«Alla mercé della propria fragilità»

Monaci che parlano di monaci: si tratta forse di uno dei pochissimi casi nei quali, a differenza della maggior parte dei discorsi autoreferenti (scienziati che parlano di scienza, musicisti che parlano di musica, e così via), il tempo subisce la massima dilatazione e i Padri del Deserto diventano praticamente nostri contemporanei: abba Poemen è lì che intreccia stuoie sotto il sole cocente e intanto risponde alle nostre domande su quel che dobbiamo fare. O meglio, il discorso viene continuamente ripreso e pressoché nulla di ciò che è stato viene escluso dalla considerazione presente. È del tutto normale, ad esempio, che in un articolo dell’abate generale dei cisterciensi della comune osservanza, datato 2013, si legga una frase come questa: «Forse già con la separazione tra l’Ordine Cistercense della Comune e quello della Stretta Osservanza abbiamo rotto qualcosa di vitale della nostra identità, del nostro carisma» (abbiamo rotto, si noti, non si ruppe). E infatti, due frasi più in là pare che la controversia con Cluny sia cosa del mese scorso: «La Carta Caritatis appartiene al nostro carisma, forse anche più del desiderio di voler osservare meglio che non a Cluny la regola di san Benedetto».

Questa «continuità» del monachesimo, per lo meno di quello novecentesco, è uno dei suoi aspetti più peculiari e che più mi affascinano. Non perché il passato «non passi», bensì perché esso fa sempre comunque parte del discorso. E mi chiedo inoltre quali forme assuma il senso di comunità e di appartenenza che ne deriva. Un fiume che si ingrandisce, con il rischio forse che le acque siano sempre più lente, se non addirittura stagnanti: è una preoccupazione che mi è capitato di scorgere sovente nei testi dedicati alle «sfide» che il monachesimo contemporaneo deve affrontare, a riprova che la presenza vitale del passato non preclude che lo sguardo si diriga anche nella direzione opposta.

In questo senso trovo molto utile «Vita Nostra», la rivista dell’Associazione Nuova Cîteaux, perché ospita in ogni numero articoli di monaci e monache di oggi che si interrogano sulla loro forma di vita. Anche quando affrontano argomenti dei quali so ancor meno del solito, offrono quasi sempre spunti inattesi. Come Bernardo Olivera (ocso) che, introducendo un volume dedicato proprio al monachesimo nel XXI secolo, sintetizza così, non senza ironia, la sua visione: «Noi monaci e monache abbiamo senza alcun dubbio una lunga storia da raccontare, e con l’aiuto di Dio, abbiamo anche una storia da creare. Nel purgatorio esiste un luogo speciale riservato per i monaci e per le monache, di ieri e di sempre, che peccano per fedeltà servile alla tradizione invece di rischiare e scommettere sulla creatività per comunicare la stessa tradizione arricchita», e individua in rifondazione, rinnovamento e riforma le parole chiave per una «ri-evangelizzazione monastica» (ma, attenzione, «l’esperienza, nell’ambito della ri-evangelizzazione monastica ci insegna due cose: è più facile risuscitare un monaco morto che convertire un monaco vivo ed è più difficile far ragionare una monaca fondatrice che motivare una monaca “installata”»).

Da parte sua, l’abate generale Mauro Lepori, che citavo sopra, riassume così il suo pensiero: «La grande sfida del monachesimo dei nostri giorni è, come per tutta la Chiesa, la sfida della libertà della vocazione», e utilizza l’immagine della grande famiglia per sviluppare il tema della comunione, non soltanto dei confratelli di una casa, ma dei monasteri di una congregazione, di tutti i monaci del mondo, verrebbe da dire: «Le comunità che credono di andare molto bene perché hanno vocazioni, successo, ricchezze, e che per questo motivo credono di non aver bisogno delle altre comunità presto o tardi fanno cadute rovinose e catastrofiche. Chi funziona da solo funziona male». I monasteri di oggi sono il terreno ideale per la cultura e la pratica della comunione, a patto che si tratti di una scelta volontaria, poiché non esiste un’istituzione che la possa imporre: «Chi capisce, chi accetta e cerca aiuto sarà aiutato e andrà bene, anche se è messo a confronto con grossi problemi. Chi non lo vuole, chi preferisce camminare da solo, che si accontenta di ciò che è e che fa da solo, rimarrà realmente solo, alla mercé della propria fragilità e dei propri problemi».

Ma sta parlando soltanto ai monaci l’abate generale?

(Dom Mauro Giuseppe Lepori, L’avvenire del monachesimo e il ruolo dell’Alliance Inter-Monastères; dom Bernardo Olivera, Una visione monastica per il XXI secolo, in «Vita Nostra» IV [2014], 1.)

 

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