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Una gradevole villeggiatura (Patrick Leigh Fermor, pt. 2)

ATimetoKeepSilence(la prima parte è qui)

Abbiamo lasciato Patrick Leigh Fermor nella sua cella benedettina, solo e depresso, ma i suoi sentimenti cambiano, se non proprio al risveglio, abbastanza in fretta. La transizione dura all’incirca quattro giorni, durante i quali l’autore osserva che «i pensieri, i desideri, i suoni, le luci, il tempo e l’umore» che circondano la popolazione del chiostro di Saint-Wandrille non soltanto sono diversi, ma sembrano «proprio l’opposto» della vita cui è abituato. Il sonno, in un primo momento, dilaga, poi si ritira. Il bisogno di muoversi e di parlare si estingue, quindi «il terribile accumulo di stanchezza che pare essere il bene comune di tutti noi» emerge e si scarica: la giornata non prevede alcun prelievo automatico di energia e si trasforma «in diciannove ore di assoluta e divina libertà».

Anche l’immagine dei monaci muta. Due parole ogni tanto si scambiano, soprattutto con il fratello addetto agli ospiti, «un compendio di carità e altruismo, la cui dedizione sembra unicamente rivolta alla felicità e al comfort di chi gli è affidato». Nessuna traccia di Medio Evo, bensì rispetto, gentilezza, equilibrio e una totale assenza di fretta. E una fede indefettibile nella necessità e nell’efficacia della preghiera: a Saint-Wandrille si prega, al cospetto dell’eternità, «per aiutare i propri simili e se stessi a raggiungerla». Qualunque possa essere il proprio credo, nota PLF, le accuse ai monaci di ipocrisia, oziosità, egoismo e fuga dal mondo suonano improvvisamente ridicole. Anzi, «io, e non i monaci, sono in fuga da qualcosa».

La tappa successiva del viaggio monastico di Patrick Leigh Fermor, dopo un breve soggiorno a Solesmes, è il monastero di La Trappe, la Grande Trappe, modellata dalla riforma dell’abate Rancé. Un’altra sera, un’altra cella, ancora più spoglia, un altro foglietto appeso alla porta, che recita: «Il monaco è un uomo spogliato. Più si è morti, più si è vivi. Il monaco è un uomo crocifisso. Bisogna diventare come del buon pane. Il monaco è un uomo mangiato». Se infatti a Saint-Wandrille si prega, alla Trappa si fa penitenza, e se «il programma di un’abbazia benedettina poteva sembra inizialmente proibitivo, paragonato agli orari trappisti è una gradevole villeggiatura» (in italiano nel testo). I cisterciensi della stretta osservanza meditano la passione, la crocifissione, l’agonia, la morte, e i loro chiostro è «un laboratorio di intercessione, una landa dolente [a bitter cactus-land] di espiazione per le montagne di peccati che si sono accumulate dalla Caduta».

Leigh Fermor mangia da solo, non parla con i monaci, ne osserva gli interminabili uffici a lume di candela e la silenziosa lotta contro le tentazioni, i «pensieri», incerto sugli esiti di salute mentale di una battaglia che dura una vita intera: «Se i princìpi della psichiatria sono corretti, questi uomini sono vasi di Pandora che nessuna fede, forza di volontà o pratica di preghiera può salvare dall’eruzione; e tali teorie traducono un esercito di santi e di martiri in un mucchio di potenziali alienati. E tuttavia nulla accade». Il nostro inviato non sa cosa pensare e ammette che i pochi contatti, tre, che ha aumentano la sua perplessità: l’immagine di «tristezza sepolcrale» si scontra infatti con la realtà di tre individui di «sconcertante normalità», calmi, amichevoli, pure ridanciani. È conquistato dal «fascino mesto» dell’abbazia, e si arrende all’evidenza: non ha gli «strumenti concettuali» per capire.

«Questo mio resoconto, perciò, non può che concludersi nel dubbio. Sono incerto e perplesso ora, come lo ero la prima sera dopo aver lasciato la Trappa, mentre mi avvicinavo all’umido e macchiato splendore del Boulevard Saint-Germain, privo delle competenze per giudicare della condizione e della possibilità stessa di vita in quella muta e gelida solitudine.»

(2-fine)

Patrick Leigh Fermor, A Time to Keep Silence (1957), John Murray 2004.

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Un tempo per fare silenzio (Patrick Leigh Fermor, pt. 1)

ATimetoKeepSilence«Un tentativo perfettamente riuscito di esprimere le reazioni di un uomo di mondo (nel senso letterale) al cospetto della vita monastica.» Così la frase del Daily Telegraph riportata sulla quarta di copertina di A Time to Keep Silence di Patrick Leigh Fermor, e perché non ammettere, per una volta, che sia vero quanto riportato a scopi promozionali? Di questo scrittore inglese (1905-2011), di origini irlandesi, non sapevo nulla: viaggiatore, a piedi, nell’Europa tra le due guerre, ufficiale durante la seconda guerra mondiale, distintosi a Creta, dove era stato mandato per la sua conoscenza del greco moderno, per l’organizzazione della resistenza locale, di nuovo viaggiatore e scrittore di viaggi molto apprezzato.

Alla metà degli anni ’50, mentre si trova a Parigi, un amico gli parla dell’abbazia benedettina di Saint-Wandrille de Fontenelle, in Normandia, e lui, che in effetti era alla ricerca di «un posto tranquillo ed economico dove lavorare a un libro» che stava finendo, decide su due piedi di andarci e di chiedervi ospitalità. Ci arriva di domenica: «All’ingresso c’era una folla di visitatori che erano appena usciti dalla messa e stavano comprando immagini, medaglie, rosari e altri oggetti di devozione» («assorted bondieuserie», li chiama PLF, e io ho sorriso perché proprio allo shop di Saint-Wandrille, qualche anno fa, ho fatto il pieno). Dopo qualche tempo si rivolge a un monaco, che in breve ritorna, sorridendo: «Il reverendissimo padre abate la può ricevere, e le dà il benvenuto». Leigh Fermor non fa in tempo a dare un’occhiata alla cella che gli viene assegnata che è ora di unirsi alla comunità per il pranzo in refettorio: zuppa di verdure, due uova sode con patate e lenticchie, un’insalata verde e due spicchi di camembert, pane (l’ottimo pane del forno dell’abbazia) e acqua («nutrito probabilmente dalle stereotipate immagini vittoriane, mi aspettavo fiumi di vino rosso…»). Intanto il lettore sul pulpito alterna passi di opere in latino, che PLF non riconosce, a un libro sulla storia francese dell’800.

Rientrato in cella, il nostro si siede allo scrittoio, davanti a una risma di fogli bianchi: «Volevo pace e solitudine, eccomi servito; non mi restava altro che scrivere». Passa un’ora, e niente da fare, «una sensazione di depressione e indicibile solitudine mi colpì come una martellata». Si alza, scorre gli orari della vita del monastero, riportati su un foglietto: pazzeschi; legge le Regole per gli ospiti: si mangia in silenzio, non si gira per l’abbazia facendo rumore, non si parla ai monaci, non si fuma nel chiostro: «Quanto silenzio, quanta sobrietà! Il luogo mi parve assumere l’aspetto di un’enorme tomba, una necropoli nella quale ero l’unico vivo residente».

Lo spettacolo dei Vespri e di Compieta è solenne, ma i monaci gli sembrano «disperatamente tristi», «straordinariamente pallidi, alcuni di essi quasi verdi», i loro crani appena ricoperti di un leggero strato di epidermide, senza una ruga: «Una tranquillità lungamente coltivata, ritiro in se stessi e mansuetudine e, talvolta, il fantasma di una remota e spenta malinconia». Concluso l’ufficio, i monaci si ritirano ed «ebbi la sensazione che la temperatura della vita precipitasse verso lo zero, che il sangue scorresse ogni secondo più lentamente, come se il cuore potesse, da un momento all’altro, impercettibilmente, smettere di battere».

L’abbazia dorme, per quanto sia scandalosamente presto («a quest’ora i miei amici a Parigi stanno decidendo dove cenare»), Leigh Fermor si siede al tavolino nella cella, sopraffatto dalla tristezza e dall’accidia. A Rouen, prima di arrivare a Saint-Wandrille, si era comprato una bottiglia di calvados, e se la finisce.

(1-continua)

Patrick Leigh Fermor, A Time to Keep Silence (1957), John Murray 2004.

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