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«Fin da quaggiù»

Curato di Roberto Nardin e Alfredo Simón, il volume La vita benedettina presenta, in una nuova traduzione (firmata da Enrico Mariani), e commenta un documento abbastanza unico nel suo genere, risalente al 1967: l’omonimo testo approvato dal Congresso degli Abati della Confederazione benedettina, tenutosi presso l’abbazia di Sant’Anselmo a Roma nel settembre di quell’anno1. Preceduto da un lungo lavoro preparatorio, molto istruttivo e principale animatore del quale fu l’abate di Montserrat Gabriel Brasò, il testo si proponeva di passare in rassegna gli aspetti fondamentali del carisma benedettino alla luce delle indicazioni sulla vita monastica emerse dal Concilio Vaticano II. Non era un documento normativo, bensì il risultato di una riflessione collettiva dei benedettini su se stessi, sulle proprie caratteristiche specifiche, sull’unità di fondo sottesa alla pluralità di forme e soluzioni espresse nei secoli dalle varie Congregazioni e dai singoli monasteri e su quanto si sarebbe dovuto fare negli anni a venire per rispondere al rinnovamento richiesto dal Concilio. Una specie di meditato e cauto «Chi siamo, cosa facciamo nei nostri monasteri (e nella Chiesa) e dove andiamo»: un documento, dunque, assai interessante, che mi è servito per così dire da ripasso2.

Chi siamo. Siamo coloro cui Dio ha «proposto» la via benedettina e che hanno risposto di sì: Lui ha cercato noi e noi cerchiamo Lui. Siamo una famiglia di fratelli che sono stati scelti per amore e grazia. Siamo celibi, siamo lavoratori poveri, siamo «uomini che si sono definitivamente uniti insieme con la medesima promessa di stabilità»3 e dediti a «un certo modo di vivere, quale lo determina la Regola», al cui spirito, se non a ogni dettaglio, siamo saldamente fedeli.

Cosa facciamo. Proviamo a imitare Gesù Cristo, credendo il suo Vangelo, obbedendo a un abate («che si crede farne le veci») e seguendo la nostra Regola, «maestra di vita e di progresso, e non semplicemente un documento del passato o una raccolta di massime spirituali». Celebriamo le lodi del Signore con l’Ufficio divino, nostro «dovere per ecellenza». Ascoltiamo, «con tutti i battezzati ma in modo specialissimo», la Parola di Dio, attraverso la pratica della lectio divina, per «riceverla, custodirla, obbedirle e metterla in pratica». Rinunciamo «deliberatamente a certe possibilità legittime di sviluppo umano» e alla nostra volontà, per mezzo dell’obbedienza, della pazienza e della carità fraterna, «legge fondamentale del Regno dei cieli» e «suo contrassegno maggiore». Nel far questo, ci distanziamo in silenzio e solitudine dal mondo, pur senza separarcene4.

Dove andiamo. Siamo rivolti al futuro, a ciò che verrà, al Regno eterno, di cui testimoniamo la presenza anticipata di segni concreti. Dobbiamo guardare alle nostre tradizioni e riportarle nel mondo di oggi, selezionando e aggiornando. Raggruppandoci in organismi (di diversa scala) in vista del bene comune e non a scapito dell’indipendenza; rispettando le diversità individuali, nell’unità delle comunità; dividendoci con equilibrio tra contemplazione e azione; accogliendo tutti; dialogando con tutti; adattando il nostro lavoro «alle circostanze di tempi e di luoghi, così come ai bisogni e alle aspirazioni legittime di ogni monastero».

«Come ogni vita cristiana, ma a titolo particolare e in maniera più nettamente visibile e significativa, la vita benedettina è una vita escatologica, ossia una vita che testimonia la presenza tra noi, fin da quaggiù, dei beni del Regno, già in atto, benché ancora nascosta». Caute e meditate, le parole del documento, ma ben consapevoli, i suoi estensori, del significato e della responsabilità accresciuta nei confronti del mondo di certe affermazioni.

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  1. La vita benedettina, a cura di R. Nardin e A. Simón, prefazione di N. Wolf, Città Nuova 2009.
  2. «L’importanza del documento sta principalmente nel fatto di essere la prima sintesi postconciliare organica, metodologicamente rinnovata, della spiritualità benedettina in un’epoca nella quale, fino al presente, manca ancora una spiritualità benedettina elaborata in maniera sistematica e completa» (R. Nardin).
  3. «La stabilità monastica è una maniera particolare, ma specialmente bella, di rispondere alla fedeltà immutabile di Dio per mezzo di una fedeltà umana che ne dà una certa immagine.»
  4. «Uno dei loro [dei monaci] impegni più delicati a questo riguardo, sia che si tratti di definire la loro posizione generale, sia che si debba regolare la loro attività in ogni caso concreto, consiste nell’unire armonicamente presenza al mondo e distacco da esso.»

 

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Grattare la corteccia (Le lettere di Gabriel Brasò)

Non avendo da rispondere a obblighi di studioso, mi piace perdere tempo con letture probabilmente marginali, ma dalle quali traggo la sensazione (illusoria?) di ascoltare voci dirette, echi reali di vite monastiche. Come le Lettere ai monaci di Gabriel M. Brasò, del quale so soltanto quello che mi ha insegnato il volume: catalano, classe 1912, monaco benedettino di Montserrat dal 1941, Abate Presidente della Congregazione sublacense dal 1966 fino alla morte, il 1° gennaio 1978. Nate come lettere di auguri ai monasteri della congregazione, quindi di circolazione strettamente interna, si fecero a poco a poco conoscere anche presso altre istituzioni grazie al loro contenuto dottrinale pianamente espresso, per giungere infine alla pubblicazione, preparata dallo stesso Brasò, ma avvenuta dopo la sua scomparsa.

Le lettere sono state scritte in un decennio singolare, 1966-1977, quello successivo al Concilio, ma anche quello del ’68, e riflettono una certa tensione tra spinte al rinnovamento, interne all’Ordine e provenienti dal mondo, e il richiamo alle condizioni, alle «linee maestre» e al «metodo pedagogico» della vita benedettina, che «sono fatti non soggetti ai mutamenti dei tempi». D’altra parte uno dei capitoli più significativi (il libro è stato organizzato raggruppando passi di diverse lettere per temi) si intitola «In continuo rinnovamento», e in esso l’autore aggancia significativamente proprio questo concetto al caposaldo monastico della «conversione». In questa prospettiva il monaco è un individuo che vive integralmente l’esperienza della continua tensione (una paradossale quiete accesa): «Quanto più saremo entrati in questo movimento di conversione, tanto più saremo convinti che il dinamismo del nostro rinnovamento interiore è efficace solo se è sempre in tensione e in movimento» (un paradossale moto stabile).

Ancor più esplicitamente, «essere monaco significa, dunque, essere disposto a divenire monaco». Un atteggiamento di apertura e sottomissione (all’azione divina), di libertà e obbedienza, non privo di difficoltà e rischi (anzi, «la più grande difficoltà e il più grande rischio che minacciano la vita del monaco benedettino»): «Sembra che mantenere una giusta normalità nel vivere e nell’operare, conservando, al tempo stesso, la totale libertà dello spirito per non lasciarsi dominare da nulla, sia la cosa più difficile che si possa domandare a un uomo».

Se la Regola ha una sua coerenza interna inscalfibile, «nell’organizzazione del nostro modo di vivere, non possiamo non tenere conto del ritmo con il quale questo mondo si muove». Tuttavia, a riprova di come il monastero sia – almeno ai miei occhi – un’interessantissima culla di paradossi – non si deve dimenticare che proprio la maniera di vivere è un «carattere secondario e subordinato» rispetto al fine superiore, che è quello di seguire Cristo: un fine individuale perseguito in una comunità, nella quale amare concretamente il prossimo senza distogliersi dal proprio cammino, però al tempo stesso quasi dimenticandosi di se stessi…

Le lettere di Brasò sono piene di spunti da approfondire, ma voglio concludere con un monito che mi riguarda da vicino. «Senza la luce della fede, la vita monastica non può essere capita e molto meno vissuta. Né gli atei, né i cristiani di fede debole, né gli stessi monaci che non si sono dati, con sincerità e fermezza, a realizzare le successive esigenze della fede sotto la Regola e del proprio abate, possono comprendere e apprezzare la vita monastica. Potranno discutere su di essa, potranno giudicarla dalla corteccia, da certi elementi esterni e secondari, dalle strutture che la difendono o forse la opprimono, dalle attività che la manifestano o che la dissimulano e sfigurano; ma difficilmente giungeranno a incontrare ciò che in essa è essenziale.»

Gabriel M. Brasò, Lettere ai monaci (Il nostro umile servizio di monaci), Edizioni Messaggero Padova, Abbazia di Praglia, 1980.

 

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