«Tutto ciò che ci pare e piace» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 2/3)

suipassi(la prima parte è qui)

Codificando e fondando la comunità monastica, Benedetto avrebbe scoperto «le radici dell’esistenza tutta e il senso del proprio essere nel mondo»: una tesi di un certo rilievo, se così si può dire, la cui chiave sta nella trasformazione operata da Benedetto di un’esperienza individuale in un’esperienza di comunità. In questo senso la Vita contenuta nei Dialoghi di Gregorio Magno e la Regola vanno lette come un’opera in due volumi, e la Regola non può essere isolata dalla vita del padre del monachesimo: «La Regola nasce sul terreno concreto dell’esperienza della vita del santo e vi ritorna prescrivendo quelle stesse modalità che egli aveva vissuto».

La Regola, intesa come metonimia del monastero, è il luogo dove l’esperienza di Dio passa da fatto intimistico a relazione (necessaria) con l’altro; la Regola ridesta l’esperienza religiosa senza riconsegnarla alla «volontà individuale» (l’arcinemico della quasi totalità della letteratura monastica, e non solo). L’esperienza dell’alterità è incardinata nella Regola, attraverso la mediazione dell’abate e dell’intera comunità.

Il vero monaco, dunque, si affida alla Regola, le si consegna, con un atto di «decentramento» da sé che lo mette sulla strada verso l’altro, altrimenti (apparentemente) irraggiungibile. La Regola sostituisce «ciò che vogliamo, desideriamo, pensiamo o sentiamo» e così facendo ci libera, ci rende liberi di fare esperienza di Dio: «La discriminante fra essere monaco e non esserlo è tutta qui: fare eseperienza della Regola o piuttosto fare esperienza di Dio mediante la Regola, assumere la Regola come strumento per incontrare Dio e far sì che la relazione con Dio e con la sua Parola possa trasformare la nostra vita».

Ancora una volta, non si tratta di concordare o argomentare contro, semmai di osservare alcune sfumature. A cominciare dal fatto che assai spesso i fondatori di Ordini o i riformatori hanno perseguito con tenacia ciò che sentivano, volevano, ecc., proprio perché alla ricerca di una diversa esperienza – si dirà che erano ispirati da Dio, ma rischiando l’argomento circolare. Devo anche ammettere che quando la frequenza di aggettivi come «vero» e «autentico» cresce, cresce anche la mia preoccupazione: «Il candidato monaco o monaca della Regola è un uomo o una donna che cercano la vita, che sono mossi da un desiderio di vita piena, vera, autentica, che vogliono che la loro vita sia davvero vita», cui si potrebbe aggiungere il «vero alimento», «il vero bene», l’«autentica libertà» la «vera identità» e l’immancabile «vero senso». A ciò si lega infine la perplessità per il totale disconoscimento, da parte dell’autrice – né prima né ultima di una cospicua schiera – di una terza via tra l’obbedienza e il puro arbitrio solipsistico e distruttivo: «Si capisce allora come questa concezione di obbedienza [l’obbedienza monastica] sovverta la falsa immagine di libertà concepita, invece, come affermazione di sé e della propria autonomia e autosufficienza e, dunque, sostanzialmente come assenza di legami e possibilità di fare tutto ciò che ci pare e piace, divenuta ormai assolutamente imperante».

Su quel «sostanzialmente» inciampo, e anche se per prudenza non mi avventuro in una definizione di libertà, nemmeno prendendola a prestito, mi pare nondimeno che «fare tutto ciò che ci pare e piace», senza ulteriori specificazioni, pertenga più al Paese di Cuccagna che alla nostra terrestre realtà.

(2-segue)

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