All’undicesima ora

Il bel libro di Grado Giovanni Merlo dedicato a Francesco d’Assisi mi ha fatto scoprire, tra le altre cose, una curiosa immagine monastica. Nella sua ottava visione Zaccaria (6:1-8) vede «quattro carri uscire in mezzo a due montagne»: sono i quattro venti del cielo che scendono a percorrere la terra, «dopo essersi presentati al Signore». Ogni carro è trainato da cavalli di colore diverso: bai, neri, bianchi e pezzati; non se ne precisa il numero, ma la versione che si affermerà successivamente prevederà quattro quadrighe. Proprio a questa immagine fa ricorso Gregorio IX nella sua bolla Fons Sapientiae, con la quale decreta, il 3 luglio 1234, la canonizzazione di Domenico di Guzmán, per illustrare la successione degli eserciti del Signore.

Le quattro quadrighe di Zaccaria, in un'illustrazione di Doré, 1865.

Le quattro quadrighe di Zaccaria, in un’illustrazione di Doré, 1865.

Primi vengono i martiri, i «testimoni della nuova legge», condotti dai bai (equos rufos, rossi come il sangue versato?). Poi, tirati dai cavalli neri, seguono coloro che piangono e che si pentono, e che Benedetto ha raccolto nel deserto del chiostro (claustrale desertum) affinché riscoprissero il bene della vita comunitaria. Quindi, «quasi a rinnovare un esercito stanco e a ripristinare il giubilo dopo il lamento [quasi lassum renovaturus exercitum, et redditurus jubilum post lamentum]», arrivano i monaci bianchi, i cisterciensi (e i florensi) guidati da Bernardo. Infine, come al termine di una giornata fatale (occurrente hora undecima, cum dies jam declinasset ad vesperam), quando la sua «vigna» è pervasa dalle «spine dei vizi» e da «piccole volpi», il Signore manda in battaglia l’ultimo esercito: «le schiere dei frati Predicatori e Minori con i loro comandanti eletti [Praedicatorum et Minorum Fratrum agmina cum electis ducibus]», Domenico e Francesco.

«Con tale accoppiamento», ci ricorda G.G. Merlo, «il papa compie forzature e distorsioni»: Francesco non ha mai lottato contro gli eretici, né ha mai sottolineato la necessità di riforme ecclesiastiche, né si è mai richiamato a Benedetto e a Bernardo, al contrario. Quello che sembra un agilissimo compendio di storia monastica è invece un potente «slogan» di Gregorio IX, che «necessitava di santi nuovi e militanti per sostenere il sogno ierocratico di dominio del mondo avviato da Innocenzo III». Cioè di quell’Ugolino dei conti di Segni, cardinale di Ostia, amico sia di Francesco che di Domenico, e che proprio Francesco nel 1220 aveva richiesto a papa Onorio III come protettore della fraternità, perché «ascoltasse e risolvesse il problemi».

(da Grado Giovanni Merlo, Frate Francesco, il Mulino 2013, pp. 153-54.)

 

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