Archivi categoria: Spigolature

Adelardo, ladro ma non bugiardo

«Governava dunque l’Abbate Rabano [Mauro, abate di Fulda e arcivescovo di Magonza] nell’anno ottocento trenta sette di nostra salute il monastero Fuldese, con fama di santità non meno che di prudenza.» E il buon Rabano si doleva che non ci fossero risorse bastanti per aiutare i bisognosi; nello stesso tempo provava verso i morti un «amore tenerissimo» e incoraggiava la preghiera per i defunti. Per unire le due cose, aveva stabilito che alla morte di un monaco il suo vitto quotidiano fosse distribuito per trenta giorni ai poveri.

In quell’anno una particolare infezione fece strage di molti monaci in un colpo solo, «perciò il Santo Abbate, amandoli non meno morti di quel che li avesse amati quando erano vivi, chiamò a sé Adelardo, ecconomo del monasterio, o come parlano oggidì Celerario, e gli ricordò e gli raccomandò con grande caldezza l’osservanza di questa regola». Mi raccomando, Adelardo; mi raccomando moltissimo; guarda che se non lo fai è colpa gravissima…

Ma certo, padre, rispose Adelardo, «ma con animo di non eseguirlo, sì perché poco gli caleva anco per altro d’ubbidire all’Abbate, sì perché l’avaritia lo tiranneggiava.» E così incamerò le elemosine – «Adelhardus piger ad obedientiam, tardus ad pietatem & ardens totus ad avaritiam», commenta una Vita di Rabano.

Ma la giustizia divina veglia, e una sera, dopo aver lavorato fino a tardi, Adelardo, che «col suo lucernino alla mano passava pel capitolo [la Sala capitolare]», lo trovò pieno di monaci. Ma non è l’ora del capitolo, si disse, mentre si accorgeva che gli stalli erano occupati dai confratelli morti da poco. Aah!, «ultra modum perturbatus animo, retrocedere tentabat» – e sembra di vederlo mentre arretra terrorizzato, incespicando. Ma i monaci fantasmi gli si avventarono contro, lo spogliarono e lo pestarono a sangue, «dal capo alle piante»: «Piglia infelice, piglia il contracambio della tua avaritia, e aspettati pur’ di peggio fra tre giorni, quando con noi sarai annoverato fra i morti». (Non proprio misericordiosi, ‘sti confratelli.)

A mattutino i monaci, quelli vivi, appena svegli, trovarono Adelardo «in loco Capitulari iacentem, mortuo quam vivo similiorem», più morto che vivo, e lo portarono subito in infermeria. «Ma egli, chiamatemi, disse, l’Abbate, che più bisogno ho di medicina per l’anima che pel’ corpo, non più capace di essere medicato.» Mentre già in tutto il monastero si diffondevano voci e dicerie su quanto avvenuto nella notte, Adelardo rese la sua confessione a Rabano, sì pentì, si comunicò e, «fra le fervorose preghiere dei suoi fratelli [i vivi più misericordiosi dei morti], se ne passò all’altra vita».

(Jean-Claude Schmitt, Spiriti e fantasmi nella società medievale (1994), Laterza 1995, p. 47 → Vita di Rabano Mauro. Acta Sanctorum, Februarius, Tomus 1, Société des Bollandistes 1658, p. 532 → Giovanni Battista Manni, Sacro trigesimo di varii discorsi per aiuto dell’anime del Purgatorio offerto in loro suffragio, Bologna 1673, p. 311.)

 

3 commenti

Archiviato in Spigolature

Niente, era solo un pelucco

Un’ultima nota prima di riporre sullo scaffale questo volume di Regole monastiche della Spagna visigota che tanto mi è piaciuto. Nient’altro che un gesto, semplice eppure tanto comune e significativo oggi, qui, come allora nella Spagna visigota, colto tra la righe di una regola.

La Regola comune, all’interno delle varie disposizioni per i monasteri che ospitano monaci e monache, precisa anche i modi in cui ci si deve salutare. Bisogna stare sempre allerta, «Cristo è geloso; non vuole fare della sua casa una casa di commercio». Il contatto in particolare è pericoloso, quello fisico, quello di sguardi, quello più innocente:

«Nessun abate o fratello presuma poi, in qualsiasi luogo, di dare un bacio ad un anziano senza il permesso dei superiori, né di volgere il capo, come per un accordo, verso le monache. Né una donna osi mettere le mani sulla testa o sull’abito di un monaco per spianarlo

Regola comune o Regola degli abati, in Regole monastiche della Spagna visigota, introduzione e note di J. Campos Ruiz, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia, 2014, p. 200.

 

Lascia un commento

Archiviato in Libri, Regole, Spigolature

Il solito problema dell’ananas

Una delle attività nelle quali dilapido serenamente tante ore è la visita dei siti web delle abbazie. Al di là delle informazioni, e delle gallerie fotografiche, c’è una cosa che vi cerco, sempre speranzoso: la cronaca del monastero – in particolare di quelli anglosassoni, meno schiacciati dalla tradizione e tradizionalmente più pragmatici. A volte va cercata nella newsletter, a volte non viene pubblicata (che ci sia è pressoché certo), ma quando c’è per me è irresistibile: scorro il flusso di fatti e fatterelli con remota e incomprensibile partecipazione e con un’attenzione che lascerebbe presumere la presenza in quelle pagine, di solito brevi e lineari, di un segreto ben celato.

Nessun segreto, invece; nei casi migliori, soltanto uno sguardo limpido e tranquillo, quale dev’essere quello del monaco o della monaca che redige tale cronaca. «Gennaio. È stato un inverno decisamente gradevole, finora. Non come l’anno scorso. Abbiamo avuto neve e freddo, ma non troppo. E per adesso nessuna tempesta, cosa di cui dobbiamo essere grati. Ciò significa che le cose sono andate avanti nella norma, senza molte cancellazioni. Non sarà la Florida, ma non abbiamo nemmeno gli uragani»: un esempio per tutte è quella che ho appena finito di leggere, la cronaca del 2013 dell’abbazia benedettina dell’Assunzione di Richardton, North Dakota. Cronaca tra l’altro che, insieme con la «Assumption Abbey Newsletter», è stata tenuta negli ultimi trentasei anni da fratello Terrence (Kardong, non proprio un benedettino qualsiasi), che ha lasciato l’incarico proprio l’agosto scorso: «Certo, il compito di scovare idee nuove era sempre più faticoso, anno dopo anno, ma non l’avrebbe fatto per 36 anni se non l’avesse trovato anche piacevole e gratificante. Tenuto conto che di censure non ce ne sono mai state, qualche volta ha gettato un po’ di scompiglio in comunità [sometimes ruffled some feathers in the community], ma perlopiù i confratelli sono stati comprensivi».

Ecco. Alla fine di febbraio l’abate Brian ha fatto visita al priorato di Tibatì, nei pressi di Bogotà: tutto bene; tutto bene anche a Pasqua, sebbene facesse un po’ freddo: venduto tutto il pane di Pasqua e anche il vino, inoltre fratello Stephen, all’accoglienza, è stato un successone («Fr. Stephen was assigned as one of the greeters and he proved to be a smash hit. Everybody loves Fr. Stephen»); in aprile son venuti i ragazzi del concorso regionale per i cori, che bravi; poi il ritiro degli oblati – 35 partecipanti!; messa l’aria condizionata in cucina; un po’ di trasferte, conferenze, visite, capitoli generali; fratello Placid in giugno è stato assegnato alla tosatura dei prati; lavori, lavori, lavori, ma anche relax; e poi «circa ogni dieci anni i rovi dei mirtilli selvatici danno frutto, e quest’anno è successo! Così, siamo corsi fuori con i secchielli, e il risultato è stato: mirtilli selvatici a colazione e soprattutto torta di mirtilli selvatici…»; in agosto è venuta a parlarci una psichiatra specializzata nel trattamento di preti e religiosi, ha parlato soprattutto del «problema della pornografia su Internet. Come ce l’ha presentata, l’industria pornografica è enorme, e mira ad acchiappare ogni categoria di persone, monaci compresi [As she presented it, the pornography industry is huge, and it aims to snare all kinds of people, including monks]»; in agosto abbiamo comprato un nuovo trattore, una bellezza, tutti vogliono guidarlo… e nella foto che accompagna la nota sul trattore (bisogna cercarla, seguendo il link della newsletter) c’è tutto il senso di una comunità di uomini vestiti di nero che invecchiano insieme in un paesino sperduto del North Dakota.

Un altro anno è passato. La comunità conta 254 confratelli, 51 dei quali vivi. Anche l’abbazia è viva. Si guarda al nuovo anno: «18 novembre. La produzione annuale di panfrutti e cominciata. Se devono essere pronti per il “porte aperte” di Natale, devono andare in forno prima del Giorno del Ringraziamento». Il problema, come sempre, è la frutta: «Quest’anno l’ananas c’ha messo un sacco ad arrivare».

3 commenti

Archiviato in Benedettine / Benedettini, Spigolature

«Alla mercé della propria fragilità»

Monaci che parlano di monaci: si tratta forse di uno dei pochissimi casi nei quali, a differenza della maggior parte dei discorsi autoreferenti (scienziati che parlano di scienza, musicisti che parlano di musica, e così via), il tempo subisce la massima dilatazione e i Padri del Deserto diventano praticamente nostri contemporanei: abba Poemen è lì che intreccia stuoie sotto il sole cocente e intanto risponde alle nostre domande su quel che dobbiamo fare. O meglio, il discorso viene continuamente ripreso e pressoché nulla di ciò che è stato viene escluso dalla considerazione presente. È del tutto normale, ad esempio, che in un articolo dell’abate generale dei cisterciensi della comune osservanza, datato 2013, si legga una frase come questa: «Forse già con la separazione tra l’Ordine Cistercense della Comune e quello della Stretta Osservanza abbiamo rotto qualcosa di vitale della nostra identità, del nostro carisma» (abbiamo rotto, si noti, non si ruppe). E infatti, due frasi più in là pare che la controversia con Cluny sia cosa del mese scorso: «La Carta Caritatis appartiene al nostro carisma, forse anche più del desiderio di voler osservare meglio che non a Cluny la regola di san Benedetto».

Questa «continuità» del monachesimo, per lo meno di quello novecentesco, è uno dei suoi aspetti più peculiari e che più mi affascinano. Non perché il passato «non passi», bensì perché esso fa sempre comunque parte del discorso. E mi chiedo inoltre quali forme assuma il senso di comunità e di appartenenza che ne deriva. Un fiume che si ingrandisce, con il rischio forse che le acque siano sempre più lente, se non addirittura stagnanti: è una preoccupazione che mi è capitato di scorgere sovente nei testi dedicati alle «sfide» che il monachesimo contemporaneo deve affrontare, a riprova che la presenza vitale del passato non preclude che lo sguardo si diriga anche nella direzione opposta.

In questo senso trovo molto utile «Vita Nostra», la rivista dell’Associazione Nuova Cîteaux, perché ospita in ogni numero articoli di monaci e monache di oggi che si interrogano sulla loro forma di vita. Anche quando affrontano argomenti dei quali so ancor meno del solito, offrono quasi sempre spunti inattesi. Come Bernardo Olivera (ocso) che, introducendo un volume dedicato proprio al monachesimo nel XXI secolo, sintetizza così, non senza ironia, la sua visione: «Noi monaci e monache abbiamo senza alcun dubbio una lunga storia da raccontare, e con l’aiuto di Dio, abbiamo anche una storia da creare. Nel purgatorio esiste un luogo speciale riservato per i monaci e per le monache, di ieri e di sempre, che peccano per fedeltà servile alla tradizione invece di rischiare e scommettere sulla creatività per comunicare la stessa tradizione arricchita», e individua in rifondazione, rinnovamento e riforma le parole chiave per una «ri-evangelizzazione monastica» (ma, attenzione, «l’esperienza, nell’ambito della ri-evangelizzazione monastica ci insegna due cose: è più facile risuscitare un monaco morto che convertire un monaco vivo ed è più difficile far ragionare una monaca fondatrice che motivare una monaca “installata”»).

Da parte sua, l’abate generale Mauro Lepori, che citavo sopra, riassume così il suo pensiero: «La grande sfida del monachesimo dei nostri giorni è, come per tutta la Chiesa, la sfida della libertà della vocazione», e utilizza l’immagine della grande famiglia per sviluppare il tema della comunione, non soltanto dei confratelli di una casa, ma dei monasteri di una congregazione, di tutti i monaci del mondo, verrebbe da dire: «Le comunità che credono di andare molto bene perché hanno vocazioni, successo, ricchezze, e che per questo motivo credono di non aver bisogno delle altre comunità presto o tardi fanno cadute rovinose e catastrofiche. Chi funziona da solo funziona male». I monasteri di oggi sono il terreno ideale per la cultura e la pratica della comunione, a patto che si tratti di una scelta volontaria, poiché non esiste un’istituzione che la possa imporre: «Chi capisce, chi accetta e cerca aiuto sarà aiutato e andrà bene, anche se è messo a confronto con grossi problemi. Chi non lo vuole, chi preferisce camminare da solo, che si accontenta di ciò che è e che fa da solo, rimarrà realmente solo, alla mercé della propria fragilità e dei propri problemi».

Ma sta parlando soltanto ai monaci l’abate generale?

(Dom Mauro Giuseppe Lepori, L’avvenire del monachesimo e il ruolo dell’Alliance Inter-Monastères; dom Bernardo Olivera, Una visione monastica per il XXI secolo, in «Vita Nostra» IV [2014], 1.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Cisterciensi, Spigolature

Al volo

«Contro ogni consuetudine dei cenobi» Patermuzio ottiene di essere accolto in monastero insieme al figlio, di circa otto anni. Padre e figlio però vengono separati per evitare qualsiasi pensiero mondano. Giusto. Ognuno per conto suo, magari ci scappa un salutino ogni tanto, ma niente di più.

Il priore tuttavia vuole essere sicuro che Patermuzio abbia reciso ogni legame carnale, e cosa fa? Maltratta il figlio. «Il fanciullo [un po’ stupito, mi viene da aggiungere] veniva di proposito trascurato e vestito di stracci più che di abiti.» Non basta. Direi a questo punto spaventato, «veniva poi esposto ai colpi e agli schiaffi di molti», persino al cospetto del padre. E Patermuzio? Niente, non si preoccupa minimamente delle offese subite dal figlio, «anzi ne era contento, perché sapeva che esse non vengono mai sopportate senza frutto».

(Tra parentesi. L’esempio è così codificato che chi lo sta riportando quasi non si rende conto di quello che dice. L’ultima citazione infatti prosegue così: «Più che delle sue lacrime, egli si preoccupava della propria umiltà e perfezione».)

Non basta ancora. Un giorno il priore, sempre lui, «fingendo di essere adirato», comanda a Patermuzio di gettare il figlio nel fiume. Pronti, nessun problema! Patermuzio va e butta nell’acqua il figlio, che sarebbe annegato «se dei fratelli, mandati prima apposta a presidiare la riva del fiume, non avessero preso al volo il bambino appena gettato, quasi strappandolo all’alveo del fiume».

Il figlio di Patermuzio, di cui non conosciamo nemmeno il nome, non ha rilasciato dichiarazioni.

(da Giovanni Cassiano, Le istituzioni cenobitiche, IV, 27, a cura di L. d’Ayala Valva, Edizioni Qiqajon, Comunità di Bose, 2007.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature

Colpo di scena

Dai, giochiamo un po’: con le storielle dei Padri del deserto è facile, sono sempre così vivide, ed è peccato veniale.

Allora, c’è questo giovanotto bello deciso: Basta, proclama, rinuncio al mondo, vado nel deserto. Vede una cella a forma di torre e si dice: Okay, chiunque vi abiti, voglio servirlo, punto. Va, bussa, esce un monaco anziano, «che gli disse: “Che vuoi?”»

Il giovane non si scompone: Ho fatto un voto, dice.

Vabbè, risponde l’anziano, mangia qualcosa e poi mi racconti.

No, niente, ribatte l’aspirante monaco, voglio restare qui.

Mi sa ch’è meglio di no, risponde il vecchio. Colpo di scena: «Se vuoi riceverne beneficio, vai in un monastero, perché io sto con una donna».

Il giovane non si sposta di un millimetro: Non m’interessa, moglie o sorella, io qui resto, come vostro servitore.

Passa un po’ di tempo, il giovane fa tutto quello che deve, senza fiatare, finché i due conviventi si confrontano: Oh, già viviamo nel peccato, ci tocca pure avere sulla coscienza questo qui. Raccattiamo qualcosa e teliamo.

Seeenti, esordisce l’anziano, «noi andiamo ad adempiere un voto, e tu custodiscici la cella». Ma dopo cinque minuti il giovane capisce l’inganno e li insegue. «Quelli, al vederlo, restarono sconvolti e dissero: “Fino a quando sarai per noi una condanna? Hai la cella, stai lì e bada a te stesso.» Quell’altro niente, di ferro: «Io non sono venuto per la cella, ma per servirvi». E te pareva.

Questo non ce lo leviamo più di torno, ma… «a queste parole, furono presi da compunzione e decisero di tornare a Dio con la penitenza. Allora, la donna se ne andò in un monastero, e l’anziano ritornò alla sua cella. Così, per la pazienza del fratello, si salvarono entrambi».

(Qualche corsivo impertinente aggiunto a Everghetinós, 27, 3, in: Paolo Everghetinós, Esempi e parole dei santi Padri teofori, volume I, a cura di M.B. Artioli, Edizioni Scritti Monastici, Abbazia di Praglia 2012, pp. 270-71.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature

All’undicesima ora

Il bel libro di Grado Giovanni Merlo dedicato a Francesco d’Assisi mi ha fatto scoprire, tra le altre cose, una curiosa immagine monastica. Nella sua ottava visione Zaccaria (6:1-8) vede «quattro carri uscire in mezzo a due montagne»: sono i quattro venti del cielo che scendono a percorrere la terra, «dopo essersi presentati al Signore». Ogni carro è trainato da cavalli di colore diverso: bai, neri, bianchi e pezzati; non se ne precisa il numero, ma la versione che si affermerà successivamente prevederà quattro quadrighe. Proprio a questa immagine fa ricorso Gregorio IX nella sua bolla Fons Sapientiae, con la quale decreta, il 3 luglio 1234, la canonizzazione di Domenico di Guzmán, per illustrare la successione degli eserciti del Signore.

Le quattro quadrighe di Zaccaria, in un'illustrazione di Doré, 1865.

Le quattro quadrighe di Zaccaria, in un’illustrazione di Doré, 1865.

Primi vengono i martiri, i «testimoni della nuova legge», condotti dai bai (equos rufos, rossi come il sangue versato?). Poi, tirati dai cavalli neri, seguono coloro che piangono e che si pentono, e che Benedetto ha raccolto nel deserto del chiostro (claustrale desertum) affinché riscoprissero il bene della vita comunitaria. Quindi, «quasi a rinnovare un esercito stanco e a ripristinare il giubilo dopo il lamento [quasi lassum renovaturus exercitum, et redditurus jubilum post lamentum]», arrivano i monaci bianchi, i cisterciensi (e i florensi) guidati da Bernardo. Infine, come al termine di una giornata fatale (occurrente hora undecima, cum dies jam declinasset ad vesperam), quando la sua «vigna» è pervasa dalle «spine dei vizi» e da «piccole volpi», il Signore manda in battaglia l’ultimo esercito: «le schiere dei frati Predicatori e Minori con i loro comandanti eletti [Praedicatorum et Minorum Fratrum agmina cum electis ducibus]», Domenico e Francesco.

«Con tale accoppiamento», ci ricorda G.G. Merlo, «il papa compie forzature e distorsioni»: Francesco non ha mai lottato contro gli eretici, né ha mai sottolineato la necessità di riforme ecclesiastiche, né si è mai richiamato a Benedetto e a Bernardo, al contrario. Quello che sembra un agilissimo compendio di storia monastica è invece un potente «slogan» di Gregorio IX, che «necessitava di santi nuovi e militanti per sostenere il sogno ierocratico di dominio del mondo avviato da Innocenzo III». Cioè di quell’Ugolino dei conti di Segni, cardinale di Ostia, amico sia di Francesco che di Domenico, e che proprio Francesco nel 1220 aveva richiesto a papa Onorio III come protettore della fraternità, perché «ascoltasse e risolvesse il problemi».

(da Grado Giovanni Merlo, Frate Francesco, il Mulino 2013, pp. 153-54.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature

Echi dagli archivi

C’è una punta di nevrosi, diciamo così, nell’abitudine che ho, e che ha trovato alimento nelle risorse online, di leggere descrizioni di fondi archivistici monastici. È sciocco cercare un motivo nobile; è più corretto confessare l’illusione dell’ordine, il gusto quasi alimentare per i termini desueti e il sogno assurdo di una registrazioni totale di ciò che è stato. Di ciò che è stato e di ciò che è, come se il mondo esistesse soltanto per essere documentato, come se potesse darsi una mappa 1:1 delle cose, infinitamente più interessante delle cose stesse, proprio perché le cose rappresenta e insieme tiene distanti. Nel caso delle vicende monastiche tutto ciò è amplificato; allo stesso tempo sono consapevole che l’immagine che mi vado formando è appunto un’immagine (non del tutto, spero) che risponde a bisogni personali.

Con questo spirito ambivalente scorro la descrizione dei fondi delle «corporazioni religiose soppresse», depositati presso l’Archivio di Stato di Firenze, in particolare dei monasteri femminili: una ricognizione ha stabilito che «vi si comprendono 16.306 pezzi tra buste e registri dal 1310 al 1793 con qualche documento del  secolo XIII». Perdo tempo tra «vacchette di messe», «stracciafogli delle camarlinghe», «quadernucci di ricordanze» e «registri del retratto della roba appartenente alle religiose defunte».

Tenevano nota di tutto, le monache, con scrupolo, a cominciare dalle attività amministrative e di gestione del patrimonio: entrate e uscite, contratti, decimari, «ricordi di beni stabili comprati», «pacco di quadernucci di ricevute del mugnaio», «libro di conti correnti e bestiami», «giornaletti dei magazzini del monastero», «spese e ricordi di locazioni di case e botteghe e poderi», «scritte di cottimi di muramenti e convenzioni di manifattori con indice», «depositi di doti di fanciulle accettate monache, sia velate che converse; con indice».

Si può scendere poi più nel particolare: «Inserto ove esiste la narrazione dell’aggregazione dell’altare del Santissimo Rosario posto nella chiesa del Chiarito con tre lettere del Cardinale Mondadori», «Ricordi e scritture riguardanti il livello delle terre contigue al Monastero di San Domenico e Bernardo Cantini, di poi vendute a Don Luigi di Toledo; e del livello del giardino delle stalle al serenissimo Cosimo I con indice», «note di spese per vestire una monaca, per il confessore, per vestimenti e velazioni, mutazioni d’uffizi e festa di San Domenico».

Poi ci sono i processi, un fiume di processi e cause: «Monache e Scalini e consorti di liti per causa di errore di calculo», «Monastero e Brogi e Speziali per un credito di scudi 80 con suor Maria Geltrude Gondi preteso pagarsi da Monastero», «Monastero e Pelli per causa di terre a Petriolo rilasciate dal fiume Arno e pretese da detto Pelli».

Senza contare i fondi conservati ancora presso i monasteri, come quello delle carmelitane di Santa Maria Maddalena de’ Pazzi, o delle carmelitane scalze di Santa Teresa. E qui, davanti al mare di biografie, memorie, ragguagli, lettere e a «un’incredibile quantità di relazioni di visioni, proponimenti, preghiere, scritti spirituali e componimenti poetici», gira un po’ la testa. Come davanti alle «4 raccolte di vite di consorelle defunte» delle carmelitane, o al Necrologio delle carmelitane scalze, un «volume contenente le biografie di tutte le religiose dal 1630 al 1912».

Della Vita della venerabil madre suor Vangelista del Giocondo monaca nel monastero di Santa Maria degl’Angeli in Firenze ci è data l’opportunità di sbirciare l’indice dei capitoli: «Come sei volte fu maestra di novizie, e con quale affetto esercitò tal carica specialmente nell’indirizzo della Beata Maria Maddalena [de’ Pazzi]», «Del lume singolare che sortì nel conoscere gli soggetti, e come spesse volte gli furono mostrati da Dio i pensieri occulti delle persone e delle cose future», «Del gran traffico interiore che aveva con Dio…»

(Ilaria Pagliai, I monasteri femminili fiorentini: gli archivi, Archivio per la memoria e la scrittura delle donne “Alessandra Contini Bonacossi”.)

 

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature

«Una sua scatoleta con sue medicine» (Monache e medicina, pt. 2; Caterina Vegri)

(la prima parte è qui)

«Oltre alla preparazione e vendita di medicamenti, pratiche terapeutiche ben più portentose avvenivano nei monasteri femminili, che sono per tutto il corso del Seicento fervidi centri di “medicina sacra”.» Il secondo fronte infatti è quello delle guarigioni miracolose, della cura mediante le reliquie, un ambito che, se può suscitare più di un sorriso nel lettore contemporaneo, è anche molto interessante se si guarda al rapporto che aveva con la nascente medicina moderna.

Dal momento che l’osservatorio del saggio dal quale ho appreso queste cose è quello bolognese, una figura spicca su tutte le altre, quella di Caterina Vegri (o Vigri), che già ho incontrato per altre strade. Conosciuta per le sue doti intellettuali, «la Santa» era una taumaturga, qualità emersa in seguito al consolidarsi del culto del suo corpo e al processo di canonizzazione e alle relative testimonianze. Da viva era nota più che altro per la sua sollecitudine verso le malate, «et havea una sua scatoleta con sue medicine e tute recorevano a lei, e mai quella benedecta li rincresceva, né temeva puça né inmunditia alcuna». Sollecitudine che si spingeva a gesti estremi che esitavano in guarigioni: «Famulava le sorelle in sanctitate et ne la egrotatione, cum carità tale che fin li lechava le puzulentepiaghe per accidente a lor venute; et ad una più volte lechò la tigna per sanarla» (Sabadino degli Arienti).

La svolta avviene con la sua morte (1463) e con il fenomeno eccezionale della incorruzione del suo cadavere (ancora oggi esposto nel suo monastero bolognese del Corpus Domini) e del «liquore» che ne essudava. Il potere terapeutico del corpo incorrotto della santa diventa in breve un fatto che esula dalle mura del convento, coinvolge tutta la città e sollecita pellegrinaggi e visite importanti.

L’aspetto più interessante è il coinvolgimento dei medici durante il processo di canonizzazione, più volte interrotto e ripreso, chiamati in causa per approfondire e stabilire l’incorruzione, che diventa il cardine della causa. I miracoli operati dalla santa – in sogno e più spesso attraverso l’applicazione di oggetti venuti a contatto con il suo cadavere – saranno da riternersi autentici soltanto se il miracolo dell’incorruzione è effettivamente tale.

Arriviamo così al 1671, oltre duecento anni dopo la morte di Caterina, quando due gruppi distinti sono incaricati di una nuova ispezione. Il primo è composto da medici, ovviamente maschi (tra i quali c’è Marcello Malpighi, quello dei glomeruli, membro della Royal Society di Londra), che pertanto possono vedere il corpo vestito e toccarne solo alcune parti; il secondo è formato da gentildonne bolognesi, che lo vedono nudo e ne possono toccare anche le cosce e il seno, due zone decisive per stabilire l’incorruzione, cioè la perdurante mollities  delle parti carnose. La relazione dei medici non è concorde e molto cauta (la «medicina sacra» conviveva con quella sperimentale, sia perché raramente in concorrenza, sia in virtù dello straordinario che ancora eccedeva i limiti naturali): in prevalenza dicono che il corpo non è incorrotto, bensì essiccato, avanzando anche la possibilità di un’imbalsamazione. Le gentildonne invece non hanno dubbi: escludono l’imbalsamazione (non ci sono segni) e confermano la mollities. Per i sostenitori della causa è proprio quello che ci voleva.

Va considerato che l’incorruttibilità era soprattutto una questione di grado e che il miracolo consisteva nel fatto che «dopo un così lungo lasso di tempo il corpo della Beata non si fosse dissolto in elementi». L’assoluta incorruttibilità poteva essere attributo solo del corpo risorto, ma in ogni caso «il corpo perfettamente integro [di Caterina] rappresentava ad occhi secenteschi, con meravigliosa approssimazione, la condizione del corpo risorto, e quindi la promessa e speranza della resurrezione».

«Il “prodigioso cadavere” era un oggetto straordinario, di complessa e doppia valenza: da una parte cadavere, emblema della mortalità umana, ma anche, dall’altra, il veicolo di un potente messaggio di immortalità», e anche il medico e scienziato Malpighi, dopo pagine e pagine di precisazioni, non estingueva l’ombra di un dubbio: «Tutto questo aggregato conservandosi pare che dia qualche segno di cause superiori alla natura ordinaria».

(2-fine)

(Gianna Pomata, Medicina delle monache. Pratiche terapeutiche nei monasteri femminili di Bologna in età moderna, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di Storia e Letteratura 2005, pp. 331-363.)

Lascia un commento

Archiviato in Spigolature

«Cerotti per amacature e decotti sulitivi» (Monache e medicina, pt. 1)

Ogni giorno se ne impara una nuova. Monaci e medicina, bene. Anzi, monache e medicina, in un contesto preciso: la Bologna tra la metà del ‘500 e il ‘700 – che comunque può essere considerata una realtà rappresentativa. Tra l’altro, una circostanza che vede protagoniste le donne in un ambito strettamente e gelosamente custodito dai maschi. Due gli aspetti della questione: la farmacia e la cosiddetta «medicina sacra».

Sul primo fronte, la comune nozione associata alla cura del «giardino dei semplici», tipcamente monastica, va allargata alla consuetudine della vendita dei preparati al pubblico. Le speziale e le aromatarie confezionano i loro medicinali non soltanto per le consorelle, ma anche, su ricetta, per i concittadini, che ben li conoscono e li usano. La speziala del monastero del Corpus Domini elenca, nei primi anni del ‘700, i suoi rimedi: «Prima Amaro composto con le sue medicine, cerotti per Amacature, e consolidare le Ossa come sono ordinati, Unguento rosato, unguento per amacature, Decotti sulitivi come sono ordinati dalli Sigg. Medici… Ruotole per li rafredori… Distillato di Capone e Acqua desillata, Vino di Mella Granata, e di Visola, e altri rimedi di varia posta come sono hordinati dalli Sigg. Medici». E una sua consorella, settant’anni dopo, continua a venderli con profitto: «Dalla cassa della nostra spezieria, oltre li medicinali che si mantengono per uso delle Monache, si ricava ogni anno per avanzi circa £500».

Cosa che manda in bestia la potentissima Arte degli Speziali, che denuncia la concorrenza, ne mette in dubbio la liceità e si appella al Protomedicato nel 1697, nel 1699 e nel 1713. Poiché le monache continuano imperterrite, gli speziali vanno a Roma, sollecitano i cardinali, fanno lobbying, al punto che Innocenzo XIII proibisce la pratica «se non per uso interno del monastero». Le monache riducono l’attività, si limitano ai «secreti», ma non mollano.

E così ci si mettono i confessori, che si domandano nei loro manuali se l’aromataria «possa somministrare farmaci a un malato “de se et inconsulto medico”; la risposta è sì, ma solo nel caso che abbia “medicamenti particolari per morbi specifici”». Guai a irritare i medici e i farmacisti maschi, e a toccarli sul soldo. E allora i confessori si interrogano ancora «se l’aromataria pecchi vendendo medicinali al prezzo ufficiale (o tassa) stabilito dall’arte degli speziali». E la risposta è no, ma in realtà sì, perché se il prezzo ufficiale veniva stabilito dall’Arte, «la tassa degli speziali è calcolata sulla base di costi di produzione (botteghe, lavoranti, ecc.) che le monache non hanno». Quindi le sante donne devono abbassare i prezzi: «In altre parole, solo peccando le monache potevano esigere, nello smercio di medicinali comuni, lo stesso prezzo delle botteghe degli speziali».

Ma se non peccano, come ci si auspica, diventano più concorrenziali…

(1-segue)

(Gianna Pomata, Medicina delle monache. Pratiche terapeutiche nei monasteri femminili di Bologna in età moderna, in I monasteri femminili come centri di cultura fra Rinascimento e Barocco, a cura di G. Pomata e G. Zarri, Edizioni di Storia e Letteratura 2005.)

1 Commento

Archiviato in Spigolature