Elia on drums

Nelle Istituzioni e gesta dei primi monaci del carmelitano Filippo Ribot si legge questa testimonianza sui cori monastici delle origini, tratta dall’opera di un tal «Giovanni, XLIV vescovo di Gerusalemme»: «Si radunavano infatti in quel luogo [il monte Carmelo] per cantare a lode di Dio salmi, cantici e inni con il cuore e con la bocca, accompagnandosi con strumenti musicali». Il corsivo, come si suol dire, è mio.

Filippo Ribot, Istituzioni e gesta dei primi monaci (III, 3), Libreria Editrice Vaticana, 2002.

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La comunità monastica

Un breve ma molto denso saggio sul significato storico, dottrinale e pratico del concetto di comunità nel monachesimo del sempre bravo Gregorio Penco. La cosa più interessante è che è palesemente rivolto ai monaci stessi più che agli studiosi o agli interessati, e che non nasconde gli aspetti più quotidiani della questione. Poiché la comunità nella sua singolarità è forse il senso primario del monachesimo e della esistenza dei monasteri. Comunità di individui raccolti in un luogo preciso sotto un abate e una regola, uniti da consuetudini, aspirazioni e progetti comuni (a differenza p.es. delle congregazioni che sono entità sovrapersonali con scopi determinati in cui i membri devono annullarsi o comunque piegarsi all’identità collettiva).

Anche nel monastero la strada è, per quanto possibile, quella dell’annullamento della volontà individuale a beneficio del «bene comune», interpretato dall’abate e in ogni caso sancito dalla fede. Un bene comune che non può prescindere da a) reale separazione dal mondo; b) vita contemplativa; c) maturazione spirituale sulla base dell’ufficio divino; d) clima di carità fraterna; e) lavoro effettivo. Oltre ai vari significati cristologici ed ecclesiologici, il cuore dottrinale e pratico della vita comunitaria è la relazione («essere pura relazione a un’altra persona», come nella Trinità), dove «unità e distinzione trovano il loro modello e la loro sintesi» (nell’amore).

E questa sembra una lezione che può essere declinata anche al di fuori del contesto di fede.

Gregorio Penco, La comunità monastica, (Orizzonti monastici, 23), Seregno, Abbazia San Benedetto, 1999.

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Giovanni (Who’s Who, II)

Giovanni da Lodi, 1025-1105, o.s.b. cam. Da giovane, infastidito dal clero lodigiano, facile al matrimonio, pare dormisse in una chiesetta di Lodi Vecchio, direttamente sulla nuda terra con la testa appoggiata su una pietra – non una particolare novità. Portato a Fonte Avellana da Pier Damiani, ne diventò il «segretario». Correggeva i manoscritti degli altri monaci, in perfetto stile da rompiballe camaldolese. Morì da vescovo a Gubbio. È autore di una Vita beati Petri Damiani.

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Dissolti

Il problema dell’individualità è uno degli ostacoli sui quali più si sono affaticate le Regole. Annullare se stessi per trasformarsi in puro strumento della volontà divina, una scelta che si scontra periodicamente, sin dai tempi dei Padri del deserto, con la tentazione di considerarsi i veri seguaci di Cristo. Quante volte una riforma monastica ha preso le mosse proprio dall’aspirazione al recupero dell’ideale originale smarritosi per strada.

Da qui, tra l’altro, la comprensibile ossessione per il peccato di superbia, per la lotta contro l’orgoglio, strumento primario della quale è stato – ed è – il voto di obbedienza.

Queste riflessioni traggono spunto dalle fonti scritte e in questo forse risiede un paradosso. Poiché forse sono proprio i monaci che non hanno scritto nulla a incarnare con maggiore approssimazione quell’ideale di annullamento. Ascoltiamo quelli che, pur tra dubbi e travagli, non hanno potuto spogliarsi completamente di se stessi (e per questo ci paiono più vicini) e nulla sappiamo di coloro che si sono dissolti in un compito, in un’attività sempre uguale, in una Regola appunto, e di sé si sono dimenticati.

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Le lettere di Paolo VI

Uno potrebbe anche chiedere: perché leggerle?

Be’, le lettere mi sono sempre piaciute, sia come forma in sé sia perché permettono una conoscenza più ravvicinata. In secondo luogo non è necessario condividerne la fede per apprezzare una figura come Giovanni Battista Montini. Anzi, penso che i non credenti si trovino spesso nella posizione migliore per leggere i grandi scrittori religiosi. Inoltre è sempre interessante vedere come erano percepiti certi fatti storici nel momento in cui si verificavano (in questo caso l’ascesa del fascismo, poi del nazismo, e lo scoppio della seconda guerra mondiale, poiché le lettere vanno dal 1915 al 1943).

E su quest’ultimo punto va detto che forse sarebbe più rivelatore un diario (non so se esiste), poiché il tono delle lettere (per lo meno di quelle scelte dal curatore) resta sempre intimo e le questioni politiche vengono sempre toccate con circospezione e in riferimento alle ragioni dell’animo più a quelle storiche (Montini era un diplomatico e la cautela era connaturata al suo ruolo, oltre che al suo carattere). Salvo qualche rapida confessione circa la propria «inettitudine», che forse era soprattutto fastidio per certi rituali e certe forme (a Lourdes, ad esempio, l’irritazione è molto trattenuta), non ho avuto l’impressione che lo scrivente si aprisse mai completamente, a conferma dell’immagine, forse stereotipata, del futuro papa, chiuso, austero e ieratico.

Una piccola nota. Mentre era stato chiamato alla Nunziatura di Varsavia, nell’agosto del ’23 fece un breve viaggio a Cracovia, e il 18 e 19 agosto fece tappa a Oswiecim, presso una casa di Salesiani. Oswiecim, che sarebbe «diventata» Auschwitz.

Paolo VI, Lettere a casa, Rusconi, 1987.

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I soldi nel materasso? Gli uccellini?

Le regole mi sono sempre piaciute perché sono un fottuto leninista, perché tutto in fondo si riduce al «che fare?» e perché troverei sensato che tutti si comportassero secondo la «regola» (ma poi mi trattengo). Mi piacciono anche perché ostinandosi a definire modi e comportamenti rivelano, in modo chiaro e diretto, talvolta involontariamente, la realtà.

Si prendano ad esempio questi due capitoli degli abati vallombrosani. In quello di Attone, del 1127, si legge: «Inoltre, non si abbia troppa cura nel dar da mangiare agli uccelli nel chiostro, affinché da tale occasione i fratelli non siano trascinati – cosa che non conviene – allo scherzo o al riso». Non è splendido immaginare un gruppetto di monaci festosi che porta il pane ai passerotti?

In un altro capitolo dell’abate Attone, del 1128, si legge invece, a proposito delle funzioni da svolgere in occasione della morte di un fratello: «Non si dicano, per coloro che al termine della vita sono stati trovati con denaro nascosto, salmi e orazioni». I soldi nel materasso?

Queste, e altre delizie, si possono leggere in: I padri vallombrosani, Nel solco dell’evangelo. Fonti vallombrosane, Qiqajon, comunità di Bose, 2008, pagg. 249 e segg.

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Comfort

Secondo il Crisostomo il peccato di adulterio (in realtà il semplice desiderare una donna) in fondo è più grave se viene commesso da un secolare che da un monaco: «infatti non è uguale la colpa di chi, pur avendo moglie e godendo di tale conforto, resta sedotto dalla bellezza d’una donna, e di chi, essendo del tutto privo di quell’ausilio, si lascia vincere da quella funesta attrattiva».

Conforto, ausilio? Quale visione della vita di coppia, del matrimonio, si nasconde dietro la scelta di questi termini?

Giovanni Crisostomo, Contro i detrattori della vita monastica (III, 14), Città Nuova, 1996.

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Una giornata da monaco

Quando qualcuno che conosce, e ama, a fondo una «cosa» ne parla, il più delle volte ne risulta un libro privo di fronzoli e molto interessante. È il caso di questa testimonianza di Jean-Pierre Longeat, abate di Ligugé, che stende un «rapporto» sulla sua vita di monaco, oggi, sugli aspetti più ideali e su quelli più pratici, legati alla contemporaneità. Questo, tra le altre cose, colpisce dell’essere monaco: il far parte di una condizione che si appoggia su un arco temporale molto ampio. Alcuni momenti della giornata del monaco sono identici a quelli di millecinquecento anni fa, altri sono tipici dell’altroieri. Restano alcune zone d’ombra, non potrebbe essere diversamente, come la trattazione del corpo e della castità, ma l’immagine complessiva è quella di una forma di vita comunitaria alternativa che può dare buona prova di sé – anche al di là della dimensione della fede, verrebbe da dire.

Jean-Pierre Longeat, Una giornata da monaco, Edizioni Messaggero Padova, 2009

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Pensare (il) niente

Osservare, ascoltare, compatire, patire. Ammutolire davanti a certe immagini evocate dal grande repertorio della storia. “Sentirsi un niente di fronte alle massicce cose attuali.” O, meglio/peggio, essere una variante, combinazione di elementi di un insieme. L’apparente ampiezza di tali elementi, e ancor più il gran numero di combinazioni possibili, produce l’illusione dell’unicità. Da cui derivano molte sciocchezze, tra cui questo commovente attaccamento alle proprie opinioni.

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Suppone (Who’s Who, I)

Suppone di Fruttuaria, o.s.b., abate del Mont-Saint-Michel dal 1033 al 1048. All’inizio tutto bene, anche perché aveva portato dall’Italia parecchi oggetti preziosi e perché suscitò molte donazioni. Poi le cose andarono storte. Troppi amici e parenti dall’Italia, troppe spese, disciplina rilassata, se non peggio, sicché i monaci si risentirono e lui dovette tornarsene all’abbazia di Fruttuaria, dove morì, s’immagina, tranquillo. Ci si faceva già riconoscere, insomma.

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