La nostalgia del chiostro (Ildefonso Schuster e la Regola, pt. 1/2)

regula-monasteriorum«Lo scrivere sulla Santa Regola è stato per me uno sfogo del cuore. Non solo perché la nostalgia del chiostro mi accompagna dovunque […]; ma più ancora perché non so darmi pace che un libro sul quale si sono formate tante generazioni di giganti della santità, oggi, fuori dei chiostri, non sia quasi più conosciuto, neppure dal Clero.»

Dopo aver assaggiato le riflessioni benedettine del cardinale Ildefonso Schuster, grazie alla piccola ma efficace antologia curata da Pelagio Visentin1, ho recuperato uno dei volumi che vi erano citati: l’edizione della Regula Monasteriorum del 19422. Non si tratta di un commento teologico o storico-filologico, per ammissione dell’autore stesso, bensì di una serie di «semplici note», in cui vibra un tono personale che le rende assai più preziose e interessanti. A mano a mano che procedevo nella lettura ho avuto come l’impressione di avere tra le mani un quaderno di appunti privati, nel quale il cardinale aveva riportato i capitoli della Regola, nell’originale latino, facendoli seguire da riflessioni, promemoria, indicazioni, ricordi, sottolineature, disquisizioni liturgiche, annotazioni linguistiche, chiose storiche e così via – una Regola tutta piena di Post-it ed evidenziatori.

Sono appunti in cui si coglie anzitutto, come si può immaginare, il monaco, ma anche il novizio, il sacerdote, l’abate, il vescovo, l’uomo di governo della Chiesa, la personalità della vita pubblica, l’osservatore obiettivo: tanti volti uniti da un atteggiamento che si dirà di antiquata compostezza (la «signorilità benedettina», la definisce in generale il cardinale), severo, talvolta triste, comunque preoccupato, e che si traduce in un formalismo stilistico che suscita soggezione: «Quando la fiamma della divina carità avrà consumato e distrutto in noi l’umore dell’egoismo, cioè della superbia vitae nelle sue diverse tumefazioni descritte tanto bene dal Santo Legislatore nella sua mistica scala dell’umiltà, allora il monaco giungerà a quella pienezza di Cristo… che deve regnare sovrana nell’anima»3.

La tristezza del cardinale, che immagino io, è del presente e si scioglie quando lo sguardo si volge indietro e la nostalgia prende con discrezione il sopravvento; anche perché nel monastero non c’è posto per la tristezza: Benedetto lo ricorda nel capitolo XXXI e lo Schuster così commenta: «Il presente capitolo, derivato in gran parte dalla precedente tradizione dei Padri, termina con una massima da incidersi a caratteri d’oro nel chiostro della abbazia: “Nella Casa di Dio nessuno deve starci con tristezza e con turbamento di spirito”». Non può dirlo, ma è evidente come lo Schuster tornerebbe di corsa in un monastero, e non perché esso sia un’anticamera del paradiso abitata da angeli, al contrario: sembra che, nel pensiero del cardinale, proprio lì l’essere umano possa essere veramente tale e guardare senza maschere il proprio volto, poiché soltanto nel chiostro tutte le debolezze emergono senza occultamenti, insieme con la loro fondamentale medicina, l’umiltà: il capitolo VII, sull’umiltà «sta a tutta la Regola come il Sermone della montagna sta all’intero Vangelo. Se non si può propriamente chiamare un riassunto della Regola, ne costituisce tuttavia il fondamento».

Ed ecco che con la nostalgia arriva anche la dolcezza lenitiva del ricordo: «Ricordo d’un abbate della Trappa…», «Quando io ero abbate di San Paolo…»: i ricordi di vita monastica sono i momenti nei quali la severità del cardinale si stempera, in particolare quelli legati al suo maestro, d. Placido Riccardi, il quale, parlando appunto di umiltà, vedeva la propria anima «a guisa di un sasso sospeso nel vuoto».

(1-segue)

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  1. Alfredo Ildefonso Schuster, o.s.b., Sapientia cordis. Il racconto della vita monastica, Abbazia San Benedetto Seregno 1996 (20033).
  2. San Benedetto Abb., La «Regula Monasteriorum», testo, introduzione, commento e note del card. A. Ildefonso Schuster, SEI 1942.
  3. D’altra parte osservazioni più tecniche appaiono oggi belle e remote come certe rovine abbaziali: «L’acclamazione sacra Alleluia vale musicalmente un intero periodo melodico. Si conoscono degli Alleluiari Orientali, dove il vocalizzo può protrarsi per un breve quarto d’ora. Anche nell’abbazia di San Gallo, questi Alleluia dovevano essere ben prolissi se, un giorno, alle note dello iubilus alleluiatico furono sottoposti gli stichi delle sequenze Notcheriane» (p. 107).

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«Però farò come mia alma brama» (Voci, 6)

santaeufrosinaIl tema della donna che si traveste da uomo per entrare nel monastero che altrimenti le sarebbe precluso ha avuto una larga diffusione, sin dai tempi del monachesimo delle origini, e frequentando la letteratura monastica vi ci s’imbatte facilmente. Mi è capitato di recente con la storia di santa Eufrosina: partendo dalle Vite dei Padri, e transitando dai relativi volgarizzamenti di Domenico Cavalca, sono approdato all’interessante Rappresentazione di santa Eufrosina vergine. La quale essendo maritata si fuggì tra monaci come maschio, & ivi stette trent’otto anni, & alla sua morte fu conosciuta dal padre, si come ella volse, di autore ignoto e stampata a Firenze nel 1585 da Giovanni Baleni1.

La giovane Eufrosina è stata promessa dal padre Panuzio a un «degno sposo», e in vista delle nozze, ormai imminenti, proprio il padre la conduce presso un monastero in modo che l’abate possa istruirla sulle virtù cristiane. Oltre che dalle parole dell’abate, tuttavia, Eufrosina è molto colpita anche da quello che vede, tanto che comincia a meditare di abbracciare la vita religiosa, ma al tempo stesso non vuole disubbidire al padre. In preda ai dubbi, un giorno, di nascosto al padre, fa venire a casa un monaco di quelli che aveva visti e…

Giugne il frate in camera, e la serva è per casa a far le faccende e ‘l frate & Eufrosina si pongon ginocchione, e di poi il frate la benedice, & pongonsi a sedere, & Eufrosina dice.

 

O padre mio questa pompa fallace

del mondo cieco indotto ha il padre mio

a maritarmi benché sia capace

della fede christiana, & tema Dio,

hor di mandarmi a marito gli piace

ch’altra herede non ha che me ma io

non mi vorrei col mondo avviluppare

anzi alla religion volevo entrare.

 

Ma temo allui esser disubidiente

hora i non so che partito mi prenda

mai non dormi la notte precedente

orando a Dio chel cor del ver m’accenda,

& come mi spirò in lui confidente

mandai pel primo, hor prego condiscenda

dapoi che mandò te al mio consiglio

a darmi o padre il tuo fedel consiglio.

 

Risponde il monaco.

 

Figliuola quel consiglio che chiesto hai

primi chel dia, Christo nel suo parlare

ha detto nel vangel come tu sai,

chi el padre suo non vuol rinunciare

& la madre, & sé proprio, che giamai

non si potrà mio discepol chiamare,

dunque non so che altro debba dire

se non chel buon pensier si vuol seguire.

 

Non lasciar perder questa ispirazione

non ricever in van la grazia data,

se vincer credi la gran tentazione

che dalla carne vien quando è impugnata

fuggiti, & entra nella religione

lascia il padre, la roba, & la brigata,

non ti curar di questa gran ricchezza

ma come cosa vil quella disprezza.

 

Lasciala al padre tuo che se vorrae

di sue sustanze heredi, & successori,

credimi certo assai ne troverrae

di quei c’ha Dio sien per lui intercessori

spedali, e chiese, & vedove assai ci hae

pupilli, & pellegrini, & chieditori,

lascia la roba, & fa ch’a ciò non pensi

lasciala a lui ti dico, ei la dispensi.

 

Non perder tu per questo l’eccellente

anima tua, segui Dio, che ti chiama.

 

Risponde Eufrosina, & dice.

 

Io spero in Dio, e nel tuo orar fervente

però farò come mia alma brama.

 

Risponde il Monaco.

 

Fa dunque presto, e non sia negligente

che così debbe far chi Dio brama.

 

Risponde Eufrosina

 

Così vo fare, hor ti priego per Dio

che mi tondi le treccie o padre mio.

 

Il monaco s’inginocchia, & fa orazione a Dio con le man giunte, & poi si rizza, & piglia le forbice, & sedendo Eufrosina, & porgendoli e capelli, lui gli taglia, & gettagli in terra, & nel tagliargli dice.

 

Figliuola hor è tagliata la radice

si che dal mondo debbe esser partita

seguita Christo, & faratti felice

il quale è via, verità, & vita.

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  1. La rappresentazione, il cui titolo rivela già il succo della storia, si può leggere qui.

 

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Silenziosi, non zitti (Maria Ignazia Angelini sul silenzio contemplativo, pt. 2/2)

angeliniunsilenzio(la prima parte è qui)

«Silenzio bello è l’atteggiamento dell’uomo che si espone alla realtà, all’avvenimento che gli viene incontro, in una “vuotezza” per la quale tutto si offre alla forza creatrice dell’Alterità. Bello, appunto, perché tutto attesa della Parola.» Non si tratta quindi di recuperare, con una mossa alla moda, la «bellezza del silenzio», quanto di accedere a un «silenzio bello» che, nella riflessione di Maria Ignazia Angelini1, è in sostanza equivalente al silenzio contemplativo: non soltanto «disintossicazione» dai linguaggi presieduti dalle varie logiche mondane, ma anche «nuda aderenza» alla realtà, un «combaciare misericorde con la realtà, un consenso ricco di compassione, dove l’assenza di parola non maschera il ritrarsi della libertà paurosa di esporsi, ma esprime mitemente ascolto e attesa». Le formule usate dalla badessa sono ricche di suggestioni e rimandano a un’esperienza che intuisco cruciale, ma che stento a comprendere. O forse no, e la «cosa» è semplice («La bellezza di questo silenzio è nella sua semplicità»): spegnimento della voce interiore, ascoltata senza criterio per affermare, per volere, per nascondere la verità, per credere alla propria autonomia; sguardo mite e senza rivendicazioni sul mondo; ascolto totale di ciò che si farà sentire – «quel silenzio della fede che rende la persona tutta “orecchio” che accoglie e aderisce alla Parola».

La rete di citazioni e sostegni che attraversa il volume è uno dei suoi aspetti di grande interesse, e la terza parte in particolare, dedicata ai padri siriaci, ne risulta assai densa: Ignazio di Antiochia, Efrem Siro, Isacco di Ninive e il meno conosciuto – diciamo la verità, a me del tutto ignoto – Giovanni di Dyalatha. Tanto densa che confesso di essermi perso – azzittito, se non distratto –, soprattutto nei versi lampeggianti degli Inni di Efrem Siro2. Poi però mi è parso come se questo risultato fosse una vaga eco di quella disposizione di cui la badessa stava parlando, ad esempio quando cita Giovanni di Dyalatha, in una delle sue Lettere: «Tuttavia qualcuno ha detto che talvolta, quando cammina per via, oppure si tiene ai suoi bordi, o anche al di fuori, accade che comincia come a perdere se stesso: è improvvisamente ridotto al silenzio per l’operazione della forza onnipotente, e dimentica se stesso e tutto ciò che gli appartiene, stupito e meravigliato per la bellezza che lo ha attirato» – uscire dalla propria strada consueta, perdersi, farsi silenziosi. Silenziosi, e non zitti; cioè fiduciosi nella realtà e nel di lei senso (anche se non immediatamente svelato) e non indispettiti e recriminanti, liberi e non rinchiusi, compassionevoli e non rancorosi. «Silenzio è qualcosa di questo genere», chiosa m. Angelini, «e non un modo per continuare indisturbati una sorta di ininterrotto monologo interiore».

Anche qui devo confessare di essere un po’ in difficoltà di fronte alla rarefazione concettuale che si accompagna al tentativo di parlare del silenzio, e credo sia fondamentale ricordare che di silenzio contemplativo si occupa il testo della badessa e non di silenzio tout court. È solo all’interno di questo perimetro che si può provare a leggere senza ambiguità ad esempio ciò che dice Isacco di Ninive: «Ama il silenzio più di tutto. Poiché esso ti dà di portare frutto. La lingua non sa spiegarlo. Sforziamoci anzitutto di tacere. È dal silenzio che nascerà ciò che ci condurrà al silenzio». È un’esperienza che si autoalimenta, un seme che va piantato. È così importante che (sempre Isacco) «se tu metti su un piatto della bilancia tutte le “opere” della vita monastica, e sull’altro il silenzio, ti accorgerai che questo pesa molto di più».

(2 – fine)

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  1. Un silenzio pieno di sguardo. Il significato antropologico-spirituale del silenzio, EDB 1996 (ristampa 2009).
  2. Nella complessa e stratificata meditazione della badessa si aprono ogni tanto momenti più distesi, nei quali affiorano immagini che sarebbe interessante approfondire: «L’iniziativa propriamente umana è quella di “riconoscere” ogni voce, di armonizzarsi con l’intenzione autocomunicativa di Dio e di farsi artefice – nella libertà che acconsente – di infiniti legami di senso, tramite il gioco/suono delle cetre di cui è disseminato il suo cammino di cercatore della verità, di umile e ardito cercatore di interlocutori».

 

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Rodolfo Tortario (Who’s Who, XIII)

Rodolfo Tortario (Rodulfus, Radulfus Tortarius), Gien, 1063? – Saint-Benoît-sur-Loire, 1123?. Entrato non giovanissimo nell’Abbazia benedettina di Fleury, presso Saint-Benoît-sur-Loire, vi si dedicò agli studi e soprattutto alla poesia e vi svolse incarichi da insegnante1.

Alcuni vecchi repertori francesi ne traducono il nome in Raoul le Pâtissier, evocando involontariamente l’immagine suggestiva del monaco pasticcere, del tutto plausibile, e che risulterebbe corroborata anche da un carme della sua raccolta, ancorché «di incerta attribuzione», intitolato De ovo, ma in realtà il suo appellativo deriva dal nome di una proprietà di famiglia, La Tourte, come egli stesso ricorda in una delle sue Lettere: «Ricevi, Guarnerio Bordone, il saluto scritto che ti manda chi prende il nome dalla Torta» (I, 1-2). La maggior parte dei dati della sua biografia sono stati tratti, direttamente o per deduzione, dalle sue opere, compresi i riferimenti a un’oscura vicenda famigliare, che avrebbe portato alla morte di quattro dei suoi cinque fratelli, e a viaggi compiuti in Normandia e in Spagna, verso Santiago. Gli sono attribuite varie opere in versi, tra le quali un parziale rifacimento dei Detti e fatti memorabili di Valerio Massimo, una continuazione dei Miracula Sancti Benedicti, una Passio Beati Mauri e undici Epistole a differenti e pressoché ignoti destinatari (tranne un Petrus che secondo alcuni potrebbe essere Pietro il Venerabile).

I Maurini, di parte, sostengono che «la poesia lo attirava in modo particolare, ed egli la coltivò molto e con tale successo da meritare di essere considerato poeta fuori del comune. Ciò che tuttavia va lodato di più è il fatto che, sebbene si fosse votato totalmente agli studi, non trascurò mai i doveri dell’abito, bensì li ottemperò con tale perfezione da diventare modello per i suoi confratelli, ornamento per la sua abbazia e sostegno della regola» (Histoire littéraire de la France, 1756, X, p. 86).

Gli eruditi si sono concentrati soprattutto sulle lettere, nelle quali Rodolfo si rivela «uomo di agile fantasia e di attenta osservazione dei fatti» (Filippo Ermini, Enciclopedia Italiana) e che sono scritte in un latino per me troppo difficile, complicato com’è da esigenze ritmiche e metriche sempre rispettate: «Il latino usato da Rodolfo nelle sue opere poetiche è una lingua artificiale composta da elementi presi dalla poesia cristiana e pagana, dalla Bibbia e dai Padri della Chiesa, dalla scuola e, in misura minore, dal parlato… Il suo lessico è artificiale quanto la sua sintassi» (M.B. Ogle e D.M. Schullian).

Mi rammarico di non poterlo leggere, e non tanto per la lettera VI, A Sincopo, il cui contenuto è tale da imbarazzare l’erudito francese «soprattutto se penso che l’autore è un monaco e che Mabillon e i Benedettini gli attribuiscono praticamente la santità» (Eugène de Certain), ma per la lettera IX, che racconta del suo viaggio in Normandia, delle tappe a Caen e a Bayeux e di quando, avendo chiesto un bicchiere di vino per rinfrescarsi, gli venne invece offerto del sidro: «At sucus pomis datus est extortus acerbis», cioè «succo estratto da mele acerbe», al che Rodolfo sottovoce commentò (e questo lo capisco anch’io): «Cur propinasti, serve, venena mihi?»

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  1. Leggo in un testo dell’arcivescovo Schuster che in epoca medioevale a Fleury si arrivò a contare quattromila scolari.

 

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Dell’acqua, un prato, un bel posto

Tra le varie qualità soprannaturali che Gregorio Magno attribuisce a Benedetto da Norcia nella sua Vita e miracoli del venerabile abate Benedetto, contenuta nel secondo libro dei Dialoghi, c’è quella di capire al volo se una persona tenuta al digiuno lo abbia invece rotto; qualità che, volendo, si potrebbe anche attribuire a quella spiccata capacità di osservazione che il padre del monachesimo dimostra ampiamente nella sua Regola.

Gregorio la esemplifica raccontando due episodi molto spiritosi1. Nel primo un gruppetto di confratelli si trova fuori del monastero «per una commissione» (ad responsum) e, avendo fatto tardi, nonostante il divieto della Regola2 «andarono da una pia donna che essi sapevano abitare là vicino, ed entrati da lei cenarono». E che sarà mai, no? Il guaio, però, è che, rientrati piuttosto tardi al monastero, a Benedetto che chiede loro dove abbiano mangiato, decidono di mentire: noi? da nessuna parte! L’abate li sbugiarda all’istante e scende persino nei dettagli: «Non siete stati in casa di quella tale donna? Non avete preso cibo da lei? Non avete bevuto tanti bicchieri?» Mortificati e anche spaventati, i monaci si gettano ai piedi di Benedetto e confessano tutto. E vengono perdonati.

Il secondo episodio vede protagonista il fratello, «laico, ma di sentimenti religiosi», di Valentiniano, uno dei discepoli più vicini all’abate. Costui ogni anno va a trovare il fratello al monastero, digiunando durante il viaggio in segno di penitenza per i suoi peccati. In uno di questi brevi ma sentiti pellegrinaggi viene avvicinato da «un altro viandante» (alter viator) che gli dice: «Vieni, fratello, mangiamo: se no, veniamo meno per la stanchezza». Il fratello di Valentiniano rifiuta, ricordando all’occasionale compagno di viaggio il suo voto. Dopo un po’ quello ci riprova, e ancora il buon uomo rifiuta. Infine, «dopo che ebbero percorso molto altro cammino», si trovano in un bel prato, con tanto di sorgente, e il tentatore torna all’attacco. Questa volta il fratello di Valentiniano cede e «acconsentì a mangiare».

Alla sera ha appena messo piede nel monastero e subito Benedetto lo apostrofa: «Che hai fatto, fratello? Il malvagio nemico, che ti ha parlato per tramite del tuo compagno di viaggio [conviator], non è riuscito a persuaderti né la prima né la seconda volta, ma c’è riuscito alla terza e ti ha imposto la sua volontà?» Finale obbligato: gettarsi ai piedi, vergognarsi, pentirsi – perdono.

Dunque era stato il demonio che, infilatosi nei panni di un passante qualsiasi, aveva indotto al peccato il fratello di Valentiniano, ma va detto che il modo in cui l’ha fatto, le parole che ha usato sono quanto di più umano si possa immaginare. Quando infatti erano arrivati nel luogo della tentazione il viandate aveva detto: «Ecco dell’accqua, ecco un prato, ecco un bel posto. Qui ci possiamo ristorare e riposare un po’, per avere la forza di terminare il viaggio in buone condizioni». Del tutto ragionevole.

E soprattutto: «Ecce aqua, ecce pratum, ecce amoenus locus», dell’acqua, un prato, un bel posto.

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  1. Gregorio Magno, Storie di santi e di diavoli (Dialoghi), introduzione e commento di S. Pricoco, testo critico e traduzione di M. Simonetti, Fondazione Lorenzo Valla, Mondadori, 2005; vol. I, pp. 147-51.
  2. «Il monaco, che viene mandato fuori per qualche commissione [pro quovis responso] e conta di tornare in monastero nella stessa giornata, non si permetta di mangiare fuori, anche se viene pregato con insistenza da qualsiasi persona, a meno che l’abate non gliene abbia dato il permesso», Regola, LI.

 

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Una diversa loquacità (Maria Ignazia Angelini sul silenzio contemplativo, pt. 1/2)

angeliniunsilenzioNella prospettiva fenomenologica scelta da Maria Ignazia Angelini il silenzio contemplativo non è mera assenza di parole o ascetica rinuncia alla comunicazione, bensì segno dell’apertura della persona, religiosa o no, al mistero e alla trascendenza, riconoscimento della propria «miseria radicale» e ricerca di una «imprevedibile salvezza». Il silenzio, comunque, è momento costitutivo del dialogo.

Dopo Niente è senza voce, ho recuperato Un silenzio pieno di sguardo, testo della badessa di Viboldone del 1996, imbevuto di filosofia e patristica e dedicato al «significato antropologico-spirituale del silenzio»1. Vi si avverte con forza, tra l’altro, l’esigenza di svincolare il concetto e l’esperienza del silenzio dalle sue letture contemporanee come forma di «igiene mentale e di salutare relax dello “spirito verboso”». Siamo ben lontani, ci ricorda la badessa, dalla «quieta penombra di una sacrestia o dal suggestivo incanto di luoghi predisposti per “vacanze alternative”».

La dimensione dialogica non è mai assente dal silenzio contemplativo: non si sta zitti per depurarsi dal «rumore», per annullare i confini della propria identità e sciogliersi nell’indistinto, per ricollegarsi all’unità del Tutto; si sta zitti nell’ammirazione della realtà, nell’attesa della rivelazione e del confronto con Dio e nel pentimento per il proprio peccato: silenzio meravigliato, silenzio agonico, silenzio pentito: tre forme che trovano somma incarnazione nel silenzio finale di Gesù: «E il Verbo si fece carne, e la carne si fece peccato e maledizione, e si azzittì sulla croce».

Interrogando i padri delle origini e i loro testi, m. Angelini delinea, con singolare scelta lessicale, questo programma: «Occorre uscire da ogni orizzonte “padronale” del vissuto, da ogni presuntuoso dominio della realtà in chiave di nominazione strumentalizzante delle cose e delle persone, per ritrovare l’approccio silenzioso, perché spossessato e credente, alla realtà». E anche qui tre sono gli ordini di silenzio su cui concentrarsi: il silenzio dello straniero (del «credente gettato nel mondo ma non del mondo», il corsivo è mio; di chi si riconosce ignorante «dinanzi al mistero di Dio, della realtà, dell’altro» e che quindi non si appropria di nulla, restando puramente ricettivo); il silenzio che non misura, né se stessi, né gli altri; il silenzio dell’umiltà: «Per essa il monaco tace perché riconosce che a lui non si addice in alcuna forma il parlare “magisteriale”, che pure altri si attendono da lui». Il silenzio complessivo che ne deriva è aderente alle cose e alle persone, le osserva con partecipazione, non le giudica e non le teme e rappresenta la piena disposizione all’attesa e all’ascolto.

Oltre ai padri m. Angelini convoca nella tenda del silenzio anche alcuni poeti (Montale, Ungaretti, Rilke), nonché un sorprendente Kierkegaard, che, commentando l’episodio della cena a casa del fariseo, dice che la peccatrice «ha dimenticato il linguaggio, la parola, l’inquietudine del pensiero, e quella – ancora maggiore – del suo essere». Il percorso tracciato dalla badessa è affascinante, per quanto si osservino talvolta delle svolte inutilmente estreme: quel presuntuoso dominio della realtà in chiave di nominazione strumentalizzante delle cose e delle persone, ad esempio, non è certo l’unica alternativa al silenzio umile qui proposto, né il dialogo, seppur minacciato costantemente dai rapporti di potere, deve condurre inevitabilmente al sopruso. Mi è difficile rinunciare a un’idea positiva della parola, anzi delle parole, dette, scritte, cantate, scambiate, condivise, scelte, provate, scartate, riprovate, ricordate e non dimenticate, nell’attesa – illusoria quanto si voglia – di quelle giuste.

(1-segue)

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  1. Un silenzio pieno di sguardo. Il significato antropologico-spirituale del silenzio, EDB 1996 (ristampa 2009). Il volume è elencato come numero 4 dei «Quaderni di Camaldoli – Meditazioni»), ma in copertina è riportato il numero 8.

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Lascia stare quella gallina («Storia di sant’Antonio abate e del suo culto»)

dalleremoallastalla«Del 1513. Il giorno di S. Pietro il Sig. Prospero Colonna alloggiò nel borgo di S. Iacobo con lo campo de’ Spagnoli fuori della Città di Brescia: & uno di quelli Spagnoli tolse una galina ad una casa dove era dipinta la figura di S. Antonio, e una donna li disse lassa star quella gallina che ella è di S. Antonio & questo Spagnolo fece le fiche a ditta figura, dispreciando S. Antonio con parole, & il Signor Iddio volendo dimostrare parte della sua possanza in questo Spagnolo ad essempio che gli altri non debbano far disprecio ai suoi servi fece che questo Spagnolo cominciò subitamente ad ardere, & si vedeva visibilmente a uscirli il fumo de la bocca, & la cener da li occhi & in breve morì miseramente, talmente che quel corpo stette doi giorni che tutti lo potevano vedere in la Chiesa de S. Antonio di Brescia.»

Al libro di Laura Fenelli dedicato alla storia di sant’Antonio e all’evoluzione del suo culto e della sua iconografia1 devo molte citazioni curiose come questa, devo una gran quantità di informazioni interessanti e di suggerimenti per altre letture, ma devo soprattutto un percorso ricchissimo e in effetti avvincente attraverso le varie forme assunte dall’identità e dall’immagine del santo: dall’anziano eremita che fugge nel deserto e viene attaccato dai demoni, al patrono degli animali da stalla e da cortile che inganna il diavolo; dalle tavole di metà del secolo XIV, ai santini ancora oggi in stampa.

Come questa straordinaria metamorfosi sia accaduta è il filo conduttore del volume, che affronta con coraggio una mole di materiale storico vasta e multiforme. Nella vicenda di Antonio, che solo a un certo punto diventa sant’Antonio abate, s’intrecciano infatti agiografia e iconografia, in un rapporto che non è sempre a senso unico, dalla prima alla seconda, ma talvolta si inverte; storia degli ordini religiosi e della spiritualità laica (nascita, diffusione e declino dell’ordine ospitaliero degli antoniani, eretti ordine di canonici regolari nel 1297 da Bonifacio VIII, ma cui già da prima era affidata la «gestione dell’ambulanza papale», cioè «un ospedale mobile per la corte papale, che aveva il compito di seguire il pontefice nei suoi spostamenti»; e dei quali ebbero a ridire con toni piuttosto duri o ironici, tra gli altri, Dante, Boccaccio e Sacchetti); storia delle reliquie e del loro ruolo simbolico ed economico (intorno alla fine del Quattrocento i corpi di sant’Antonio, perfettamente conservati, diventano due – poi anche tre –, e la controversia che ne deriva giunge fino al 1859, con un pronunciamento finale della Congregazione dei riti); storia della medicina (l’esclusività della cura del fuoco di sant’Antonio, il fuoco sacro da intendersi come l’intossicazione da segale cornuta e non come l’odierno herpes zooster, da parte degli antoniani si affermò tra Trecento e Quattrocento, ed è molto interessante il fatto che, una volta ammessi negli ospedali, i pazienti dovessero assumere uno stile di vita simile a quello dei canonici, nel cibo – cosa che faceva parte della terapia –, nelle vesti e nei doveri liturgici. Sempre da un punto di vista terapeutico, e collegata al possesso delle reliquie «autentiche», è altrettanto interessante la questione del saint vinage – la «bevanda ricavata ogni anno, il giorno dell’Ascensione, versando vino nella cassa contenente le ossa di sant’Antonio – e del grasso di maiale utilizzato come eccipiente nel balsamo di sant’Antonio per lenire le ulcere cutanee – cosa che si collega al privilegio degli antoniani di allevare i maiali anche in città, e alla singolare e stabile presenza del maiale tra gli attributi del santo nelle sue rappresentazioni); e ancora storia dell’arte, filologia (la Vita di Antonio di Atanasio, la Leggenda di Patras, la Leggenda di Teofilo), storia del folclore e delle tradizioni popolari (l’abruzzese Stòrije di sand’Anduone e le innumerevoli canzoni popolari) …

Anche da questo confuso elenco, che non gli rende ragione, emerge la dovizia del libro, che deriva da una tesi di dottorato2 e che in una certa misura ne risente: talvolta l’esposizione è quasi sopraffatta dalla quantità di dati e notizie che si sovrappongono, dalle prospettive di ricerca che si affiancano, ma alla fine prevale, direi, lo stupore per l’incredibile stratificazione di concetti, riferimenti e rimandi che si presenta a chi indaghi la figura e la vicenda del santo, e la sua altrettanto incredibile estensione temporale: sedici secoli in cui succede di tutto senza che si smarrisca un fondo comune, poiché, come conclude l’autrice, «l’Antonio contadino, l’Antonio burlone che va all’inferno per gabbare il diavolo, l’Antonio che protegge le stalle e i raccolti, l’Antonio che spegne gli incendi che minacciano le case coloniche è, nei fatti, lo stesso Antonio che nella biografia atanasiana coltiva il suo orticello contro i demoni, che sfida Satana nel deserto, che insegna ai suoi compagni come sopravvivere in un ambiente ostile, che risana prodigiosamente chi gli si rivolge».

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  1. Laura Fenelli, Dall’eremo alla stalla. Storia di sant’Antonio abate e del suo culto, Laterza 2011.
  2. Sant’Antonio abate. Parole, reliquie, immagini, tesi di dottorato in Storia medievale presso l’Università degli studi di Bologna, a.a. 2006-07 (che si può leggere qui).

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«Del bello e del buono» (Reperti, 29-31: Mandel’štam, Wilde, Wharton)

29. Talvolta il «reperto» non è altro che una parola, usata in un’immagine o in una metafora. Nient’altro che il segno della presenza nell’immaginario di uno scrittore di quella specifica «categoria», reale o astratta. Come nella breve prosa pietroburghese di Osip Mandel’štam dedicata all’Istituto Tenišev e alla galleria di studenti che lo frequentava: «E tuttavia nell’istituto Tenišev c’erano dei bravi ragazzi. Della stessa carne, della stessa ossatura dei bambini ritratti di Serov. Piccoli asceti, monaci nel loro monastero infantile dove tra i quaderni, gli strumenti, le provette di vetro e i libri tedeschi c’era più spiritualità e rigore interiore che nella vita degli adulti»1.

30. Non ricordavo che alla fine del Fantasma di Canterville di Oscar Wilde si potesse ammirare una tipica veduta inglese con rovine monastiche. Alla fine del racconto i novelli sposi, i giovani duchi Cecil e Virginia, tornano a Canterville Chase e vanno a visitare la tomba dove sir Simon ha infine trovato requie. Ecco il garbato quadretto: «La duchessa aveva portato delle belle rose che sparpagliò sul sepolcro, e dopo essersi trattenuti lì accanto per un po’, si avviarono verso il coro in rovina dell’antica abbazia. Lì la duchessa sedette su una colonna caduta mentre il marito, sdraiato ai suoi piedi, fumava una sigaretta guardandola nei begli occhi»2.

31. Una lettera del 9 giugno 1912, allo storico dell’arte Bernard Berenson, ci informa dell’«escursione avventurosa» che Edith Wharton compì al convento della Verna in compagnia del suo amico Walter Berry. Al terzo giorno di viaggio in auto da Roma a Venezia, i due decisero di andare a Camaldoli, passando appunto per la Verna, e partirono – da Perugia? da Città di Castello? da Sansepolcro? – verso le dieci del mattino. «Dei immortali!», commenta Wharton. «Alle undici eravamo pencolanti sui gelidi burroni dell’Appennino, incapaci di tornare indietro come di andare avanti, malgrado l’abilità e la freddezza di Cook, il nostro chauffeur.» Gli indigeni per fortuna giunsero in soccorso, ma furono necessarie oltre dodici ore per arrivare, un po’ prima di mezzanotte ai «cancelli della Verna, dove ci volle del bello e del buono per svegliare i frati». L’ospitalità è sacra, e i pellegrini vanno rifocillati, sicché «Walter dovette trangugiare una minestra condita con l’olio e mangiare acciughe e formaggio prima che gli permettessero di andare a letto». La mattina dopo la discesa non sarà meno rocambolesca, tanto che «l’automobile dovette essere fatta scendere per mezzo di funi a circa tre quarti di miglio sotto il convento». Funi che, «grazie a Dio», non si ruppero3.

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  1. Osip Mandel’štam, L’Istituto Tenišev, in Il rumore del tempo (1925), traduzione di G. Raspi, Einaudi 1970, pp. 48-9.
  2. Oscar Wilde, Il fantasma di Canterville (1891), in Opere, a cura di M. d’Amico, Mondadori 2005, p. 346 (traduzione di M. d’Amico, che ho modificato in un punto).
  3. La lettera di Edith Wharton è citata nel grazioso volume di Attilio Brilli e Simonetta Neri, Sulle tracce di Francesco, il Mulino 2016, che  ritaglia le testimonianze dei viaggiatori, prevalentemente stranieri, che hanno ripercorso, agli inizi del XX secolo, la via degli eremi francescani. Grazioso e utile per chi volesse rifare quella strada: la Verna, Montecasale, l’eremo delle Celle, la Porziuncola, le Carceri, Rivotorto, Monteluco, ecc.

 

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Alla coque, al forno, al tegamino (Dice il monaco, XLI)

Dice Bernardo di Chiaravalle (1090-1153), cisterciense:

Tre cose mettono alla prova e rafforzano la nostra speranza: l’umiltà derivata dalla sapienza, che è come cuocere un uovo nell’acqua [in aqua coquere]; la fermezza della costante pazienza, che è come arrostirlo nel fuoco [igni assare]; la nascosta verità dell’ispirazione, che è come friggerlo nel grasso [in sagimine frigere].

Bernardo di Chiaravalle, Sentenze II, 106, in Sentenze e altri testi, introduzione di J. Leclercq, traduzione e note di F. Cardini («Opere di San Bernardo» II), Città Nuova 1990, p. 327.

 

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«Ma noi, quando ci alziamo al mattino o nel cuore della notte, chi cerchiamo?» («Sui passi di Dio» di Patrizia Girolami, pt. 3/3)

suipassi(la prima parte è qui, la seconda qui)

La seconda parte del testo di Patrizia Girolami1 affronta con dovizia di riferimenti e di citazioni il tema, sempre risorgente, dell’attualità del monachesimo, di «quale testimonianza e profezia può essere chiamata a rendere oggi la vita monastica», e lo fa a partire da un’invocazione di papa Francesco, all’inizio del suo pontificato e contenuta in un’intervista del 2013 a La civiltà cattolica: «I religiosi devono essere uomini e donne capaci di svegliare il mondo».

Il concetto fondamentale intorno al quale ruota la riflessione è la «forza umanizzante» della vita monastica. Di fronte alla crescente frammentazione sociale e individuale, alla mancanza di punti di riferimento cui orientare le proprie scelte, di fronte al senso di  soffocamento che ci coglierebbe al cospetto dei nostri limiti, alla perdita di spiritualità e profondità delle nostre esistenze, di fronte alle forme «totalitarie» dell’interesse, del profitto, dell’autoaffermazione, ecc, il monachesimo può porsi come «risposta sull’uomo, sul senso della vita e sui più acuti problemi della convivenza umana» (qui l’autrice cita Cristiana Piccardo).

Il monachesimo, anche quello contemporaneo, conserva (come rare specie vegetali in una serra, verrebbe da dire) alcune forme, disposizioni e dimensioni esistenziali che possono dare sostanza al nuovo umanesimo capace di rispondere al «manifesto decadimento della dimensione umana». Tre forme tutte illuminate dall’esempio di Gesù. Anzitutto l’essere figli, condizione che s’incarna concretamente nel rapporto con l’abate, cioè con il «padre». Poi, «all’uomo come prodotto e funzione l’esperienza monastica contrappone e propone l’uomo creato da Dio secondo il disegno per rispondere al suo progetto e alla sua chiamata»; la creaturalità trova riscontro nella vita come servizio che nel monastero sfocia naturalmente nell’obbedienza (con particolare riferimento al lavoro, dimensione di speciale similitudine tra l’uomo e il suo Creatore). Infine, «al dramma dell’autoreferenzialità che rende l’uomo prigioniero di se stesso e lo condanna alla solitudine, la vita monastica risponde con la proposta dell’esperienza dell’uomo fratello/sorella», e la fraternità è forse la testimonianza più «urgente e necessaria» che il monachesimo è oggi chiamato a dare.

Volendo indicare un’icona evangelica che possa riassumere simbolicamente il senso della vita monastica, Patrizia Girolami sceglie la Maddalena, prima testimone del Risorto e «donna certamente innamorata di Gesù», e invita a rileggere con attenzione il testo di Giovanni 20:1-18 che la vede protagonista. Come Maddalena al sepolcro, infatti, ogni giorno i monaci devono chiedersi: «Ma noi, quando ci alziamo al mattino o nel cuore della notte, chi cerchiamo? Il Signore morto o il Signore risorto?» Come la Maddalena, anche i monaci piangono, ma non il pianto «sterile e infecondo» per le proprie insoddisfazioni e i propri fallimenti, bensì il pianto per «una realtà che nasconde e non restituisce appieno il volto del Signore, e perciò è insufficiente, deludente e ci spinge, quasi ci costringe, a cercare lui». Alla Maddalena è poi Cristo stesso che chiede: «Chi cerchi?» E questa «è la domanda chiave, la più importante da cui dipende tutta la nostra vita», domanda da ripetersi senza sosta ogni giorno. Ed è infine la Maddalena che Cristo chiama per nome ­– Maria –, «e in questa parola c’è la chiamata alla vita, c’è l’eco della vocazione che definisce la nostra vera identità, tutto ciò che siamo e siamo chiamati a diventare rispondendo a Dio».

A conclusione della sua trattazione l’autrice riepiloga quello che il monaco di oggi è chiamato a testimoniare al mondo: l’inestinguibilità della domanda sul senso della vita e della ricerca di Dio; il bisogno di assoluto e di eterno; la necessità di un «esodo» da se stessi in direzione degli altri; la possibilità di una vita dotata di un centro; la possibilità di una gioia profonda e duratura; la forza della comunità fraterna e la debolezza dell’individuo solo.

È un elenco ambizioso e, come ho già detto, dal mio punto di vista non si tratta di condividere o no – probabilmente avrei da ridire su ogni pagina di questo libro –, bensì soltanto di  comprendere, e Sui passi di Dio è un libro utilissimo per capire. Talvolta mi è sembrato scritto in una lingua straniera, ma questo è normale.

(3-fine)

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  1. Patrizia Girolami, Sui passi di Dio. Testimonianza e profezia della vita monastica, introduzione di mons. D. Carolla, Quaderni di Valserena, Nerbini 2016.

 

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