Veronika Peters, «I miei anni in monastero»

IMieiAnniInMonasteroC’è almeno un capitolo interessante all’interno di I miei anni in monastero di Veronika Peters, libro del quale ho stentato a comprendere l’intento. L’ex monaca benedettina tedesca vi racconta la sua esperienza durata dodici anni: le enormi difficoltà per farsi accogliere dalla comunità, il rapporto spesso teso con le consorelle, il passaggio dalla vita di clausura allo studio all’esterno e all’attività di gestrice dello shop-libreria dell’abbazia, e infine l’abbandono del velo e la partenza nella notte, in treno, con un uomo al suo fianco. Al di là della veridicità dei fatti narrati, che come sempre do per scontata, i miei dubbi riguardano soprattutto le motivazioni dell’autrice circa la scelta della monacazione, dubbi che la stessa comunità di professe coltiva a lungo ed esprime soprattutto in occasione dei momenti fondamentali del percorso: l’ammissione, la vestizione e la professione, pronunciata nel 1993, all’indomani della caduta del Muro di Berlino.

E la parte più interessante è proprio la campagna elettorale (l’espressione è usata da una monaca) per il voto che deve decidere se accettare o no la professione. La volontà della novizia benedettina, infatti, non è sufficiente: i suoi voti saranno emessi al cospetto di una comunità, non dell’Ordine in generale, e le future consorelle devono esprimersi a maggioranza. Se l’esito è negativo, la novizia deve cercarsi un altro monastero.

Non è il caso di suor Veronika, che passa con i due terzi dei voti, o anche meno: «Sul pianerottolo, Paula mi si getta al collo. “Tesoro, la maggioranza era maledettamente risicata, ma ora ci sei! Se la badessa non si fosse data da fare così tanto per te, non so cosa sarebbe successo”.» I colloqui che hanno luogo intorno alla votazione sono, nella loro semplicità, molto istruttivi. Ecco, ad esempio, cosa risponde suor Luisa, la giardiniera, alla domanda se vi sia una dimensione politica nell’essere monache: «Il nostro è un piccolo mondo che dobbiamo organizzare con responsabilità. Se la nostra comunità è un modello di fede e di rapporto con gli altri, allora trasmettiamo qualcosa anche agli uomini di fuori che ci cercano per trovare aiuto e guida. Rinunciando al potere, al possesso e ai legami famigliari, radicandoci nella ricerca di Dio, noi trasmettiamo un sergnale che, partendo dall’isolamento del monastero, può ripercuotersi sulla società. Questo ha una dimensione politica? Non mi sono mai posta una simile domanda». Ed è sempre suor Luisa a chiedere all’autrice: «”La vita conventuale richiede un duro lavoro, innanzi tutto con se stessi. Cosa fa lei per migliorare la convivenza?” “Io? Qui sono la più giovane. E, per di più, su di me pende la minaccia dell’espulsione!” “Ciò non la dispensa da nulla.”» «Mangia qualcosa», le dice invece suor Margherita, infermiera e lavandaia, «e, se ti posso dare un consiglio, ricorda che non serve dividere in buoni e cattivi la squadra con cui si vuole trascorrere la vita.»

Quando poi la badessa le accenna le critiche principali che le vengono rivolte, «troppo ingombrante, troppo vitale, spesso scontrosa, inavvicinabile, cocciuta, le manca la capacità di adattarsi», l’autrice commenta: «Una lista di caratteristiche che solo in parte potrei riconoscere come mie». Questa non è certo un’esclusiva della comunità monastica, tuttavia penso che lì assuma una rilevanza più evidente, sino a diventare un postulato: siamo come gli altri ci percepiscono; una comunità presso la quale si fa voto di stabilità perenne rappresenta la definitiva rinuncia alla riserva individuale che si può riassumere in «gli altri non mi capiscono». Ed è qui che si aggancia, anche psicologicamente, la conversatio morum, la conversione dei costumi, che, forse, ancora prima che in nome della fede nell’Altro, anzitutto si attua nella fedeltà all’altro, a quello che si trova lì accanto.

Veronika Peters, I miei anni in monastero, traduzione di A. Melazzini, Bompiani 2008 (ediz. orig. Was in zwei Koffer paßt, «Cosa si mette in due valigie», 2007).

 

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