Adelardo, ladro ma non bugiardo

«Governava dunque l’Abbate Rabano [Mauro, abate di Fulda e arcivescovo di Magonza] nell’anno ottocento trenta sette di nostra salute il monastero Fuldese, con fama di santità non meno che di prudenza.» E il buon Rabano si doleva che non ci fossero risorse bastanti per aiutare i bisognosi; nello stesso tempo provava verso i morti un «amore tenerissimo» e incoraggiava la preghiera per i defunti. Per unire le due cose, aveva stabilito che alla morte di un monaco il suo vitto quotidiano fosse distribuito per trenta giorni ai poveri.

In quell’anno una particolare infezione fece strage di molti monaci in un colpo solo, «perciò il Santo Abbate, amandoli non meno morti di quel che li avesse amati quando erano vivi, chiamò a sé Adelardo, ecconomo del monasterio, o come parlano oggidì Celerario, e gli ricordò e gli raccomandò con grande caldezza l’osservanza di questa regola». Mi raccomando, Adelardo; mi raccomando moltissimo; guarda che se non lo fai è colpa gravissima…

Ma certo, padre, rispose Adelardo, «ma con animo di non eseguirlo, sì perché poco gli caleva anco per altro d’ubbidire all’Abbate, sì perché l’avaritia lo tiranneggiava.» E così incamerò le elemosine – «Adelhardus piger ad obedientiam, tardus ad pietatem & ardens totus ad avaritiam», commenta una Vita di Rabano.

Ma la giustizia divina veglia, e una sera, dopo aver lavorato fino a tardi, Adelardo, che «col suo lucernino alla mano passava pel capitolo [la Sala capitolare]», lo trovò pieno di monaci. Ma non è l’ora del capitolo, si disse, mentre si accorgeva che gli stalli erano occupati dai confratelli morti da poco. Aah!, «ultra modum perturbatus animo, retrocedere tentabat» – e sembra di vederlo mentre arretra terrorizzato, incespicando. Ma i monaci fantasmi gli si avventarono contro, lo spogliarono e lo pestarono a sangue, «dal capo alle piante»: «Piglia infelice, piglia il contracambio della tua avaritia, e aspettati pur’ di peggio fra tre giorni, quando con noi sarai annoverato fra i morti». (Non proprio misericordiosi, ‘sti confratelli.)

A mattutino i monaci, quelli vivi, appena svegli, trovarono Adelardo «in loco Capitulari iacentem, mortuo quam vivo similiorem», più morto che vivo, e lo portarono subito in infermeria. «Ma egli, chiamatemi, disse, l’Abbate, che più bisogno ho di medicina per l’anima che pel’ corpo, non più capace di essere medicato.» Mentre già in tutto il monastero si diffondevano voci e dicerie su quanto avvenuto nella notte, Adelardo rese la sua confessione a Rabano, sì pentì, si comunicò e, «fra le fervorose preghiere dei suoi fratelli [i vivi più misericordiosi dei morti], se ne passò all’altra vita».

(Jean-Claude Schmitt, Spiriti e fantasmi nella società medievale (1994), Laterza 1995, p. 47 → Vita di Rabano Mauro. Acta Sanctorum, Februarius, Tomus 1, Société des Bollandistes 1658, p. 532 → Giovanni Battista Manni, Sacro trigesimo di varii discorsi per aiuto dell’anime del Purgatorio offerto in loro suffragio, Bologna 1673, p. 311.)

 

3 commenti

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3 risposte a “Adelardo, ladro ma non bugiardo

  1. elis

    beh, comunque sono morti che pensano ai vivi. Circolarità monacale? i vivi pensano ai morti, i morti si curano dei vivi

    • MrPotts

      Sì, via, diciamo che colpisce, oltre le botte, la minaccia. E’ pur vero che in seguito all’episodio Adelardo si pente, dunque…

  2. Quanto prima un post per questo blog molto seducente

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