«Il candido coro degli angeli» (pt. 1)

TalmelliIn questa esplorazione libresca del monachesimo capita talvolta che m’imbatta nella citazione di un libro, lo ordini in un modo o nell’altro e poi, quando tempo dopo mi arriva, non abbia più memoria del perché mi avesse attirato. Parla di qualche monaco, certo, sarà per quello, mi dico. Mi è accaduto qualche giorno fa con Il candido coro degli angeli di Raffaele Talmelli, che reca come sottotitolo Ricordo delle monache agostiniane del monastero di Santa Giustina in Ferrara e ha in copertina una foto in bianco e nero raffigurante un plotoncino di monache, perlopiù anziane e perlopiù sorridenti, che mi ha colpito all’istante.

Be’, l’ho letto di volata, preso pagina dopo pagina neanche fosse un romanzo d’azione, ed è singolare che un miscredente quale sono sia stato in un certo senso conquistato dalle vite di queste suore illetterate, nascostissime e tribolate. Si sa che la polvere della storia ha spesso un buon sapore: è tutto lontano, concluso, in pace, anche quando le vicende narrate sono state tutt’altro che pacifiche. In realtà, lontano fino a un certo punto, giacché queste monache sono in una certa misura mie contemporanee: scorrendo infatti le loro date di morte, si va dal 1976 al 2003 (ho letto la prima edizione, del 2005, ma so che ne esiste una seconda, ampliata e corretta). La comunità agostiniana ferrarese, proveniente attraverso vicissitudini clamorose dal monastero di San Vito, si installa a Santa Giustina nel 1916 e vi rimane, salvo l’intervallo della seconda guerra mondiale, durante la quale il complesso viene bombardato, fino al 2001 «quando, per la mancanza di vocazioni, le ultime due monache si trasferiscono all’Eremo di Lecceto in provincia di Siena».

L’autore le ha frequentate a lungo, le ha assistite, come medico e come sacerdote – lo chiamavano al nôstar putìn (il nostro bambino) – e le ha raccontate con bravura e con minime reticenze, facendo emergere dalla pagina figure vive, intere e non ingessate nel codice pur aggiornato dell’agiografia: «Erano donne schiette e oneste, di cultura assai modesta (nessuna di loro era andata oltre le scuole elementari), parlavano perlopiù in dialetto, ma erano ricche di vita interiore e di quella sapientia cordis che solo Dio può dare».

Donne semplici ma non comuni, e non soltanto in senso religioso, come suggerisce discretamente l’autore stesso parlando di una di esse: «Probabilmente, come tutte le altre donne che fanno questo tipo di scelta, non era una donna ordinaria. C’è sempre qualcosa di particolare che le caratterizza (a volte colorando un po’ meglio le loro virtù e altre volte lasciando intendere che, se il Signore non le avesse chiamate ad un cammino di conversione così particolare, sarebbero potute essere anche persone molto difficili)». Spesso provenienti da famiglie numerose e povere, per le quali la «perdita» di una figlia destinata ad aiutare in casa poteva rappresentare un guaio; alcune ostacolate, altre no; tutte determinate; alcune più riottose alla disciplina monastica, altre pronte da subito – da prima – a qualsiasi sacrificio; alcune robuste e indistruttibili, molte travagliate da disturbi di ogni tipo, aggravati dalle difficoltà volute o subite della laica medicina applicata a monache di clausura.

È un’epica minima, che suscita sentimenti contrastanti. La tentazione di leggere tra le righe è sempre lì, lo dice a suo modo anche l’arcivescovo Bonicelli nella sua Presentazione: «Non si tratta di essere illusi, quasi che dentro le sacre mura di un convento non ci siano fragilità e debolezze», nondimeno non vi è motivo di mettere in dubbio la fede di queste donne, anche se non la si conosce, né si comprende il senso ultimo dell’imitazione di Cristo o della preghiera continua a nome e per conto di un’umanità scivolata o progredita altrove.

(1-continua)

Raffaele Talmelli, Il candido coro degli angeli. Ricordo delle monache agostiniane del monastero di Santa Giustina in Ferrara, Cantagalli 2005.

 

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