«Nei monasteri fiorentini» (pt. 3)

(la prima parte è qui, la seconda qui)

Le storie gustose sono tante, e non poche infatti sono poi confluite nella novellistica coeva. Come quella del braccio di santa Reparata, fatto venire dal monastero di Teano e scopertosi poi essere di legno, citata in una novella di Franco Sacchetti, o quella del dito di sant’Anna, rubato e poi restituito alle monache del convento di Sant’Anna sul Prato (solo che miracoli non ne faceva più, sicché «lo fecero esaminare da alcuni competenti, i quali riferirono che non si trattava nemmeno di un osso umano»). Ma la più divertente è quella appunto di Buffalmacco e delle monache di San Giovanni Evangelista, raccontata dal Vasari (che forse non sarebbe nemmeno il caso di parafrasare…).

Protagonista di numerose novelle del Boccaccio, Buonamico di Martino, il Buffalmacco, non è pittore che badi particolarmente alla forma e, lavorando per le monache del Monastero delle Donne di Faenza (fondato dalla beata Umiltà), agli inizi del XIV secolo, non si preoccupa di vestirsi da «maestro», tanto che le religiose, spiandolo dal telo che copre il «cantiere», cominciano a pensare che non sia pittore di fama, bensì un «qualche garzonaccio da pestar colori».

La badessa non si trattiene e si rivolge al giovane in farsetto, dicendogli che ogni tanto gradirebbero vedere all’opera anche il maestro. Buonamico, «uomo faceto e di piacevole pratica», promette di avvisarle non appena egli verrà e, per impartire una lezione alle monache diffidenti, architetta un «posticcio maestro» con una pila di brocche e stoviglie, lo riveste di mantello con cappuccio, gli fissa un pennello e se ne va. Le monache, soddisfatte, si tranquillizzano, «onde da una banda cansando la turata della tela, vedevano il maestro dell’opera, che pareva che dipignesse». Alla fine però sono prese di nuovo dalla curiosità di vedere come procedono i lavori e una notte, avvicinatesi all’altare coperto, «rimasero tutte confuse e rosse nello scoprire il solenne maestro che in quindici dì non aveva punto lavorato». Scoperto l’inganno, e appresa la lezione, vergognose fanno richiamare il pittore, «il quale, con grandissima risa e piacere, si ricondusse al lavoro, dando loro a conoscere che differenza sia dagli uomini alle brocche»: l’abito non fa il monaco, proprio voi, sorelle, dovreste saperlo!

Tutto a posto. Il lavoro riprende, con soddisfazione delle committenti, salvo che le monache trovano un po’ pallide e «troppo smorticce» le figure. Udito il reclamo, Buonamico si ricorda di aver sentito che la badessa conserva una scorta di vernaccia molto buona, per usi sacri, e le manda a dire che il difetto si può facilmente correggere, a patto di «stemperare i colori con vernaccia che fusse buona»: allora sì, vedreste che colorito!

«Ciò udito le buone suore che tutto si credettono, lo tennero sempre poi fornito di ottima vernaccia, mentre durò il lavoro, ed egli, godendosela, fece da indi in poi con i suoi colori ordinarj le figure più fresche e colorite.»

(3-fine)

(Enrica Viviani della Robbia, Nei monasteri fiorentini, Sansoni 1946; disponibile anche su Internet Archive.)

 

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«Nei monasteri fiorentini» (pt. 2)

(la prima parte è qui)

E visto che ho parlato di elenchi, diamo un’occhiata a questo, interessantissimo, tratto dal Libro di Ricordanze di Santa Verdiana del 1568 e che riporta «la nota della roba che le monache dovevano portare con sé nell’entrare in convento», la dote. Anzitutto il letto, sì, il letto «con saccone, Materasse, Coltrice, Piumaccio et dua Guanciali»; e ancora «uno Coltrone; una mezza Coltre; una Coltre a bottoncini; un Panno Lano bianco»; poi una quantità ragguardevole di stoffa di varia natura, tra cui 10 braccia di Perpignano monacile, 20 di Sventone bianco, 20 di Tela bottana azzurra, 60 di Panella da soggoli; sempre alla voce biancheria: 14 fazzoletti da capo e 20 da collo, 12 asciugamani e 25 tovagliolini; per l’arredamento: una seggiola e uno sgabello, «un quadro di Vergine: un Crocifisso di rilievo»; a corredo: 12 libbre di candele bianche, un breviario, un catino una cintura di cuoio, un paio di forbici grande, «una Scodella, uno Scodellino, un Piatto, ogni cosa di stagno; un quchiaio e una Forchetta d’argento per quando sono inferme». Senza dimenticare la dotazione specifica per la «sacratione», consistente in altri chilometri di stoffa, un esercito di candele e «una scatola di lb VI di confetto. Sei Pinocchiati di lb. 1/2 l’uno. Dieci fiaschi di Trebbiano e cento Berlingozzi. Dua lb. di Zuchero fine. Dieci ducati per la Pietanza». Una montagna di roba.

Già, la pietanza: «Ogni evento, allegro o triste, era celebrato con l’immancabile pietanza!», che spesso rappresentava un problema economico non da poco, soprattutto per le comunità meno beneficate. Sempre a Santa Verdiana, nel 1452, questa era la pietanza per la festa del fondatore dell’Ordine vallombrosano, Giovanni Gualberto: «Quindici taglieri per trenta religiose alle prime e alle seconde mense, trebbiano e susine e ciriege, e di poi vitella: libbra cento dodici e paia cinque di capponi e lingue e raviuoli e lacto con zuchero e cialdoni… [e alla sera] paia due di paperi e tre paia di polli e tre di pippioni e solecio». «Questi pranzi e rinfreschi erano arrivati a un tal segno, che per non andare in rovina, le monache dello stesso convento dovettero ricorrere nel ‘600 all’arcivescovo, supplicandolo di fare una specie di riforma interna, che fu detta appunto di moderazione.»

Oltre che di cibo, i Libri sono pieni anche di note economiche: spese di restauro, spese di conduzione degli edifici e degli annessi (il rinnovo dell’altare per 278 ducati; 14 scudi al fattore-ortolano e 7 al suo giovane aiuto; 46 scudi di lire 7 per scudo per la campana che «il 1° novembre 1591 suor Maria Benedetta Cicciaporci fece fare con la sua dota o entrata»); spese per i mortori, cioè il «desinare funebre»; registrazioni dei disobblighi («Se qualche famiglia voleva, per una ragione o un’altra, fare dispensare qualche sua congiunta dalla levata del Mattutino o dagli altri uffici che incombevano a turno su tutte le religiose, bastava che versasse una somma a parte, detta di disobbligo, fra i 100 e i 170 scudi»); spese per gli addobbi…

E poi le spese per le opere d’arte, «poiché le badesse si facevano un vanto di ornare e abbellire la loro chiesa, ricorrendo ai più provetti artisti del tempo», e in effetti nella Firenze del Trecento, del Quattrocento e del Cinquecento, anche a scegliere frettolosamente non si rischiava la mediocrità. Magari qualche problema poteva nascere dall’ingenuità delle claustrali, qualche problema o qualche burla, come quella raccontata dal Vasari a proposito di Buonamico Buffalmacco e delle monache di San Giovanni Evangelista.

(2-continua)

(Enrica Viviani della Robbia, Nei monasteri fiorentini, Sansoni 1946; disponibile anche su Internet Archive.)

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«Nei monasteri fiorentini» (pt. 1)

Francesco Botticini,"Santa Monica circondata dalle suore agostiniane" (1470; Firenze, Chiesa di S. Spirito, part.)

Francesco Botticini, “Santa Monica circondata dalle suore  agostiniane” (1470; Firenze, Chiesa di S. Spirito, part.)

Ho accennato qualche tempo fa a un libro che mi è piaciuto molto: Nei monasteri fiorentini di Enrica Viviani della Robbia. Pubblicato nel 1946 da Sansoni, nei piani doveva essere il primo di una serie ed era nato dallo spoglio delle «carte dei monasteri soppressi conservate all’Archivio di Stato di Firenze». L’autrice, discendente di una storica famiglia fiorentina di origine trecentesca, giocava a suo modo in casa, annoverando tra le sue antenate anche una Pietra d’Andrea Viviani Gennaj (poi della Robbia) che era stata tra le cinque «nobilissime matrone» che avevano fondato il monastero di San Giovannino delle Cavalieresse di Malta e ne era stata la prima Commendatrice nel 1391.

L’intento dichiarato del volume è restituire, anche con larghezza di citazioni, lo spirito della vita quotidiana delle numerosissime comunità di monache che costellavano Firenze in età medioevale e moderna, seguendo le cronache dei Libri di Ricordanze e cercando di andare al di là delle immagini e dei pregiudizi consueti (un merito che anche la storiografia recente riconoscerà a Enrica Viviani). Sì, numerosissime: «I conventi femminili nel Cinquecento erano 45, nella sola Firenze, senza contare quelli dei dintorni (un complesso di 4340 suore), ma nel Seicento salirono a 63».

Il risultato è un pozzo senza fondo di informazioni, storie, aneddoti, nomi, curiosità; ma prima di procedere devo confessare, soprattutto a me stesso, il perché di tanta passione, che mi ha spinto addirittura a recuperare una copia cartacea presso una libreria antiquaria. Lo ammetto, ho letto  Nei monasteri fiorentini con lo stesso piacere di pura evasione che un appassionato di fantasy nutre quando s’imbatte in una saga particolarmente riuscita. Mi è piaciuto perché è scritto in un bell’italiano antiquato, mi è piaciuto perché ho condiviso la stessa curiosità dell’autrice a ogni scoperta, mi è piaciuto perché contiene il Tempo, mi è piaciuto perché «sfogliando le carte dei vecchi monasteri, la cosa che ci colpisce maggiormente, forse perché in così assoluto contrasto con i tempi che stiamo vivendo, è il senso di stabilità che le anima, la sicurezza in una continuità che nulla avrebbe mai potuto variare… Ogni minimo evento era scrupolosamente segnato dalle croniste, seguitando a ordire una tela di memorie che avrebbe dovuto seguitare all’infinito, come quei tanti rotoli di canapa e di lino che si accatastavano negli armadi del convento pei bisogni delle generazioni monastiche del futuro»: un sentimento regressivo, è inutile nasconderlo.

Ammesso quanto era da ammettere, posso abbandonarmi, per cominciare, al piacere dei nomi. Quelli delle congregazioni: le Murate, le Stabilite, le Pinzochere, le Poverine, le Convertite; quelli delle monache: suor Fioretta, suor Cedrinella, suor Luminata, suor Celeste, suor Purità, suor Colomba, suor Maria Minima… (e anche quelli di qualche laico come Diomicitidiede di Buonagiunta del Dado); quelli delle cariche principali: la Camarlinga dello scrittoio, la Celleraia velata, la Celleraia suora, la Speziala, l’Infermiera, la Cottora, la Rotara, la Sarta, la Pollaiola, la Refettoriera. E subito dopo a quello degli elenchi, come questo per l’Ufizio della Spezieria del monastero di Santa Verdiana: «La Spezieria del Convento deve a tutta sua spesa provvedere le monache di tutto quello che si possa manipolare in detta, cioè Sciroppi, Medicine, Solutivi di tutte le sorte, bocconi di Lattovarj, Pillore, tutta la Cassia; Sciarappa, Regina di Sciarappa, Diagridi, Tartaro Vetriolato, Acqua del Tettuccio, numero otto Vescicatori, Spirito di Vetriolo, Cremor di Tartaro e così simili».

Irresistibile, no?

(1-continua)

(Il volume è disponibile online in vari formati su Internet Archive.)

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Zombie Hermitage (Dice il monaco, XII)

Dice Rodolfo II-III, camaldolese (1180 ca.):

Segue infine [tra le virtù dei solitari]  la meditazione silenziosa, quando si uniscono indissolubilmente queste due cose: la regola del tacere e la vigile occupazione del meditare; nessuna delle due senza l’altra basta alla salvezza. Il silenzio senza meditazione, infatti, è morte ed è come la sepoltura di un uomo vivo; la meditazione senza silenzio è inefficace ed è come l’agitarsi di un uomo ormai sepolto.

Libro della regola eremitica, 44, 1-2, in Privilegio d’amore. Fonti camaldolesi, testi normativi, testimonianze documentarie e letterarie a cura di C. Falchini, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2007, p. 302.

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Concentrato d’uomo e salsa di monaci

«In che senso un monaco può essere detto laico o, viceversa, un laico essere definito monaco?» Da interrogativi come questo muove il saggio molto interessante del padre benedettino Giulio Meiattini, pubblicato sulla rivista «Ora et Labora» del Monastero San Benedetto di Milano con il titolo di Monaci e laici.

Per fissare il concetto di laicità l’autore si basa sulla ricerca della filosofa Annalisa Caputo, secondo la quale, in estrema sintesi, l’essere laico si identifica con l’umanità dell’uomo, e con il suo essere responsabile della terra condivisa, dell’ambiente sociale, della comunità, del tempo: «Tutto questo è laicità in quanto è “comune” a tutti, perché è l’umanità dell’uomo nel suo essere al e nel mondo». Da ciò deriva che il laico è il mediatore per antonomasia, colui che fa emergere ciò che è comune «attraverso il dialogo, la collaborazione, il confronto». La secolarità in cui è immerso il laico, cioè l’essere umano, è dunque apertura, pluralità, attenzione a ciò che lega, rifiuto di ciò che allontana.

Sull’altra sponda sta il monaco, «colui che si distingue dal comune», anche numericamente («solo pochi, statisticamente, sono monaci, anzi pochissimi»), colui che sta a parte. In questa prospettiva, se la laicità coincide con l’esssere uomo, e il monaco in qualche misura è alternativo al laico, «il monaco può ancora, e fino a che punto, dirsi uomo, appartenente al mondo e dunque laico? I monaci (e i religiosi in genere) non contraddicono, con la loro scelta di distinzione, l’appartenenza alla comune casa mondana e umana?»

È possibile superare questo falso dilemma, secondo Meiattini, ricorrendo all’originaria definizione di vita monastica come vera philosophia. Nell’antichità il filosofo è colui che cerca la verità unica e universale oltre i fenomeni, non soltanto teorizzando ma anche praticando veri e propri esercizi ascetici e spirituali. In questo senso il monaco-filosofo fa lo stesso, «i monaci – in quanto dediti a ricordare praticamente, oltre la pluralità e la dispersione degli enti, … l’essere comune e l’Essere fondante… – non hanno mai preteso fare altro che ricordare a se stessi, e così alla chiesa e all’umanità intera, ciò che è comune per eccellenza, perché assoluto e universale». Dunque il monaco è «forse laico per definizione», concentrato senza distrazioni sulla condizione umana e sul suo limite, e aperto sia all’essenza sia alla differenza, «consacrato a ciò che è comune per eccellenza».

Le due dimensioni sono primarie e costitutive, il tutti e l’uno, e l’autore allarga la riflessione agli spunti del cosiddetto «monachesimo interiore», quel filone di pensiero che considera il monaco come archetipo, precendente le stesse fedi religiose. Il laico ricorda al monaco che c’è un mondo, una casa comune; il monaco ricorda al laico che c’è un monastero, una cella (un’infinità di celle). Sono due poli che convivono e che non possono trascurarsi a vicenda. Il suggestivo approdo di Meiattini è in una parafrasi della famosa definizione di Evagrio: se, come dice Evagrio, il «monaco è colui che, separato da tutti, a tutti è unito», allora il «laico è colui che, unito a tutti, da tutti è separato».

È una formulazione interessante, sulla quale ragionare. Unità e separatezza: come non riconoscere la realtà di tale compresenza, anche prescindendo dalla cornice della fede? A questo quadro, tracciato con logica e razionalità, e in cui forse l’unico tratto che mi disturba è una certa presunta inevitabilità (come quando l’autore si rivolge a «credenti o meno», oppure quando mette in guardia contro il laicismo e la sua pretesa di autonomia), mi limito ad aggiungere tre note. Anzitutto, mi piacerebbe inserire nella riflessione il fatto che la tradizione prevalente preveda una comunità di monaci, che può essere sì simbolo di quella più grande, ma anche alternativa. Poi, sul versante dell’unità, ricorderei il ruolo non soltanto negativo del conflitto (direi presente anche nella scelta monastica): per quanto sia ossessionato dalla mediazione, so che ciò deriva dalla mia paura del conflitto, senza il quale, per semplificare, i salti non si compiono. Infine, ossessionato anche dalla separatezza, non dimenticherei che in agguato sul fondo dell’individuo, se così si può dire, potrebbe non esserci l’unicità, bensì la sostituibilità.

Giulio Meiattini osb, Monaci e laici, in «Ora et Labora» LXVII (2012), 2, pp. 155-65.

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Come i ghiacciai

È su libri come Io sarò l’amore. Le nuove vie della clausura che misuro la mia distanza da una realtà umana cui pure dedico parecchia attenzione (per quanto esclusivamente libresca). Il nuovo libro di Espedita Fisher si compone di una serie di testimonianze  anonime di monache di clausura, aperta e chiusa da alcune considerazioni personali dell’autrice, non nuova a questo genere di indagine. Ci sono anche un saggio di Anna Maria Cànopi, badessa del monastero dell’Isola di San Giulio, e un inserto fotografico di ritratti, di cui mi sfugge l’intenzione.

Per me è come se fosse scritto in un’altra lingua, non ci arrivo. Si potrebbe chiedere perché mi ostini a leggere libri come questo, e la risposta che mi do è che sono attratto dai risultati che derivano da premesse che non condivido o che non capisco. Risultati pratici, intendo, condotta di vita; e risultati buoni, aggiungo, poiché quello che conta, credo, è la pratica che discende da una teoria o, come in questo caso, da un sentimento di fede. Non considero le opere di bene, che sono di molto al di là della mia portata, mi limito, ad esempio, all’armonia di una comunità, al suo fiorire, all’amore reciproco.

Non capisco molte cose: lo scarto verso «qualcosa oltre», l’opposizione che ritorna tra il disordine di un mondo dimentico di Dio e il «vero amore» – come se non ci fossero alternative –, la sottolineatura delle domande sull’origine, sul senso, sul fine. D’altra parte non pretendo nemmeno di capire, soprattutto quando le testimonianze affrontano il mistero della vocazione. Leggo e basta.

«Non c’è persona che presto o tardi nel corso della vita non si trovi davanti a questi interrogativi. La semplice ragione non basta a rispondere, il mistero della vita la trascende», scrive la badessa, e io mi sento di dire che forse non occorre rispondere. Vorrei dire che rispondere o non rispondere, ignorare la domanda o non formularla, non cambia, nella pratica, la sostanza di ciò che ci è toccato e le soluzioni che ci richiede. Obietto a me stesso: e allora, tutti gli individui che nel corso del tempo hanno vissuto l’inquietudine del senso, si sono interrogati, hanno creduto? Tutti scemi? Certo che no! Ma ammetto di non saper aggiungere altro, se non, forse, che il tempo passa anche per il genere umano e che la trascendenza si ritira, come i ghiacciai, e che non provo disagio per un «mondo lasciato a se stesso». È un’altra lingua, dicevo, né io pretendo che la mia sia quella corrente, o tanto meno quella giusta. Ci si può anche ascoltare senza capire tutto, e rispettarsi, e magari prendere un caffè insieme, che per quello non occorrono parole.

Poi capita di essere chiamati in causa esplicitamente da un’altra monaca, una clarissa, che dice: «Credenti e non credenti, ugualmente, hanno nel loro cuore la frontiera tra fede e incredulità […]. Il credente ha bisogno dell’ateo per purificare la sua fede e l’ateo richiede il credente per purificare il proprio ateismo» (Maria Manuela Cavrini). Quando ho letto questa frase ho sorriso. Vi ho scorto un’onesta ammissione di debolezza, che apprezzo. Mi colpisce questa evocazione dell’ateo da parte del credente, mi colpisce perché io non mi considero il nero del bianco rappresentato dal credente. È soltanto in base alla convenzione linguistica corrente che posso definirmi «non credente», in realtà credo a un sacco di cose, e di persone, in base ad altri criteri.

Scrive ancora la clarissa: «Perché sono così come sono? Perché capita proprio a me? Perché non ho altre qualità, altre doti? Non siamo venuti all’esistenza per sbaglio e non siamo numeri di una massa amorfa». Quelle domande non me le sono mai poste. Le eventuali risposte non modificherebbero di una virgola i termini di ciò che devo scegliere di fare quando avrò finito questo temino.

(Espedita Fisher, Io sarò l’amore. Le nuove vie della clausura, Castelvecchi 2013; Maria Manuela Cavrini, In viaggio con Dio. 100 briciole di fede per il cuore, Cantagalli 2012.)

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Fratelli, il ciuffo non si addice

Sul finire del Cinquecento papa Clemente VIII (quello di Giordano Bruno) spedisce d. Domenico Boerio, chierico della Congregazione di San Paolo (i Barnabiti) a visitare l’abbazia cisterciense di Santa Maria di Staffarda. Il barnabita, «uomo grandemente pratico di dare incamminamento sodo alle nuove fondazioni», come apprendiamo altrove, va e relaziona. Le sue note si sono conservate dentro gli «enormi faldoni» che raccolgono le carte dell’erudito cisterciense Ferdinando Ughelli, cioè i manoscritti latini 3204-3249 del fondo Barberini presso la Biblioteca Vaticana. Grazie a un articolo di Stefano Pagliaroli, che ne ha condotto uno «spoglio sistematico – foglio per foglio e linea per linea», possiamo avere un assaggio, assai gustoso, di queste note. (Tutto l’articolo peraltro è molto interessante.)

La situazione a Staffarda è molto compromessa. Tanto per cominciare non c’è una biblioteca, soltanto un paio di casse di libri («malissimamente tenuti, carichi di terra») abbandonate in una stanza. C’è qualche scaffale nel chiostro, «luogo assai humido», e i monaci «dicono che ivi si studia: Dio sa come studiano».

Nella cucina regna il caos, ogni osservanza è saltata. Tutti i monaci vi entrano a piacimento, anche per scaldarsi, mentre non dovrebbero, e vi perdono tempo «in ciancie, burle et troppo inutilmente». La preparazione del cibo è affidata a un laico, pagato dall’abbazia, «et, nell’hora di pranzo, quando si magna, molti de’ monaci stanno in cucina a farsi cuocere chi una cosa et chi un’altra in particolare oltre quello che si dà in comune». Il «cucinaro… sa molto bene i portamenti de’ monaci et frati», ma tiene la bocca chiusa. Non parliamo delle cantine! Oltre alla comune, l’abbazia ospita quella di un oste e quella del fittavolo, e poi c’è quella del priore, che ci tiene il vino prodotto da «due vigne del suo beneficio» e di cui fa commercio.

L’archivio è chiuso, e il priore non ricorda nemmeno se ne esistano le chiavi. I «disordini» non si contano. Troppi secolari entrano ed escono dal monastero. Persino l’officina tonsoria è fuori controllo – e qui la citazione estesa è inevitabile…

«Hanno un luogo deputato all’officio della barbaria, assai sordido, ma fra di loro non ci è chi esserciti l’officio di barbiere et si servono di secolari a i quali danno certo salario l’anno. Et, facendosi a’ monaci et a’ frati la corona, non s’adopra rasoio, ma si tagliano i capelli con forbici, in modo che la corona non si fa così bene. Anzi, quando l’habbiamo visitati, pochi l’havevano et molti havevano capelli longhi, massime sopra il fronte, che “facevano”, come si dice, “il ciuffo”: et stava male. Se gli comandò si facesse la corona: et fu fatto.»

(Da: Stefano Pagliaroli, Spigolature ughelliane, in «Rivista Cistercense» XXIX [2012], 3, pp. 275-297.)

 

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«Il primiero vomito delle lascivie»

Sto leggendo un libro molto bello di Enrica Viviani Della Robbia, Nei monasteri fiorentini, pubblicato da Sansoni nel 1946, pieno zeppo di informazioni e curiosità sulle comunità monastiche femminili cinque-seicentesche, tratte da fonti d’archivio. Ne parlerò, ma non so resistere a riportare i titoli di due opuscoli inerenti al mondo dei monasteri delle Convertite, separati l’uno dall’altro di qualche mese.

Il primo è questo:

Conversione della Maria Lunga detta Carrettina meretrice famosa in Firenze, la quale essendo stata peccatrice oltre vent’anni per penitenza de’ suoi peccati havendo dato il suo avere ridotto a denari per l’amor di Dio, si è ritirata a servire alle misere Donne del Lazzeretto. Azione dispiegata in tre capitoli con obbligo di descrivere in ogni ternario almeno un verso del Goffredo del Sig. Torquato Tasso. Composizione del Dott. Giulio Guazzini. In Firenze 1633, per Zanobi Pignoni.

E qualche mese dopo:

Palinodia in ritrattazione delle lodi già fatte per la Maria Lunga Meretrice Fiorentina nella sua infruttuosa Conversione, la quale dopo l’essere stata volontaria penitente de’ suoi lussi per dieci mesi a servire nel Lazzeretto, per nuovo esempio d’incontinenza è ritornata al primiero vomito delle lascivie. Il che si ritratta con lo stesso obbligo d’un verso almeno del Goffredo del Sig. Torquato Tasso in ogni ternario, del medesimo Dott. Giulio Guazzini, che ne avea composte le lodi intempestive, le quali è parso bene darsi in luce di nuovo avanti la Palinodia per maggiore intelligenza di essa. In Firenze 1633, per Zanobi Pignoni.

Scopro che la curiosa doppietta aveva già colpito l’avvocato e scrittore toscano Narciso Feliciano Pelosini (1833-1896), che nelle sue Amenità bibliografiche della vecchia Toscana (1871) l’aveva registrata e aveva commentato: «Che ti pare di questo titolo? Doveva essere il gran bell’umore il poeta dottor Guazzini! E mi svaga che il povero Tasso fa le spese alle lodi ed all’invettive; come se a lui importasse un fico e della Maria Lunga che vuole e disvuole, e del dottor Guazzini che loda e vitupera. Il mondo era bellino anche nel 1600, quando il Pignoni (nel 1633) stampava questi libri in Firenze».

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Dieci, venti, trenta anni

«Quando una persona ripete per dieci, venti, trenta anni questi gesti, quando prega per tre volte al giorno, quando pensa con Dio e davanti a Dio per ore – e questo in particolari momenti della giornata… – finisce per scoprire il significato profondo di tutto questo.» È soltanto uno dei molti punti interessanti della conversazione con Enzo Bianchi sul monachesimo, ottimamente condotta da Gabriella Caramore, autrice e voce di Uomini e profeti, e poi pubblicata in volume con il titolo di La vita altrimenti. Interessante, oggi, per me, perché evidenzia al contempo vicinanze e distanze rispetto all’esperienza monastica.

Vicinanza anzitutto intorno a un meccanismo che vede nella regolarità (vorrei dire proprio ripetizione) la strada della conoscenza, dal ripetere una poesia o una lezione per apprenderle, al ripetere una strada, un gesto, una frase per scoprirne il valore teorico e pratico. Andando un po’ liberamente per associazioni, è soltanto alla centesima volta che si ripete la ricetta di un risotto che si può dire di saper fare un risotto, e io questo vedo, anche, nel monachesimo: ripetere per conoscere. Per mettersi alla prova, direbbe forse un monaco, aggiungendo, come fa il priore di Bose, che esiste anche un perché lo si fa, uno scopo che trascende, là dove la semplice ripetizione produttiva è attributo delle macchine.

Qui si comincia a intravedere la distanza. Anche chi, come dice Bianchi, «non sperimenta la grazia della fede», non può essere sordo in quanto essere umano alla domanda dell’interiorità. Orbene, io credo sempre meno a questa domanda, o meglio credo che le risposte che vi si posso dare non siano rilevanti al di fuori di me, perché sono combinazioni di elementi dati, sono storie che mi posso raccontare per dare senso e spessore ad atomi e scariche elettriche, un mero, ancorché complesso accidente.

È vero, non posso non ascoltare chi – persone concrete, nomi propri – si ribellerebbe a questa affermazione, coloro per i quali tale mero accidente determina delle differenze. Che io ci sia o no per costoro è diverso, ma prima di «io», in realtà c’è «qualcun altro», come ampiamente offerto dalla specie, e questa per me è la prova che in questo discorso «io» non conta, conta soltanto «altro».

Qui c’è sicuramente una contraddizione nel mio cosiddetto pensiero, poiché anch’io mi ribellerei se coloro i quali, in modi diversi, determinano una differenza nella mia vita affermassero di essere un mero accidente. Non so risolverla, o meglio, non voglio risolverla con uno di quei «giochi di parole» di cui sono terribilmente stanco e cui pure non so rinunciare, me la tengo, e finita lì, con una sola avvertenza. La partita si gioca qui, dove non vedo tracce di trascendenza, ma semmai di qualcosa che assomiglia alla responsabilità – verso persone concrete, nomi propri.

Ed ecco che mi pare di avvicinarmi di nuovo. Perché la comunità monastica, come idealmente tratteggiata dalla Regola, è anche luogo di massima esaltazione di questa responsabilità, dove si impara a essere… l’altro di cui l’altro ha bisogno per essere l’altro (eccolo lì…), in una circolarità di certo non esclusiva del monastero, ma che il monastero radicalizza e pone al centro della sua vita quotidiana: «Quando si è gli uni accanto agli altri, nella vita comune, si assiste alla manifestazione dei propri limiti, dei propri difetti: l’altro è colui che ci corregge e che ci vede nella nostra verità. Da soli, non sappiamo di cosa siamo veramente fatti; ma in mezzo agli altri siamo obbligati a riconoscerlo…»

(Enzo Bianchi, La vita altrimenti. Pensieri sul monachesimo, a cura di G. Caramore, Morcelliana 2006.)

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Gli stivali sì, ma non scamosciati

È sempre interessante, e anche divertente, leggere in trasparenza le regole monastiche e concentrarsi su ciò che vi viene proibito e sulle prescrizioni minute. Non è stupida volontà di cogliere in fallo i reverendi padri, è umana curiosità, considerando senza malizia che, tra le mille cose che potevano essere regolamentate, le circostanze e i comportamenti che vengono citati erano evidentemente stati osservati nella realtà e pertanto i suddetti padri avevano ritenuto di doverli espressamente menzionare.

Di particolare interesse è poi il caso di costituzioni di molto successive alla Regola di Benedetto, che la pongono come base e si limitano a integrarla: perché i tempi e le consuetudini sono cambiati, perché circolano più denari e più merci, perché anche le persone si muovono di più e «perché oggi si allarga un poco più la mano». Le Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, ad esempio, nella seconda parte, lo dicono chiaramente: «Ammaestrati dalla santa istruzione della Regola, che l’Abate in tal modo temperi, o disponga le cose… dichiareremo alcuni passi della Regola, modificando quelle cose che a’ tempi nostri sembrano aspre, componendo alcuni modi di vivere, acciocché nella nostra Congregazione si vegga l’uniformità nelle cose esteriori e si conservi la concordia interiore». Le «Dichiarazioni» che seguono fanno riferimento ai capitoli della Regola, il più delle volte citando un passo preciso («Dove dice…»), e i casi curiosi che mi hanno colpito sono numerosissimi.

Là dove Benedetto si limita a vietare scurrilità e parole oziose (Cap. VI), i padri di Vallombrosa prescrivono che «acciocché si levino le occasioni di leggerezza, o buffonerie, … che in qualunque luogo della nostra Congregazione siano vietati i canti e i suoni, eccetto che di tasti, che si permettono per abilitarsi al suono de’ sagri organi in servizio della Chiesa». Parimenti si vietano i giochi di carte, i dadi, le scommesse, quelle fatte da sé o tramite altri. Per quanto riguarda il dormitorio (Cap. XXII), «non si permettano i camini nella camere, né a veruno il dormire accompagnato». Benedetto (Cap. XLII) prescrive che subito dopo cena i monaci si riuniscano per ascoltare una lettura edificante, bene, «dove dice “subito” dichiariamo doversi intendere in largo modo, perché si differisce un’ora, o più, acciò per la cena fresca non sia nocivo entrare a letto» (in realtà, dopo la lettura c’è Compieta). I monaci non devono accettare né ricevere lettere o regali (Cap. LIV), ma «per questo non intendiamo proibire donare cose mangiative, purché non siano in quantità notabile». (Tra parentesi, il commento a questo capitolo è l’occasione per stabilire che «al P. Generale è assegnata la propina di scudi 200 per qualunque bisogno suo, e della famiglia, a ciascheduno de’ Visitatori scudi 60, avendo però vitto e vestito, e servitù per loro, e cavalcature».) Sulle norme per l’abito (Cap. LV) i padri si diffondono: la «gabbanella» sotto la tonaca deve arrivare «a tre dita sotto il ginocchio»; «i calzoni siano semplici e modesti, senza tasche»; le camicie «di color tanè»; niente «giubboni attillati» e nessun indumento di pelle, «se non stivali, quali sempre siano neri, ma non scamosciati». Ah, e «nessun dei nostri Monaci per l’avvenire porti barba o basette». Un discorso a parte andrebbe poi fatto per le chiose ai capitoli sulle colpe (XXV-XXVIII), che vengono distinte minuziosamente in leggiere, gravi, più gravi e gravissime. Per restare sul versante lieve: colpe leggere sono «urtare, spingere, tirare e minacciar fanciullescamente e per giuoco» (cioè, spintonarsi), «bere con ambo le mani», «chiamarsi l’un l’altro con soprannomi, o dicendosi non voi, ma tu», «mangiare cose particolari senza licenza»…

Insomma, la fiducia nel discernimento dell’abate è sempre massima, ma lo sappiamo che siamo vittima del peccato, «dal quale è troppo difficil cosa il potersi guardare in questo Mondo, perché in molte cose offendiamo tutti, e sette volte il giorno cade il giusto, e se pensassimo, o dicessimo, non aver peccato, inganneremmo noi medesimi».

(Costituzioni della Congregazione di Vallombrosa, Parte seconda. Spettante al genere politico. O dichiarazione della Regola di San Benedetto. Si possono leggere qui.)

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