Fuggi, taci e stai tranquillo

L’estremismo certosino (si può dire che i certosini siano l’aristocrazia del monachesimo) è sempre interessante ed è forse uno dei filoni di pensiero monastico che meno è cambiato nel corso del tempo. Come si può ricavare da questo volume, Scuole di silenzio, dal tono eccezionalmente diretto (forse perché si tratta di discorsi in origine riservati ai soli confratelli) e che esibisce la contraddizione cruciale già a partire dai dati bibliografici: è scritto, vedi la quarta di copertina, da Jean-Baptiste Porion († 1987, già vicario della Certosa di La Valsainte, in Svizzera), ma in copertina e sul frontespizio è attribuito, come da tradizione, a «Un certosino».

«Essere certosino», esordisce Porion, «non significa fare cose straordinarie, come immagina a volte la gente, bensì vivere nell’umiltà e nella calma senza cercare, pretendere e rifiutare niente.» E continua: «Le giornate dei certosini possono essere molto monotone e insignificanti; ma devono essere così poiché la nostra vita in se stessa non è nulla». I suoi sermoni dicono poi tante cose ma finiscono col concentrarsi sul tema fondamentale del distacco da sé. Uno degli «scopi» della vita certosina è la pace interiore, perseguita con l’obbedienza, la pazienza (anche verso se stessi) e con la fuga dalle tentazioni che sono opera dell’immaginazione e del maligno. Ma tale distacco si scontra inevitabilmente con la questione dell’orgoglio (l’affermazione di sé) e produce un’ambiguità che mi pare irrisolta, come se l’umiltà stessa finisse con l’essere la fonte di ciò che si cerca di evitare.

Ciò che a me sembra piuttosto ossessione per il nascondimento e la sparizione, e anche spietata svalutazione di sé, produce un’altra ombra: l’opposizione tra isolamento e amore per gli altri (che, avverte Porion, nasce quasi sempre dall’amor proprio – il male dei mali). «Ciò che nuoce all’anima non sono né la gioia né il dolore, bensì la sensibilità alle cose di questo mondo.» E il certosino questa la chiama adesione totale a Dio e alla sua imperscrutabilità. Ma io, che di altri mondi non ho, diciamo così, notizia, a quali altre cose dovrei essere sensibile? E se pure posso guardare con una certa attrazione a questa forma di nichilismo, a cosa dovrei pensare se non alla gioia e al dolore? A quelli provati e a quelli dati? E ancora, francamente, non è forse il riconoscimento del male e il tentativo di evitarlo quello che conta? L’imperscrutabilità per me è un argomento insostenibile, anzi vagamente disumano: «Se le cose ci sembrano cattive, nocive o terribili, è unicamente perché non le vediamo nella luce di Dio, perché le consideriamo dal nostro punto di vista umano». No, caro vicario, proprio no, questo equivale a spegnere il senso morale.

Dai sermoni emergono ogni tanto anche i problemi della convivenza, del giudizio dei confratelli, dell’obbedienza: il certosino li deve attraversare, verrebbe da dire, come un monaco buddista, senza scomporsi, senza soffermarsi, lasciando sempre la massima libertà agli altri. Con esiti talvolta sorprendenti: «Vivi nel monastero [nel mondo?] come se non ci vivesse nessuno, non inquietarti se il mondo crolla e mantieni la calma dell’anima». Il semplice pensare ai confratelli per un certosino rischia di diventare un ostacolo sulla strada della massima semplicità, perché «un certosino curioso è distratto come e più di un uomo nel mondo».

La chiusura, molto indicativamente direi, lascia sfuggire una nota squillante di orgoglio per la «radicale diversità»: «Il sito della Grande Certosa vale da solo un trattato di spiritualità poiché testimonia, con un’eloquenza meravigliosa, lo sforzo immane fatto dai nostri padri per fuggire il mondo e difendersi da lui. Oseremmo dire che anche il paesaggio è stato fatto da titani innamorati della solitudine».

Il volume suscita altre riflessioni ma mi fermo qui (tanto sui certosini ci tornerò). È chiaro che il motto di sant’Arsenio – «Fuggi, taci e stai tranquillo» –, formula in cui l’autore condensa l’insegnamento certosino, è fonte di una sorvegliata seduzione, ma per fortuna, anche mia, in questo mondo c’è chi non fugge, né tace né sta tranquillo.

Un certosino (Jean-Baptiste Porion), Scuole di silenzio, Edizioni San Clemente-Parole et Silence (senza data, ma prima del 2000).

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