Archivi categoria: Dice il monaco

Multitasking (Dice il monaco, XVII)

Dice dom Mauro Giuseppe Lepori, Abate generale OCist, nel marzo 2013:

Confesso che sovente, vedendo come le comunità e i singoli monaci e monache vivono la vocazione, ovunque nel mondo, provo un certo sconforto; non tanto perché siamo tutti pieni di difetti e di fragilità, io per primo, ma perché mi sembra che manchi un desiderio di pienezza di vita. Incontro monaci e monache, a volte anche giovani, che sembra non vivano che per il proprio comodo, la propria carriera, la propria indipendenza nel fare quel che vogliono, o anche per i soldi, per possedere oggetti e beni privati. […] Allora, all’abate generale, o a chi per esso, si presentano solo rivendicazioni, lamenti e critiche, non desideri di vita. Si vorrebbe che l’abate generale facesse il poliziotto per mettere ordine, oppure facesse il banchiere che porta soldi, o lo psicologo che guarisce i problemi relazionali e personali, o l’avvocato che fa giustizia nelle liti di interessi e poteri mondani. Non gli si chiede aiuto ad appartenere all’opera di Dio, non gli si chiede un aiuto e una compagnia nel «credere a Colui che il Padre ha mandato».

Dom Mauro Giuseppe Lepori, Abate generale OCist, La via della vita alla luce della testimonianza di Benedetto XVI, meditazione quaresimale 3 marzo 2013, in «Vita Nostra» III (2013), 5, pp. 12-19.

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

Sfumature (Dice il monaco, XVI)

Dice Colombano, intorno al 610:

Chiunque perda l’ostia o non ricordi dove l’abbia messa, faccia penitenza per un anno. Chi tratta l’ostia con negligenza così che si secchi e venga mangiata dai vermi, tanto che non ne resti nulla, faccia penitenza per sei mesi. Chi incorre in qualche trascuratezza verso l’ostia, così che si trovi in essa un verme e tuttavia sia ancora intera, bruci il verme sul fuoco e ne nasconda la cenere in terra vicino all’altare, e faccia penitenza per quaranta giorni. E chi non ha cura dell’ostia così che si alteri e perda il sapore del pane, se essa prende un colore rosso, faccia penitenza per venti giorni, se prende un colore violaceo, faccia penitenza per quindici giorni. Se invece l’ostia non ha cambiato colore, ma si è come conglutinata, faccia sette giorni di penitenza. Chi lascia che l’ostia si bagni, subito beva l’acqua contenuta nel crismale e consumi l’ostia. Se il crismale gli cade da una barca o da un ponte o da cavallo, non per trascuratezza, ma accidentalmente, faccia penitenza per un giorno; se però lascia che l’ostia si bagni per irriverenza, cioè se esce dall’acqua e non prende in considerazione il rischio che l’ostia corre, faccia quaranta giorni di penitenza.

Colombano, Regola cenobiale, XV, in Le opere, a cura di A. Granata, Jaca Book 2001, p. 343.

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

«La puntura del discorso» (Dice il monaco, XV)

Dice Isaia di Scete, intorno al 400:

Se uno pronuncia parole che non giovano, tu non ascoltarle per non trascurare l’anima tua. Non avere riguardo davanti a lui di rattristarlo e di respingere quanto è stato detto da lui dicendo: «In cuor mio non lo accetto, non dire questo». Tu infatti non sei di più del primo essere plasmato che Dio fece con le sue mani e a cui non giovò quel discorso cattivo. Fuggi dunque e non prestare ascolto. Ma, fuggendo fisicamente, bada di non voler sapere le parole che sono state pronunciate. Infatti se senti la puntura del discorso i demoni non si fermano alle parole che hai ascoltato ma uccidono la tua anima. Quando fuggi, fuggi completamente.

Isaia di Scete, Sentenze, 8, 15, in Sentenze spirituali, a cura di L. Coco, Città Nuova 2011, p. 79.

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

«Fai attenzione, fratello» (Dice il monaco, XIV)

Dice Efrem il Siro (306-373):

Se qualcuno ti parla dei suoi pensieri, fai attenzione, fratello, perché non accada che, mentre lui parla, tu sia disturbato dagli stessi pensieri, soprattutto se l’occhio della tua mente è ancora un po’ debole, perché saresti simile a un pilota coinvolto in una grande tempesta. Bisogna piuttosto che, ascoltando le prime parole, tu comprenda quale sarà il seguito, e così ti metta a confortare la persona tribolata con ciò che ci è stato trasmesso dagli uomini santi, o con ciò che proviene dall’esperienza personale. Non è infatti volontà del Signore che l’uno cada a causa dell’altro: egli vuole che tutti si salvino. E tu, mio caro, non manifestare a chiunque i tuoi pensieri, ma a quelli riguardo ai quali hai potuto appurare che sono spirituali, senza badare né all’abito, né alla canizie.

(È l’inganno della buona coscienza che mi fa sottolineare queste parole. Certo che sembrano fatte apposta per alimentarlo. Mi bastano poche modifiche, lievi cancellature, e il consiglio è lì, evidente e quotidiano, semplice frutto di osservazioni e prove, spedito da un monaco di lingua siriaca del IV secolo a un tizio del XXI.)

Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, p. 187.

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

Non è questione di luogo (Dice il monaco, XIII)

Dice Eutimio, 430 ca.:

Non dobbiamo accogliere i pensieri cattivi che introducono in noi, a nostra insaputa, un sentimento di tristezza e di odio riguardo al luogo ove siamo e verso i nostri compagni di vita, o che seminano segretamente in noi accidia o che ci suggeriscono di passare in altri luoghi. No, dobbiamo vegliare sempre e portare attenzione alle astuzie del demonio, per paura che la nostra regola sia distrutta dal mutamento di luogo. Un albero continuamente trapiantato non può fruttificare: allo stesso modo un monaco non porta frutto se passa da un luogo all’altro. Se dunque si cercano i mezzi di ben fare nel luogo in cui si è, e non ci si riesce, non si creda che si possa riuscirvi altrove: ciò che è in questione non è il luogo, ma le disposizioni del volere.

Vita di Eutimio, XIX, in Cirillo di Scitopoli, Storie monastiche del deserto di Gerusalemme, Edizioni scritti monastici Abbazia di Praglia 2012, p. 145.

 

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

Zombie Hermitage (Dice il monaco, XII)

Dice Rodolfo II-III, camaldolese (1180 ca.):

Segue infine [tra le virtù dei solitari]  la meditazione silenziosa, quando si uniscono indissolubilmente queste due cose: la regola del tacere e la vigile occupazione del meditare; nessuna delle due senza l’altra basta alla salvezza. Il silenzio senza meditazione, infatti, è morte ed è come la sepoltura di un uomo vivo; la meditazione senza silenzio è inefficace ed è come l’agitarsi di un uomo ormai sepolto.

Libro della regola eremitica, 44, 1-2, in Privilegio d’amore. Fonti camaldolesi, testi normativi, testimonianze documentarie e letterarie a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2007, p. 302.

Lascia un commento

Archiviato in Camaldolesi, Dice il monaco

«Nettava le cose più schife» (Dice il monaco, XI)

Dalle carte del processo sulla vita e i miracoli di Maria Maddalena de’ Pazzi (aprile 1612) sappiamo che cosa, della sua consorella carmelitana, dice la conversa suor Maria Arcangela Chierici:

Mi chiedeva i suoi difetti, et io alcuna volta li dicevo questo il maggior difetto che mi pare voi habbiate è questo, che voi non tenete la vita come l’altre, potresti pure andare calzata et vestita come noi, et no co’ piedi per terra, io credo che la sia una cosa di vostro capo; alcuna altra volta li dicevo voi haresti a mangiare come noi, voi non volete mai altro che un poco di pane et un poco di aqqua.

E che cosa dice la conversa suor Pace Colombini:

Molte volte stetti le settimane intere a fare le faccende della cucina in sua compagnia, lei rigovernava, attigneva l’aqqua, spazzava, nettava le cose più schife le quali cose dovevo fare io, et mi pativo assai in vederle fare a lei, ma per un certo timore che havevo di lei non ardivo a disdirli.

Citate in Anna Scattigno, Una comunità testimone. Il monastero di Santa Maria degli Angeli e la costruzione di un modello di professione religiosa, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di storia e letteratura 2005, pp. 198-99.

Lascia un commento

Archiviato in Carmelitane / Carmelitani, Dice il monaco

Uno straordinario impulso di franchezza (Dice il monaco, X)

Dice Palladio (419-420):

In questa città di Antinoe vi sono dodici monasteri femminili. In uno di essi ho incontrato anche Talide, che era chiamata ammàs: una vecchia che aveva trascorso ottant’anni nell’ascesi, come mi disse e come mi raccontavano le sue vicine. Con lei abitavano sessanta giovani donne, le quali l’amavano a tal punto che alla porta esterna del monastero non era neppure applicata una serratura, come si usa in altri: erano governate dall’amore che portavano a Talide. La vecchia donna aveva raggiunto un tale grado di distacco dalle comuni passioni che, quando fui entrato e seduto, venne e si sedette accanto a me, e mi pose le mani sulle spalle, in uno straordinario impulso di franchezza.

Palladio, La storia lausiaca, 59, 1, trad. di M. Barchiesi, Mondadori/Valla 1974, p. 261.

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco

Impegolarsi (Dice il monaco, IX)

Dice Lotario di Segni (in realtà diacono, poi cardinale e infine papa, con il nome di Innocenzo III), intorno al 1190:

«Degli infiniti tormenti dello Inferno.» Quivi sarà pianto e strida di denti, lagrime, urla e tormenti, stridore e grido, timore e triemito, fatica e dolore, ardore e puzzo, obscurità e ansietà, acerbità e asprezza, calamità e povertà e bisogno, angustia e tristizia, oblivione e confusione, torture e punture, amaritudini e spaventi, fame e sete, freddo, pegola e zolfo e fuoco ardente in secula seculorum.

Lotario di Segni, De contemptu mundi, III, 19 (20), in una traduzione anonima di area toscana del XIV secolo, in Volgarizzamenti del Due e Trecento, a cura di C. Segre, UTET 1980, p. 214.

1 Commento

Archiviato in Dice il monaco

Punti deboli (Dice il monaco, VIII)

Dice Gregorio di Nazianzo, scrivendo all’amico Amazonio nel 382:

Se un amico comune ti chiede che cosa fa Gregorio, dove si trova, che ne è di lui, digli senza esitare che vive nella quiete monastica e che di quelli che cercano di fargli del male se ne preoccupa tanto quanto di quelli di cui non conosce neppure l’esistenza. Ma se poi ti chiede come sopporta la lontananza degli amici, non parlargli più della quiete monastica, ma digli pure che a questo proposito è quanto mai vigliacco. Altri avranno altri punti deboli, il mio è l’amicizia e gli amici.

Gregorio di Nazianzo, Lettera 94, citata in A un amico. Lettere a Basilio ed Epigrammi, a cura di L. Cremaschi e B. Mariano, Edizioni Qiqajon-Monastero di Bose 2003, p. 3.

Lascia un commento

Archiviato in Dice il monaco