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Per eremi silenziosi

Nel 1904 Vasilij Rozanov pubblica, su rivista, il resoconto di un viaggio compiuto presso tre monasteri dedicati al culto del beato Serafim di Sarov, il grande ieromonaco eremita russo vissuto a cavallo tra Sette e Ottocento. Le motivazioni personali del pellegrinaggio (la preoccupazione per la salute della figlia Tanja) sono escluse dalla breve trattazione, che affronta invece temi più generali legati al monachesimo e al suo significato in seno al cristianesimo.

A parte il non trascurabile interesse per la spiritualità ortodossa, di cui non so praticamente nulla, e sorvolando sulle sue peculiarità, il testo di Rozanov rappresenta per me uno splendido esempio di riflessione laica (o quanto meno semi-laica, considerando la personale religiosità del grande critico letterario) sul monachesimo. Più precisamente è una testimonianza incredibilmente onesta e vivida delle impressioni provate al cospetto di alcuni monasteri, nello specifico femminili. Da queste pagine infatti emerge quel senso di attenta sorpresa che genera la visione di una comunità unita e armoniosa. Quel senso di «realtà alternativa» che riconosco anche nelle mie impressioni: «In fondo, espressioni come la “società cristiana” o la “famiglia cristiana” [cioè la Chiesa] indicano piuttosto delle problematiche e non dei fatti, mentre il monastero è una realtà, che per di più ha preso corpo già in tempi remoti». Costruiti da anime «che avvertirono dentro di sé una primigenia repulsione per la molteplicità e la varietà», che pronunciarono «il voto spaventoso ed eterno di sottrarsi alle esigenze dello sviluppo», i monasteri sono il fatto della fede.

Sono luoghi, umani, terreni e tangibili, in cui la bellezza si è trasformata in consuetudine, in cui la cordialità è diventata respiro, in cui la «reciproca sollecitudine» mostra il potere che una regola può avere su un individuo. Nei monasteri «non vi sono culture diverse e incompatibili su uno stesso fazzoletto di terra. Per questo [premono] sull’anima, affascinandola per il semplice fatto di essere un luogo di unità e integrità». Sono comunità di uomini e di donne che espongono un’alternativa possibile. Una possibilità che non perde il suo valore anche quando, come nel mio caso, non se ne segue il presupposto: resta la dimostrazione che si può convivere diversamente.

Questa estrema concretezza dell’esperienza monastica fa dire a Rozanov una cosa di rara portata: «Non fu la Chiesa a generare i monasteri, bensì questi ultimi a dare vita alla Chiesa, a decretarne l’ordinamento e lo spirito, l’abito e i propositi. I monasteri sono quelle piccole isole primordiali che, immerse nell’antico oceano del paganesimo, iniziarono a saldarsi tra loro fino a formare il continente della Chiesa».

Il pensiero, e il testo di Rozanov, non si esaurisce certo qui, ma questa è la prima lezione che ne ho tratto. A me della Chiesa non importa, diciamo così, importano invece le persone, ed è per questo che guardo ai monasteri. Perché, come commenta Rozanov, «qualcuno può anche non amare Dio, ma come non amare questo amore per Dio?» Sintesi che proverei a remixare così: qualcuno può anche non credere in Dio, ma come non credere a chi vi crede?

E più esattamente: io non credo in dio, devo credere a coloro che vi credono?

Vasilij Rozanov, Per eremi silenziosi, Lindau 2010.

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Sai blu

«Il sapore della religione ancora impronta di sé i nostri atteggiamenti nei confronti del lavoro», scrive il teologo americano Harvey Cox, risalendo ai benedettini per rintracciare le origini della concezione moderna del lavoro. Già, «Ora et labora». E Cox non è stato certo il primo a puntare lo sguardo in quella direzione e a mostrarci la giornata monastica come incubatoio della sacralizzazione dell’attività produttiva che sarà l’asse portante della società borghese e dell’economia capitalistica. È già Max Weber, tra i primi, che, indagando «l’etica protestante», si rivolge ai monasteri per cogliere la questione sul nascere: «Già nella regola di san Benedetto, più ancora nei Cluniacensi, ancor maggiormente nei Cistercensi, e nel più alto grado infine nei Gesuiti, essa [l’ascesi cristiana] si era emancipata dalla tendenza alla fuga dal mondo, priva di ogni direttiva, e dal virtuosismo del martirio di se stesso. Essa era divenuta un metodo, sviluppato sistematicamente, di condotta razionale della vita collo scopo di… sottoporre [l’uomo] alla supremazia della volontà indirizzata secondo un fine».

Il monaco dunque è il prototipo del lavoratore dipendente, del salariato, e il monastero è la prova generale dello stabilimento, della macchina del controllo sociale. Ci vorrà Lutero, per il quale ogni essere umano doveva diventare un monaco, e poi Calvino, che inneggiava ai «santi nel mondo», ma gli spunti sono lì, sia teorici sia pratici: la misura, l’ordine, la disciplina interiore «sarebbero poi state ereditati dalla città medievale e dal successivo capitalismo sotto forma di invenzioni e di pratiche commerciali: l’orologio, il libro dei conti e la giornata regolata secondo un orario» (Mumford).

È grazie all’uscita dell’ascesi dalle «celle dei monaci», al suo matrimonio con la «vita professionale», se noi dentro quella macchina ancora siamo, dentro «quel potente ordinamento economico moderno… che oggi determina con strapotente costrizione, e forse continuerà a determinare finché non sia stato consumato l’ultimo quintale di carbon fossile [l’ultimo barile di petrolio], lo stile di vita di ogni individuo, che nasce in questo ingranaggio…» (ancora il profeta Weber).

Ecco perché, quando mi butto sulla Regola (tralasciando per il momento lo specifico delle diverse Regole), provo sempre un brivido. Lo slancio normativo sui costumi, sulle abitudini, sui comportamenti è segno per me della profonda insoddisfazione da cui sono sorte, per una buona parte, le cose migliori. E non posso nascondere di essere sensibile alla diffidenza verso la «libertà» del fare ciò che si vuole, per quanto circoscritta. Nella Regola c’è un’ambizione di universalità – tutti dovremmo fare così per il bene comune – che non pare maligna a priori. Ma che lo è sempre stata nei fatti, si direbbe. Perché la Regola, appunto, esibisce anche un potenziale poliziesco che si situa all’estremo opposto – tutti dovete fare così perché così è stabilito. Un potenziale, tra l’altro, appena temperato al tempo dei chiostri dall’adesione volontaria, ma successivamente scatenato al tempo delle fabbriche.

Non smetterò di leggerle, le Regole, perché un’indicazione su come comportarmi è sempre gradita, ma è come andare in visita dai propri avi e scoprire che quel gesto cui si è tanto affezionati, e cui si attribuisce una parte della propria «individualità», è stato messo a punto una decina di secoli fa e continua a fare di me un bravo soldatino obbediente.

Max Weber, L’etica protestante e lo spirito del capitalismo (1904-05), Sansoni 1989 (e cfr. Franco Riva, Ascesi, mondo e società. Monachesimo e cultura contemporanea, Abbazia San Benedetto di Seregno 2003).

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Nazarena, monaca reclusa (pt. 2)

(La prima parte è qui)

Nazarena (che si definiva «grossolano cavolfiore») è una Madre del deserto teletrasportata nel Ventesimo secolo, ma non è inconsapevole del mondo che ha lasciato, né selvaggia e illetterata. La sua «durezza» è rivolta soltanto contro se stessa, il suo combattimento ha due soli nemici: «il diavolo e l’io». La sua scelta di un eterno presente («Bisogna liberare il momento dal peso del passato che non torna e dalle preoccupazioni del futuro ignoto», una frase «buddhista»), dello svuotamento per far spazio al Signore, può sembrare ancora più impressionante considerando la condizione da cui è partita, che non ci è difficile immaginare. La sua «immolazione perpetua di sé» è una sepoltura ante litteram.

Ancora una volta, è paradossale che l’aspirazione all’annullamento si traduca in una «soluzione» che fa di lei un caso unico – invece di nascondersi nell’anonimato di una professione monastica senza particolarità, lei sceglie l’assoluta eccezione, che la trasforma in una specie di punto di riferimento, un modello estremo (ancora in vita era già citata in varie pubblicazioni). La sua obbedienza a oltranza (in questo caso rivolta alla «chiamata» del Signore), ai miei occhi, ha i tratti della ferrea volontà di chi contro tutto e tutti ha deciso di andare per la sua strada (come dimostra il suo percorso di avvicinamento alla reclusione). Una strada priva di valore – lo ripete in continuazione – ma che allo stesso tempo rappresenta il sacrificio totale di quella limitata dotazione di vita che abbiamo.

Ma infine mi si potrebbe chiedere: Non si tratta in fondo di una libera scelta? Non c’è posto nel mondo per tutti? Insomma, che male ti fa? O non è forse che la sua intransigenza ti mette a disagio perché espone i tuoi sotterfugi, il tuo desiderio di solitudine con tutti i comfort?

Scrive la curatrice, Emanuela Ghini: «La sua ascesi radicale fa problema. […] Indubbiamente la vita di Nazarena ha aspetti di un totalitarismo accettabile solo nell’ambito della sua eccezionale vocazione». Immagino quanto sia stata meditata quella parola – «totalitarismo» – e forse è per questo che non riesco a seguirla, anche soltanto per comprendere.

O, più semplicemente, questo è uno di quei casi in cui da non credente è più onesto dire «non capisco», in cui la «fede» è una nebbia oltre la quale mi è impossibile vedere. Oltre la quale non so nemmeno cosa ci sia da vedere.

(2 – Fine)

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990, a cura di Emanuela Ghini, Casale Monferrato, Piemme, 1993.

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Nazarena, monaca reclusa (pt. 1)

«So quanto facile sia illudersi circa queste intuizioni. Perciò non intendo essere presa sul serio. Forse Dio non c’entra affatto con quello che dico, né ispira ciò che sento. Non mi fido assolutamente di quanto provo, anche quando credo che venga da lui. Mi fido invece di chi mi parla in suo nome.»

Non sorprende che la prima a essere cauta circa la propria eccezionale esperienza sia lei stessa, suor Maria Nazarena, al secolo Julia Crotta (Glastonbury, Connecticut, 1907 – Roma, 1990; i genitori sono piacentini emigrati), monaca camaldolese che visse reclusa in una cella del monastero romano di Sant’Antonio Abate dal 1945 alla morte. E non sorprende anche, ma per un altro motivo, che la stessa prudenza si intuisca nelle parole dell’autrice dell’ottima cura del volume, la carmelitana Emanuela Ghini, come se stesse maneggiando materiale altamente infiammabile. Quando, ad esempio, Nazarena si dilunga sulla propria fame («per almeno venti anni ho sofferto di questo tormento»), la curatrice si chiede se non fosse bulimica, per poi scartarne la possibilità. E ancora: «Davanti a un cammino penitenziale estremo qual è quello di Nazarena, può sorgere il sospetto di atteggiamenti psichici non normali di genere masochistico», un’esperienza «anzi umanamente folle» che però è illuminata da quello che la monaca ha lasciato scritto e che non dà adito a dubbi circa il suo pieno equilibrio psicologico: Nazarena «volle vivere totalmente nascosta non certo per difficoltà umane di rapporto».

Gli scritti che gettano un po’ di luce sono undici note di carattere autobiografico, il Regolamento (con il quale si presenta nel 1945 da Pio XII perché lo approvi), trentatré lettere delle circa cento conservate e una scelta di frasi di Giovanni della Croce e Teresa di Lisieux. Vi si legge di un’infanzia e un’adolescenza serene e ricche di esperienze. Julia studia, fa sport, fa musica, con impegno e risultati (si laurea infine in Lettere e Filosofia). È alta (più di un metro e ottanta, e infatti gioca a basket), determinata, allegra, «golosissima», forte (una «robusta costituzione» che la sosterrà nelle privazioni). La «chiamata», interiore, verso un’altra «cosa» è del 1934, «cosa» che prende la forma della solitudine, del «deserto».

Passati due anni a New York (la New York del 1935-37), entra nel Carmelo di Newport, ma ne viene respinta tre mesi dopo. Così, parte per Roma (non tornerà mai più negli Stati Uniti) dove, attraverso vari contatti, fa un primo passo verso l’Ordine camaldolese, un’esperienza che si interrompe dopo solo un anno. Nel 1939 entra nel Carmelo francese di Torpignattara, dove passa cinque anni durissimi (per motivi non chiari, probabilmente «perché non era al suo posto», dice la curatrice), che la prostrano («Ero uno scheletro ambulante»). Si riprende e il richiamo della solitudine diventa imperioso: finalmente nel 1945 entra nel monastero camaldolese sull’Aventino dove resterà fino alla fine. Nel 1947 professa i voti perpetui e assume il nome di suor Maria Nazarena. Nel 1959 ottiene una piccola cella – 5 metri per 3, con un’ancor più piccola terrazza «per respirarvi aria» – appositamente sistemata secondo i suoi intenti.

Julia Crotta ha raggiunto infine il suo «deserto», in via di Santa Sabina, 64, 00153 Roma.

(1-continua; la seconda parte è qui)

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990, a cura di Emanuela Ghini, Casale Monferrato, Piemme, 1993.

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Francesco vs Benedetto

L’intento è dichiarato, confrontare due monumenti: la regola benedettina (ca. 540) e quella francescana (1221-23), e a dispetto delle poche pagine questo libretto offre una gran quantità di materiali e riflessioni. E, soprattutto, un punto di vista «interno». La volontà di non giudicare, l’appello a una «conoscenza più scientifica», è espressa in apertura e ribadita in chiusura, ma l’autore è un francescano (1912-2002, studioso, docente, ministro provinciale e visitatore generale), e si sente. Anzi non dispiace che dopo le dichiarazioni di rito si lasci prendere un po’ la mano nel mostrare le proprie simpatie. Cosa che, tra l’altro, dà della grande famiglia monastica un’immagine più terrena e «reale», al di là dell’onnipresente perorazione dei «diversi carismi» che tutti concorrerebbero a dare valore all’esperienza religiosa…

Le convergenze sono poche: la provenienza geografica (Umbria), quella sociale (famiglie benestanti), la precocità della vocazione, l’assenza di sacerdozio e il fatto che entrambi sono «accompagnati» da figure femminili di grande rilievo (Scolastica e Chiara).

Dall’altro lato, invece, il tempo li divide (settecento anni) e soprattutto il contesto dal quale «escono» e in relazione al quale elaborano le loro regole. Benedetto scrive in un periodo di chiusura sociale, di dissoluzione di un sistema (l’impero romano) che lascia il vuoto, e concepisce il monastero come una fortezza di difesa dal caos; Francesco scrive in un mondo che si è riaperto, ai viaggi, agli scambi e ai commerci. Il primo fugge il mondo per ritrovare Dio, il secondo si mette in strada per riportarvelo. Benedetto si rivolge prevalentemente al «tu» e al «voi» della comunità, mentre Francesco si scioglie spesso nel «noi» (e non a caso non chiama mai Ordine la sua fondazione, bensì «fraternità» o «religione»). La regola benedettina si adatta facilmente a vari tipi di comunità, mentre quella francescana «non si presta ad alcuna manipolazione e non potrà mai accettare coperture di comodo» (come dire che quella benedettina è esposta a un rischio del genere?).

È poi nell’analisi delle differenze di ordine spirituale che mi pare di notare la «soddisfazione» dell’autore di stare dalla parte di Francesco. Quello che mantiene ancora l’aspetto di un rigoroso confronto diventa, con grande tatto e cautela, un inno all’umanità e alla modernità francescane, anche a prezzo di qualche dimenticanza nella rassegna delle caratteristiche benedettine. Un esempio rivelatore, tra i molti, sono le scelte lessicali adottate per illustrare i temi della fraternità e dell’obbedienza nelle due regole.

Il cuore della regola di Francesco, secondo il p. Quaglia, è raccolto nel capitolo 10, «la magna charta della fraternità francescana», che «non si preoccupa di stabilire, regolare, proibire questo o quello. Avendo dato le indicazioni di fondo, le linee direttrici, lascia i frati all’esercizio, faticoso certo ma esaltante, della minorità nella fraternità. […] La vita francescana è sostenuta più da impulsi carismatici che da leggi, più da creatività che da statuti… più dall’apertura che dalla clausura… più da un apostolato pieno di fantasia che da una zoppicante imitazione». Così, il rapporto tra superiori e inferiori risulta improntato al «servizio», e non vi è l’insistenza benedettina sulla disciplina e sulla punizione, sull’organizzazione quasi poliziesca che tutto stabilisce, seppure con discrezione, per il buon funzionamento della comunità. Nel monastero benedettino il monaco deve espropriare la propria volontà a favore dell’abate, che è garante dell’autorità e guida verso la salvezza; anche nel convento francescano il frate si sottomette, per amore di Cristo, ma tutti si sottomettono a tutti. L’obbedienza benedettina è scolastica, militaresca, prevalgono in essa «le motivazioni ascetico-organizzative su qualunque altro elemento che ne possa allargare l’orizzonte di respiro morale e alleggerirne la pesantezza»; quella francescana è soprannaturale e mistica, cristologica e liberante (libertaria?), universale e lieta. L’obbedienza benedettina, sembra suggerire l’autore, rischia di deresponsabilizzare l’individuo ed è aperta al pericolo dell’autoritarismo, quella francescana responsabilizza il singolo e spinge verso la letizia condivisa.

Il libretto è ricco di molto altro, ma a volerlo riassumere con una battuta, verrebbe da dire che con Benedetto si sta in caserma, consegnati, mentre con Francesco si va in manifestazione, tutti uguali.

Armando Quaglia, Due Regole a confronto. San Benedetto e san Francesco, Edizioni Messaggero Padova 1990.

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Una piccola terrazza e una pizza

Grazie alla preziosa segnalazione di un lettore di questo blog ho recuperato il volume che raccoglie gli scritti e narra la storia di suor Maria Nazarena, monaca camaldolese che visse quarantacinque anni (1945-1990) reclusa in una cella del monastero romano di Sant’Antonio Abate sull’Aventino. Prima di dedicargli l’attenzione dovuta, ho letto di corsa il Regolamento (sono fissato con le Regole), poche pagine che racchiudono le norme di vita che la monaca si diede (e che fece approvare, in una versione ridottissima, da papa Pio XII in persona, il quale, dopo una breve esitazione, fece sul foglio un segno di croce).

Le ho percorse su e giù, queste paginette, alla ricerca di un appiglio, di uno spunto qualsiasi, anche minimo, di «debole umanità» dal quale partire per provare a comprendere questa vicenda estrema. Qualcosa che magari non avesse nulla a che vedere con il resto, e correndo il rischio di fraintendere, ma che mi mostrasse il segno di un terreno, per quanto piccolo, comune.

Al punto 3 («Silenzio e solitudine») Nazarena scrive: «Non potrà uscire dalla reclusione se non per recarsi da medici e per cure… Passeggerà in cella o sulla piccola terrazza della reclusione». Mentre al punto 8 («Vitto») precisa, tra l’altro: «Non userà mai vino né caffè. Sempre esclusi: carne, pesce, uova, pasta asciutta, burro, pizza e ogni dolce».

Ecco, mi sono detto, quando ha dovuto elencare ciò cui avrebbe rinunciato, le è scappata la cosa che le piaceva di più. Bene, da quella pizza, e da quella piccola terrazza, posso cominciare ad ascoltarla.

Oltre ogni limite. Nazarena monaca reclusa 1945-1990, a cura di Emanuela Ghini, Piemme 1993.

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Lettere a un amico sulla vita spirituale

Quando leggo le parole di Enzo Bianchi, il famoso priore di Bose, mi sembra di ascoltare la sua voce, e la prima impressione, abbastanza prevedibile, è quella di un individuo saggio che molto ha vissuto, fatto e meditato. Qui poi la forma epistolare amplifica l’effetto. Ma se resto alle parole pubblicate – le uniche che posso giudicare non conoscendo la persona né la sua comunità –, e le lascio risuonare un po’, quell’impressione passa in secondo piano e prevale un preciso dissenso. Mi permetto di dissentire, per quel che vale, poiché le sue pagine sono chiaramente rivolte a tutti, per rinsaldare chi crede e per dialogare con chi non crede.

Sorvolo su molti temi che mi sembrano ormai entrati in un repertorio consolidato, come la fretta che ci affliggerebbe, il culto dell’esteriorità e dell’io, la frenesia dell’attività – possono essere affrontati anche da un punto di vista materialista. Sorvolo anche sul tema del passaggio a una dimensione autentica dell’esistenza, basata sulla vita interiore, sul riconoscimento dell’unicità, sulla «fedeltà a se stessi» – un concetto di tale fragilità che non m’azzardo…

Mi azzardo invece a riflettere, da ospite non invitato, da lettore, sulla strana interpretazione proposta del cosiddetto «silenzio di Dio», secondo la quale il Signore si mantiene invisibile e inaudibile per non imporsi: «E se il Dio che preghi rimane invisibile e apparentemente silenzioso, manifesta così di non essere totalitario. Al contrario, ti lascia lo spazio e il tempo per essere te stesso». Attenzione, prosegue il priore, a non intestardirsi, nel proprio limitato discernimento, su questo silenzio, perché «è Dio a tacere? O è il credente, il popolo a non ascoltare, incapace di cogliere le parole che Dio esprime forse in altro modo, attraverso fatti ed eventi inattesi e imprevedibili. […] La parola di Dio resta nascosta nel suo grande silenzio, e dobbiamo imparare ad ascoltarli entrambi, poiché entrambi sono presenza di Dio. E Dio non può non essere presenza!» E non dimentichiamo, conclude, l’esperienza dei grandi contemplativi che si sono «lamentati» di questo ostinato mutismo, perché «la loro testimonianza ci insegna che quando imputiamo a Dio il suo mutismo, in realtà siamo noi incapaci di ascoltarlo…»

Di fronte a questo che ai miei occhi è un gioco di parole, io, che pure con le parole ci gioco fin troppo, scuoto la testa con decisione, e pazienza se lo faccio in nome della logica. La voce del priore suscita un sicuro rispetto e merita di certo di essere ascoltata, e non perché lo dica io, ancor più considerando il panorama delle «voci ufficiali» che parlano ogni giorno da varie «cattedre», ma, paradossalmente, non fa che rafforzarmi nel mio non credere. E mi sembra molto rappresentativa di quel progressivo «assottigliamento» di «Dio», di quel tentativo di «aggiornare» la fede, durante e dopo il Ventesimo secolo, anche a costo via via di svuotarla pur di fronteggiare ancora con essa il mondo e soprattutto la storia.

Enzo Bianchi, Lettere a un amico sulla vita spirituale, Edizioni Qiqajon-Comunità di Bose 2010.

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Ventose

Tra i molti commenti alla Regola di san Benedetto – e tra i pochi, pochissimi che ho effettivamente letto – uno dei più significativi è quello di Anna Maria Cànopi, la grande badessa dell’abbazia benedettina Mater Ecclesiae sull’Isola di san Giulio. È un testo che riprende la più augusta delle tradizioni, precedente alla stessa Regola, quella ad esempio delle Conferenze ai monaci di Giovanni Cassiano, in cui la filologia cede interamente il passo alla spiritualità. Un testo tutto attraversato da una tensione d’acciaio, che lo rende avvincente e che può essere ricondotta alla enorme preparazione e alla singolare personalità della badessa.

Già, la «personalità»… proprio uno di quei nemici contro i quali si scaglia l’autrice: «Il maligno si impossessa di noi come di un pezzo di terreno, lembo a lembo, attraverso cose che a noi sembrano inezie, anche attraverso alcuni atteggiamenti che noi riteniamo di poterci permettere per conservare almeno un po’ di… personalità e uno spazio di libero movimento». Eppure, quale maggior dimostrazione di personalità che queste seicento pagine che si stendono come un campo di battaglia in mezzo al quale la badessa si erge con il dito indice destro sollevato?

Mi guardo bene dal voler prendere in contraddizione la badessa: a) se l’attaccamento a sé è un «peccato», io sono il primo «peccatore» (per quanto, tra parentesi, è la prospettiva stessa del «peccato» che rifiuterei), b) non ne ho la preparazione, c) non è così importante. Non posso però non osservare anche qui quella lacerante ambiguità tra umiltà e superbia che dev’essere fonte di tormento per tanti monaci e monache.

Inoltre, l’antropologia che si intravede sotto i commenti, molto puntuali, ai vari passi della Regola, è radicalmente negativa. Il riferimento al «maligno» è frequente, anche a Satana, ma questo «maligno» di cui la badessa e le sue consorelle fanno ogni giorno esperienza sembra avere piuttosto le fattezze dell’«io», o più esattamente delle «forze istintive ed egoistiche della nostra natura». Benedetto contempla, dice Anna Maria Cànopi, «non uomini inermi fuggiti dal mondo, ma valorosi combattenti della fede per la difesa del mondo dalla virulenta aggressione del male». Ma il male non è la fuori, si direbbe invece che sia la sostanza stessa di cui siamo fatti.

L’aggressione all’«io» nelle sue varie manifestazioni – la volontà, l’opinione, la pigrizia, il possesso, una umilissima matita, una semplice fetta di dolce – è senza tregua: «lungo tutta la giornata andiamo impregnando di noi stessi tutto quello che facciamo, vediamo o tocchiamo […], su tutto mettiamo le nostre ventose». E per quanto la stella polare di tutto il volume sia la mansuetudine, e per quanto possa essere tentato, in certe ore, da questa feroce opera distruttiva, mi riesce difficile non provare compassione e comprensione per quelle nostre umane «ventose».

Sono andato troppo per le lunghe. D’altra parte il testo della badessa è ricchissimo ed è più che probabile che a me sia sfuggito molto. I grandi «avversari» sono i più stimolanti, bisognerà ritornarci.

Anna Maria Cànopi, Mansuetudine: volto del monaco. Lettura spirituale e comunitaria della Regola di San Benedetto in chiave di mansuetudine, Edizioni La Scala 1995.

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Fuggi, taci e stai tranquillo

L’estremismo certosino (si può dire che i certosini siano l’aristocrazia del monachesimo) è sempre interessante ed è forse uno dei filoni di pensiero monastico che meno è cambiato nel corso del tempo. Come si può ricavare da questo volume, Scuole di silenzio, dal tono eccezionalmente diretto (forse perché si tratta di discorsi in origine riservati ai soli confratelli) e che esibisce la contraddizione cruciale già a partire dai dati bibliografici: è scritto, vedi la quarta di copertina, da Jean-Baptiste Porion († 1987, già vicario della Certosa di La Valsainte, in Svizzera), ma in copertina e sul frontespizio è attribuito, come da tradizione, a «Un certosino».

«Essere certosino», esordisce Porion, «non significa fare cose straordinarie, come immagina a volte la gente, bensì vivere nell’umiltà e nella calma senza cercare, pretendere e rifiutare niente.» E continua: «Le giornate dei certosini possono essere molto monotone e insignificanti; ma devono essere così poiché la nostra vita in se stessa non è nulla». I suoi sermoni dicono poi tante cose ma finiscono col concentrarsi sul tema fondamentale del distacco da sé. Uno degli «scopi» della vita certosina è la pace interiore, perseguita con l’obbedienza, la pazienza (anche verso se stessi) e con la fuga dalle tentazioni che sono opera dell’immaginazione e del maligno. Ma tale distacco si scontra inevitabilmente con la questione dell’orgoglio (l’affermazione di sé) e produce un’ambiguità che mi pare irrisolta, come se l’umiltà stessa finisse con l’essere la fonte di ciò che si cerca di evitare.

Ciò che a me sembra piuttosto ossessione per il nascondimento e la sparizione, e anche spietata svalutazione di sé, produce un’altra ombra: l’opposizione tra isolamento e amore per gli altri (che, avverte Porion, nasce quasi sempre dall’amor proprio – il male dei mali). «Ciò che nuoce all’anima non sono né la gioia né il dolore, bensì la sensibilità alle cose di questo mondo.» E il certosino questa la chiama adesione totale a Dio e alla sua imperscrutabilità. Ma io, che di altri mondi non ho, diciamo così, notizia, a quali altre cose dovrei essere sensibile? E se pure posso guardare con una certa attrazione a questa forma di nichilismo, a cosa dovrei pensare se non alla gioia e al dolore? A quelli provati e a quelli dati? E ancora, francamente, non è forse il riconoscimento del male e il tentativo di evitarlo quello che conta? L’imperscrutabilità per me è un argomento insostenibile, anzi vagamente disumano: «Se le cose ci sembrano cattive, nocive o terribili, è unicamente perché non le vediamo nella luce di Dio, perché le consideriamo dal nostro punto di vista umano». No, caro vicario, proprio no, questo equivale a spegnere il senso morale.

Dai sermoni emergono ogni tanto anche i problemi della convivenza, del giudizio dei confratelli, dell’obbedienza: il certosino li deve attraversare, verrebbe da dire, come un monaco buddista, senza scomporsi, senza soffermarsi, lasciando sempre la massima libertà agli altri. Con esiti talvolta sorprendenti: «Vivi nel monastero [nel mondo?] come se non ci vivesse nessuno, non inquietarti se il mondo crolla e mantieni la calma dell’anima». Il semplice pensare ai confratelli per un certosino rischia di diventare un ostacolo sulla strada della massima semplicità, perché «un certosino curioso è distratto come e più di un uomo nel mondo».

La chiusura, molto indicativamente direi, lascia sfuggire una nota squillante di orgoglio per la «radicale diversità»: «Il sito della Grande Certosa vale da solo un trattato di spiritualità poiché testimonia, con un’eloquenza meravigliosa, lo sforzo immane fatto dai nostri padri per fuggire il mondo e difendersi da lui. Oseremmo dire che anche il paesaggio è stato fatto da titani innamorati della solitudine».

Il volume suscita altre riflessioni ma mi fermo qui (tanto sui certosini ci tornerò). È chiaro che il motto di sant’Arsenio – «Fuggi, taci e stai tranquillo» –, formula in cui l’autore condensa l’insegnamento certosino, è fonte di una sorvegliata seduzione, ma per fortuna, anche mia, in questo mondo c’è chi non fugge, né tace né sta tranquillo.

Un certosino (Jean-Baptiste Porion), Scuole di silenzio, Edizioni San Clemente-Parole et Silence (senza data, ma prima del 2000).

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Come gufi nella notte

Non è la prima volta che leggo qualcosa su questo argomento, e non è la prima volta che a fine lettura provo qualche perplessità. Poiché anche qui non mi pare che si tratti di eremiti in senso stretto, come recita il sottotitolo, bensì di uomini e donne che vivono isolati (ma non sempre) e hanno rapporti molto ridotti con altri esseri umani (ma non sempre).

La questione sollevata dal libro che più m’interessa è tuttavia quella della vocazione. Un concetto dietro il quale credo sia lecito cogliere anche desiderio, scelta e determinazione. Un conto è il sacrificio, cioè la rinuncia alla propria volontà (che generalmente si accompagna al servizio incondizionato verso gli altri, cui non può che andare piena ammirazione), un conto è perseguire comunque il proprio «obiettivo». Non importa che la scelta di vita di questi presunti eremiti (che hanno trovato riconoscimento grazie a un nuovo canone del Codice di diritto canonico, il 603) sia diversa da quella della maggioranza degli individui, poiché è esattamente quello che desiderano, per loro è una gioia (e li capisco anche).

Non c’è alcun bisogno di tirare in ballo la vocazione. Che cos’è infatti questo «essere chiamati al deserto» (ma quale deserto, tra l’altro? Son quasi tutti finiti in Toscana) se non la particolare chiarezza e necessità di una scelta? E la riprova non potrebbe essere proprio la letizia di questi personaggi, in fondo un po’ disadattati, che quando si ritirano nelle loro capanne annidate in posti bellissimi stanno benone? Non ne faccio una questione di coerenza, ci mancherebbe, come potrei, proprio io? M’importa chiamare  la cosa con il suo nome: scelta deliberata per il proprio benessere?

Cristina Saviozzi, Come gufi nella notte. Storie di eremiti del nostro tempo, Cinisello Balsamo, San Paolo, 2010.


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