ed «ebbi la sensazione che la temperatura della vita precipitasse verso lo zero, che il sangue scorresse ogni secondo più lentamente, come se il cuore potesse, da un momento all’altro, impercettibilmente, smettere di battere».

L’abbazia dorme, per quanto sia scandalosamente presto («a quest’ora i miei amici a Parigi stanno decidendo dove cenare»), Leigh Fermor si siede al tavolino nella cella, sopraffatto dalla tristezza e dall’accidia. A Rouen, prima di arrivare a Saint-Wandrille, si era comprato una bottiglia di calvados, e se la finisce.

(1-continua)

Patrick Leigh Fermor, A Time to Keep Silence (1957), John Murray 2004.

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«Tutte queste cose ne arrecavano grandissimo travaglio» (suor Fulvia e Donna Enrichetta Caracciolo, pt. 2)

(la prima parte è qui)

«In questa religiosa stanza, dunque, io venni, o per dire meglio, fui condotta l’anno 1541», scrive suor Fulvia Caracciolo, dopo aver rievocato le circostanze, in parte leggendarie, della fondazione del monastero di San Gregorio Armeno, a Napoli. Aveva due anni, quindi non ricorda i particolari. Di quando prende il velo, a otto anni, ricorda invece che «eravamo circa cinquanta moniche e ciascheduna di noi haveva le sue camere, ristretti, cucine, cantine et altre comodità. Tenevamo molte serve per nostro serviggio». I privilegi, oltre alla proprietà privata, sono molti, le monache possono uscire, passare periodi di vacanza in famiglia, e il monastero è un centro di attività economiche, artistiche, sociali.

Il vento cambia, piuttosto rapidamente, con la fine del Concilio di Trento (1565), e, come dicevo, di fronte alle novità lo sconcerto è massimo. Sconcerto e «atrocissimo dolore», ad esempio, per i numerosi smantellamenti e accorpamenti di comunità, come nel caso di San Festo e San Marcellino: pressioni, imposizioni, violenze, persino  la prigione, «per spazio di mesi due e giorni venti», finché le monache del primo monastero («al giudizio mio donne di molto valore, tanto che alcuna di esse haverebbe bastato a governare non dico un monastero, ma ancor un regno») cedono e confluiscono nel secondo, con «infinite lagrime dell’una e l’altra parte». Sconcerto e incertezza per il futuro («stavamo a punto come coloro che si trovano nelle strette carceri, aspettando d’hora in hora che sia fatta loro causa per terminare la vita»), visto che le nuove disposizioni vengono introdotte una alla volta: un anno viene negato l’accesso al monastero alle «donne secolari», l’anno successivo viene tolta la «custodia del Santissimo Sacramento» (cosa che riduce l’abbazia «come una casa vedovale»), poi bisogna cedere tutti propri beni al monastero («era già stato dato il tempo di tre giorni a sgombrare quel che volevano, altrimenti, fornito quello brevissimo spazio di tempo, sarebbe stato il monistero herede del tutto»). E ancora bisogna fare formalmente la nuova «professione», che è il punto più delicato: o dentro secondo le nuove regole o fuori. Diciassette monache decidono di andarsene, una separazione pubblica e dolorosissima che «non potrei aguagliarla ad altro che al giorno del giudizio».

Nel gennaio 1569 quella che si può definire resistenza è piegata e tutte le monache rimaste sono «professe». Passano gli anni e, sotto il controllo implacabile della sede vescovile, qualcuna rientra, si susseguono le badesse, vengono distribuiti gli incarichi, si dà corso alle sistemazioni edilizie pro-clausura. Metà del monastero si trasforma in un cantiere («Potrassi, dunque, comprendere facilmente da chi leggerà quante fossero le nostre scommodità quando essendomo noi così ristrette in tanto angusto loco ne erano con tanta furia et fretta deroccate le case di modo che la moltitudine della polve e fumo ne sforzava a stare con le fenestre chiuse»), che scoperchia anche le antiche sepolture e si rivela assai costoso («Nell’anno 1574… la spesa della fabrica correva mirabilmente…»).

La cronaca si conclude con il 1579, «a lode perpetua di Sua Divina e Santissima Maestà», e c’è spazio per un’ultima, discreta protesta, a futura memoria: «Il frutto del che [quanto è accaduto] sarà principale di darne giontamente lodi alla sua Divina Maestà, che è rimasta servita ai tempi nostri farne fare quella santa professione esplicita, che l’antiche nostre madri e sorelle non conobbero, et questo per accrescerne maggiormente di spirito e spropriarne affatto dal mondo».

(2-continua)

Le monache ribelli raccontate da suor Fulvia Caracciolo, a cura di C. Carrino, Intra Moenia 2013.

 

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