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La comunità monastica

Un breve ma molto denso saggio sul significato storico, dottrinale e pratico del concetto di comunità nel monachesimo del sempre bravo Gregorio Penco. La cosa più interessante è che è palesemente rivolto ai monaci stessi più che agli studiosi o agli interessati, e che non nasconde gli aspetti più quotidiani della questione. Poiché la comunità nella sua singolarità è forse il senso primario del monachesimo e della esistenza dei monasteri. Comunità di individui raccolti in un luogo preciso sotto un abate e una regola, uniti da consuetudini, aspirazioni e progetti comuni (a differenza p.es. delle congregazioni che sono entità sovrapersonali con scopi determinati in cui i membri devono annullarsi o comunque piegarsi all’identità collettiva).

Anche nel monastero la strada è, per quanto possibile, quella dell’annullamento della volontà individuale a beneficio del «bene comune», interpretato dall’abate e in ogni caso sancito dalla fede. Un bene comune che non può prescindere da a) reale separazione dal mondo; b) vita contemplativa; c) maturazione spirituale sulla base dell’ufficio divino; d) clima di carità fraterna; e) lavoro effettivo. Oltre ai vari significati cristologici ed ecclesiologici, il cuore dottrinale e pratico della vita comunitaria è la relazione («essere pura relazione a un’altra persona», come nella Trinità), dove «unità e distinzione trovano il loro modello e la loro sintesi» (nell’amore).

E questa sembra una lezione che può essere declinata anche al di fuori del contesto di fede.

Gregorio Penco, La comunità monastica, (Orizzonti monastici, 23), Seregno, Abbazia San Benedetto, 1999.

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Le lettere di Paolo VI

Uno potrebbe anche chiedere: perché leggerle?

Be’, le lettere mi sono sempre piaciute, sia come forma in sé sia perché permettono una conoscenza più ravvicinata. In secondo luogo non è necessario condividerne la fede per apprezzare una figura come Giovanni Battista Montini. Anzi, penso che i non credenti si trovino spesso nella posizione migliore per leggere i grandi scrittori religiosi. Inoltre è sempre interessante vedere come erano percepiti certi fatti storici nel momento in cui si verificavano (in questo caso l’ascesa del fascismo, poi del nazismo, e lo scoppio della seconda guerra mondiale, poiché le lettere vanno dal 1915 al 1943).

E su quest’ultimo punto va detto che forse sarebbe più rivelatore un diario (non so se esiste), poiché il tono delle lettere (per lo meno di quelle scelte dal curatore) resta sempre intimo e le questioni politiche vengono sempre toccate con circospezione e in riferimento alle ragioni dell’animo più a quelle storiche (Montini era un diplomatico e la cautela era connaturata al suo ruolo, oltre che al suo carattere). Salvo qualche rapida confessione circa la propria «inettitudine», che forse era soprattutto fastidio per certi rituali e certe forme (a Lourdes, ad esempio, l’irritazione è molto trattenuta), non ho avuto l’impressione che lo scrivente si aprisse mai completamente, a conferma dell’immagine, forse stereotipata, del futuro papa, chiuso, austero e ieratico.

Una piccola nota. Mentre era stato chiamato alla Nunziatura di Varsavia, nell’agosto del ’23 fece un breve viaggio a Cracovia, e il 18 e 19 agosto fece tappa a Oswiecim, presso una casa di Salesiani. Oswiecim, che sarebbe «diventata» Auschwitz.

Paolo VI, Lettere a casa, Rusconi, 1987.

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Una giornata da monaco

Quando qualcuno che conosce, e ama, a fondo una «cosa» ne parla, il più delle volte ne risulta un libro privo di fronzoli e molto interessante. È il caso di questa testimonianza di Jean-Pierre Longeat, abate di Ligugé, che stende un «rapporto» sulla sua vita di monaco, oggi, sugli aspetti più ideali e su quelli più pratici, legati alla contemporaneità. Questo, tra le altre cose, colpisce dell’essere monaco: il far parte di una condizione che si appoggia su un arco temporale molto ampio. Alcuni momenti della giornata del monaco sono identici a quelli di millecinquecento anni fa, altri sono tipici dell’altroieri. Restano alcune zone d’ombra, non potrebbe essere diversamente, come la trattazione del corpo e della castità, ma l’immagine complessiva è quella di una forma di vita comunitaria alternativa che può dare buona prova di sé – anche al di là della dimensione della fede, verrebbe da dire.

Jean-Pierre Longeat, Una giornata da monaco, Edizioni Messaggero Padova, 2009

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