Tanto preziosa quanto inimitabile (Schiacciare l’anima, pt. 3)

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 (la seconda parte è qui)

Decodificare certi sintomi, diceva il priore. L’ossessione per l’uniformità di pensiero; l’accettazione della menzogna (a partire anche dal dettaglio più insignificante), usata spesso per proteggersi dall’esterno (chi è fuori non può capire, quindi è inutile spiegare, meglio dissimulare); la «superbia» che spinge a pensare, e a dirsi, «noi siamo i migliori»; l’eccessiva centralità del fondatore o della fondatrice (che alimenta l’abitudine all’eccezione); il controllo esasperato dell’informazione (sia dell’esterno verso l’interno, che viceversa) – sono tutti «campi» assai fertili per lo sviluppo degli abusi.

Gli strumenti per contrastarli ci sono, si può dire che siano stati concepiti e messi a punto nel corso di un lavorio secolare. L’istituzione e i suoi organi (l’Ordine di cui fa parte la singola comunità, ma anche la Chiesa stessa); le «visite» canoniche, pastorali o apostoliche, stabilite dalle Costituzioni o richieste dalle circostanze; la Regola: strumenti antichi e collaudati, che pure talvolta possono malfunzionare o arrivare in ritardo, quando ormai il danno è fatto.

Cito due tra le tante osservazioni del priore sulla questione. «Negli ordini o nelle congregazioni antiche, ormai ben strutturate, con una lunga storia alle spalle, gli elementi correttivi sono già stati approntati da molto tempo e pertanto il problema sarà generalmente limitato a una specifica comunità senza coinvolgere l’insieme del corpo. È difficile immaginare l’Ordine benedettino nel suo insieme trascinato alla deriva, ma è capitato invece a singole abbazie.» «In una comunità il primo contro-potere è la comunità stessa. L’abate o il priore non fanno quello che vogliono. C’è la Regola e c’è la comunità.»

Il cuore del libro, se di cuore si può parlare in un volume privo di parti accessorie e di contorno, è rappresentato dai capitoli sull’obbedienza, cui ho già accennato, sull’ascesi e sull’accompagnamento spirituale (con le sue derive drammatiche e tragiche dell’abuso spirituale e sessuale).

L’obbedienza, anzitutto, in ambito monastico, si articola in tre dimensioni: secondo la Regola, davanti a Dio e in presenza dell’abate, e soltanto la seconda è assoluta, mentre la Regola lascia sempre un margine (di discrezione) nella sua concreta applicazione, e l’abate stesso è vincolato dall’obbedienza («La formula classica secondo la quale il superiore occupa ai nostri occhi il posto di Dio richiede di essere ben compresa, poiché ha condotto a numerosi eccessi», e quindi «nel contesto attuale» – preoccupazione costante del priore, questa dell’adeguamento al presente pur nel rispetto di una tradizione – è bene evitarla). L’obbedienza non deve essere cieca, va riferita soltanto alle «cose da fare» e va mantenuta nei limiti disegnati dalla Regola.

Qui come altrove è per me di grande interesse lo sforzo paziente che de Lassus compie per integrare in una visione aggiornata l’insegnamento e l’esempio di santi e sante vissuti cinquecento anni fa o più. In questo caso tocca a san Francesco di Sales e a sant’Ignazio, ma l’argomento è più generale e proverò a svolgerlo in altra occasione.

Obbedienza, ancora, non è «sottomissione del giudizio» né rinuncia alla propria intelligenza, soprattutto quando sono coinvolte altre persone: «Quando vi è di mezzo il bene delle persone, la responsabilità del religioso diventa più importante e non gli è più possibile fare qualunque cosa, con il pretesto che il suo superiore glielo ha comandato». La complessità dell’argomento mi porterebbe a un accumulo di citazioni, ma, per rifarmi a quell’«aggiornamento» di cui dicevo sopra, voglio segnalare almeno come il priore affronta un «luogo» tipico dell’obbedienza come viene non di rado esposto da autori cristiani del primo millennio.

Nello specifico si tratta del quarto «gradino» della Scala (santa) di Giovanni Climaco («Sulla beata e sempre memorabile obbedienza»), il quale, come si sa, per ottenere la vera libertà prescrive una totale abdicazione alla «tua responsabilità e alla tua intelligenza sottomettendoti totalmente e incondizionatamente a qualcuno che incarna la volontà di Dio su di te». Questa la risposta del priore: «Ci vorrebbe un libro a parte per analizzare La scala, vero monumento della spiritualità che contiene una dottrina tanto preziosa quanto inimitabile. Pretendere di trasportare nel XXI secolo questa sintesi del monachesimo siriano del VII secolo può provocare gravi danni.»

«Per obbedire veramente», conclude p. Dysmas, citando il p. Labourdette, «bisogna essere capaci di disobbedire».

(3-segue)

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