Dei pregi segnalati della Religione Benedettina
Da questa Religione ebbero il latte quindeci mila e settecento Dottori, tra quali due mila Cardinali, dento dodeci Imperadori & altrettanti Re, sette mila Arcivescovi dottissimi, un milione cinque mila e seicento Santi canonizzati; questi insegnarono con l’esempio la modestia, l’affabilità, la mansuetudine, l’equità, la discrezione, la giustizia, la disciplina, la onestà, l’edificazione, la pace e la pietà. Nei tempi degli Arrii, dei Manichei, dei Pelagii, che sarebbe stato il Mondo senza i Benedettini? Questi distrussero il gelo delle vaste Regioni Orientali, armarono le destre contra gli Ereticali Pitoni, scorsero per luoghi alpestri, per nevi, per ghiacci, senz’altro Viatico che d’una estrema povertà, senz’altro ricovero che de’ publici Spedali, seminando la parola di Dio con successi così prosperi che ne ricolsero copiosa messe di conversioni. Furono tanti Soli, che con la luce delle dottrine sgombrarono le tenebre caliginose del Gentilesimo ingannato, gli orrori del Secolo pervertito, e l’Eresia, quasi mala gramigna largamente cresciuta nei Campi del Cristianesimo, sbarbarono dalle ultime fibre. Furono le loro occupazioni assidue l’ammaestrare gl’ignoranti, il catechizzare i rozzi, l’accomodarsi alla capacità dei semplici; l’osservanza Monastica, che qual travagliata Nave da fiati Aquilonari sospinta ad urtar negli scogli già si fracassava e si sommergeva, fu da questi sottratta dai pericoli; questi dileguarono le viziose nebbie alla Fiandra, alla Boemia, all’Austria, alla Baviera, alla Ungheria, alla Polonia, alla Lituania, alla Danimarca, alla Norvegia, alla Ibernia, alla Scozia, alla Dalmazia, al Mondo tutto. Furono angusti alla volontà dei loro santi disegni i confini d’Europa, onde inoltrandosi nell’ampiezza dell’Oceano, giunsero con le vele gonfie de’ pensieri e degli affetti alle margini & ai ripostigli del Mondo.
[…] Quindi il Mondo tutto amò quest’Ordine Sacrosanto più che altro facesse mai, & ebbe dalla carità de’ fedeli affezzionati i patrimoni intieri per abbellire le sue Basiliche, si disossarono i monti per incrostarle di marmi contro gli urti del tempo, si stancarono le conocchie di Belgia in filare a’ suoi Sacerdoti sottilissimi lini, s’occuparono i Telari di Menfi in tessere de’ suoi Altari i tapeti, si salassò l’Oriente, dove più gonfiano dell’oro le vene, à fine d’ergerne statue ne’ suoi Santuari, sgorgarono dalle Maremme Eritree gorghi di margherite per ispruzzarne le sue ricchissime supellettili; passarono monti, traversarono valli, guazzarono fiumi, cercarono boschi, né mai s’arrestarono finché non videro per tutto stabilita la fede.
[…] Per mezo dei figli di Benedetto la fede Cattolica cavalcò le rupi degli Apennini e spianossi l’ingresso alle Valli più alpestri, s’inoltrò nelle acque gelate del Settentrione e nelle fervide arene del Nilo, valicò i neri Cieli d’Etiopia e le Provincie più lontane della Libia. Questi sostennero la riputazione de’ Sacri Concili & assodarono in mano de’ Pontefici le Chiavi del Vaticano, dispersero i Dogmi dei più perniciosi Settari, serrarono le porte agli errori e le spalancarono ai trionfi della Religione, ebbero calamai temprati di Stelle, fogli d’oro e studi arricchiti di gemme.
Con la santità della vita furono come folgori, e con l’efficacia delle parole servirono come di tuono per iscuotere gl’infedeli, per condurgli alla vita santa & alla penitenza. Quindi fu tanto accetta a Dio la mia Religione Benedettina che meritò il Patriarca San Benedetto colà nel Monastero Narrabottense, vicino a Subbiaco, tra le grazie di Dio per bocca d’un Angiolo ricevute, avere anche questa d’essere assicurato che chi ardirà d’offendere i suoi figlioli, sarà punito, o con una breve vita, o con una cattiva morte.
Il monacismo illustrato, ideato dal padre d. Bonaventura Tondi da Gubbio Olivetano, dottore in sacra teologia, e cronista regio, nella vita del patriarca san Benedetto e ne’ figli del suo instituto, Venezia 1684. Presso gli eredi di Gio. Pietro Brigonci. I brani citati sono tratti dal Capitolo VIII del Libro Terzo, «Dei pregi segnalati della Religione Benedettina», pp. 160-67.
Sono pressoché certo che dimenticherò i nomi dei monaci scienziati che ho incontrato nel bel libro di Mauro Mazzucotelli1, magari, dicevo, con qualche eccezione. A cominciare dalla figura del cassinese Benedetto Castelli (1577-1643), «il monaco che forse più di ogni altro fu vicino a Galileo, non solo come fedele discepolo ma anche come sincero amico, e dal quale fu ricambiato con altrettanta amicizia e considerazione». Ingegno poliedrico, si usava dire, il Castelli si occupò di molti argomenti di astronomia – a lui si devono i calcoli sui periodi dei pianeti medicei, cioè i quattro satelliti maggiori di Giove scoperti da Galileo –, di ottica, meccanica, fisiologia, sia teorici, sia pratici, e la sua fama si legò in particolare al Della misura dell’acque correnti, uno dei trattati di idraulica più famosi del suo tempo, pubblicato a Roma nel 1628. Il motivo per cui lo ricorderò, tuttavia, è perché gli viene attribuita l’invenzione del pluviometro, «sperimentato per la prima volta in un cortile del monastero di S. Pietro in Perugia ove l’abate risiedeva nel 1639 in occasione del capitolo generale della congregazione». L’idea venne al Castelli osservando un acquazzone che si abbatteva sul lago Trasimeno, come poi racconterà in una lettera indirizzata proprio a Galileo: «Supponendo (come haveva assai del probabile) che la pioggia fosse universale sopra il lago… preso un vaso di vetro di forma cilindrica… l’esposi all’aria aperta a ricevere l’acqua della pioggia che ci cascava dentro e lo lasciai stare per ispazio d’un hora…»
Infine non mi dimenticherò del camaldolese Ambrogio Soldani (1736-1808), di vastissima cultura, ma ricordato specialmente per gli studi di conchigliologia fossile, svolti in larga misura in terra toscana, culminati col Saggio orittografico ovvero Osservazioni sopra le terre nautilitiche ed ammonitiche della Toscana, pubblicato nel 1780 e la cui prefazione così recita: «Le pietre lumachelle a grani minimi riguardate colla lente, le molte terre analizzate, i testacei minuti separati ed esaminati col microscopio tutte insomma le osservazioni, e tutte l’esperienze riportate in questa raccolta sono state da me eseguite, poco avendo io detto per relazione d’altri e nulla senza citarne l’Autore». Il suo nome è legato anche a una curiosa e acuta opera dedicata a una pioggia di meteoriti avvenuta nei pressi di Siena: Sopra una pioggetta di sassi accaduta nella sera de’ 16 giugno del MDCCXCIV in Lucignano d’Asso nel Sanese: Dissertazione. Perché mi ricorderò di lui? Per il soprannome che gli restò attaccato: «abate pioggetta».
Nel giorno della beatificazione del cardinale Alfredo Ildefonso Schuster, che veniva sancita esattamente vent’anni fa da Giovanni Paolo II, le edizioni dell’Abbazia San Benedetto di Seregno pubblicavano un’antologia di brani tratti dalle principali opere di argomento monastico del famoso vescovo di Milano1. «Forse nessun monaco come lui, diventando vescovo, è rimasto monaco fino in fondo», testimonia Pelagio Visentin2 introducendo la scelta di testi da La «Regula monasteriorum», La vita monastica nel pensiero di san Benedetto e Un pensiero quotidiano sulla Regola di san Benedetto, pubblicati nel decennio 1942-1951 e che cercherò ovviamente di recuperare in qualche modo (in particolare gli otto, diconsi otto, volumi dei Pensieri sulla Regola).

