Concentrato d’uomo e salsa di monaci

«In che senso un monaco può essere detto laico o, viceversa, un laico essere definito monaco?» Da interrogativi come questo muove il saggio molto interessante del padre benedettino Giulio Meiattini, pubblicato sulla rivista «Ora et Labora» del Monastero San Benedetto di Milano con il titolo di Monaci e laici.

Per fissare il concetto di laicità l’autore si basa sulla ricerca della filosofa Annalisa Caputo, secondo la quale, in estrema sintesi, l’essere laico si identifica con l’umanità dell’uomo, e con il suo essere responsabile della terra condivisa, dell’ambiente sociale, della comunità, del tempo: «Tutto questo è laicità in quanto è “comune” a tutti, perché è l’umanità dell’uomo nel suo essere al e nel mondo». Da ciò deriva che il laico è il mediatore per antonomasia, colui che fa emergere ciò che è comune «attraverso il dialogo, la collaborazione, il confronto». La secolarità in cui è immerso il laico, cioè l’essere umano, è dunque apertura, pluralità, attenzione a ciò che lega, rifiuto di ciò che allontana.

Sull’altra sponda sta il monaco, «colui che si distingue dal comune», anche numericamente («solo pochi, statisticamente, sono monaci, anzi pochissimi»), colui che sta a parte. In questa prospettiva, se la laicità coincide con l’esssere uomo, e il monaco in qualche misura è alternativo al laico, «il monaco può ancora, e fino a che punto, dirsi uomo, appartenente al mondo e dunque laico? I monaci (e i religiosi in genere) non contraddicono, con la loro scelta di distinzione, l’appartenenza alla comune casa mondana e umana?»

È possibile superare questo falso dilemma, secondo Meiattini, ricorrendo all’originaria definizione di vita monastica come vera philosophia. Nell’antichità il filosofo è colui che cerca la verità unica e universale oltre i fenomeni, non soltanto teorizzando ma anche praticando veri e propri esercizi ascetici e spirituali. In questo senso il monaco-filosofo fa lo stesso, «i monaci – in quanto dediti a ricordare praticamente, oltre la pluralità e la dispersione degli enti, … l’essere comune e l’Essere fondante… – non hanno mai preteso fare altro che ricordare a se stessi, e così alla chiesa e all’umanità intera, ciò che è comune per eccellenza, perché assoluto e universale». Dunque il monaco è «forse laico per definizione», concentrato senza distrazioni sulla condizione umana e sul suo limite, e aperto sia all’essenza sia alla differenza, «consacrato a ciò che è comune per eccellenza».

Le due dimensioni sono primarie e costitutive, il tutti e l’uno, e l’autore allarga la riflessione agli spunti del cosiddetto «monachesimo interiore», quel filone di pensiero che considera il monaco come archetipo, precendente le stesse fedi religiose. Il laico ricorda al monaco che c’è un mondo, una casa comune; il monaco ricorda al laico che c’è un monastero, una cella (un’infinità di celle). Sono due poli che convivono e che non possono trascurarsi a vicenda. Il suggestivo approdo di Meiattini è in una parafrasi della famosa definizione di Evagrio: se, come dice Evagrio, il «monaco è colui che, separato da tutti, a tutti è unito», allora il «laico è colui che, unito a tutti, da tutti è separato».

È una formulazione interessante, sulla quale ragionare. Unità e separatezza: come non riconoscere la realtà di tale compresenza, anche prescindendo dalla cornice della fede? A questo quadro, tracciato con logica e razionalità, e in cui forse l’unico tratto che mi disturba è una certa presunta inevitabilità (come quando l’autore si rivolge a «credenti o meno», oppure quando mette in guardia contro il laicismo e la sua pretesa di autonomia), mi limito ad aggiungere tre note. Anzitutto, mi piacerebbe inserire nella riflessione il fatto che la tradizione prevalente preveda una comunità di monaci, che può essere sì simbolo di quella più grande, ma anche alternativa. Poi, sul versante dell’unità, ricorderei il ruolo non soltanto negativo del conflitto (direi presente anche nella scelta monastica): per quanto sia ossessionato dalla mediazione, so che ciò deriva dalla mia paura del conflitto, senza il quale, per semplificare, i salti non si compiono. Infine, ossessionato anche dalla separatezza, non dimenticherei che in agguato sul fondo dell’individuo, se così si può dire, potrebbe non esserci l’unicità, bensì la sostituibilità.

Giulio Meiattini osb, Monaci e laici, in «Ora et Labora» LXVII (2012), 2, pp. 155-65.

3 commenti

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3 risposte a “Concentrato d’uomo e salsa di monaci

  1. Merita ragionarci, sì. La studiosa scrive che «i monaci – in quanto dediti a ricordare praticamente, oltre la pluralità e la dispersione degli enti, … l’essere comune e l’Essere fondante… – non hanno mai preteso fare altro che ricordare a se stessi, e così alla chiesa e all’umanità intera, ciò che è comune per eccellenza, perché assoluto e universale». È quel passaggio ” a se stessi, e così alla chiesa, e all’umanità intera ” che mi pare smentire la pretesa reprocità, pur in differente modalità, fra laico e monaco. Ma ‘a favore’ di quest’ultimo, che davvero ha diretta, irrefutabile relazione con la sua comunità stretta e allargata, volontaria o involontaria che sia. Ma ci devo tornare sopra. Gran bel testo, amico del silenzio e del suono…

  2. Mi correggo: a favore del primo, del laico. Scusa

    • MrPotts

      Sì, c’è come un salto da qualche parte. Tieni conto che ho espunto dal mio riassunto il tema della creaturalità, perché lì non mi avventuro. Il testo di Annalisa Caputo è “Essere laici, oggi” (Centro Volontari Sofferenza 2011).

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